Più felicità per tutti [Alceste]

La storia accelera, è indubbio.
Ma gli uomini rimangono sempre lo stesso vile fango.
Ad accelerare è, infatti, sempre e solo la tecnica: le mirabilie della comunicazione, dell’ingegneria, della cibernetica.
Questo grandioso e immane movimento, davvero spettacolare se guardiamo allo sviluppo degli ultimi trecento anni, avrà tale semplice esito: l’inutilità dell’essere umano. Sì, gli uomini non servono più a niente se non a rilevare quali consumatori (sempre più residuali).
Si è messo in moto un Golem che sfuggirà ai propri creatori, questo è sicuro.
E cosa farà il potere? Se l’uomo diverrà inutile (disoccupazione e sottoccupazione avranno percentuali bulgare) quale futuro avrà la forza di plasmare?
Sterminio di massa? Repressione? Persuasione alla schiavitù? Redditi minimi di cittadinanza? Un socialismo assistenziale planetario?
Una soluzione provvisoria potrebbe essere: più felicità per tutti.
Se all’uomo dai un po’ di pane e un I-phone fiammante quello sarà felice.
Garantito.
Se all’essere umano postmoderno togli lo struggle for life, gli allunghi di che vivere, pur miseramente, e lo copri con un po’ di giocattoli quello ti darà in cambio la sua libertà, la voglia di ribellarsi, la dignità, l’essenza stessa dell’essere-uomo come l’ha inteso la filosofia maggiore negli ultimi tre millenni.
Ho riletto recentemente un romanzo distopico di Evgenij Zamjatin.
Si intitola Noi (Мы); fu pubblicato per la prima volta nel 1924, in lingua inglese.
Tutti le distopie posteriori, compreso il celeberrimo 1984, gli sono debitrici.
Zamjatin (che pure appoggiò la Rivoluzione d’Ottobre) descrive la società sovietica del tempo come un inferno egalitario perfettamente matematizzato.
Il protagonista, D-503, ha rinunciato al proprio libero arbitrio e alla scelta per inscriversi in un quotidiano dove tutto è pianificato e senza ombre: il lavoro, la sessualità, il sonno e la veglia, i pensieri, la festa, gli svaghi sono programmati dallo Stato Unico sotto lo sguardo implacabile del Benefattore ed esposti, senza mistero, alla visione di tutti (“Tutto era di una chiarezza che atterriva”). Le case sono di vetro, le celebrazioni rigorosamente pubbliche, le passioni uniformate come gli abiti, la Natura irreggimentata dalla tecnica. Persino i tratti somatici dei singoli tendono a farsi simili in un anelito spaventoso di uguaglianza coatta: la liberazione consiste nell’assenza di libertà e, quindi, di iniziativa e responsabilità.
Zamjatin, insomma, satireggiando i Soviet, arriva a prefigurare la probabile organizzazione sociale occidentale in tempi di fine dell’uomo e dell’umanesimo.
Guardiamo a noi (Noi): come i personaggi del romanzo viviamo ormai in case di vetro: i social network squadernano al mondo intero le nostre ansie private; le invasive pratiche di catalogazione dei servizi segreti connessi al commercio elettronico sono realtà; così come l’autismo di massa che ha derubricato l’amore e le manifestazioni più accese del sentimento a rapporti formalistici definiti dai bisogni pubblicitari; la devastazione della natura e del paesaggio; la mansuefazione della bellezza e delle arti; è realtà anche l’odio (spesso subliminale) che nutriamo verso le società tradizionali, ancora vive e umane, e di cui temiamo la spontaneità; è realtà la guerra spietata al passato, portatore di quelle istanze; e la volontà di distruzione portata contro le terre del passato (Iraq, Afghanistan, Iran, Siria, Grecia, Italia) che, proprio in virtù della profondità della tradizione, stentano a conformarsi al livellamento democratico.
Ma Zamjatin ci dice di più. Egli affronta il problema della felicità.
Per tutto il romanzo accettiamo pacificamente, in ossequio alla concezione di distopia (che ci induce a parteggiare per Winston Smith di 1984, ad esempio), che i ribelli di Noi siano dalla parte giusta. La società così concepita – perfetta, liscia, conformista, aperta sino alla negazione della singola personalità – la riteniamo necessariamente infelice; solo la differenza, l’imperfezione, il riguadagno di una certa animalità naturale, coi suoi sbalzi umorali, le sue ire, i suoi afrori, permette all’uomo la gioia. Questo pensiamo, abbastanza naturalmente, e crediamo che Zamjatin, altrettanto naturalmente, la pensi come noi.
Ma le cose stanno diversamente.
Negli ultimi capitoli di Noi i resistenti si avviano alla sconfitta.
D-503, che aveva messo a repentaglio la vita per amore della ribelle I-330, non solo abiura i comportamenti passati, ma sradica da sé, volontariamente, grazie a una operazione chirurgica, ogni sentimento umano.
Vuole, infatti, dimenticare tutto: essere felice.
Diviene un vegetale emozionale, senza impulsi, immemore della stessa I-330, un individuo finalmente privo dell’anima irrazionale e disposto solo all’amore, puro e eterno, per il Benefattore: “Sono guarito, completamente, assolutamente guarito … mi hanno estratto dalla testa una specie di spina; ho la testa leggera, sgombra“.
Tutti noi (noi, e Noi) reagiamo orripilati a tale sviluppo narrativo.
Chiediamoci, però: in cosa differisce la gioia dell’uomo a cui sono stati estirpati i sentimenti dalla gioia profonda, bruciante e insensata della vecchia passione?
Davvero la felicità di un traboccante canto poetico differisce dal sorriso estatico del nuovo D-503, ormai deprivato d’ogni fluido vitale ed emozionale?
Biologicamente differiscono in nulla. Anzi, mentre il primo tipo di felicità è fugace e preda degli sbalzi della fortuna, e soggetto alla volubilità e alle bizze degli amanti, il secondo rimane fedele, costante e docile come un orgasmo a bassa intensità.
Nel discorso finale del Benefattore intravediamo la verità:
Per che cosa gli esseri umani – fin da quando erano in fasce – hanno pregato, sognato, si sono tormentati? Perché qualcuno dicesse loro una volta per tutte cos’è la felicità e a quella felicità li allucchettasse come a una catena. Oggi come oggi, noi, cosa stiamo facendo se non questo? Il sogno antico del Paradiso … Ripensi al Paradiso: là non si conoscono i desideri, non si conosce la compassione, non si conosce l’amore; là ci sono i beati a cui è stata rimossa la,fantasia (ed è per questo che sono beati), gli angeli, i servi del Signore … ”
Un mondo di semideficienti e di imbecilli, guardati a vista da un Benefattore mondiale, non è un mondo felice? Come una gallina a cui si assicura becchime tutti i giorni, certamente.
Felice, senza sospetti, senza doppi fondi.
E questo homo novus, che si appaga di ciarpame comunicativo, finta informazione, pornografia, sport dopato, quale carica eversiva potrà avere rispetto al potere?
Nessuna. Anzi, il potere sarà felice anche lui di allungare a questo idiota qualche prebenda, di tanto in tanto … un dono che smercerà con la maschera sorridente del progressismo socialista.
Altro che liberazione dal bisogno! Qui si libera l’umanità da se stessa!
Sì, il potere è e sarà sempre più un Benefattore, non dimentichiamolo mai!
Non dico che accadrà questo. Ma ho il sospetto (da paranoico) che questo sarà il decorso inevitabile (e logico) dell’Occidente; e quindi dell’umanità tutta, poiché l’Occidente non può che infettare il resto del mondo, sino alla consunzione morale e vitale.
Altro che guerre totali, distruzioni atomiche, invasioni islamiche!
Quello che ci aspetta è pura entropia: delle menti e dei sentimenti.
Un istupidimento progressivo, lento e consenziente; una corsa al ribasso; una lotta feroce all’intelligenza e alla diversità delle intelligenze.
Non vedete come il potere tenda sempre a spegnere, a livellare, a rimpicciolire, a snervare?
Abbracciando tutto, fra le sue spire mortali, in nome dell’amore, dell’uguaglianza e della fraternità? Della pace?
Una guerra, col suo carico di dolore, sarebbe benedetta … ce ne daranno mai una?
S’intenda: una guerra contro di loro …
Sì, forse saremo tutti più felici: più positivi, devoluti, inoffensivi, impotenti, microscopici. Con tanto tempo a disposizione: da utilizzare per fare niente.
Controllabili e satolli come mucche al pascolo. Non ci vorranno nemmeno troppi cani pastore per noi … ci controlleremo l’uno con l’altro, implacabili.
Saremo tutti felici nel Nuovo Mondo.
Una distopia? Ma quale distopia! Questa è la vera utopia del potere, la nuova Atlantide, la città di Lucifero, il Paradiso.

* * * * *

Le citazioni da Noi sono tratte dall’edizione Voland (2013) che si avvale della traduzione di Alessandro Niero.
Alcuni passi dell’articolo riprendono una mia recensione al testo:
http://mvl-monteverdelegge.blogspot.it/2013/11/la-ricerca-della-felicita.html
Altra recente edizione di Noi è della Lupetti (traduzione di B. Delfino).

Più felicità per tutti [Alceste]ultima modifica: 2016-06-14T18:21:51+02:00da derosse
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9 pensieri su “Più felicità per tutti [Alceste]

    • Per pietrogori

      E’ sbagliata la tua prospettiva, quando metti sullo stesso piano capitalismo e comunismo …
      Come diceva e scriveva Costanzo Preve (il cui apporto oggi ci manca, anche sul versante politico) il comunismo novecentesco realmente esistito – filosoficamente definito come un positivismo di sinistra a base gnoseologica neo-kantiana – cercava di porre l’economia sotto il ferreo controllo della politica, per tornare, presumibilmente, alla “buona economia” degli Elleni, identificata come amministrazione della casa (e dello stato) e sintetizzata, per i comunisti, dal collettivismo. Il capitalismo ha sempre teso alla dismisura e allo squilibrio sociale ed ha seguito la via della crematistica (la cattiva economia), come vediamo chiaramente oggi.
      Tuttavia il comunismo novecentesco realmente esistito (C. Preve) ha perso e Noi è un incubo distopico-letterario, che ipotizza un altro esito rispetto a quello storicamente verificatosi …

      Cari saluti

      Eugenio Orso

  1. Mi dispiace, signor Alceste, ma non sono d’accordo con lei. Lei dice che, come previsto nel romanzo Noi, il futuro che il capitalismo occidentale ci prepara è quello di una felicità al ribasso, nutrita di pane e di smartphone, una pura entropia delle menti e dei sentimenti di cui le masse si accontenteranno trovandoci una sorta di rassegnata felicità.
    Ma il punto è che al potere non interessa di essere benefattore, se ne frega di renderci felici. Certo, se guardiamo i giovani (basta prendere un treno, anzi nemmeno, guardarli per la strada, tutti con lo smartphone) possono sembrare felici, ma se alziamo gli occhi vediamo gente sempre più insoddisfatta, città degradate, la bellezza cacciata via da ogni posto, dai paesi, dai paesaggi, dalle chiese. Al potere non importa nulla della felicità delle masse, e non fa nemmeno uno sforzo per raggiungerla. Guardi le fermate degli autobus alle 6 del mattino, con le donne che vanno a fare le pulizie negli uffici e nei negozi in piedi sotto la pioggia. Fermate con un riparo e una panca per sedersi, come in Inghilterra? E perchè?
    No, a chi ha il potere della felicità non importa nulla. Almeno, i bolscevichi di Zamjatin avevano un piano, un progetto. Oggi il potere è solo caos, non ha un progetto. A loro importa una sola cosa: arrivare al trans-umanesimo in modo da sconfiggere la sola cosa che gli fa paura, la morte fisica.

    • Per Nieuport

      Concordo sul fatto che alla classe dominante neocapitalista non importa nulla della “felicità” delle masse dominate. L’obbiettivo è modificare l’ordine sociale e “produrre” un tipo umano diminuito, incapace di critica al potere e di ribellione.
      Tuttavia, Alceste ha ragione da vendere, quando sostiene, con amara ironia, che quella che per noi è distopia, ciò che per Noi è incubo, per Loro è utopia e consolidamento/ riproduzione del potere …

      Cari saluti

      Eugenio Orso

    • Innanzitutto, come ho sostenuto a sazietà, il potere ha un’utopia e vi si attiene ferocemente nonostante gli inevitabili alti e bassi della storia (e i vari cambi di strategia).
      E poi, come hai detto, basta intendersi sul concetto di felicità. La maggior parte di noi sopportano una vita da poco solo in cambio di giocattoli e paccottiglia.
      Chi non la sopporta, questa esistenza, non ha le forze, fisiche e psicologiche, né l’organizzazione né la volontà per sfuggire al proprio destino (e anche questo l’ho sostenuto a sazietà).
      Almeno in Italia (ma pure negli altri paesi non vedo moti di ribellioni organici).
      Sul transumanesimo sono d’accordo: la morte è rimasta l’unica consolazione del subalterno; annientare la morte sarebbe il trionfo totale e definitivo del potere.

  2. Siccome mi piace smontare prosaicamente i capolavori altrui 😀 , tutto ciò si può riassumere in una sola parola: tittytainment.
    L’ha inventata Brzezinski nel 1995, e noi ne godiamo i risultati.

    The discussion concerned “the future of work”. They sketched out a new social order and everybody there seemed to agree that in the society of the 21st century, 20 % of the people will have work and 80 % will be kept docile, as if in a state of semi-hypnosis, by means of what Zbigniew Brzezinski called “tittytainment”: a mixture of deadeningly predictable, lowest common denominator entertainment for the soul, and nourishment for the body.
    The word “tittytainment” is built up from “tits” and “entertainment”, akin to mothers nursing and conditioning children with a plug-in drug.

    http://www.gandalf.it/arianna/titty.htm
    Qua un po’ di storia.

  3. E’ sempre un piacere leggere i pezzi di Alceste. Mi limito ad una sola osservazione riguardo alle premesse di un tale ragionamento: la via d’uscita (o la salvezza o la redenzione se preferite) è sempre “politica” e cioè collettiva, oppure non è; si tratta di un’impostazione “novecentesca” (mi si passi la rozzezza) di cui io stesso sono preda e per la quale si invocano tumulti, sommosse, fronti, masse incazzate e quant’altro.
    Purtroppo, condividendo le asserzioni di Alceste, mi sto convincendo che l’unica salvezza possibile sia quella dell’individuo (e lo so che darei ragione a “loro”, è per questo che sono squassato dai dubbi) e per tale ragione ho (ri)scoperto il pensiero degli anarchici individualisti come Stirner. Se provo a specchiarmi nel “popolo” e vedo i miei stessi tratti deformarsi fino all’annullamento, cos’altro potrei fare?

    Saluti a Eugenio Orso e ad Alceste

    Moravagine

    P.S.: A proposito di distopie, segnalo il film Network di Sidney Lumet (“Quinto potere” in italiano) ed in special modo il discorso finale del magnate.

  4. Per Cristina:

    Grazie, molti interessanti i tuoi link. Da studiare.
    Di fronte a Brzezinski mi inchino: ubi maior …

    Per Moravagine:

    Sono convinto che se il potere gestirà le cose con parsimonia e accortezza non vi saranno sollevazioni. Per i motivi che abbiamo elencato molte volte. La ribellione individuale non serve a niente, ma ha un certo rilievo artistico …
    L’unica via di salvezza, mi ripeto anche qui, è l’implosione del sistema. D’altra parte tutti i controinformatori, più o meno consciamente, si sono ridotti a questo: aspettare il grande botto …

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