I Cowboy e la mandria dei migranti di Eugenio Orso

Mi tornano alla mente le immagini di una bellissima  pellicola, di quelle che solo Hollywood sapeva fare, con un titolo vocativo d’avventure, sparatorie, praterie insidiose, rischiose puntate in Messico, spingendo sulle piste, per centinaia di miglia fra la polvere e gli spari, le grandi  mandrie di vacche.

Cowboy è un film del lontano 1958, per la regia di Delmer Daves, interpretato dal grande Glenn Ford e da un giovane ma eccezionale Jack Lemmon. Del gigante del western Glenn Ford, americano “di frontiera” fino al midollo, ricordiamo l’indimenticabile pellicola Quel treno per Yuma (3:10 to Yuma), anche questa diretta da Delmer Davis, e del più giovane ma altrettanto bravo Jack Lemmon, oltre al celeberrimo A qualcuno piace caldo accanto a Marilyn Monroe, il film Americani del 1992, l’ultimo da lui interpretato, in cui emerge tutto il feroce darwinismo sociale della società a stelle e strisce, in una competizione all’ultimo sangue fra gli individui sul posto di lavoro, per il “successo” e le Cadillac.

Un percorso insidioso, quello del western di Delmer Daves, da Chicago al Messico con il bestiame scalpitante, e poi il ritorno, dopo aver intascato i soldi e contato i morti. Il giovane Jack Lemmon/ Frank Harris, nel lungo percorso, cambia completamente, adattandosi alla dura vita del Cowboy e diventando cinico, spietato, determinato molto più del suo socio, ossia l’inimitabile Glenn Ford/ Tom Reese.

Dove voglio arrivare, scomodando la vecchia Hollywood e i leggendari Cowboy, un po’ fuori moda con le loro mandrie bovine, le colt e i fagioli in scatola, mangiati intorno ai fuochi del bivacco, in rapporto ai grandi flussi migratori che oggi investono l’Europa?

Facile da capire, perché il cinema americano non è e non è stato, almeno fin dagli anni cinquanta, puro intrattenimento per ceti medi in relax, ma un formidabile veicolo di propaganda, che talora ci rivela – leggendo fra le righe, oltre i trucchi e le apparenze cinematografiche ­– il funzionamento di un intero sistema di potere. Fatta questa debita premessa, procediamo con l’analisi, senza colpevolizzare troppo i defunti Glenn Ford e Jack Lemmon, grandi attori del passato per i quali riconfermo la mia stima.

Cosa facevano i Cowboy, quelli veri e quelli cinematografici come Ford e Lemmon? Spingevano la mandria caparbiamente per miglia, con le armi in pugno, affrontando indiani e altri figuri, riunendo i bovini con le buone o le cattive nel caso si disperdessero, e cercavano di far arrivare a destinazione i capi per trarne il maggior profitto possibile. Poi festeggiavano e si ubriacavano, in alberghi e saloon, pronti per altre, emozionanti avventure. Il denaro lo sperperavano, non con artefatti prodotti della finanza di rapina, che erano di là a venire ai tempi dell’epopea western, ma con il poker, sui tavoli da gioco, certi che di risorse ne sarebbero arrivate altre, in futuro, spingendo a destinazione mandrie sempre più numerose. Esattamente quel che sta accadendo oggi con le masse di profughi dall’Asia e dall’Africa, che arrivano attraversando il Mediterraneo centrale, quello orientale e la Turchia. C’è qualcuno che spinge queste grandi mandrie umane – perché purtroppo tali sono – nei “ranch” del vecchio continente e di sicuro non lo fa per garantire ai “capi di bestiame” una vita migliore, ad esempio un lavoro ben pagato nell’industria automobilistica tedesca, o in quella svedese, ma per il suo personale tornaconto, per il profitto e il potere.

Il parallelo che ho fatto non è azzardato o stravagante, poiché gli attuali “cowboy” fanno la faccia dura più degli originali, urlano e sparano intimorendo e radunando il bestiame umano da spostare da un continente all’altro. Solo che oggi ci si vale, non di avventurosi cavalieri con la pistola e il lazo ma di autentiche organizzazioni criminali e di spazzatura mercenaria (in grande prevalenza islamosunnite), tenute in vita e alimentate con armi e soldi anche per questo scopo. Così lo stato islamico, al-nusra, i salafiti e boko haram. Non importa quanti “capi” si perdono, in questo epocale spostamento di umani trattati come mandrie bovine, perché moltissimi arriveranno a destinazione, garantendo il risultato. Se poi si mettono di traverso gli “indiani”, che nel nostro caso potrebbero essere i russi, sconvolgendo i piani dei manovratori in Siria, allora si starnazza che è necessario difendere i “cowboy” in questione, detti ironicamente “ribelli moderati”, porgendogli se necessario un aiuto militare diretto (con annesso pericolo di guerra mondiale, non a puntate).

Ragioniamoci su ancora per un attimo. Quando si rischiava che un grande Corral (recinto per il bestiame) restasse vuoto, si trasferivano lì senza tanti complimenti le mandrie, in attesa di utilizzarle, di venderle o di trasferirle altrove, ancor più lontano. Nella peggiore ipotesi, si rubavano le mandrie degli altri, armi in pugno. Così, la vecchia Europa sempre meno benestante, ma in pieno sboom demografico rischia di diventare, nel giro di qualche decennio, un Corral semivuoto, nonostante lo storico marchio. Allora non resta che sospingere il bestiame umano, radunato in altri continenti con le buone, ma più spesso con le cattive, verso il recinto europeo. Ecco che arrivano le mandrie di profughi siriani, afghani, irakeni, nigeriani e altro “bestiame” ancora, in fuga dalla guerra e dai disastri socio-economici provocati ad arte, con cinismo criminale.

Sembra che i manovratori di Barack Obama e del pentagono, onnipotenti quanto i baroni-banditi dei ranch western, approfittino delle guerre che loro stessi hanno scatenato, per non perdere la presa sul mondo e commissionino ai loro tributari – Erdogan, i fantocci libici, i malviventi che controllano il giro degli scafisti, lo stesso Obama – mandrie di bestiame umano per ripopolare quel grande ranch che è l’Europa. Distruggendo nel vecchio continente il tessuto comunitario e l’identità culturale (già compromessi dal neoliberismo, l’euro, il “progetto unionista”), lo stato sociale e i diritti dei lavoratori, tutte “resistenze al cambiamento” globalista da debellare, perché d’ostacolo ai piani dei nuovi baroni-banditi.

Che costoro abbiano visto il bel film Cowboy di Delmer Daves – in cui Glenn Ford (Tom) e Jack Lemmon (Frank) spingevano con i loro mandriani migliaia di vacche da Chicago al Messico – prendendone spunto? Ironia a parte, fuor di metafora e allegoria, non c’è dubbio che i profughi, a milioni, sono trattati come bestiame, a riprova che il capitale non distingue fra uomini e bestie, perseguendo fino in fondo i propri scopi. Del resto, capitale deriva dal latino capita, singolare caput, che significa testa o capo.

I numerosi capi di bestiame umano che oggi arrivano in Europa possono essere molto utili al capitale, e soprattutto a chi lo detiene, sostituendo popolazioni in declino, offrendo forza lavoro senza pretese, o addirittura semi-schiava. Largo, quindi, ai nuovi cowboy dalla faccia feroce e alla loro mandria di migranti, certi che prima o poi ci travolgeranno.

I Cowboy e la mandria dei migranti di Eugenio Orsoultima modifica: 2015-10-04T15:24:20+02:00da derosse
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2 pensieri su “I Cowboy e la mandria dei migranti di Eugenio Orso

    • Per Marco Zorzi

      Purtroppo i film americani contengono l’immagine del nostro futuro … al posto dei bovini gli umani, ma restano i cowboy.

      Cari saluti

      Eugenio Orso

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