PERCHE’ L’ASTENSIONISMO È UN FALSO PROBLEMA (Il Poliscriba)

Ho letto recentemente in una bellissima intervista autobiografica di Alain de Benoist una frase di Bergson del 1936 che non conoscevo: “Su dieci errori politici, nove consistono semplicemente nel continuare ancora nel credere vero ciò che ha cessato di esserlo”.
Bisognerebbe ricordarlo ai politologi.
E’ quindi inutile condannare moralisticamente gli astensionisti oppure coloro che si rifugiano nel grillismo ( o Leghismo ndr).
Essi prendono semplicemente atto della radicale inutilità della tensione politica.
Il vero problema, tuttavia, sta nell’immaginare come possa continuare nel tempo e riprodursi una società tenuta insieme soltanto dal legame del mercato, in cui la decisione politica comunitaria ha di fatto cessato di esistere.

Costanzo Preve

A fronte di queste affermazioni decise e prive di dubbio filosofico del poco noto e ancor meno letto filosofo marxista Preve, possiamo senza tema di smentita affondare ancor più il coltello nella ferita insanabile che separa le carni del tessuto sociale da ciò che fu l’espressione politica elettorale, il voto, e dal suo prodotto, la rappresentanza politica stessa.

Tra i nove errori politici declarati dal Bergson, dobbiamo aggiungerci la chiosa del Preve:

Il credere, come puro atto fideistico, che la decisione politica comunitaria continui ad esistere.

Il fatto disgustoso e clientelare filmato dai grillini dinanzi alle sezioni elettorali campane delle ultime regionali, distribuzione di 20 euro per ogni voto a De Luca, è moralmente inaccettabile, ma mercatisticamente coerente.

Una società, che altrimenti sfuggirebbe al voto, si può e si deve comprare.

Ma questo fenomeno non è recente, è sempre stato l’estremo rimedio per cercare di risolvere il male via via estremo del menefreghismo italico alla partecipazione non-utilitaristica del processo democratico.

Si mercanteggiano le elezioni ad ogni grado della scala organizzativa istituzionale, comuni, provincie, regioni, stato, da quando il suffragio universale è stato espropriato del suo valore di diritto liberaldemocratico, per entrare a far parte del cespito burocratico-amministrativo nella sua forma di eguaglianza matematica: 1 testa, 1 voto, 1 affare.

Nessuna novità, nessuno scandalo.

Il mercato ha già fatto scempio della Costituzione, e il broglio elettorale, sintomo di grave leucemia nella esangue circolazione dei votanti alle urne, ne è espressione già dalla Prima Repubblica: è il do ut des (non ti do niente per niente) che ha oliato i meccanismi di produzione e riproduzione del vecchio sistema capitalistico materiale.

Tutto bene finchè ha seminato ricchezza e mantenuto vari apparati (sindacalismo incluso), a fronte di un certo traino economico e valutario, poi, quando la torta del lucro e del benessere si è ridotta, fino all’ultima fettina odierna, la diga è saltata.

Oggi che quel capitalismo si è trasferito altrove, e di esso è rimasto l’immateriale, digitalizzato, ultrafinanziario speculare, anche i teatrini ignobili campani, o gli sciami di presunti vacanzieri astensionisti, sembrano pietose comparsate da psicodramma macchiettistico, una sorta di rabbia melanconica che troverebbe  nella maschera di Pulcinella degna rappresentazione.

Il rifugio nel “populismo” che, a mio avviso, non esiste, è soltanto una comoda eziologia del malessere sociale, è in effetti una reazione difensiva, una ricerca di protezione sociale di natura paternalistica, in sostituzione della disgregazione famigliare, ecclesiastica e partitica di massa dei tempi che furono.

Scopo dei nuovi leader non è appunto politico ma mercantile. Non si vende neanche più un’idea, perché l’ideologia è stata vittima di matricidio e, secondo l’ottima analisi della Klein sui Logo aziendali delle multinazionali, il fine dei nuovi apparatcik è vendere un marchio.

Il PD è o dovrà essere – secondo i suoi “spin-doctor’s”,  manipolatori mentali in neolingua – per i suoi sostenitori affetti da pddiotismo, un Logo svuotato di contenuti politici ma riempito di  rimandi mistico-affettivi. E presto, quando gli elettori scemeranno del tutto, per raggiunti limiti di età e coglioneria, si potrà collocare in Borsa, con l’idea di agganciarne i profitti a fondi pensioni da affiancare a quelle misere elemosine previdenziali che gli stupidi elettori di oggi si ritroveranno nelle tasche di domani. A livello internazionale la sua appetibilità sarà garantita da una rispolverata design, made in Italy e very vintage.

O meglio, la collocazione in Borsa è già avvenuta per tutti i partiti della Prima Repubblica, transitati nella Seconda, quando non erano le facce a rappresentare il potere dei cittadini, ma le banche, gli azionisti, i capitali, la Chiesa e le mafie che effettivamente le eleggevano, imponendole al pubblico sempre più teleidiota.

Il vero problema, che non è la responsabilità morale degli astensionisti che non possono scegliere in un agone politico senza scelta, è che questa Terza Repubblica smaterializza le elezioni, il consenso, il significato della politica comunitaria e la sua tensione, come afferma Preve, ed è pronta, visto il numero sempre crescente della disaffezione ai contenuti dei simboli partitici, a mantenerne in vita il mero Marchio, facendo leva su una nostalgia di appartenenza che, per concretizzarsi in un guadagno, dovrà promettere “favolosi” dividendi,  assumendo la forma della più grande balla del mercato finanziario, montata ad arte nel pieno rispetto dello Schema Stronzi.

Oppure, in perfetto stile magna magna, si voterà pagando un ticket, un’estensione della forma di finanziamento delle primarie PD e dei partiti (mai abolito),  avvalorando la tesi che la privatizzazione delle elezioni sarà l’unico modo per garantire l’elezione stessa, la libertà e il diritto di voto,  e la concorrenza leale tra candidati.

PERCHE’ L’ASTENSIONISMO È UN FALSO PROBLEMA (Il Poliscriba)ultima modifica: 2015-06-04T09:18:43+02:00da derosse
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7 pensieri su “PERCHE’ L’ASTENSIONISMO È UN FALSO PROBLEMA (Il Poliscriba)

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  2. Tutto giusto e, quanto a Preve, lo considero un grande filosofo… mai io sogno il giono in cui qualcuno, senza fronzoli e senza complessi, chiami le masse a rifiutare il voto per delegittimare tutti questi fantocci che si agitano sulla scena.
    So bene che questo non sarebbe sufficiente ma so anche che sarebbe il segnale di inizio della fine di chi sul “voto” (spesso comprato) ha fondato le proprie fortune e l’inganno delle masse.

    • Purtroppo non funzionerebbe nemmeno quello, hanno fatto tre governi senza votare, ne farebbero tranquillamente altri tre…
      Invece una cosa che mi viene spontanea da pensare, è che con il tempo avremo una sempre più persone individualiste, che se ne fotteranno della politica, faranno la porpria vita e cercheranno di magnare più possibile sulle spalle dello stato, senza capire che stanno rubando i soldi dal proprio portafogli.
      Ormai qualunque cosa accada non cambierà di certo il modus operandi di questi soggetti politici, basta vedere come sono sorretti da pura propaganda, peggio di tutte quelle precedenti della storia.

      • Per Jean

        Loro se ne fottono se a votare va solo il 10% del “corpo elettorale”, o anche meno. La truffa è che non c’è quorum per la validità delle elezioni, perché solo il quorum del 50% +1 dei votanti significherebbe che si ha qualche attenzione per la partecipazione, di cui in democrazia ci si riempie solitamente la bocca (vedi piddì fin dalle primarie truccate, i sindacati per avere “democrazia” nelle fabbriche, eccetera). La disgustosa giustificazione liberale per far digerire l’astensionismo è che mentre alcuni votano, esercitando il “diritto-dovere”, altri se ne stanno “alla finestra a guardare”(!), liberi di farlo e di votare, se “liberamente” decideranno, eventualmente la prossima volta … E’ chiaro che si tratta di giustificazioni menzognere che non reggono, davanti alla realtà sociopolitica.

        Cari saluti

        Eugenio Orso

    • Per Stefano

      Siamo tutti contro la liberaldemocrazia parlamentare e i suoi riti, a partire da quello del voto. Per il compianto Costanzo, infatti, il nemico principale sul piano politico era proprio la democrazia liberale fondata sulla cosiddetta rappresentanza, mentre per Lenin, ai suoi tempi, il nemico era il parlamentarismo, allora definibile borghese e imperialista (non ha caso gli ha contrapposto i Soviet. Rileggere il saggio del 1917 noto come “Tesi d’aprile”).

      Cari saluti

      Eugenio Orso

  3. Non importa che i renzi ecc. se ne fottano del non voto anche quando dovesse raggiungere e superare la maggioranza degli aventi diritto.
    L’importante, invece, è che il non voto sia frutto della consapevolezza della gente dell’inutilità di andare a votare.
    Quando finalmente le persone raggiungessero questa consapevolezza (e la stanno raggiungendo…sebbene per motivazioni diverse, suonerebbe la campana a morto per tutti questi burattini al governo.
    Perciò il “non voto” certamente non avrebbe un effetto immediato a livello parlamentare, istituzionale, ma metterebbe in moto delle dinamiche nuove che affosserebbero prima o poi questo sistema.

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