La vestaglia del principino [Alceste]

Il fallimento della controinformazione.
Perché la controinformazione (o, almeno, parte d’essa) non diviene parte del discorso politico dell’uomo comune? Meglio: perché la controinformazione stenta addirittura a penetrare le residuali coscienze (quelle più avvertite)  e finisce per coinvolgere solo un pubblico esiguo (sempre lo stesso) – un pubblico, che, peraltro, si presenta davanti ai grandi avvenimenti internazionali sempre più diviso?
Il peso del giornalismo alternativo (chiamiamolo così) risulta pressoché nullo.
Su questo blog si è cercato di dare alcune risposte:

http://pauperclass.myblog.it/2016/04/22/movimenti-extrasistemici-controinformazione-alla-frutta-eugenio-orso/

http://pauperclass.myblog.it/2015/07/10/il-fallimento-della-controinformazione-alceste/

E tuttavia stavolta voglio proporre una diversa interpretazione.
Non una spiegazione.
Solo un’ipotesi di lavoro onde scrutare l’orizzonte da una diversa prospettiva.
Voglio, però, avvertire: non parlerò mai di contenuti, ma esclusivamente di forma. Aspetto, modo; dell’atto di porgersi; di emozionalità.
Il punto è questo: la controinformazione (d’ora in poi CI) non affascina. Non piace. Non muove le coscienze. È, talvolta, controproducente.

1. La CI spiega, spiega sin allo sfinimento. È sin troppo minuziosa, pedante, infervorata. Richiami, note a pie’ di pagina, link, immagini, setacci investigativi, ricostruzioni, plastici digitali. Persino i commenti del pubblico, a volte, prendono la forma di piccoli trattatelli; a materiale si aggiunge materiale: un coacervo di fatti che lievita inestricabile. Chi segua un episodio di politica o di terrorismo internazionali in poche ore arriva alla sazietà, persino allo sfinimento: legge troppo, interpreta troppo: come un asino di Buridano postmoderno trova non due greppie, ma tre, quattro, dieci; ciascuna con un fieno più odoroso, o più fresco: e dopo una spanciata, piluccando qua e là con avidità, non placa la propria fame, ma si procura un’indigestione (e un inevitabile disgusto per il fieno a venire).

2. La CI non è simpatica. Manca di ironia, ça va sans dire; si prende troppo sul serio; ignora bellamente il sarcasmo, l’apologo, la finzione letteraria, il ragionamento per assurdo. Gli esponenti della CI sono, spesso, invulnerabili alla malizia della circonvenzione dell’ascoltatore. Sono troppo diretti, permalosi, autoreferenziali. Spesso dispotici, paranoici. A volte, purtroppo, cadono nel difetto opposto: la goliardica superficialità.

3. Alla CI manca del tutto il travestimento dell’arte. Non abbiamo opere di CI davvero seducenti. Racconti, romanzi, scambi epistolari, autobiografie. Fiction, pièce teatrali, vaudeville: inesistenti. Solo monografie; spesso minuziose, come detto, ma aride, stitiche, respingenti.

4. La CI scrive male, molto male. Sintassi, punteggiatura, grammatica vanno all’ingrosso (e ciò si riflette anche in alcune traduzioni). Pure certi giornalisti di lungo corso propongono, oggi, sbobbe d’incerta digeribilità. Se c’è stata una mutazione antropologica fra Sessanta e Settanta, essa si riflette anche nell’andamento e nell’eleganza prosastiche: basti confrontare, a puro titolo d’esempio, gli articoli di Montanelli e Cervi con quelli di Feltri e Buttafuoco; o quelli di Pasolini e Cosulich con quelli della Annunziata, di Augias o Norma Rangeri.
Sia chiaro ancora una volta: parlo di forma, solo di forma.
Riguadagnare lo scrivere (o la recitazione, la semplice dizione) alla bella forma: sarebbe già un progresso. Persino la calligrafia, l’impaginazione, la grafica e i caratteri di stampa davano tono, fascino e distinta autorevolezza a ciò che si stava per dire. Oggi, al massimo, possiamo giustificare un testo digitale: non è un bene per la causa.

5. La CI sottovaluta la bellezza come arma di contestazione.
Cosa produce il turbocapitalismo se non bruttezza e sfregi? Il suo utilitarismo, anonimo e tecnicistico, sforna unicamente orrori antiumani. I simboli più vistosi d’esso (grattacieli, aggressive skyline, mercanzia di lusso) non sono che laide paccottiglie, prive di forma e di quella profondità che dona il passato e la tradizione manuale: concepite per un futuro breve e immediato, esse rovinano, al gusto e allo sguardo, in pochi anni.
La bellezza, invece, sarebbe già un argomento. Ma è ignorata.

6. La CI si lascia catturare dall’attualità. Avvicina lo sguardo sino all’iperrealismo, quando, invece, dovrebbe scostarsi dignitosamente dal contingente più trito. In tal modo, più che illuminare, rende ansiosi.
Cavalcare il quotidiano è un fuoco di paglia, intenso, ma effimero.

7. La CI non gioca sull’emozione. Questo è il suo tallone d’Achille, la spalla di Sigfrido. Qui la CI celebra la sua autentica disfatta.
I simboli profondi, i caratteri atavici della nazione, ciò che struttura l’animo irrazionale e millenario delle genti, viene da essa trascurato.
Non si trascina all’azione col ragionamento; esso è utile a rafforzare la convinzione, ma inetto a farla sorgere.
Per capire cosa intendo basti cliccare su questo link:

http://www.huffingtonpost.it/2016/04/23/george-vestaglia-foto_n_9763814.html

Incontro tra il Presidente USA Obama e William, futuro regnante, e relative consorti. Incontro fra l’ex colonia, sede effettiva della NATO, e l’ex madrepatria, succursale prima dell’atlantismo e sede effettiva della governance degli Stati Uniti d’Europa (quale propaggine angloamericana).
Fra i partecipanti, il principino in vestaglia; biondino e grazioso: vero catalizzatore della scena.
Leggiamo alcuni stralci del commento:

Hanno fatto io giro del mondo le immagini del principino George che riceve il presidente degli Stati Uniti Barack Obama e la moglie Michelle in pigiama e vestaglia a Kensington Palace, insieme a mamma Kate e papà, il principe William. Il bambino di due anni è stato alzato fino a tardi per poter incontrare la coppia presidenziale a cui ha mostrato il cavallo a dondolo e i peluche regalo degli Obama alla nascita della principessina Charlotte … Gli Obama sono arrivati a Kensington palace con la Cadillac nera presidenziale … Il principe William, in giacca e pantaloni blu, senza cravatta, li ha accolti sotto un ombrello … la principessa Kate, in abito verde acqua e marrone, ha poi stretto la mano al presidente e alla moglie Michelle, che indossava un cappotto cammello sopra un abito beige leggero … i quattro sono entrati nella residenza per la cena, dove li attendeva un ansioso principino George … George ha poi mostrato al presidente e alla first lady un cavallo a dondolo – regalo degli Obama per la sua nascita – e un peluche – regalo alla nascita della principessa Charlotte“.

Non c’è niente da fare: è un capolavoro.
Pare che la vestaglietta del piccolo George sia andata a ruba nei negozi d’abbigliamento inglesi. Una vestaglietta virale. Presto lo sarà anche in Italia dove i settimanali più venduti (quelli di pettegolezzi) pasteggeranno con queste foto per mesi.
Pochi scatti: il potere è umano. Il potere è bello. Mamma Kate, papà William: normali, come tutti. Gli atletici americani, anche loro alla mano. E il bimbo poi: come si fa a non amarlo? Il caldo focolare che tiene lontana la fredda primavera londinese, il gusto semplice e raffinato del decor reale, l’attutito dispiegarsi del cerimoniale che tanto fascino esercita nelle menti dei semplici.
Che sono decine di milioni. Centinaia di milioni.
Sì, questo ricetto di calore, bonomia, e riservata aristocrazia rende accettabile il potere. E lo relega a lande lontanissime dal livore e dal risentimento. E poi? Se anche potere vi fosse, se pure tali uomini e tali donne sedessero al di sopra dei comuni mortali, partecipi d’un esistenza privilegiata e preclusa a tutti … e allora? Non è giusto, non è dolce dipendere da un tale dispotismo, così umano, e, in fondo, partecipe del nostro quotidiano? “Forse godranno di privilegi“, pensa l’uomo a una dimensione, “ma le responsabilità … loro se le accollano in vece nostra, che abbiamo ben altro in testa …“; e, più importante, l’uomo monodimensionale non vuole certo cancellare il sorriso del principino con qualche cattiveria … sarebbe vergognoso macchiare il candore della vestaglietta con il fango d’una bocca da frustrato …
Queste non sono foto. Sono gocce di miele che si depositano nell’animo delle moltitudini e, al riparo dalla coscienza (di classe?), immunizzano dalla rivolta e dalla critica.
Chi oserà mai disprezzare questo presepe del potere?
Mi ricordo di un bel film di Franco Brusati, Pane e cioccolata.
Nino Manfredi è un immigrato italiano in Svizzera. Per un banale motivo viene espulso, e, pur di coltivare il sogno d’un esistenza migliore, rientra come clandestino e trova riparo presso una fabbrica di macellazione per polli, tenuta da un pugno di connazionali, irregolari come lui.
È una delle scene più crudeli del grottesco cinematografico mondiale. Qui in due parti, imperdibili:

https://www.youtube.com/watch?v=j1mGcwFHmUg

https://www.youtube.com/watch?v=ofP3_cDMJ6U

I compatrioti sono regrediti a livello ferino: vivono in un ex pollaio, dormono, promiscui, all’interno di stie riadattate (dove uno di loro convive more uxorio con una gallina), si muovono a scatti, coi capelli irsuti che si sviluppano in creste, chiocciando e modulando sonori chicchiricchì. Ma non si lamentano: tutto va bene, ringraziando la Madonna (di Pompei). Improvvisamente il pollaio umano si scuote: i figli del padrone (svizzero) che li tiene a cottimo si recano, a cavallo, al fiume: alti, dai lunghi capelli biondi, nudi, essi inscenano una scena arcadica; gli italianuzzi li osservano, muti, estasiati, coi grugni compressi contro il reticolato metallico, in una parodia di schermo televisivo. “Sono belli, eh, sono belli?” dice uno; non c’è invidia, né livore, solo l’ammirazione spirituale tributata da un inferiore, che non sa d’esserlo, a una deità. Guai a contrastarla!
Nessun ragionamento, nessuna logica stringente, nessuna invettiva convincerebbe quegli scarti d’umanità che il essere miserevole deriva dal medesimo status quo che genera quei corpi perfetti. Anzi, essi compatiscono Manfredi che si pone ancora domande (“Chi sono io?”).
Parimenti, nulla convincerà l’individuo comune (il cui numero è legione) che, nelle immagini londinesi, recitano in realtà cinque grassatori (di cui uno si gingilla su un cavallo a dondolo). Quale temerario oserebbe affermare, in pubblico, una simile enormità? Nessuno. Se esistesse, un tal uomo, verrebbe investito da una tale carica di odio da restarne annichilito psicologicamente.
E questo accade perché all’emozione (le trippe, l’utero, l’immaginario collettivo) non è possibile  contrapporre la logica. Aristotele va allo sbando contro la vestaglietta. Nella propaganda, tertium datur, altro che principio di non contraddizione.
In una democrazia, pur fittizia, il controllo delle pulsioni è basilare.
Per avere un minimo di speranza occorre, perciò, agire nel profondo dell’anima millenaria. Maneggiare istinti, accensioni ancestrali. Altrimenti si resterà sempre relegati in un limbo per pochi ove non si avrà nemmeno l’onore d’essere combattuti: solo ignorati.
Se il potere esige il cretino di massa, manipolato nei suoi istinti primari, dovremo, per vantare un minimo di efficacia, rispondere con le stesse armi.
In fondo i popoli europei hanno una storia comune.
Tabù, odii, passioni, slanci … promanano da una radice che ci affratella. Possibile che sia tutto dimenticato? Ciò che muove all’azione … possibile che tali intime regioni siano a tal punto insensibili a qualsivoglia sollecitazione?
La massa è inerte. Se la verità rende liberi, essa libera solo pochissimi di noi.
Non ci serve, quindi, un trattato o un saggio che la disveli, questa maledetta verità, ma un eroe che la indichi, una figura che, irrazionalmente, visceralmente, muovendo corde antiche, porti la massa verso di lei: quasi in sogno, e persino contro la propria volontà cosciente.
Ma dove trovare un simile individuo, più metafora che uomo?
Chi ha la forza e la capacità di attivare il Golem della vendetta?

La vestaglia del principino [Alceste]ultima modifica: 2016-05-03T15:27:06+02:00da derosse
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14 pensieri su “La vestaglia del principino [Alceste]

    • Per mau

      La Gran Bretagna è una stella in più nella bandiera Usa … Ma credo che il popolo più rincoglionito d’Europa sia quello italiano (e ne ha dato ampia prova, sostenendo i collaborazionisti della troika-piddì).

      Cari saluti

      Eugenio Orso

  1. Forse conosce gia queste considerazioni, in ogni caso è sempre interessante rileggerle

    R. Guenon Crisi del mondo moderno
    Qualche Conclusione

    ….Per cui, tornando più specialmente al problema che qui ci interessa, possiamo dire che se tutti capissero che cosa veramente sia il mondo moderno, questo stesso mondo cesserebbe subito di esistere, la sua esistenza, come quella dell’ignoranza e di tutto quel che è limitazione, essendo puramente negativa; essa deriva solo dalla negazione della verità tradizionale e super-umana.
    Un mutamento si produrrebbe allora senza catastrofi, mutamento impossibile per altra via. Abbiamo dunque torto nell’affermare che una tale conoscenza è suscettibile di conseguenze pratiche veramente incalcolabili? Ma, da un altro lato, è purtroppo assai difficile ammettere che ognuno possa arrivare a questa conoscenza, da cui la gran parte degli uomini sono oggi certamente assai più lontani di quanto mai lo siano stati. è vero che ciò non è per nulla necessario, bastando una élite poco numerosa, ma costituita in modo abbastanza saldo, per dare la direzione alla massa, la quale obbedirebbe alle sue suggestioni senza nemmeno sospettare l’esistenza e i mezzi di azione di tale élite. La costituzione effettiva di una élite del genere è però ancora possibile in Occidente?
    Noi non abbiamo l’intenzione di tornare su quanto abbiamo già avuto occasione di esporre altrove circa la funzione dell’élite intellettuale nelle diverse circostanze che si possono considerare possibili in un avvenire più o meno imminente. Ci limiteremo dunque a dire quanto segue: quale si sia il modo in cui dovrà compiersi il mutamento costituente quel che si può dire il passaggio da un mondo all’altro, e che si tratti inoltre di cicli più o meno vasti, questo stesso mutamento, anche se avrà l’apparenza di una brusca frattura, non comporterà mai una discontinuità assoluta, essendovi una concatenazione di cause che collega insieme tutti i cicli. L’élite di cui parliamo, se riuscisse a costituirsi finché si è ancora in tempo, potrebbe preparare il mutamento in modo che esso si svolga nelle condizioni più favorevoli e che il perturbamento da cui esso sarà inevitabilmente accompagnato sia in un certo modo ridotto ad un minimo. Ma quand’anche così non fosse, le rimarrebbe sempre un altro compito, ancor più importante: contribuire a conservare quel che deve sopravvivere al mondo presente e servire all’organizzazione del mondo futuro. è evidente che non bisogna aspettare che la discesa sia finita per preparare la risalita, risalita che avrà luogo necessariamente, perfino se non si potrà evitare che intanto la discesa dia luogo a qualche cataclisma. Così, in ogni caso, il lavoro fatto non sarà perduto: non può esserlo nei riguardi dei benefici che l’élite ne trarrà per sé stessa, ma non lo sarà nemmeno nei riguardi dei suoi ulteriori risultati per l’insieme dell’umanità.
    Ora, le cose vanno considerate nel modo seguente: l’élite esiste ancora nelle civiltà orientali e, anche ammettendo che vi si riduca sempre di più di fronte all’invasione spirituale europea, non per questo essa cesserà di esistere fino all’ultimo, perché è necessario che così sia per custodire il deposito di una tradizione imperitura e per assicurare la trasmissione di tutto quel che deve essere conservato. Invece in Occidente l’élite non esiste più. Ci si può dunque chiedere se qui essa si ricostituirà prima della fine dell’epoca nostra, cioè se, malgrado la sua deviazione, il mondo occidentale prenderà parte a questa conservazione e trasmissione. Se ciò non accadrà, la conseguenza sarebbe che la sua civiltà finirà interamente, in essa non essendovi più nessun elemento utilizzabile per l’avvenire e ogni traccia dello spirito tradizionale essendovi scomparso.
    Così posto, il problema non può avere che una importanza secondaria rispetto al risultato finale; esso presenta tuttavia un certo interesse da un punto di vista relativo, che noi dobbiamo pur considerare, se vogliamo tener conto delle condizioni particolari del periodo in cui viviamo. In via di principio, basterebbe far rilevare che questo mondo occidentale, malgrado tutto, è la parte di un insieme dal quale esso sembra essersi staccato dopo l’inizio dei tempi moderni, e che nell’integrazione ultima di un ciclo tutte le parti debbono in un qualche modo potersi ritrovare. Ma ciò non implica necessariamente una restaurazione preliminare della tradizione occidentale, poiché questa può essersi conservata soltanto allo stato di possibilità permanente nella sua stessa scaturigine, al di fuori della forma speciale da essa rivestita ad un dato momento. Ciò, solo a titolo di accenno, poiché, per far capire interamente ciò di cui si tratta, bisognerebbe trattare dei rapporti esistenti fra la tradizione primordiale e le tradizioni subordinate, cosa che qui noi non possiamo pensare di fare. Questo sarebbe il caso più sfavorevole per il mondo occidentale preso in sé stesso, e il suo stato attuale fa temere che proprio tale caso dovrà realizzarsi. Noi abbiamo però detto che vi sono dei segni che ci permettono di pensare che ogni speranza in una migliore soluzione non è ancora del tutto perduta.
    In Occidente esiste oggi un numero di persone, più grande di quel che si creda, le quali cominciano a prender conoscenza di quel che manca alla loro civiltà: se esse restano in vaghe aspirazioni e in ricerche troppo spesso sterili, se accade perfino che esse smarriscano definitivamente la via, ciò avviene per il loro mancare di dati reali, che nulla potrebbe sostituire, e per l’inesistenza di una organizzazione che possa dar loro il necessario orientamento dottrinale. Beninteso, qui non parliamo di coloro che han potuto trovare questo orientamento nelle tradizioni orientali tanto da trovarsi, intellettualmente, fuori dal mondo occidentale: costoro, d’altronde, non rappresentano che un caso d’eccezione e non potrebbero esser considerati come parti integranti di una élite occidentale. Essi sono in realtà un prolungamento delle élites orientali, il quale potrebbe esercitare una funzione di collegamento dopo che l’élite occidentale sia giunta a costituirsi. Quanto alla élite occidentale, essa quasi per definizione potrebbe solo costituirsi attraverso una iniziativa propriamente occidentale, nel che sta tutta la difficoltà. Una tale iniziativa sarà possibile in due soli modi: o l’Occidente ne troverà in sé stesso i mezzi, con un ritorno diretto alla sua propria tradizione, ritorno che sarebbe come lo spontaneo svegliarsi di possibilità latenti; ovvero alcuni elementi occidentali compiranno quest’opera di restaurazione con l’aiuto di una certa conoscenza delle dottrine orientali, conoscenza che, pur non potendo essere assolutamente diretta, poiché essi debbono restare occidentali, potrebbe tuttavia conseguirsi grazie ad una specie d’influenza di secondo grado, esercitantesi attraverso intermediari come quelli cui or ora abbiamo alluso. La prima di queste due ipotesi è poco probabile, giacché essa implica l’esistere, in Occidente, di almeno un centro in cui lo spirito tradizionale si sia conservato integralmente: e noi abbiamo detto che, malgrado certe affermazioni, l’esistenza di un centro del genere appare assai dubbia. è la seconda ipotesi che bisogna dunque esaminare più da vicino.
    In questo caso, anche se non è necessario assolutamente, pure sarebbe bene che l’élite in formazione assumesse come punto d’appoggio una organizzazione occidentale avente già una sua esistenza effettiva; ora, sembra che in Occidente non vi sia più che un’unica organizzazione possedente un carattere tradizionale e conservante una dottrina tale da fornire al lavoro di cui si tratta una base appropriata: è la Chiesa Cattolica. Senza nulla cambiare nella forma religiosa sotto la quale essa si presenta all’esterno, basterebbe restituire alla dottrina di questa il senso profondo che essa ha realmente, ma del quale i suoi rappresentanti attuali sembrano non aver più coscienza: tanto poco, quanto dell’unità essenziale di questa dottrina con le altre forme tradizionali, le due cose essendo d’altronde inseparabili. Sarebbe la realizzazione del Cattolicesimo nel vero senso della parola, poiché questo termine, etimologicamente, esprime l’idea della universalità, cosa troppo dimenticata da coloro che vorrebbero farne la denominazione esclusiva di una forma speciale e puramente occidentale, priva di ogni legame effettivo con le altre tradizioni; e si può dire che se allo stato presente delle cose il Cattolicesimo ha solo una esistenza virtuale, ciò accade per il fatto che in esso non troviamo realmente la coscienza dell’universalità. Ma non è men vero che l’esistenza di una organizzazione avente un tale nome indica una base possibile per la restaurazione dello spirito tradizionale nella sua accezione più completa, tanto più che, nel Medioevo, essa già servì di sostegno a questo spirito nel mondo occidentale. Non si tratterebbe insomma che di un ripristino di quel che già esistette prima della deviazione moderna con gli adattamenti necessari alle condizioni di un’altra epoca. E se alcuni si stupiranno o protesteranno contro una idea del genere, ciò vorrà solo dire che essi stessi, a loro insaputa e forse loro malgrado, sono imbevuti di spirito moderno fino al punto di aver perduto interamente il senso di una tradizione, della quale essi conservano soltanto la scorza. Interesserebbe sapere se il formalismo della “lettera”, che è ancora una delle varietà del “materialismo” quale da noi è stato precedentemente spiegato, ha soffocato definitivamente la spiritualità, ovvero se quest’ultima ne è stata solo oscurata in modo passeggero e può svegliarsi ancora nel seno stesso dell’organizzazione esistente; ma solo lo sviluppo futuro degli avvenimenti permetterà di rispondere a ciò.
    D’altronde può darsi che questi stessi avvenimenti prima o poi imporranno ai dirigenti della Chiesa Cattolica come una necessità ineluttabile ciò di cui essi non sanno comprendere l’importanza diretta in funzione di intellettualità pura. Sarà certo deplorevole se, per indurli a riflettere, occorreranno circostanze così contingenti, come quelle relative al dominio politico, considerato fuori da ogni principio superiore; ma bisogna pur ammettere che l’occasione per lo sviluppo di possibilità latenti può essere offerta a ciascuno dai mezzi più alla portata della sua facoltà attuale di comprensione. Per cui, diremo quanto segue: di fronte all’aggravarsi di un disordine che sempre più si generalizza, bisogna far appello all’unità di tutte le forze spirituali esercitanti ancora un’azione nel mondo esterno, in Oriente così come in Occidente; e, da parte dell’Occidente, non ci è dato di vedere che quelle della Chiesa Cattolica. Se quest’ultima, per tale via, potesse venire in contatto con i rappresentanti delle vere tradizioni orientali, dovremmo rallegrarci di questo primo risultato, che potrebbe precisamente costituire il punto di partenza per quel che abbiamo in vista, perché senza dubbio presto ci si accorgerà che un’intesa semplicemente esteriore e “diplomatica” sarebbe illusoria e non potrebbe avere le conseguenze desiderate; per cui bisognerebbe pur venire a ciò da cui normalmente si avrebbe dovuto cominciare, ossia a considerare un accordo in funzione dei principi, accordo la cui condizione necessaria e sufficiente è che i rappresentanti dell’Occidente ritornino ad essere veramente coscienti di questi principi, così come lo sono quelli dell’Oriente. La vera intesa, diciamolo ancora una volta, può compiersi solo dall’alto e dall’interno, quindi nel dominio che può venire chiamato indifferentemente intellettuale o spirituale, per noi i due termini avendo in fondo esattamente lo stesso senso. In seguito, l’intesa partendo da questo punto si svilupperebbe necessariamente anche in tutti gli altri domini, allo stesso modo che, una volta che un principio sia posto, v’è solo da dedurne o “esplicitarne” tutte le conseguenze compresevi. Per tutto ciò, vi è un solo ostacolo: il proselitismo occidentale, che non può decidersi ad ammettere che talvolta si ha bisogno di “alleati” che non siano dei “sudditi”; o, per parlare più esattamente, è il difetto di comprensione di cui il proselitismo non è che uno degli effetti.
    Quest’ostacolo potrà venire sormontato? Se non lo potrà, l’élite, per costituirsi, non dovrà più contare che sugli sforzi di coloro che saranno qualificati a tanto per la loro capacità intellettuale, al di fuori di ogni ambiente definito, e naturalmente bisognerà anche contare sull’aiuto dell’Oriente. L’opera dell’élite sarebbe allora più difficile e la sua azione non potrebbe esercitarsi che a più lunga scadenza, poiché essa dovrebbe crearsi da sé tutti gli strumenti necessari, invece di trovarseli pronti come nell’altro caso. Ma noi non crediamo che per gravi che tali difficoltà siano, esse possano impedire quel che, in un modo o nell’altro, dovrà esser compiuto.
    Onde è opportuno dichiarare ancora questo: già ora nel mondo occidentale sono visibili indici certi di un movimento ancora indeterminato, ma che potrà, anzi in via normale dovrà, condurre alla ricostituzione di una élite intellettuale, a meno che una soluzione violenta della crisi non intervenga troppo rapidamente, ad impedirgli di svilupparsi sino in fondo. Occorre appena dire che la Chiesa, in vista della sua futura funzione, avrebbe tutto l’interesse di portarsi in un qualche modo oltre questo movimento anziché lasciare che esso si compia senza di essa ed esser poi costretta a seguirlo onde conservare una influenza che minaccerebbe di sottrarlesi. Non è necessario porsi da un punto di vista molto alto e arduo per comprendere che, insomma, è la Chiesa che avrebbe i maggiori vantaggi nell’assumere un’attitudine che, d’altronde, lungi dall’esigere da parte sua il menomo compromesso d’ordine dottrinale, avrebbe anzi per risultato lo sbarazzarla da ogni infiltrazione dello spirito moderno e per via della quale nulla verrebbe a modificarsi esternamente. Sarebbe piuttosto paradossale vedere un Cattolicesimo integrale realizzarsi senza il concorso della Chiesa Cattolica, che allora si troverebbe forse nella singolare posizione di dover accettare di esser difesa, contro i più terribili attacchi da essa mai subiti, da persone che i suoi dirigenti, o almeno coloro che essa lascia parlare in loro nome, in un primo tempo avrebbero cercato di squalificare facendoli oggetto delle accuse più infondate. Da parte nostra, ci dispiacerebbe se qualcosa di simile dovesse accadere: ma se si vuole che le cose non giungano fino a tale punto è tempo che coloro che, per la loro posizione, hanno le maggiori responsabilità, agiscano con piena conoscenza di causa e non permettano che tentativi, i quali possono avere conseguenze della massima importanza, rischino di esser frustrati dall’incomprensione o dalla malevolenza di qualche individualità più o meno subalterna, cosa che già si è verificata e che mostra ancora una volta fino a qual punto oggi il disordine regni dappertutto. Noi prevediamo che non ci si sarà affatto grati di tali avvertimenti, da noi dati in piena indipendenza e in un modo del tutto disinteressato; poco importa, e noi non per questo cesseremo di dire quel che deve esser detto, quando occorrerà e nella forma che riterremo più adeguata alle circostanze. Ciò che qui diciamo, è solo la sintesi delle conclusioni da noi tratte da certe “esperienze” assai recenti, fatte, naturalmente, su di un piano puramente intellettuale. Almeno per il momento, non è il caso di entrare, nel riguardo, in dettagli che del resto in sé stessi risulterebbero poco interessanti: ma possiamo affermare che, in quanto precede, non vi è una sola parola scritta senza avervi prima ben riflettuto. A ciò sarebbe perfettamente inutile opporre sottigliezze filosofiche che noi vogliamo ignorare; noi parliamo seriamente di cose serie e non abbiamo tempo da perdere in discussioni verbali che per noi non hanno alcun interesse; e intendiamo tenerci assolutamente fuori da ogni polemica, da ogni disputa di scuola o di partito, allo stesso modo che respingiamo recisamente ogni tentativo di applicare a noi una qualunque etichetta occidentale, non essendovene nessuna che sia al caso. Che ciò piaccia o meno a certuni, così stanno le cose e nulla, nel riguardo, può farci cambiare attitudine.
    Ed ora dobbiamo fare un avvertimento anche a coloro che, per la loro capacità di una comprensione più alta, anche se non per il grado di conoscenza da essi effettivamente raggiunto, sembrano destinati a divenire gli elementi di una possibile élite. è certo che lo spirito moderno, il quale è veramente “diabolico” in ogni senso della parola, cerca con tutti i mezzi d’impedire che questi elementi, oggi isolati e dispersi, giungano alla coesione necessaria per esercitare un’azione reale sulla mentalità generale. Spetta dunque a quelli che più o meno completamente hanno già preso coscienza dello scopo verso il quale debbono tendere i loro sforzi, di non lasciarsi sviare dalle difficoltà che incontreranno, quali esse siano. Per coloro che non sono ancora giunti al punto a partir dal quale un orientamento infallibile non permette più di scostarsi dalla retta via, son sempre da temersi le deviazioni più gravi: la massima prudenza è dunque necessaria, e noi vorremmo anzi dire che essa deve spingersi fino alla diffidenza, poiché l'”avversario”, che fino a quel punto non sarà ancora definitivamente vinto, sa assumere le forme più varie e talvolta più inattese. Accade spesso che quelli che credono di essere sfuggiti al “materialismo” moderno siano captati da cose che, pur sembrando opporsi ad esso, in realtà sono dello stesso ordine. Data la loro conformazione mentale, a tale riguardo occorre mettere specialmente in guardia gli Occidentali contro la suggestione che su di essi possono esercitare “fenomeni” più o meno straordinari. Da ciò derivano in massima parte gli errori “neo-spiritualisti” e si può prevedere che questo pericolo si accentuerà, le forze oscure che alimentano il disordine attuale trovando qui uno dei loro più potenti mezzi d’azione.
    è perfino probabile che noi non si sia più tanto lontani dall’epoca cui si riferisce questa predizione evangelica, già da noi altrove ricordata: “Sorgeranno dei falsi Cristi e dei falsi profeti, che faranno grandi prodigi e cose stupefacenti, fino a sedurre, se fosse possibile, gli stessi eletti”.
    Gli “eletti” sono, come la parola lo indica, coloro che fan parte dell’élite intesa nella pienezza del suo vero senso: per questo – diciamolo in tale occasione – noi abbiamo usato il termine malgrado l’abuso che di esso fa il mondo “profano”. Se costoro, per via della “realizzazione” interiore a cui sono giunti, non possono più venir sedotti, le cose vanno diversamente per quelli che, non avendo ancora che alcune possibilità di conoscenza, sono propriamente soltanto i “chiamati”; onde l’Evangelo dice che “molti saranno i chiamati, ma pochi gli eletti”. Noi entriamo in un’epoca in cui sarà particolarmente difficile “distinguere il grano dalla mala erba”, effettuare realmente quel che i teologi chiamano “la discriminazione degli spiriti”; ciò, per via di manifestazioni disordinate che s’intensificheranno e moltiplicheranno, e altresì per via del difetto di vera conoscenza in coloro, la funzione normale dei quali dovrebbe essere di guidare gli altri, mentre oggi troppo spesso non sono che delle “guide cieche”. Si vedrà allora se, in tali condizioni, le sottigliezze dialettiche saranno di una qualche utilità, e se una “filosofia”, sia anche la migliore possibile, basterà per arrestare lo scatenamento delle “potenze infernali”. Questa è un’altra ancora delle illusioni da cui alcuni debbono guardarsi; poiché vi sono troppe persone le quali, ignorando che cosa sia l’intellettualità pura, si imaginano che una conoscenza semplicemente filosofica, la quale, perfino nel migliore dei casi, è appena un’ombra della vera conoscenza, sia capace di rimediare a tutto e di attuare la rettificazione della mentalità contemporanea; allo stesso modo che vi sono altri che credono di trovare nella stessa scienza moderna un mezzo per innalzarsi a delle verità superiori, laddove questa scienza si fonda proprio sulla negazione di tali verità. Tutte queste illusioni sono altrettante cause di sviamento; una quantità di sforzi ne resta dissipata in pura perdita; ed è così che molti fra quelli che oggi vorrebbero sinceramente reagire contro lo spirito moderno sono ridotti all’impotenza, perché, non avendo saputo trovare i principi fondamentali senza di cui ogni azione è assolutamente vana, essi si lasciano trascinare in vicoli ciechi, dai quali non possono più uscire.
    Coloro che riusciranno a vincere tutti questi ostacoli e a trionfare dell’ostilità di un ambiente opposto ad ogni spiritualità, saranno senza dubbio pochi; ma, ancora una volta, non è il numero che qui importa, poiché qui siamo in un campo le cui leggi sono affatto diverse da quelle della materia. Non vi è dunque ragione di disperare; e quand’anche non si potesse sperare di raggiungere un risultato sensibile prima che il mondo moderno precipiti, questo non sarebbe un motivo per non cominciare un’opera la cui portata reale va ben oltre l’epoca attuale. Coloro che fossero tentati di cedere allo scoraggiamento debbono pensare che nulla di quanto viene compiuto in quest’ordine può mai andar perduto; che il disordine, l’errore e l’oscurità possono trionfare solo in apparenza e in modo affatto momentaneo; che tutti gli squilibri parziali e transitori debbono necessariamente concorrere alla costituzione del grande equilibrio totale e che nulla potrà mai prevalere in modo definitivo contro la potenza della verità: la loro divisa sia quella adottata in altri tempi da certe organizzazioni iniziatiche dell’Occidente: Vincit omnia Veritas.
    ————————–

    R. Guenon Oriente e Occidente
    Aggiunta (1948)

    Crediamo che nessuno possa contestare che dal giorno in cui questo libro fu scritto (1) la situazione è più che mai peggiorata, non soltanto in Occidente ma in tutto il mondo, sola cosa da attendersi quando non si fosse verificato un ristabilimento dell’ordine nel senso da noi indicato; d’altra parte, ed è pressoché superfluo dirlo, non ci siamo mai aspettati che tale ristabilimento dell’ordine potesse effettuarsi in così breve tempo. Bisogna tuttavia dire che il disordine è andato aggravandosi in modo ancora più rapido di quanto si sarebbe potuto prevedere, e di ciò bisogna tener conto, anche se non influisce per nulla sulle conclusioni da noi formulate.

    In Occidente, il disordine in tutti i campi è diventato così evidente, che sempre più numerosi sono coloro che cominciano a mettere in dubbio il valore della civiltà moderna. Ma, benché si tratti di un segno in un certo qual modo favorevole, il risultato ottenuto non rimane con ciò meno puramente negativo; molti emettono eccellenti critiche sul presente stato di cose, ma non sanno praticamente quale rimedio porvi, e di quel che suggeriscono nulla va oltre il livello delle contingenze, per cui tutto ciò rimane manifestamente privo di ogni efficacia. Da parte nostra non possiamo se non ripetere che l’unico vero rimedio consiste in una restaurazione dell’intellettualità pura; purtroppo da questo punto di vista le probabilità di una reazione che provenga dall’Occidente in quanto tale sembrano diminuire ogni giorno di più, giacché quel che di tradizionale rimane in Occidente è sempre più contaminato dalla mentalità moderna, e di conseguenza sempre meno atto a costituire un solido fondamento per una tale restaurazione; cosicché, senza escludere nessuna delle possibilità che ancora possono esistere, pare più che mai verosimile che l’Oriente debba intervenire più o meno direttamente, nel modo da noi esposto, se un giorno o l’altro questa restaurazione dovrà realizzarsi.

    D’altra parte, per quanto riguarda l’Oriente, dobbiamo convenire che i danni causati dalla modernizzazione sono andati considerevolmente aumentando, almeno dal punto dì vista esteriore; nelle regioni che più a lungo vi avevano resistito, il cambiamento sembra ormai effettuarsi a ritmo accelerato; l’India stessa ne è un esempio caratteristico. Tuttavia nulla di tutto ciò ha ancora raggiunto il cuore della Tradizione: dal nostro punto di vista, questa è la sola cosa che importi, e sarebbe senza dubbio errato attribuire un’importanza eccessiva ad apparenze che possono essere soltanto transitorie; ad ogni modo, è sufficiente che il punto di vista tradizionale, con tutto ciò che esso comporta, sia integralmente preservato in Oriente in qualche luogo inaccessibile all’agitazione della nostra epoca. E inoltre non bisogna dimenticare come in realtà tutto quel che è moderno, anche in Oriente, non sia che il segno dell’invadenza della mentalità occidentale; l’Oriente vero, l’unico che meriti realmente tale nome, è e sarà sempre l’Oriente tradizionale, quand’anche i suoi rappresentati siano ridotti a non essere più che una minoranza, ciò che attualmente è ancora ben lungi dall’esser vero. è di questo Oriente che noi intendiamo parlare, così come, parlando dell’Occidente, ci riferiamo alla mentalità occidentale, e cioè alla mentalità moderna e antitradizionale, in qualunque luogo si possa trovare: di fatto, quella che prendiamo in considerazione è prima di tutto l’opposizione di questi due punti di vista, e non semplicemente quella di due termini geografici.

    Approfitteremo infine di quest’occasione per aggiungere che siamo più che mai inclini a considerare lo spirito tradizionale, in quanto ancora vivente, come rimasto intatto unicamente nelle sue forme orientali. Se l’Occidente possiede ancora in se stesso i mezzi per ritornare alla propria tradizione e restaurarla pienamente, sta ad esso provarlo. Nell’attesa, siamo obbligati a dichiarare che finora non abbiamo rilevato il minimo indizio che ci autorizzi a supporre che l’Occidente, abbandonato a se stesso, sia realmente in grado di portare a termine questo compito, qualunque sia la forza con cui s’imponga ad esso l’idea della sua necessità.

    Note
    1. 1924

  2. E’ terrificante ! Da sempre la massa proletaria (si puo’ dire ?) Compra qualsiasi rivista dove compaiono questi signori, a partire da Soraya (la principessa triste) a Diana la principessa troia.
    Una volta i re, pardon, i Re, accoglievano gli ospiti altolocati mentre stavano al cesso a defecare, qualche progresso c’e’ stato, dai !

    • Per Marco Fabbry

      Ringrazio per la segnalazione. Ulteriore prova, questa, che c’è un piano criminale, scientemente stabilito, per la sostituzione delle popolazioni (e la distruzione della famiglia) messo in atto dai collaborazionisti subpolitici europoidi.
      Quando si sente parlare qualcuno di “società aperta”, “diritti umani”, “accoglienza”, “unioni gay”, bisognerebbe tirare fuori la pistola e sparargli immediatamente alla testa …

      Cari saluti

      Eugenio Orso

  3. Tu in conclusione scrivi:

    “La massa è inerte. Se la verità rende liberi, essa libera solo pochissimi di noi.” _ Concordo, la ritengo una verità.

    “Non ci serve, quindi, un trattato o un saggio che la disveli, questa maledetta verità, ma un eroe … Ma dove trovare un simile individuo, più metafora che uomo?”

    Io credo che la massa, il gregariato, si sia creata, nel corso della civilizzazione, grazie anche e sopratuttto alla figura degli eroi, dei condottieri, del duce di turno.

    Il gregario non è più un individuo e nel modo di produzione industriale si riproduce come merce, come reificazione del soggetto.

    Non capisco di che proposito sei? Ci vuole l’ennesimo “conducator”, l’ennesimo duce o “caro leader”?

    Tu non credi che sia meglio ripartire dall’autodeterminazione degli individui? Di soppiantare questo modo di produzione ripartendo dalla piena autonomia degli individui?

    • Per Loris

      Convengo sul merito, cioè sulla manipolazione delle masse dominate per renderle adatte a vivere, abbassando la testa, in un determinato modo di produzione e in un ordine sociale conseguente, storicamente affermatosi.
      Nel modo di produzione feudale, ad esempio, la religione cristiana era uno strumento di potere delle due classi dominanti (clero e nobiltà di spada) sul popolo lavoratore, per mantenerlo all’interno del sistema di allora senza scossoni sociali e rivolte sanguinose.
      In quello che io chiamo il capitalismo “del secondo millennio” gli strumenti di manipolazione di massa sono diventati più numerosi, efficaci e “avanzati” dal punto di vista scientifico.
      E’ oggi, però, sotto il giogo del neocapitalismo a vocazione finanziaria, che la manipolazione dei dominati raggiunge il suo culmine e la maggior efficienza/efficacia (lo possiamo costatare ogni giorno, nel quotidiano).
      Le figure degli “eroi”, “condottieri”, “duci” sono cambiate nel corso dei secoli, ma è chiaro che a loro si sommano altri, potenti strumenti di manipolazione massiva.

      Per le domande che poni e i dubbi che sollevi alla fine, potrebbe risponderti direttamente Alceste ….

      Cari saluti

      Eugenio Orso

    • Per Loris:

      Non intendo necessariamente un duce, o una guida politica (anche se un Putin ci farebbe comodo). Servirebbe più un simbolo, una metafora, uno shock culturale. O un evento. “Qualcosa” che testimoni immediatamente alla massa (senza ricorso alla ragione) ciò che oggi sappiamo in pochi. Che inneschi istinti di sopravvivenza sopiti.
      Una Bernadette antieuropeista, un Padre Pio anti Juncker, la scoperta di una rete pedofila con sede nel parlamento di Bruxelles …

      • Mi sembra la prima volta che Alceste ricorre a qualche santo. Era ora, che Dio lo benedica. Anch’io, nel mio piccolo, non vedo alternative ad un intervento ultraterreno. D’altra parte, questa è anche l’unica certezza. Ma noi non ci saremo. Non in carne ed ossa, almeno.

        P.S. Voglio bene ad Alceste da quando gli ho visto scrivere la doppia ‘i’ col circonflesso.

  4. L’articolo inquadra in maniera molto chiara come la propaganda sfrutti le leve irrazionali del pubblico per veicolarne le opinioni. Anche Noam Chomsky a suo tempo ha parlato diffusamente delle mistificazioni mediatiche. Condivido in generale anche le critiche rivolte alle modalità comunicative della controinformazione.
    Tuttavia ci sono due punti che vorrei sottolineare. Il primo è che, specialmente in fondo all’articolo, l’autore compie una netta dicotomia tra “noi” e la massa. Quale sarebbe questa verità che “noi” menti illuminate possediamo che dovremmo mostrare al popolo bue? Lo dico senza falsa ironia, ma a me sembra che il primo problema della controinformazione sia quello di non possedere una struttura di pensiero ben definita e seriamente alternativa rispetto alle forme di pensiero predominanti. Questo vale sul piano economico ma anche e soprattutto su quello culturale. Il secondo punto invece riguarda la necessità di mostrare la via alle masse ignoranti. Anche facendo un excursus storico credo ogni tentativo in tal senso sia sostanzialmente impossibile, oltre che inutile. La stragrande maggioranza della popolazione non vuole avere gli strumenti cognitivi per adottare il pensiero critico, figuriamoci per ideare un modello alternativo. E’ questo secondo me il motivo principale per cui la democrazia non funziona.

    • Per Aleksei Trishin

      Mi inserisco nel discorso, per le interessanti questioni sollevate nel commento.
      Come sappiamo, le Rivoluzioni non le fanno le masse – grave errore pensare che partano dal basso! – ma nuove élite e quadri (rivoluzionari) più vicini alle reali esigenze del “popolo bue”.
      Infatti, la Rivoluzione dell’Ottobre Rosso è opera di un partito “dei rivoluzionari di professione” guidato da Lenin, non dello spontaneismo dei poverissimi mugiki, che rappresentavano la grande parte del proletariato in una Russia semi-feudale.
      “Quale sarebbe questa verità?” … Qui, verità la interpreto come programma alternativo a quello imposto dalle élite neocapitaliste, se non, addirittura, come alternativa di civiltà.
      Oggi manca un siffatto programma, con contenuti rivoluzionari, e, semmai, dominano le false alternative e i falsi movimenti (“populisti”) creati dal sistema (rivoluzioni colorate e posticce, eterodirette, Indignados, Nuit Debout, il subdolo “esperto” di disobbedienza civile e filosofo Gene Shrap e l’Albert Einstein Institution, eccetera).
      Il sistema ha occupato anche i sempre più ridotti spazi extrasistemici, dove l’alternativa, e il programma rivoluzionario, dovrebbero maturare e crescere.
      Il motivo principale per cui la democrazia non funziona non è l’insipienza della stragrande maggioranza del “volgo” (oggi neoplebi precarizzate e flessibilizzate), che non vuole dotarsi di strumenti cognitivi per adottare il pensiero critico. Anzi, la democrazia – liberale! L’unica applicata, il resto son sogni e fiabe per anime belle – funziona benissimo, trattandosi di uno strumento di dominazione delle élite (lo vediamo nell’eurolager, con i Monti, i Renzi, gli Tsipras, i Papademos, eccetera) che esclude subdolamente la cosiddetta volontà popolare e, com’è ormai chiaro, offre un ottimo mascheramento al mercato sovrano.

      Cari saluti

      Eugenio Orso

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