L’UNESCO comanda, il Barolo è servito [Il Poliscriba]

Mi rifaccio all’esaustivo articolo sul merdaviglioso mondo della TVbizarre via cavo oral/anale, descritta, circoscritta e inscritta nel ventre/cervello dei telerimboniti da Eugenio Orso, FINE LIVING?

Partiamo dall’UNESCO.

Non vi farò la lezioncina sulla storia dell’organizzazione che difende questo e quello, perché si trovano ampi riferimenti nella blogosfera, per chi se li vuole cercare.
In sintesi è un Cavallo di Troia quanto la FIFA calcistica o il baraccone delle Olimpiadi.

Sappiate solo che, quando questi enormi enti sovragovernativi decidono di muoversi per lo spaziotempo globale, riescono a scardinare ogni barriera culturale, etnica, religiosa, geografica che trovano sul loro dirompente cammino di inclusione/omologazione, lasciando dietro  il nulla.

Un nulla fatto di introiti a 6, 8, 10 zeri, costellato dalle bandierine bianco-azzurre ficcate sul dorso della terra, come si confaceva ai pionieri che devastavano le vergini terre americane, raffiguranti il Partenone di Atene (sic!).

Un vuoto istituzionale divoradollari, che non difende niente (nessun cordone protettivo nei siti archeologici devastati dagli jihadisti, solo sterile indignazione mediatica), il cui primo direttore nel 1946 fu tale Julian Huxley, fratello del più noto Aldous Huxley, scrittore inglese delle cui opere letterarie, Il mondo nuovo e Ritorno al mondo nuovo, ad esempio, si è parlato e straparlato negli ultimi 70 anni.

Entrambi di formazione scientifica, i fratelli Huxley hanno sempre propugnato in lungo e in largo, lautamente finanziati da quelli che contano nella City di Londra, il darwinismo sociale; leggi Ingegneria Sociale del controllo.

Entriamo nel nocciolo, anzi nella nocciola Piemonte.

Le Langhe piemontesi rappresentano uno dei miracoli economici del nostro italico borgo natio e selvaggio, direbbe il Leopardi rimasto indenne dallo smacchiamento piddino.
Da luogo sterile falcidiato da fame, povertà e condizioni di vita insalubri, puntualmente narrato dal fu Beppe Fenoglio nelle pagine de’ La Malora, si è trasformato in uno dei luoghi geografici più ricchi del pianeta.

Non vi farò la genesi di questa trasformazione.
Quello che è accaduto nelle Langhe è un caso, non la normalità, e se non fosse stato per una certa caparbia, tipica dei piemontesi cosiddetti “testun”, oltre che “bogia nen”, (irremovibili), oggi non potremmo parlare di Ferrero, Nocciola IGP e soprattutto di Barolo.

Qatar, 25 giugno 2014:

Nella riunione del Comitato del Patrimonio Mondiale che si è tenuto a Doha in Qatar dal 15 al 25 giugno 2014 i Paesaggi Vitivinicoli di Langhe-Roero e Monferrato sono stati riconosciuti come parte integrante del Patrimonio Mondiale, attribuendo l’eccezionale valore universale al paesaggio culturale piemontese.
L’iscrizione del sito alla World Heritage List porta l’Italia al 50° sito nazionale riconosciuto dall’UNESCO, una sfida importante per la nazione e, in particolar modo, per il Piemonte che oggi ha l’occasione di mettere in luce agli occhi del mondo intero le sue bellezze, i suoi paesaggi, i suoi valori storico-culturali. 

Questa è la notizia foriera di guai che si stanno abbattendo tra le verdi colline trapuntate di vigne.
Vi sembrerò matto, ma nelle Langhe ci vivo da un pezzo e di gente, per lo più viticoltori, ne ho conosciuti e ascoltati parecchi, di ogni età.

Il paradiso Ferrero regge ancora, se così lo vogliamo definire.
La Ferrero è il vero patrimonio dell’umanità, il sangue, per i langaroli.
Si, perché, fin dagli esordi nel cuore delle Langhe, l’industria trasformatrice di cioccolato e nocciole IGP, è stato il fulcro su cui si è fondata la ricchezza e il benessere di quella che fu Alba Longa (antico insediamento romano) e dei paesi satelliti.
Stiamo ancora parlando di industria, di economia reale, (non giudico la bontà o meno dei prodotti) anche se delocalizzazioni amministrative e non produttive ci sono state e avverranno (se non ora quando?) visti i recenti lutti che hanno colpito casa Ferrero.

Credere che un paesaggio vitivinicolo sia stato creato dal nulla interamente dai fondi agricoli europei e nazionali a fondo perduto, è una baggianata.

La Ferrero ha attratto quei fondi e gli investimenti relativi, non certo la volontà del singolo agricoltore.
C’è da aggiungere che il problema della terra arida e della plasmopara viticola, volgarmente chiamata peronospora (agente fitopatogeno), potevano rendere la coltivazione dell’uva un problema insormontabile, abilmente risolto sostituendo la base della vite piemontese di allora, più di un secolo fa, con il resistente piede di vite americana, sul quale è stata innestata la vite nostrana, quella dei vini sabaudi che tutto il mondo apprezza, tranne la Francia, che sta in cima alla lista degli invidiosi.
Il tutto grazie alla vendita diretta delle nocciole alla Ferrero da parte dei contadini,  che hanno scambiato il pregiato prodotto agricolo con posti di lavoro assicurati ai figli  e ai nipoti e forse alle generazioni future.

C’è un però, come tutte le fatate storie.

Tralasciando l’atavico scontro politico dessinistra, tra Torino e La Granda, come si chiama l’area geografica che si estende tra Bra e Cuneo, interessando una popolazione di oltre 500mila abitanti – scontro che ha reso impossibile il completamento dell’arteria stradale a veloce scorrimento, l’interminabile Asti-Cuneo incominciata più di 20 anni fa, che tutto doveva unire ma che Fiat e comunisti non hanno voluto benedire (che visione corta e demenziale!) – possiamo con certezza affermare che l’UNESCO ha solo dato l’occasione a chi i soldi li aveva, di creare una bolla speculativa sul vino, questa sì in stile Borgogna francese, che affosserà una delle poche economie italiane che funzionavano, ma solluccherà il palato dei nostri dominatori.

Dominatori che devono distinguersi dai dominati sempre di più, soprattutto sul piano enogastronomico, fino a quando, come narra la profetica pellicola di 2022 i sopravvissuti, gli orrori da gustare saremo noi e non gli scarafaggi fritti della Cambogia ingollati da Andrew Zimmern.

Chi ha voluto questa etichetta di Patrimonio dell’Umanità?

Ma i produttori di Barolo, che domande!, quelli che se ne fottono beatamente della cultura, della storia, della letteratura e dei buonismi vari che dovrebbero restituire un’immagine del premiato paesaggio vitivinicolo Langhe-Roero e Monferrato, variegata alla granella di nocciola, accompagnata da vino chinato e dalla lettura di storie di ordinaria imperialità romana e di Resistenza contro i krukki.

Altro che krukki, qui si tratta di Kulaki straricchi che cedono porzioni sempre più vaste del territorio ai miliardari Russi, Cinesi, Angloamericani, Sauditi che sono in grado di acquistare, senza problemi di liquidità, un ettaro di vigna a Barolo spendendo fino a 2 milioni di euro e oltre, facendo elevare i prezzi del vino a dismisura, tanto che a New York, nella brillante Manhattan di Woody Allen, una bottiglia gustata dai luculliani neosuperagiati, può costare fino a 800 dollari! (un’inezia rispetto a un Richbourg  imbottigliato da Henri Jayer nella Côte-d’Or della Borgogna francese che si aggira sui 14000 euro la bottiglia… ma si punta a quelle vette).

E che dire del ritorno in occupazione?

Caporalato in mano ai mercanti di schiavi e permessi di soggiorno lavorativi dell’Est Europa!
Tra le vigne, in questi ultimi giorni di vendemmia, senti parlare in tutte le lingue degli sfruttati, tranne che in italiano.
Mi dice un coltivatore di dolcetto: “Finirà che i padroni saranno loro, (si riferisce a slavi, bulgari, albanesi) che il dolcetto sparirà dai vini venduti all’estero, tutto per i soldi, tutto per l’avidità. I nostri figli non vogliono fare i vignaioli, non vogliono saperne di spezzarsi la schiena, sono trentanni che abbiamo deciso un po’ tutti che conveniva vendere agli stranieri (si riferisce ai paperoni) piuttosto che continuare le tradizioni di famiglia.”

Ma per vendere bene agli stranieri, occorreva entrare nella lista dei paesi baciati dalla Dea Unesco.

In special modo, occorreva uscire dalle secche della crisi immobiliare. 

Terminati i ruderi, i casali già occupati da svizzeri, belgi e olandesi che ne hanno fatto incetta dagli anni ’90 a oggi, e le concessioni edilizie che di norma calano drasticamente con l’ingresso nell’UNESCO, (pena la fuoriuscita dalla rosa delle meraviglie del mondo) non restava altro che cedere la terra e i suoi frutti a prezzi astronomici.

Durante la visita di Alba sotterranea, un giovane archeologo mi ha detto con un filo di disperazione: “Io e alcuni amici ci siamo impegnati privatamente, senza fondi, per mantenere aperti i siti archeologici della città, non so quanto resisteremo, nessuno ci da una mano.”

“E la mitica Banca d’Alba, che fa?” Chiedo io.
Scuotimento di testa del ragazzo e andiamo avanti nella descrizione del Foro e del perfetto decumano che sotto le botole di vetro fa mostra della sua perfezione muraria, stilistica e architettonica.

Sembra una storia incantata del Paese di Cuccagna dell’export.
Sarà vero, non lo sarà, ma quel che resta della Langa di Fenoglio oggi Patrimonio dell’Umanità, l’ho visto in una piccola locanda di Diano d’Alba, mentre cercavo di scegliere un Barbera chinato, vino anch’esso travolto dal ribasso di apprezzamento, dall’ingordigia langhetta: la  foto del Principe Carlo compiaciuto della vigna appena acquistata per conto dei suoi sodali blasonati.

PS. La Gabri e il Saraceno del format “La seconda casa non si scorda mai”, citati nel già citato articolo FINE LIVING? sono transitati nella terra del Barolo insieme ai farlocchi sottopagati attori italiani che fanno finta di essere acquirenti di immobili di pregio.
Infatti, il format, come mi ha confermato uno degli immobiliaristi contattati da Sky tv, è una vetrina esclusiva per il mercato straniero.
L’Italia sta diventando, per lo più, la greppia per palati sottili e portafogli gonfi.

L’UNESCO comanda, il Barolo è servito [Il Poliscriba]ultima modifica: 2015-09-24T14:28:24+02:00da derosse
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3 pensieri su “L’UNESCO comanda, il Barolo è servito [Il Poliscriba]

  1. Bell’articolo, condivisibile in toto.

    La malattia è la “filossera”, che importata dall’Amerika ha ucciso tutte le viti autoctone, che poi sono rinate grazie all’innesto sulla vite americana resistente appunto a questa malattia.
    La peronospora esiste ancora e colpisce oltre la vite una buona parte delle orticole, viene prevenuta con trattamenti a base di rame / ossicloruro di rame, per la goduria delle nostre falde acquifere….

    Saluti

    • Per Jean

      Una sorta di reductio ad unum (non giuridica, ma sostanziale) delle società occidentali. La matrice è sempre e comunque la società di mercato americana e l’ombra di Darwin incombe sul sociale …

      Cari saluti

      Eugenio Orso

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