La distrazione dei distretti veneti (Il Poliscriba)

La fisica insegna che la gravità, l’attrazione di due oggetti materiali, risponde alla legge di Newton la cui forza è proporzionale al prodotto delle due masse e inversamente proporzionale al quadrato della loro distanza.

Negli anni ’50 questa teoria è stata applicata allo studio dell’internazionalizzazione delle imprese, il cosiddetto commercio bilaterale tra due paesi; in particolare lo studio riguardava, negli USA, l’analisi anticipata di quelli che sarebbero dovuti essere i successivi rapporti economici con il Messico, primo vero esperimento di delocalizzazione massiccia di know-how tecnico-produttivo nella storia della globalizzazione contemporanea.

Perché Newton?

Perché si è scelto quali paesi, con quale massa di popolazione e distanza in chilometri dall’Italia erano i più indicati per l’allargamento a Est della Comunità Economica Europea negli anni ’80, qualche anno prima della fine della Terza Guerra Mondiale, popolarmente definita Guerra Fredda.

Per questi motivi di fisica analitica semplice, la scelta dei distretti produttivi italiani da delocalizzare non poteva che ricadere su quelli veneti che, per popolazione, distanza, lingua, usi e costumi, corrispondevano a un valore matematico di efficienza dei flussi di capitali relativi all’accesso al mercato dell’Est.

Gli IDE, Investimenti Diretti Esteri della prima fase di esportazione dei distretti veneti in Polonia, Bulgaria, Rep. Ceca e Romania, soprattutto a Timisoara, chiamata da quel momento in poi, parliamo del 1986, “l’ottava provincia veneta”, avrebbero cambiato radicalmente la storia occupazionale italiana, iniziando un processo di balcanizzazione dei nostri salari che, per giustificare l’allargamento e gli IDE a fondo perduto, dovevano essere parificati a quelli dei paesi PECO, paesi dell’Europa Centro Orientale, 10/12 volte inferiori alla media dell’ovest europeo.

E se all’inizio l’effetto discesa non è stato così sentito, fu dovuto al fatto che la prima manodopera richiesta per i nuovi insediamenti distrettuali era, in neolingua, unskilled, di bassa specializzazione e la compensazione degli investimenti per la produzione del made in italy nelle nostre regioni meridionali, era ancora ancorata a sistemi di incentivi statali riferiti alla Cassa del Mezzogiorno che sarebbero stati destituiti dopo il 1992.

1992, anno fatidico che pochi ricordano essere quello della fondazione del MICEX, Moscow Interbank Currency Exchange, la prima forma di borsa valori Russa  che portò al tasso di cambio rublo-dollaro e che decretò il vero inizio della spinta neoliberista nei PECO.

Ma non fu soltanto il differenziale salariale ciò che spinse le nostre imprese a delocalizzare.

Fu l’affidabilità dei paesi in transizione dal socialismo al liberismo che imboccavano con veemenza la strada della più sfrenata privatizzazione che, in termini sociali ed economici, sembravano promettere alle popolazioni locali e agli investitori esteri, l’inizio di una fase di ricchezza per tutti.

Questo perché, come citano diversi studi: “Una volta che sia stata presa l’intenzione di internazionalizzare in un’area geografica in cui il costo del lavoro è sufficientemente più basso di quello a cui si è abituati, non è necessario scegliere il paese all’interno dell’area, con il costo minore. Ciò perché si va alla ricerca di altre vantaggiose componenti: incentivi statali, burocrazia non corrotta, vicinanza geografica e culturale, potenziale di crescita del mercato di sbocco e risorse umane.” (Resmini 2000)

In pratica, si scelgono quelle caratteristiche sociali e territoriali che permettano il più alto grado di sfruttamento e profitto e, contrariamente a quanto cita la teoria, il più alto livello di corruzione burocratica che, nei primi anni ’90, era rappresentata dagli esponenti di quella nomenklatura spoliticizzata detentrice ancora di un enorme potere economico in rubli, in ogni stato dell’ex URSS.

Concludendo.

Quando sentiamo gli sfoghi degli imprenditori veneti che oggi sostengono che i distretti se ne stanno andando a est, a causa della crisi, non dimentichiamo che il fenomeno nacque e si sviluppò ben prima del 2008.

Semmai, la crisi degli ultimi 6 anni, crisi, ricordiamolo, dovuta all’infezione immobiliare-speculativa USA iniziata nel 2006, ha soltanto confermato la bontà, per gli imprenditori in anticipo sulla storia, della migrazione dei distretti già avviata negli anni ’80.

Esternalizzazione di cicli produttivi e know-how che, all’epoca dei misfatti neoliberisti, era subordinata a una falsa ideologia politica di allargamento socio-economico della CEE oggi UE.

E non era nemmeno il prodromo alla creazione di una moneta unica, ma nascondeva la programmazione di investimenti a costo irrisorio in quei paesi che si sarebbero liberati dal gioco socialista, per piegare il collo alla mannaia dell’avidità capitalistico-finanziaria interna ed estera che oggi domina incontrastata in maniera geograficamente retroattiva, la nostra esistenza e la loro popolazione.

E quando parliamo di made in italy, dovremmo dire, più correttamente, made in PECO, soprattutto da quando la manodopera highskilled, ad alta specializzazione, ha sostituito la nostra, quella dei cervelli in fuga che, non volendo essere allineati salariarmente ai vicini balcanici, preferiscono tentare la fortuna a ovest, scontrandosi con una competizione selettiva, aggressiva e ormai sempre più nazionalista.

Si poteva evitare la delocalizzazione dei distretti veneti?

Certo che si poteva evitare, ma la scusa “plausibile” è stata l’invasione del made in china, invasione voluta, mai arginata seriamente, perché non si può essere contemporaneamente membri del WTO e allo stesso tempo protettori del nostro sapere artigianale, industriale che, dopo mezzo secolo di affermazione mondiale, sarà trasferito integralmente, assorbito e liquefatto, in altri stati, nella creazione di prodotti che non avranno più un’origine italiana.

Il Poliscriba

La distrazione dei distretti veneti (Il Poliscriba)ultima modifica: 2015-01-07T10:53:59+01:00da derosse
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3 pensieri su “La distrazione dei distretti veneti (Il Poliscriba)

  1. “…non si può essere contemporaneamente membri del WTO e allo stesso tempo protettori del nostro sapere artigianale”
    Ecco, il fulcro è questo. La globalizzazione, lungi dall’essere un processo economico spontaneo, è l’obiettivo di trattati come GATT, WTO e i prossimi Trans-Atlantico e Trans-Pacifico. Comodo lamentarsene, come tanti imprenditori, solo quando arriva il conto da pagare.

    • Per Anacronista

      In passato gli imprenditori italiani – piccoli e medi – chiedevano a gran voce al governo l’aumento del numero degli immigrati regolari, non importa se islamici (…), per avere vantaggi, ovviamente nel breve, sul costo del lavoro. E’ stata una scelta lungimirante, o dettata solo da un ottica di breve periodo? Li ha salvati dalla contrazione della produzione che di lì a qualche anno si sarebbe profilata, o addirittura dal fallimento? Mentre facevano questo, non si accorgevano della sorte che il libero mercato, da tutti osannato, preparava per la PMI … Adesso il conto da pagare, e salatissimo, è arrivato.

      Cari saluti

      Eugenio Orso

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