Pluralismo, democrazia e ideologie di Eugenio Orso

Non mi voglio addentrare, in questa sede, nell’insidioso labirinto delle definizioni di democrazia, né intendo scomodare la filosofia, in particolare quella politica, ma è chiaro che esiste un legame fra democrazia, pluralismo e ideologie ed è proprio su questo punto, molto delicato e controverso, che intendo fare un po’ di chiarezza. Naturalmente a modo mio.

Per la verità, il discorso sulla democrazia e sulle ideologie in rapporto al pluralismo si lega indissolubilmente a quello sul potere. L’obiettivo di ciascun conflitto, politico, sociale, militare, è sempre il potere, effettivo e non apparente. Un potere che esclude le masse, nonostante la retorica del sistema, nelle cosiddette democrazie occidentali, nate dal (malsano) connubio fra democrazia, quale sistema di governo con originari contenuti rivoluzionari, e ideologia liberale di matrice borghese. A tale proposito, conviene citare Luciano Canfora, secondo il quale la sopraggiunta sfiducia nel voto, nel suffragio elettorale a tutti concesso, nelle stesse rappresentanze parlamentari di natura elettiva, deriva dal convincimento che il potere risieda altrove: “Il vero potere sarebbe altrove, alieno all’esporsi al suffragio degli elettori (preferendo, come disse anni addietro un autorevole banchiere, il <<suffragio dei mercati>>).” [Luciano Canfora, La natura del potere, Laterza, 2009]

Tuttavia, nonostante il potere effettivo risieda indubbiamente altrove, nelle stanze dei bottoni che regolano i mercati finanziari e nei circoli più interni delle aristocrazie neocapitaliste, il legame formale fra democrazia e pluralismo è ancora vivo e alimenta la retorica democratica in occidente. Nella narrazione liberaldemocratica, una pluralità di forze politiche contrapposte si contende il governo accettando, però, senza riserve e in modo acritico le regole di funzionamento della democrazia, che dovrebbero dar voce, almeno sulla carta, alla volontà popolare. Suffragio universale, rappresentanza e stato di diritto sono gli ingredienti principali della liberaldemocrazia, così come si racconta alle masse. Irrinunciabili pilastri destinati a “chiudere il cerchio” e a garantire pluralismo, su un piano squisitamente formale sempre più divergente da quello sostanziale.

Il legame fra democrazia di natura liberale e pluralismo si spezza definitivamente nel momento in cui, come suggerisce Canfora, ci si rende conto che il vero potere è altrove, intangibile ed esercitato da altri, in un Empireo inaccessibile alla massa e popolato da ristrette élite. L’inaccessibilità al vero potere, detenuto saldamente dalla classe dominante neocapitalista, vale l’esclusione dalla decisione strategico-politica e prefigura una nuova forma assolutista di governo, in cui il rito che garantirebbe pluralismo e sovranità popolare si mantiene in vita, per la necessaria legittimazione, ma l’esercizio del potere effettivo è saldamente in poche mani.

Una prova tangibile della scissione fra democrazia liberale, da un lato, e pluralismo delle idee, dall’altro, è nei programmi governativi, non a caso detti “fotocopia” perché uguali nella sostanza l’uno all’altro nonostante la persistenza fantasmatica, dopo la morte, della dicotomia destra/sinistra. Il Berlusconi IV, in Italia, è caduto perché nicchiava sull’applicazione immediata del programma politico imposto dalle élite finanziarie sopranazionali (le “necessarie riforme”), mentre i successivi gabinetti Monti, Letta e Renzi sono caratterizzati da una sostanziale continuità programmatica. In altre parole, il programma è unico, deciso fuori dall’Italia, non emendabile nei suoi tratti salienti dagli esecutivi che devono applicarlo, senza metterne in discussione i presupposti. I trattati internazionali, come quelli unionisti europei, vincolano “sine die” i popoli, li ingabbiano in regole vantaggiose per le élite stabilite senza consenso popolare, non consentono politiche alternative e non possono essere oggetto di quel residuo di democrazia diretta che è il referendum.

Se il legame fra democrazia liberale e pluralismo, in termini di programmi politici e idee, è solo apparente, frutto di propaganda, ma concretamente inesistente, dobbiamo chiederci qual è il legame fra democrazia e ideologia e se esiste veramente, oggi, una pluralità d’ideologie contrapposte che garantisca il pluralismo delle visioni politiche e sociali. A questo proposito, ricordiamo che il processo di emarginazione e distruzione delle ideologie novecentesche, d’ostacolo all’affermazione del modo di produzione neocapitalistico, è iniziato negli anni ottanta (più precisamente ed embrionalmente, nella seconda metà dei settanta), anni in cui, in paesi come l’Italia, circolava mediaticamente la favoletta della “morte delle ideologie”, a uso e consumo del mainstream.

Le ideologie che hanno sconvolto il novecento – secolo di guerre, di crisi socioeconomiche e di confronti politici dall’esito drammatico – non rappresentavano tanto e soltanto una “minaccia” per la democrazia quale forma di governo, come potrebbe sostenere un politologo di sistema della fama di Giovanni Sartori, ma soprattutto erano d’ostacolo per l’affermazione piena dei processi neocapitalistici, che presuppongono la riduzione del mondo a una rete “autoregolantesi” di scambi finanziari, commerciali ed economici, sottratta a qualsivoglia interferenza esterna. Il comunismo, il fascismo, il nazismo, il nazionalismo (la cui sostanza, prima ancora che etnica, è sicuramente ideologica) e persino il vecchio liberalismo, erano ideologie, di cui si è proclamata a gran voce la morte, che garantivano un pluralismo vero (anche se armato e bellicoso) molto più della liberaldemocrazia occidentale che domina il presente. Il neocapitalismo è il nuovo assoluto e nulla può esistere all’infuori di lui, anche se ciò non rende superfluo un supporto o raddoppio ideologico, quale elemento strutturale e non sovrastrutturale, poiché una mera rete di rapporti commerciali, finanziari ed economici non può trovare al suo interno legittimazioni sufficienti.

Le ideologie non sono morte negli anni ottanta, con l’ultimo funerale celebrato nel triennio 1989-1991, in seguito alla fine del comunismo sovietico, ma sono state messe in ombra, non sappiamo se definitivamente o solo temporaneamente, dall’affermazione congiunta dell’economia neoliberista e del neoliberalismo, che costituiscono un unicum ideologico, ossia la specifica ideologia di legittimazione neocapitalista. Ideologia condivisa da tutti gli attori liberaldemocratici, pur con differenti sfumature, come dimostra chiaramente il caso italiano. Infatti, il pd dominante, sempre più partito unico al servizio delle élite neocapitaliste e sempre meno rappresentanza degli interessi popolari (coagulo d’interessi sopranazionali estranei al paese), non è troppo diverso, nella sostanza ideologica, da forza Italia, dai partitini di centro o da sinistra ecologia e libertà, suoi alleati o finti competitori. Nessuno di questi oserebbe inserire a chiare lettere, nel programma politico rivolto alle masse, l’improcrastinabile esigenza di uscire dall’euro e dalle cosiddette istituzioni europee, riconquistando la sovranità monetaria per salvare ciò che resta della struttura produttiva nazionale. Nessun partito o partitino oserebbe proporre un rivolgimento nelle alleanze internazionali (fuori gli usa e la nato, dentro la Russia), per sottrarsi ai rischi di guerra e alle continue, costose “missioni di pace” militari. Ne consegue che l’ideologia è unica quanto il programma politico applicato, che dell’unica ideologia è l’espressione vincolante, nonostante il programma di Renzi e i tempi della sua realizzazione siano apparentemente diversi da quelli di Letta, così come il programma dell’esecutivo Letta era apparentemente diverso da quello di Monti.

Come non vi è reale pluralismo di programmi politico-strategici nella liberaldemocrazia di oggi, così non vi è traccia di pluralismo ideologico. La democrazia liberale altro non è se non un prodotto, sul piano politico, dell’assolutismo neocapitalistico, e come tale la negazione stessa del pluralismo. Per ricostituire la pluralità di interessi rimettendo in gioco le classi dominate, per garantire la pluralità di visioni ideologiche nella società, per tornare a un effettivo pluralismo di programmi politici alternativi, è dunque necessario il superamento della democrazia liberale, superamento che però non è possibile (e neppure pensabile) senza mettere seriamente in discussione l’assolutismo neocapitalistico e le sue basi riproduttive.

Pluralismo, democrazia e ideologie di Eugenio Orsoultima modifica: 2014-10-25T18:35:00+02:00da derosse
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4 pensieri su “Pluralismo, democrazia e ideologie di Eugenio Orso

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  2. Non è quindi un caso, rileggendo attentamente la tua disamina pienamente condivisa, che gli “Operatori occulti”, la regia finanziaria dei grandi movimentatori di capitali fittizi, siano residenti laddove esiste ancora sovranità monetaria. (Usa, Uk, Russia, Cina)

    Come già indicava Alain de Benoist nel suo saggio intitolato “Sull’orlo del baratro. Il fallimento annunciato del sistema denaro”,c’è evidente differenza tra moneta e denaro, tra potere che anticipa l’accumulazione di ricchezza e l’accumulazione che è conditio sine qua non per l’espressione e l’imposizione del potere.

    Forse, il Potere dei burittinai andrebbe ridimensionato e non soltanto denuclearizzato dalla microfisiologia del potere(la “p” minuscola è Foucaultiana) che trasversalmente si manifesta in ogni sistema sociale, costituito da insiemi e sottoinsiemi in competizione o semplicemente per motivi banalmente organizzativo/burocratici.

    Credo che i limiti di una democrazia diretta, al di fuori della farsa elettorale e dei suffragi universali inerenti, possano ravvisarsi nella dicotomia irreversibile servo-padrone che attiene al triangolo maledetto: paura omertosa, protezione, dominazione.

    Non ricordo in quale dei passi di Marx ho letto che, fondamentalmente, l’aspirazione a un mondo comunista non è incardinata semplicemente sulla redistribuzione della ricchezza, sull’eguaglianza di diritti e doveri, sulla giustizia uguale per tutti, ma sulla libertà di agire in piena conformità con il proprio volere, sempre che questa volontà non sia di potenza.

    Oggi si dileggia e accantona tutto il tuo discorso sulle ideologie come dietrologia demagogica e strumentale al riproponimento di un mondo che, non solo è finito, ma nessuno desidera più.

    Al centro dei desiderata comuni, in tutto il globalizzato mondo-spazzatura, c’è l’accumulazione di denaro finalizzato al consumo crescente di divertimento e spettacolo per i giovanissimi e di servizi alla persona (vacanze da sogno incluse, ospizi di lusso e funerali lowcost anche) a seconda delle fasce di età.

    Si nota come si voglia convincere gli studenti di Economia (un’altra specie) che la Società dei servizi è slegata dal mondo produttivo che esiste e che continua a rendere tangibili merci e relazioni che si fondano su di esse: ultimo i-phone incluso.

    Geograficamente si confinano i produttivi dai consumatori: USA e Messico; UE e paesi PECO, PIIGS, Marocco; Corea del Sud e Corea del nord; Giappone e Vietnam/Thailandia; Cina resto del mondo, stesse divisioni in America Latina.

    L’evidenza è l’apparente non relazione, ad esempio, che intercorre tra due centri, uno del fare manuale come Dharavi, nel cuore di Bombay e l’altra dell’astrazione pura, matematico/informatico a Bangalore e che tipi di umani producono: umani che non entreranno mai in contatto fisico tra loro e non soltanto per motivi di casta.

    Ciò potrebbe essere d’esempio, immaginando un futuro prossimo di politici e parlamenti completamente virtuali che non necessiteranno di una legittimazione elettorale per esistere.

    Per carità, non credo alla completa smaterializzazione del reale nel simbolico, analizzata e ipotizzata da Boudrillard, credo che esisterà sempre una società di mani e corpi che si vende a schiavitù e brutalizzazioni, (vendersi un rene a Manila e prassi normale per mantenersi in vita) per produrre un mondo sempre più distante dalle sue membra a servizio di una società di parassiti – gli estorsori di plusvalore – e di una classe media che vivrà con un’ansia perenne di sprofondamento nelle paludi social-sottocorticali indesiderabili, priva di risorse e protezione.

    Sull’imbecillità naturale o indotta, ci sarebbe da scrivere volumi, ma credo che una rilettura di Dostoevskij una tantum non nuocia.

    Sull’opposizione al neoliberismo…uhm… a parte qualche pallido tentativo neo-nazi o di ultradestra, non mi pare di vedere gruppi d’ispirazione marxista-leninista farsi avanti.

    E se proprio non si dovesse seguire linee ideologiche “morte e sepolte”, penso sia impossibile un’organizzazione di teoria e prassi adeguata al compito che s’impone per, non dico l’abbattimento, ma almeno l’arresto di questa deriva neocapitalista.

    Beninteso, scevra di pacifismi e leziosità radical-scic che alimentano ancor più la submicrostoriella personale a danno di una Storia collettiva che, di questo passo, sarà trafiletto a bordo tablet di future lezioni sull’ossimoro filosofico che ha nome tempo passato.

    ps . Leggerò il tuo saggio Nuovi padroni e nuovi sudditi, spero ordinabile da qualunque libreria.

    Ad majora

    • Per max

      immaginando un futuro prossimo di politici e parlamenti completamente virtuali che non necessiteranno di una legittimazione elettorale per esistere.

      Hai colto l’essenziale. La Leopolda, per quanto riguarda l’Italia, non è che l’inizio. Renzi una specie di grottesco apripista, un’ibradazione fra gli imbonitori da televendita e i “maestri di vita”, predicatori televisivi di qualche annetto fa. Infatti, la legittimazione elettorale è ormai in ombra, soppiantata dai “sondaggi”, e la vicenda di Renzi ne è un esempio, non il primo, ma quello di “maggior successo” e di più grande share.

      Per quanto riguarda Nuovi signori e nuovi sudditi (ipotesi sulla struttura di classe del capitalismo contemporaneo), l’idea è mia, approvata e condivisa da Costanzo, che ha inserito nel libro alcuni saggi importanti, fra i quali il formidabile Elementi di politicamente corretto. Mi è parso necessario e urgente indagare la struttura sociale prefigurata dal neocapitalismo, perché la sociologia accademica si era fermata con le sue analisi (volutamente, per opportunismo e servilismo) agli anni settanta/ottanta. Quella struttura dicotomica – Global class/Pauper class – oggi è abbastanza chiara.

      Cari saluti

      Eugenio Orso

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