Impegno Italia da Letta a Renzi di Eugenio Orso

Impegno Italia e Matteo Renzi

<<Ci siamo posti sempre e solo al “servizio dell’Italia e dell’Europa”>>, ma ora che la ripresa è arrivata, perché così segnalano gli indicatori economici anche se i cittadini non la percepiscono, si rende necessaria <<una accelerazione radicale del cambiamento in corso, che renda stabile la ripresa>>  e che la faccia percepire (ma solo vagamente “percepire”?) ai cittadini stessi – leggasi ai moltissimi che sono nella merda.

Così si scrive nella premessa del cosiddetto Impegno Italia, documento governativo di pochi giorni addietro, datato 12 febbraio e disponibile nel sito www.governo.it. Evidente che Letta sperava di vivacchiare – nonostante Renzi e il Pd – ancora per un po’, almeno fino al 2015 o alla fine dell’anno in corso, esaurito il semestre italiano di “presidenza europea”. Illuso. Il ciclone Renzi ha spazzato via in men che non si dica l’esecutivo Letta-Napolitano. A questo punto l’enfant terrible di Firenze, camminando sulle spoglie di Enrico Letta, nipote di Gianni ed ex protetto di Napolitano, dovrebbe ereditarne oltre che la carica anche la maggioranza. Intanto fa suo, o almeno così ha affermato l’”atro nascente” del Pd, il documento del governo uscente (anzi, già uscito). Documento guida, parrebbe, assieme ai due delle “riforme” renziane Dop, cioè l’Italicum per il sistema elettorale di camera e senato, in combutta con Berlusconi, e l’americaneggiante JobsAct, che riguarda il mercato del lavoro. Iperattivismo renziano e tanta carne al fuoco per il nuovo esecutivo: quella di milioni di italiani.

Poniamoci una domanda che si pongono in molti, in queste ore. Matteo Renzi sarà veramente un ciclone di tutto rispetto, oppure soltanto una modesta tromba d’aria destinata a esaurirsi in fretta, dopo aver fatto qualche danno al paese? Non sappiamo ancora se questo prodotto mediatico-politico, in carne, ossa, ray-ban e arroganza da vincitore annunciato, riuscirà a replicare il ventennio berlusconiano, come sembra suggerire la sua sconfinata ambizione. Oppure se “scadrà” in fretta, nel giro di qualche mese o nell’arco di un annetto al massimo, sotto i colpi di insuccessi elettorali (elezioni di maggio), imboscate parlamentari (dello stesso Pd), o un drammatico rincrudire della crisi economico-sociale, perché l’italico volgo si ostinerà a non “percepire” la ripresa. Tutto potrebbe chiarirsi nello spazio di un semestre da oggi, o anche di meno.

Ibrido fra il vecchio gaudente Berlusconi, il venditore/ imbonitore di Rete Mia Giorgio Mendella e il serpente Usa dai grandi sponsor finanziari Barack Obama, Matteo Renzi è un vero Dem del terzo millennio, con un piede nel secondo. Con un piede nel secondo millennio, perché non rifugge dai vecchi giochi della prima repubblica, come conferma l’affondamento di Letta e del suo esecutivo senza passare per le urne. Vecchia prassi democristiana e pentapartitica.

Quali sono i tratti salienti di questo nuovo prodotto, costruito dal marketing e dai media per arricchire l’offerta politica, spiazzando la concorrenza sul mercato? Presto detto e scritto:

1) Renzi “europeista” ed euroservo nel solco della tradizione del Pd, non metterà mai seriamente in discussione i trattati europei, le imposizioni della Commissione e le linee di politica strategica “consigliate” dalla Bce. Al più fingerà di voler cambiare l’Unione europea e le sue regole spietate, ben sapendo che ciò non è possibile. Americanate da televendita e stima per Mario Draghi sono altrettante caratteristiche del prodotto subpolitico Renzi, che potrà essere un ciclone duraturo o soltanto un’effimera tromba d’aria.

2) Renzi liberista di ferro, al punto tale che nel 2012 ha dichiarato in un’intervista pubblicata da Il Foglio di Ferrara che “il liberismo è un concetto di sinistra”. In quella occasione il suddetto ha rivelato chi sono le sue fonti d’ispirazione. I suoi  veri “padrini” ideologici, tutti neoliberisti. Nell’ordine d’esposizione, l’ideologo-economista Luigi Zingales, quello del manifesto capitalista che se ne sta alla Business School di Chicago e che ha affondato la lista Fare per fermare il declino sputtanando Oscar Giannino (colpevole di millantare titoli di studio inesistenti), a pochi giorni dalle elezioni politiche 2013. Poi il noto Pietro Ichino, giuslavorista nemico dei dipendenti pubblici (per lui tutti “nullafacenti”) passato dal Pd dell’allora Bersani a Scelta Civica di Monti, a lui più confacente in quanto ultraliberista. Infine, niente di meno che il guerrafondaio molto Lib e poco Lab Tony Blair, spalla di Bush Minor e dei Neocons nell’occupazione militare dell’Iraq. Le idee di questi soggetti, secondo il Renzi 2012, “non possono essere dei tratti marginali dell’identità del nostro partito [il Pd, n.d.s.], ma devono essere il cuore”. Se ci sarà Renzi a Palazzo Chigi, le privatizzazioni sono assicurate anche per il futuro e così il drastico ridimensionamento della spesa pubblica (e sociale), anche oltre le imposizioni europee.

3) Renzi decisionista e protagonista, per conto dei poteri forti esterni che lo manovrano e per smisurata ambizione personale, al punto di affondare con un blitz il suo stesso “compagno” di partito Enrico Letta e mettersi al suo posto. Lo scopo di Renzi è di far presto, sia per non perdere il consenso che i media gli hanno assicurato, sia per la fretta che hanno i grandi interessi, che fanno capolino alle sue spalle, di completare la privatizzazione dell’Italia e la sua totale “apertura al mercato”. L’orizzonte è di breve periodo, il tempo stringe e del doman, con questi “chiari di luna” e le crisi strutturali che incombono, non v’è certezza.

Quanto precede tanto per gradire, e per capire quali interessi rappresenta veramente la nuova icona piddina, nonostante la brillante immagine pubblicitario-mediatica volta a nascondere la sua vera natura.

Di seguito l’analisi delle tre sezioni del documento governativo per il 2014.

Sezione prima: La cornice, Europa 2014

Posto che <<L’orizzonte di Impegno Italia [adottato da Renzi dopo il siluramento di Letta, n.d.s.] è l’Europa>>, come si scrive nella prima sezione del documento (La cornice, Europa 2014), dopo la sviolinata per il semestre di “presidenza” italiana dal 1° luglio di quest’anno, dopo le solite, vuote tiritere propagandistiche su crescita, occupazione, giovani e competitività, scopriamo di non avere scampo. Crisi e degrado continueranno implacabili, parallelamente al ricatto del debito, nonostante la millantata “ripresa”, poiché <<Non ci sono scorciatoie con un debito pubblico al 133% del PIL. Dobbiamo inoltre guardare alle priorità dell’Unione europea come parametro di riferimento per impostare le nostre riforme strutturali>>. Saranno le priorità unioniste nell’eurozona e le esigenze sovrane del grande capitale finanziario internazionalizzato, a determinare la politica dell’esecutivo Renzi, esattamente come nel caso di Monti e in quello più effimero di Letta. Con o senza Napolitano alla regia, che a questo punto sembra aver esaurito la sua funzione di “basista istituzionale” dei poteri esterni. La lettera Bce del 5 agosto 2011, che anticipava il programma di Monti nel crepuscolo berlusconiano, è sempre il principale riferimento strategico e programmatico dei governucoli italioti, esecutivo Renzi compreso. Come si scrive in Impegno Italia è fondamentale <<Mantenere il deficit entro il 3% del PIL e proseguire con la riduzione del debito in linea con gli obiettivi concordati>> (Europa 2014, Riassumendo). Per nascondere questa dura realtà, che se rivelata in modo chiaro, in tutte le sue implicazioni sociali, produttive e occupazionali, farebbe precipitare il gradimento e le vendite del Renzi-prodotto, si sfrutterà l’illusione della “battaglia in Europa” onde cambiare ciò che non è dato cambiare, cioè le ferree regole teutoniche, e attenuare la politica del rigore. Una grande menzogna piddina, da tempo ripetuta, che potrebbe funzionare ancora. Il tanto atteso semestre di presidenza italiana aiuterà a rinfocolare questa risibile illusione. Si continuerà a far credere, inoltre, che le riforme imposte sono nell’esclusivo interesse del paese, per un “ammodernamento” che lo renderà competitivo e che porterà nuova occupazione. Si farà passare il ritorno dei capitali stranieri – che potranno acquistare a prezzi da saldo avvantaggiandosi delle privatizzazioni – per un toccasana, in grado di rianimare l’occupazione e dare un po’ di ossigeno, in termini di reddito, a una popolazione boccheggiante. Del resto, nella prima stesura del JobsAct renziano scopriamo che la “globalizzazione non è il nostro problema, ma la più grande opportunità per l’Italia”. Cose che gli esponenti del Pd, al servizio del capitale finanziario, ripetono da anni (ad esempio, il Franceschini della globalizzazione che è un problema, ma anche un’opportunità).

Sezione seconda: Il patto di coalizione

Nella seconda sezione di Impegno Italia, dedicata al Patto di coalizione, vi sono in apertura due caratteristiche menzogne lettiane che possono star bene anche al rampantissimo Renzi: a) La ripresa è cominciata, semplicemente perché <<dopo due anni di recessione, nella seconda metà del 2013 il PIL ha ricominciato a crescere [ma di un’inezia e una rondine non fa primavera, come sappiamo, n.d.s.]. Adesso l’impegno è riportare l’economia a un tasso di crescita dell’1 per cento nel 2014 e del 2 per cento nel 2015>>. b) Fine dell’oppressione fiscale crescente, poiché <<dopo tre anni di incremento della pressione fiscale, nella seconda metà del 2013 le tasse hanno iniziato a diminuire, almeno per famiglie e imprese. Ci impegniamo a proseguire in questa direzione>>. Qualcuno si è accorto, nella vita reale e quotidiana, di questa presunta diminuzione della pressione fiscale? A seguire la conferma, se mai ce ne fosse bisogno, del rispetto del tetto del 3% nel rapporto deficit/ PIL, in quanto <<Nel 2014 ridurremo il debito anche grazie alle privatizzazioni, mantenendo il deficit saldamente sotto il 3 per cento>>. Infine, le solite, insincere preoccupazioni per l’elevata disoccupazione, promettendo, con promessa da marinaio, di concentrare <<tutte le azioni sull’obiettivo di avviarne la riduzione già a partire da fine 2014 >>. E perché non da subito, data la gravità della situazione? Un altro rinvio?

Fra Le priorità del Patto di coalizione la prima, come purtroppo ci si può aspettare, è <<Europa: crescita e lavoro prima di tutto>>, con tanto di bandiera a dodici stelle in cerchio su sfondo blu (che il Pd, a questo punto, potrebbe adottare apertamente come simbolo, mettendoci il proprio acronimo in mezzo). Sappiamo, ormai, per triste esperienza di anni di crisi, che “Europa”, come la intendono loro, non è compatibile con la crescita (effettiva, non delle attività finanziarie private) e il lavoro (tutelato e non schiavo). Semmai può fare il paio con deflazione + disoccupazione. A seguire, “le buone intenzioni” per quanto riguarda Occupazione, Imprese, Persone e famiglia, Istruzione, Pubblica amministrazione e (udite, udite!) Legalità.

Nel capitolo dedicato a Gli obiettivi e le azioni si inizia con il Lavoro. Qui si inserisce il cosiddetto JobsAct renziano (imposto dalla nuova segreteria Pd al piddino Letta) e la grande idea del contratto d’inserimento a tutele crescenti. Il che significa che all’inizio del rapporto di lavoro le tutele per il lavoratore saranno scarse, poi, forse, se riuscirà a mantenere il posto, cresceranno un po’. Così si vorrebbe superare il dualismo che caratterizza il mercato del lavoro, diviso, secondo Impegno Italia, fra “protetti” – espressione subdola con connotazione vagamente spregiativa, in quanto richiama privilegi – e lavoratori precari. Si vorrebbe farlo, nelle intenzioni di Renzi e del “suo” Pd, diminuendo le tutele dei nuovi assunti in ingresso, cioè togliendo ancora tutele al tempo indeterminato, e non, invece, come sarebbe giusto e socialmente equo, sopprimendo tout court la precarietà lavorativa. Un autentico tumore sociale, la precarietà, che in quasi due decenni non solo non ha contribuito a mantenere alto il tasso di occupazione nel paese, ma non ha evitato la moria di aziende piccole e medie, non contribuendo, contrariamente a quanto millantato, a sostenere la produzione nazionale e i consumi interni. C’è anche un po’ di carità (non cristiana ma neoliberista) in Impegno Italia, quando si ipotizza di <<sperimentare un “Servizio civile per il lavoro” per consentire una prima esperienza lavorativa pur limitata nel tempo (un anno) e un sostegno al reddito analogo all’indennità di disoccupazione>>. Tempi ridotti, non sufficienti per acquisire una buona esperienza, e quattro spiccioli in tasca ai pochi “fortunati”. Un evidente palliativo, questo, per mondarsi l’anima davanti alle legioni di giovani e giovanissimi condannati alla disoccupazione perpetua.

Addirittura grottesco il documento governativo quando tratta delle Persone, negli obiettivi e le azioni, perché promette di <<Rafforzare la lotta al gioco d’azzardo patologico>> dando <<piena attuazione al Piano di azione nazionale contro il gioco d’azzardo patologico (Gap)>>, constatato che il 10% dei quattro italiani su dieci che giocano è a rischio dipendenza. Ricordiamo gli “sconti” fiscali concessi ai banditi che gestiscono il settore (e che finanziano partiti come il Pd), nonché il fatto che proprio il governo Letta, dominato dai piddini, ha permesso l’apertura di decine di nuove sale giochi nel paese. Per quanto riguarda la Formazione, si vuole <<aumentare l’efficienza dell’investimento in capitale umano>>, riformando i cicli scolastici, assumendo nuovi insegnati non precari, manutenendo gli edifici e riformando il sistema di finanziamento delle università. Peccato che si tratta di meri annunci, dati i sostanziosi tagli di spesa pubblica che il limite del 3% nel rapporto deficit/ PIL e la riduzione del debito prevedibilmente imporranno. In Fisco ci si rifà alla favoletta della diminuzione delle tasse, per la prima volta dopo anni, che dovrà continuare. Sarà Renzi a continuare l’inganno, non Letta, ormai defenestrato, che al più potrà diventare (come contentino) ministro di Renzi. Mentendo sapendo di mentire si afferma che <<Dopo l’abolizione dell’Imposta Municipale Unica (IMU) sulla prima casa [concessione agli ascari di governo del centro-destra, n.d.s.] è stato introdotto un sistema di tassazione meno oneroso per i cittadini>>. Poi, la solita tiritera senza costrutto su riduzione delle tasse sul lavoro, con annesso <<”Fondo per la riduzione della pressione fiscale, istituito dalla legge di stabilità>>, la “semplificazione” che comporterebbe la riduzione degli adempimenti fiscali (mai avvenuta) e la “lotta all’evasione”, che naturalmente continuerà a farla Equitalia, braccio armato dell’Agenzia delle Entrate, colpendo i più poveri, i più in difficoltà, gli indifesi e coloro che non contano.

In Amministrazione Pubblica domina sempre la necessità di <<Rafforzare il processo di revisione della spesa pubblica>>, tipicamente, con l’esotismo anglo-americano introdotto da Monti, “spending review” per operare tagli lineari sul sociale e sull’apparato (checché se ne dica). Questa esigenza imprescindibile, perché imposta dall’”Europa” e dai mercati che detengono la vera sovranità nel paese, giustifica la riforma della dirigenza della PA e delle amministrazioni statali, con particolare attenzione per quelle periferiche. Per quanto riguarda l’Impresa, che tende a svanire su tutto il territorio nazionale, c’è molta carne al fuoco (quella dei piccoli imprenditori?), ma soprattutto ci sono come in passato chiacchiere e promesse, che non potranno essere mantenute a causa del “rigore” nei conti pubblici. Accesso al credito, pagamento del debito della PA e riduzione del costo dell’energia sono fra i primi “impegni”, dopo lunghi anni di crisi ancora inevasi. Impegni futuri per Matteo Renzi, a quanto pare, e non più per Letta. La riduzione del costo dell’energia del 10% è un “cavallo di battaglia” renziano, fa parte dei cosiddetti renzinomics ed è il primo punto (Energia) della Parte A, dedicata al Sistema, nel JobsAct. Per l’accesso al credito negato dal credit crunch in atto, ci si propone, in ossequio all’esaltazione del privato salvifico e all’afflusso di capitali finanziari dall’altrove, di <<ampliare le fonti di finanziamento oltre il tradizione canale bancario [del tutto “ostruito”, n.d.s.], anche incentivando l’apporto degli investimenti privati di lungo termine (in particolare, fondi pensione e fondi assicurativi)>>. Le risorse pubbliche sono poche, dato il controllo sulla spesa da abbattere, e così si invocano grandi investimenti privati di lungo termine, di cui le piccole imprese agonizzanti difficilmente potranno beneficiare. Per quanto riguarda i debiti delle PA nei confronti delle imprese, cioè la questione scandalosa del debitore che può permettersi di non pagare o di farlo col contagocce, il “marinaio” (che d’ora in poi sarà Renzi) promette di <<pagare entro il primo semestre i 19,8 miliardi già previsti per il 2014 (compresi i 4 miliardi di credito d’imposta)>>. A seguire, la solita manifestazione di fede liberista (che riguarda sia Letta sia il successore Renzi), con privatizzazioni e afflussi di capitali stranieri, che in alcun modo potranno risollevare le sorti della PMI nostrana. Infatti, si scrive che “Per ridurre il debito e attrarre investimenti esteri [le vere e le sole preoccupazioni degli esecutivi italioti, n.d.s.] è necessario valorizzare e, se opportuno, mettere sul mercato proprietà immobiliari e mobiliari controllate dal settore pubblico, a livello centrale e locale>>. E’ chiaro che privatizzare, vendere i beni dello stato ai grandi capitali (se appetibili per loro), distruggere posti di lavoro nelle PA e nelle municipalizzate ben poco ha a che vedere con la situazione in cui versano moltissime piccole e medie imprese, nella penisola.

Per quanto riguarda gli Investimenti (sezione seconda del documento, capitolo Gli obiettivi e le azioni), si scrivono, in apertura, banalità arcinote del tipo <<Negli anni della crisi la spesa per investimenti è crollata>>, aggiungendo subito dopo, però, che <<Dal 2013 il trend è cambiato>>. Non essendoci trippa per gatti, perché le magre risorse dovranno anzitutto ripianare il debito (pareggio di bilancio imposto in costituzione) e tenere il deficit sotto il 3% debito/PIL, si favoleggia la riforma del Patto di Stabilità Interno, riconoscendo che con il Patto di Stabilità qualche danno al paese è stato fatto, in termini di <<capacità di spesa degli enti locali e di spiazzamento [espressione ipocrita che sostituisce taglio, n.d.s.] degli investimenti pubblici rispetto alla spesa corrente>>. In pratica, per noi che viviamo nella realtà quotidiana, meno servizi alla popolazione, infrastrutture sempre più fatiscenti e … biglietti degli autobus sempre più cari, a fronte di un taglio delle corse. La conclamata esigenza di maggior flessibilità nel Patto, che ha contribuito a mettere alla corda le economie locali (la realtà non si può ignorare del tutto) difficilmente potrà essere realizzata – da Renzi che si fa carico di Impegno Italia – per gli ineludibili vincoli di bilancio. Quindi non ci sarà, o potrà costituire solo un temporaneo palliativo. Trattandosi di esecutivi europeisti (meglio sarebbe scrivere europoidi) molta importanza si da, in tema di investimenti, ai Fondi europei. Con una certa enfasi retorica di fondo: <<Nel 2013 l’impiego dei fondi strutturali europei relativi al precedente ciclo di programmazione è migliorato. Nei prossimi sette anni [di vacche scheletriche, n.d.s.], l’Unione europea e l’Italia mettono a disposizione nuove risorse per oltre 100 miliardi di euro (Fondi europei e cofinanziamento nazionale, Fondo di Sviluppo e Coesione). Queste risorse sono fondamentali per lo sviluppo del paese, in particolare per il mezzogiorno>>. Tralasciando la questione dello sviluppo del Mezzogiorno d’Italia, da decenni in piedi e mai risolta, possiamo obiettare che l’Italia versa all’Unione europea (ad esempio, alle banche di altri paesi) più di quel che riceve e che riesce a impiegare per investimenti. Questa situazione difficilmente potrà cambiare, nel 2014 e nei prossimi anni, Renzi o non Renzi. La coperta degli investimenti, presumibilmente, si accorcerà ancor di più.

Per quanto riguarda il devastatissimo Territorio, dalla Terra dei Fuochi all’Ilva di Taranto, tenuto conto dell’ormai generale dissesto idrogeologico, ci si appella ipocritamente a un ennesima Agenda, quella Verde, che altro non è se non il <<”collegato ambientale alla legge di stabilità 2014”>>. Per la Cultura e turismo, con particolare riguardo al settore turistico, ci si aggrappa al <<piano strategico nazionale per il Turismo presentato nel 2013 [aria fritta, come il solito, n.d.s.]>>. Si annuncia con genericità sospetta, per tenere in piedi il settore alberghiero in crisi, un salvifico piano nazionale. Per quella cenerentola che è la Cultura, invece, ci si appella con la solita fumosità a un rafforzamento della <<gestione economica dei beni artistici e culturali>>, che inevitabilmente sono visti come un qualunque “mercato” fra i tanti, non come patrimonio e memoria storica di un popolo. Cose scontate e meri annunci per la Legalità (questione scottante d’ora in poi nelle mani di Renzi), come la mai attuata riduzione dei tempi della giustizia civile e penale, la prevenzione e repressione della criminalità (onnipotente se organizzata, quella che vota e fa votare), il conflitto di interessi mai risolto (a partire da Berlusconi) e la ri-penalizzazione del falso in bilancio. Infine, c’è tutta la retorica sulla Innovazione, alimentata dalla mitica <<Agenda Digitale. Per aumentare la trasparenza, velocizzare i processi, ridurre i tempi e i costi per le imprese e i cittadini>>.

Dove trovare le Risorse per questo ennesimo, trito e ritrito, libro dei sogni (e degli inganni)? La questione delle Risorse è trattata nell’ultimo capitalo della seconda sezione di Impegno Italia (Il patto di coalizione) in modo sintetico. La legge di stabilità 2014, ossia la pesante finanziaria – che ha cambiato nome, ma non sostanza – ha stanziato qualche briciola per il raggiungimento degli obiettivi fin qui elencati che non sono a “costo zero”. Dai <<2,6 miliardi di euro per la riduzione del costo del lavoro nel 2014, di cui 1 miliardo a favore delle imprese e 1,6 miliardi a favore dei lavoratori>>, agli <<1,5 miliardi per l’allentamento del Patto di Stabilità interno nel 2014 per infrastrutture a pagamenti debiti pregressi, oltre a quasi 1,5 miliardi>> per altri scopi, fino agli <<1,1 miliardi per il rifinanziamento della social card, degli ammortizzatori in deroga e del cinque per mille>>. Come si nota, solo bruscolini, se rapportati alla drammatica situazione sociale, occupazionale, di reddito nel paese vero, che richiederebbe molte decine di miliardi per essere affrontata. Si dimentica, però, di precisare che il capitale di Bankitalia è stato esponenzialmente aumentato, regalando cospicue risorse ai suoi “soci privati”. In poche parole, si destinano al popolo esclusivamente le risorse <<che proverranno dalla revisione della spesa [con tagli lineari al sociale, alla sanità, all’istruzione, eccetera, n.d.s.], dal rientro dei capitali e dalla diminuzione degli interessi sul debito>>. Il principio che si nasconde dietro queste parole è che “con una mano si da e con l’altra si toglie”, poiché se si taglia la spesa pubblica si riducono i servizi e si aumentano i costi di questi servizi per la popolazione. Evidente che ciò che si toglie è più di ciò che si da. Su questa strada obbligata – dato il programma Bce del 5 agosto 2011, tuttora valido – proseguirà anche l’esecutivo Renzi.

Sezione terza: La matrice. Conclusioni

L’ultima sezione del documento qui analizzato, La matrice, è riassuntiva, presentando una sintesi finale di Impegno Italia. La forma matriciale adottata sintetizza le azioni, la descrizione degli obiettivi, gli strumenti, i responsabili in termini di amministrazioni e riporta uno scadenziario, con tanto di date di presentazione per fare un po’ di scena.

E’ questa l’eredità lasciata da Letta, in forma di documento governativo per il 2014, al suo affondatore, “compagno” di partito e fratello-coltello, cioè Matteo Renzi. Ultimo parto del tardo nuovismo e del giovanilismo veltroniani, Renzi dovrebbe ereditare dallo sconfitto Letta anche la maggioranza di “corte intese”. Non avrà più un gran bisogno di Napolitano, per sostituire il quale probabilmente si aprirà la successione, ma continuerà inevitabilmente sulla strada aperta da Monti (con la complicità di Napolitano), rispettando alla lettera i diktat “europei” e gli ordini impartiti da Mercati&Investitori. Procederà, il suddetto, percorrendo il tratto finale, o soltanto un tratto, di quella strada che anche Letta ha percorso. Con buona pace per tutti i gonzi che hanno sostenuto “la novità” Renzi, e che ancora credono in un decisivo cambio di passo.

Impegno Italia da Letta a Renzi di Eugenio Orsoultima modifica: 2014-02-17T09:45:06+01:00da derosse
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