Incapaci non corrotti, una fiaba italiana di Eugenio Orso

Do you remember Rosa Russo Iervolino, sindaco di Napoli?

Ha “regnato”, da brava democristiana, sulla città che fu dei Totò e dei De Filippo fino al 2011(bei tempi, quelli!) e dopo è arrivato il rampante De Magistris.

Ebbene, la Rosa Russo, figura castigata d’educanda di altra epoca che ha studiato dalle suore e vissuto in un convento, era proprio così, come dimostrava di essere, e non era una corrotta assatanata, avida di denari.

Malauguratamente, durante il suo mandato, è stato scoperchiato il vaso di Pandora degli scandali, della corruzione e dell’inevitabile mala amministrazione (ad esempio Global Service), nonché la notissima emergenza rifiuti e discariche del 2007-2008, con annessi scandali. Tuttavia Rosetta non era personalmente coinvolta nella generale corruttela e non ne era neppure al corrente. Lo testimoniano scagionandola le conversazioni fra i corrotti che la prendevano apertamente per il culo, appunto perché ignara di tutto.

Napoli, comune bellissimo ma problematico,  in cui la manutenzione annuale di un autobus costava come o più del prezzo d’acquisto dell’autobus stesso e alcuni dipendenti del comune “in torta” – sotto gli occhi bovini di Rosa Russo che non vedeva e non sapeva – si decuplicavano allegramente lo stipendio mensile (da 1,6 a 16!)!

Ebbene, Rosa Russo pur non essendo personalmente coinvolta, doveva essere allontana subito per incapacità congenita, perché non si è accorta di nulla e addirittura i corrotti la dileggiavano, felici che ci fosse lei come sindaco. Eppure questa incapace (mediamente onesta, per carità!) ha terminato il suo mandato. Anzi, è stata sindaco della città Partenopea per dieci, lunghi anni, senza soluzione di continuità!

L’iconografia non è nobile, certo, perché raffigurate ci sono le tre classiche scimmiette del “non vedo, non sento, non parlo”, utili alla mafia e anche a quella caricatura della Politica che è diventata la politica italiana.

Sarà così anche per l’incapace, ma “onestissimo” Marino, mosca bianca del pd a Roma, alieno, marziano e “extra-terrestre”, che nulla sapeva di reti mafiose, di soldi fatti a cappellate con i campi Rom e gli immigrati, o con le foglie morte che l’autunno sparge sui viali?

La morale – cari bambini, che osservate con gli occhioni spalancati – è che i danni li fanno sì i corrotti, le mafie locali, gli amministratori e i politici comprati, ma anche gli onesti e incapaci, che non vedono, non sentono e di conseguenza non parlano, come la Rosa Russo a Napoli e il “buon” Marino a Roma, che si ostinava a circolare in bici o con la Panda.

Cari saluti

Eugenio Orso

Incapaci non corrotti, una fiaba italiana di Eugenio Orsoultima modifica: 2014-12-07T12:30:09+01:00da derosse
Reposta per primo quest’articolo

7 pensieri su “Incapaci non corrotti, una fiaba italiana di Eugenio Orso

  1. Ecco, proprio una fiaba italiana che decreta l’ignobile fine made in italy che stiamo realizzando in perfetto abbufood style.

    Ieri sera, nei soliti rifacimenti di cronaca italiota ad uso e abuso dei format che depotenziano la violenza popolare, si è fatto ricorso a stati di allucinazione infantile.
    Ne è emersa l‘atavica dicotomia caratteriale dell’uomo Mario Rossi: un’ indistricabile commistione tra narcisismo freudiano e omertà protettiva del singolo, del clan e del proprio ignobile status quo.

    Buzzi, Carminati, Poletti, non fa alcuna differenza.
    I cosiddetti “amici” si defilano, non si conoscono più, dopo essersi annusati il culo per decenni, quando scattano le manette del loro riferimento de panza al quale hanno offerto su stoviglie d’argento, servizi di lusso.

    Io non sono di primo pelo e so perfettamente che la mia odierna condizione economica, per carità, non privilegiata, é frutto di compromessi che attengono alla sfera del cosiddetto liberoprofessionismo di stampo craxista, di cui ho beneficiato per motivi famigliari, indirettamente, quando ancora mi fregiavo di essere un metalmeccanico a discapito dell’estrazione sociale borghese che cercava di diseredarmi, come le passerelle edoniste davanti alla Scala di Milano evitano il contatto con la plebe puzzolente dissanguata dalla loro estetica smargiassa.

    (sulla questione non secondaria se la proprietà privata sia o non sia un furto e la ricchezza esecrabile o meno, t’invito caldamente, Eugenio, a farne oggetto di riflessione in un prossimo post)

    L’accelerazione dell’accumulazione del benessere post “miracolo economico” (anni ’59-’71) – io sono nato proprio nell’anno orribilis della crisi petrolifera e della sciagurata violazione del gold-standard che ha dato il la alla nascita del Dio Mercato come oggi lo subiamo – ha avuto nel periodo socialista, dopo il crollo del PCI e del contrasto/contrattazione sindacale con relativa eliminazione della scala mobile e del famigerato patto ‘93 tra i sindacati gialli CGL-CISL UIL, la massima spinta delinquenziale.

    A ben vedere, è stato attraverso il cemento che si compì la partita di giro mafia-stato per l’infiltrazione nei gangli della struttura pubblica, che transitava, attraverso la corruzione, di mano in mano, di delibera in delibera, di sblocco ad hoc di piani regolatori, in direzione dell’ asservimento totale dei Geni Civili alla macchina che asfaltava di tutto, soprattutto cadaveri.

    In un film di Lizzati, Roma bene, ancora in una proto-fase socialista, si evidenzia come il Vaticano stesso iniziò a interessarsi di edilizia e trasporti pubblici, con il beneplacito di quella DC che successivamente avrebbe “lasciato la scena”, restando in regia, al Caronte garofanato e a i suoi lacchè di certa Sicilia.

    Individui senza scrupoli che avrebbero scalato la finanza pubblica delle compartecipate negli Enti Locali, superando indenni anche il teatrino Mani Pulite, cercando una legittimazione, ovvero uno scardinamento delle regole istituzionali ad opera del partito degli avvocati, Forza Italia che doveva essere il contro-altare ai trasformismi PCI-PD del braccio rosso della magistratura rigidamente resiliente agli attacchi portati dalle banche private alle loro coop e alla scalata della Banca d’Italia, prodromo della perdita della sovranità monetaria ad opera dei governatori della medesima succedutisi al Quirinale.

    Altro che massoneria P2-P3-P4 o destra-sinistra e altre cazzate da propinare ai cervellini non pensanti dei babbioni telerimbecilliti!
    Quella è un’altra favola che un buon regista come Monicelli ridicolizzò magistralmente nel film Un borghese piccolo piccolo.
    Si è trattato e si tratta di denaro e potere, punto.

    Fra l’altro, nello stesso film di Lizzati, la Tunisia spicca come paradiso fiscale e bacino di compensazione edile per i sporchi traffici italici, cosa che pochi ricordano, ma che il Gheddafi sconosceva bene ed usava come arma di ricatto nei confronti dei nostri omuncoli politici e di altri potentati europei, evitandosi la fine libanese cercando di attuare indisturbato il suo progetto panarabista che raccoglieva il favore dei produttori di cemento (Berlusconi come cinghia di trasmissione tra città satelliti in orbite mediatiche, tra Comunione Liberazione e università cattoliche del Nord)

    I socialisti, poi, usavano come decompressione dei prezzi degli immobili nostrani, altri sbocchi internazionali: Cile, Argentina, Perù.
    Tutta la faccenda del Banco Ambrosiano, della vendita illegale di armi nel Centro America, e dei giri di burro cacao tra America Latina e Svizzera ad opera del Marcincus, facevano parte del riciclaggio di denaro, come il passaggio di proprietà dei casinò dai nobili decaduti all’ ‘n drangheta calabrese. (il rientro dei Savoia e la modifica della Costituzione a loro vantaggio fu parte del gioco d’azzardo).

    Tutta sta roba maleodorante come le discariche del meridione e i fumi tossici dei campi rom, oggi è nella sua fase di decomposizione putrefazione.
    In tempi di vacche magrissime ormai prossime alla morte – mi sto riferendo al popolo italiano e immigrato – i signori del malaffare , la generazione dei figli delle vecchie guardie mafiose e politiche, classe ’60 ’70, sono avvoltoi che stanno banchettando sulla carcassa Italia.

    Se paragonati ai miliardi delle imponenti opere pubbliche arrestatesi a metà degli anni ’80, questo sbranarsi quel che resta, è cosa ridicola.
    Il tessuto industriale è defunto.
    La Italcementi migra in Cina e dove manca cemento e il settore primario è allo sbando, non restano che le briciole che cadono dalla mensa dei padroni del settore terziario dello Stato: i servizi alla persona.

    E non si agisce sulle infrastrutture che dovrebbero garantire l’efficienza di tali servizi: acqua, gas, telecomunicazioni, distribuzione di cibo, vestiario e informazione, al di fuori di una logica di sperpero e speculazione.

    Il problema è che i “padroni” di quei servizi dovremmo essere noi, popolo italiano, ma è evidente che non è e non è mai stato così.

    Cari saluti
    Max

    • Per max

      Solo alcune brevissime puntualizzazioni. Io sono nato nel ’58, anno d’inizio del vero e proprio “boom economico”. Mi ricordo abbastanza bene, dunque, di scandali e vicenze giudiziarie ormai datate (scandalo Loockheed della fine dei settanta, ad esempio, con coinvolgimento del presdellarep di allora, Giovanni Leone). Un certo tasso di corruzione c’è sempre stato dall’Unità d’Italia a fine novecento (fin dai tempi del cosiddetto scandalo della Banca Romana che coinvolse Giolitti, dimissionario nel 1893 e tornato al governo non prima di un decennio da allora). Quello che accade oggi, però, è simile al tumore che sta andando in metastasi. Una fase decisamente terminale. Tangentopoli era un fenomeno meno grave (non ancora metastasi), perché le industrie italiane erano in parte sane e funzionavano, la situazione economica mostrava ancora margini di crescita, per quanto sempre più risicati, le condizioni di vita della popolazione erano previste in miglioramento, la politica dirigeva i giochi e i “fondi neri” erano diretti (non del tutto, ma in parte rilevante) alle strutture e al finanziamento delle attività di partito (anche di quelle poco chiare, naturalmente). Differenze non da poco con la situazione attuale. Ricordo il caso di Severino Citaristi nei primi novanta, segretario amministrativo della Dc del crepuscolo e uomo più inquisito d’Italia, che gestiva con piglio del contabile i “fondi neri” del partito, bene quanto quelli in chiaro. Oggi siamo scesi, rispetto ad allora, di uno o due gradini verso lo “Stige” e stiamo per immergerci …

      Cari saluti

      Eugenio Orso

  2. Pingback: Incapaci non corrotti, una fiaba italiana | Informare per Resistere

  3. E’ deprimentissima ma ovvia la conclusione: Meglio un amministratore poco onesto, ma che sa fare il suo lavoro e rubacchia (sperando che non rubacchi troppo) che un babbeo che non si accorge di niente.
    L’alternativa del duro, puro, competente e’ una chimera.

    • Per Lanzo

      Volendo essere “pragmatici” (io non lo sono, perché idealista) verrebbe da dire: competenza e parziale onestà. All’atto pratico, sicuramente meglio della Iervolino a Napoli, o di Marino a Roma, simboli d’indiscussa incapacità e pochezza, ma non di endemica disonestà.
      Il vero problema è di natura sistemica. Se la cosiddetta corruzione politica tende a toccare il fondo, è perché la decisione politica che conta si prende fuori dall’Italia. Gli “occupati in politica” sono squallidi galoppini delle oligarchie finanziarie internazionalizzate e remano contro la popolazione. Sono portatori di interessi privati inconfessabili, contrari ai nostri. C’è un patto non scritto fra i “manovratori” sopranazionali e le cosche subpolitiche italiane, devote al sistema liberaldemocratico e al mercato. In cambio di controriforme contro i lavoratori, le classi dominate e, a conti fatti, l’intera nazione soggiogata, gli “occupati in politica” possono continuare nei loro maneggi, possono mantenere ingiusti e disgustosi privilegi, possono trattare con le organizzazioni criminali fino a diventare, con loro, “pappa e ciccia”.
      Qui sta il problema vero, che prima di tutto è di natura etica.
      In altri contesti, che noi ora possiamo soltanto immaginare, competenza e onestà potrebbero agevolmente coesistere.

      Cari saluti

      Eugenio Orso

Rispondi a max Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato ma sarà visibile all'autore del blog.