Una bella vetrinetta in pieno centro (di Alceste)

Una bella vetrinetta in pieno centro. Eccoli li, Hitler e Mussolini in automobile. Labari con svastica, ancora Hitler in varie pose, qualche gerarca nazista che non mi premuro di identificare. Dalla parte opposta della strada, fra puzzo di orina e DVD pornografici di varia inclinazione, calendari di Benito Mussolini, libri editi durante il Ventennio, materiale celebrativo e agiografico del colonialismo.

Domande alle scolaresche italiane.

L’attacco di Via Rasella nel 1944 da chi fu compiuto?
Risposta di una larga parte: dalle Brigate Rosse.
La Triplice Alleanza?
Stati Uniti, Inghilterra, Francia, Germania, Spagna …
E l’Impero d’Austria e Ungheria? Sì, anche quello, con cautela …

D’altra parte, perché no?

Risposta che fa il paio con John Belushi in Animal house; per risollevare il morale della confraternita universitaria egli si lancia in un discorso patriottico: “Animo! Dobbiamo reagire, come i nostri padri! Come quando i Tedeschi attaccarono Pearl Harbour …”

Dialogo con un conoscente:
Io: Non sembra corretto chiedere ai testimoni se qualcuno ricorda Bossetti nei pressi della zona del delitto … il volto è ormai familiare, si rischia un sì schiacciante, come con Valpreda.
Egli: Che Valpreda?
Io: Quando ci fu il riconoscimento da parte dei testimoni misero Valpreda (spettinato e in disordine) assieme a quattro funzionari in giacca e cravatta … Ovviamente la gente riconobbe lui e soltanto lui …
Egli: E va bene, tanto era lui …

A un quiz.
“Cara signora, allora, il primo articolo della Costituzione è: l’Italia è una Repubblica fondata sul ??” … “Sulla famiglia!”
Risposta non del tutto inaccurata …

Il passato come un fondale indistinto in cui tutti i personaggi sono intercambiabili e non passibili di giudizio: un’ammucchiata goliardica di personaggi come nell’interno della copertina di Sgt. Pepper’s lonely hearts club band dei Beatles.

Il proprietario di un mercatino nella mia zona  teneva in vetrina alcuni soldatini d’epoca (anni Trenta): raffiguravano militi nazisti col braccio teso o col panzerfaust spianato verso un immaginario nemico oppure latori di una bandiera con svastica che sventolava immobile sulle onde di un vento inesistente: giocattoli della Hitler-Jugend.

“C’è mercato per questa roba?” dico. “Assolutamente sì. Vanno a ruba … prima era difficile trovarli. Poi un rigattiere tedesco, entrato in una cantina per ripulirla del ciarpame, si è trovato sottomano tutta la collezione (intonsa!) della Hitler-Jugend. Ancora imballata. Perfetta. Di solito ogni soldatino è marchiato dall’uso, ma non in quel caso. Ha rivenduto centinaia di pezzi a decine di migliaia di euro: alla convention presso il suo stand c’era la fila … l’invasione ha un po’ ridimensionato i prezzi, ma è un prodotto che non tramonta mai …”.
Pare che il pezzo più ambito sia Hitler che sventola un labaro nazionalsocialista.

Senza passato e ridotti a entità individuali. Puri consumatori. Alla maggioranza sembra stare bene. Perché no? dicono. Già: perché no?
All’uopo sono stati annichiliti tutti gli spazi di socialità.
Si rileva unicamente come individui. Se più uomini si associano sono subito visti con sospetto. La voglia di socialità deve essere combattuta con ogni accortezza e astuzia.

Rigurgiti fascisti. Ma quali rigurgiti! I fascismi storici sono sepolti.
Altro sono le pulsioni fasciste. Quelle si ricreeranno, ancora, e troveranno altre forme e abiti; non certo queste.
Cosa vedo nelle svastiche e nei calendari mussoliniani?
Disperazione.
Non nego una patina nostalgica, no.
Ma questi afflati sono richieste di socialità, di cameratismo, di gruppo, di fratellanza in cui confidare; di lealtà; di protezione.
Come le magliette in cui si inneggia a un camorrista, a Carlito Brigante, a comportamenti fuorilegge, alla necrofilia di un gruppo heavy metal; e poi il tribalismo dei tatuaggi, dei monili, della convivialità orgiastica.

Il passato e i padri non insegnano più, non danno lezioni di vita e la solidarietà e la socialità sono ormai bandite o scomparse dai consueti ambiti (parrocchia, partito, sindacato, associazionismo). Che fare? Ci si rifugia nelle entità sovraindividuali più vicine: il familismo esasperato, il piccolo crimine organizzato, il tifo, il cameratismo paramilitare, vetuste ideologie politiche. Ai funerali di Ciro Esposito lo Stato non era gradito: giusto, dato che lo Stato non esiste più se non come nemico. Vi era il surrogato dello Stato: i tifosi e i compagni, unici veri fratelli nell’immaginario popolare ormai dilagante – un immaginario che cerca di riguadagnare disperato una tradizione, un passato e un’identità: qualsiasi passato e qualsiasi identità, a qualsiasi costo.

Una bella vetrinetta in pieno centro (di Alceste)ultima modifica: 2015-01-16T14:47:04+01:00da derosse
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3 pensieri su “Una bella vetrinetta in pieno centro (di Alceste)

  1. Questo libro è innanzitutto la storia di un uomo, di un uomo che passò la maggior parte della propria vita in Europa occidentale nella seconda metà del Ventesimo Secolo.

    Perlopiù solo, egli intrattenne tuttavia saltuari rapporti con altri uomini. Visse in un’epoca infelice e travagliata.
    La nazione che gli aveva dato i natali scivolava lentamente ma inesorabilmente verso la fascia economica delle nazioni di media povertà; sovente incalzati dalla miseria, gli uomini della sua generazione pativano comunque un’esistenza solitaria e astiosa.

    I sentimenti d’amore, di tenerezza e di umana fratellanza erano in gran parte scomparsi; nei loro mutui rapporti, i suoi contemporanei davano assai spesso prova di indifferenza e di crudeltà.

    Michel Houellebecq (Prologo da Le particelle elementari)

    • Per max

      Non ho mai conosciuto, nella mia già lunga esistenza, un’epoca che non fosse, per qualche verso, infelice e travagliata.
      I miei antecessori hanno vissuto la prima e la seconda guerra mondiale, come i tuoi.
      Io non ho vissuto guerre, ovviamente, ma ai tempi della lotta politica, almeno una volta, temo di aver rischiato la pelle. C’erano anche qui morti per le strade, sia pur con il contagocce.
      Altra notazione curiosa, nei primi ottanta, dopo la laurea e prima del posto fisso a vita, partecipando a selezioni del personale in una “primaria compagnia” – dove peraltro erano disposti ad assumermi – mi hanno anche detto che “i tempi sono difficili”. Erano anni, dal punto di vista delle possibilità di lavoro e di reddito, che oggi data la situazione sociale si rimpiangono.
      Certo è, al netto della metafora di Hitler e Hitler stesso, che non sempre i tempi generano gli uomini in grado di affrontarli, come accade a noi oggi …
      Non ho letto Sottomissione di Houellebecq/ Thomas, ma data l’esito – l’islam che domina la Francia – il romanzo dovrebbe mostrare la debolezza estrema della Francia e del vecchio continente, non più padrone del proprio destino e non più in grado di difendersi, infiacchito dalla precedente sottomissione al neocapitalismo e privo di riferimenti più alti.

      Cari saluti

      Eugenio Orso

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