Albe dorate, albe tragiche e altri albori di Eugenio Orso

Premessa

I liberaldemocratici tutti, i sinceri democratici politicamente corretti, i progressisti e i riformisti, le sinistre ormai quasi completamente asservite a neocapitalismo, finanza internazionalizzata ed Eurotower, da tempo agitano lo spettro di un rigurgito nazifascista in Europa, spingendosi con piglio propagandistico ben oltre il pericolo della diffusione di un semplice ”euroscetticismo” e lo spauracchio populista che minaccia, in situazioni di de-emancipazione e d’impoverimento di massa, questa splendida democrazia dell’euro, del mercato, della finanza sovrana e dello strangolamento sociale.

Il pericolo più insidioso che si sbandiera in Europa, in questa tragica alba d’inizio millennio, è quello del moltiplicarsi e del prevalere delle “albe dorate”. Dopo la Grecia tocca all’Ungheria, con qualche presenza anche in Italia. Un fenomeno raccontato esclusivamente come rigurgito del nazismo, in piena eurozona e nell’unione non monetaria, minacciando, per spaventare le masse, ritorni al demonizzato novecento delle dittature, delle guerre e degli orrori. Si manipola il passato, ci si nasconde dietro riscritture storiche artefatte, si agitano mediaticamente e opportunisticamente gli spettri dell’antisemitismo, dell’omofobia, della violazione dei (falsi) diritti liberaldemocratici e neocapitalistici, per esorcizzare il pericolo di “derive” di massa nel vecchio continente, sotto i morsi della crisi strutturale perenne. Il messaggio è chiaro. T.I.N.A. e Alternativlos, ossia senza alternative praticabili allo status quo ultraliberista, come dissero rispettivamente Thatcher e Merkel, perché l’insorgente pericolo neonazista – quanto e più di quello sovranista, nazionalista e populista – deve essere scongiurato. Soprattutto non c’è alcuna alternativa possibile agli “stati uniti d’Europa”, all’euro, ai mercati, al dominio sopranazionale della global class e alle dinamiche finanziarie. La sinistra neoliberista ha abbandonato definitivamente il terreno della lotta per la giustizia sociale e del confronto di classe, abiurando comunismo, socialismo, laburismo e persino la socialdemocrazia meno spinta. Oggi è in prima fila nel gridare “al lupo, al lupo”, a starnazzare per l’affacciarsi della minaccia neonazista nell’Europa sottomessa all’euro e al mercato sovrano, mentre le condizioni di vita delle masse precipitano.

Ci sono, ovviamente, più “pacati euroscettici” che in alcun modo si possono definire neonazisti, al più nazionalisti e sovranisti, come ad esempio il Partito indipendentista del Regno Unito di Nigel Farage (United Kingdom Indipendence Party) e il Partito del popolo danese di Pia Kjærsgaard (Dansk Folkeparti). E c’è il temuto Fronte Nazionale di Marine Le Pen (Front National, nato nel lontano 1972 da Ordre Nouveau e ispirato dal vecchio MSI italiano), ben strutturato e organizzato in un paese come la Francia, fondamentale per la tenuta di quel doppio maligno dell’Europa che è l’unione. In relazione al Front National, data la crucialità della Francia nello “scacchiere” europeo e l’importanza che conserva a livello internazionale, sarebbe opportuno fare un discorso mirato, in separata sede. Tanto più che stiamo parlando di una potenza nucleare. Ma la diffusione delle “albe dorate”, per quanto limitata in termini di consensi e di paesi interessati, porge ottimamente il destro e consente di suonare le grancasse della propaganda europoide, neoliberale e neocapitalistica. Soprattutto in vista delle elezioni per il rinnovo dell’ europarlamento di Bruxelles e Strasburgo, che si terranno nel 2014. Le elezioni europidi sono principalmente un rito elettoralistico, in buona parte una simulazione di partecipazione popolare all’interno dell’eurolager e fumo negli occhi per i popoli detenuti. Il parlamento che ne scaturisce non decide strategicamente i destini del vecchio continente, non essendo la commissione, la bce, gli opachi potentati finanziari internazionali e i centri di potere tedeschi. Questa volta, però, le elezioni europee potranno avere una certa importanza come “termometro” della febbre anti-europoide e anti-unionista a livello popolare. Se le forze sovraniste, nazionaliste e populiste conseguiranno risultati clamorosi – in particolare in un paese fondamentale per la persistenza unionista come la Francia – Lor Signori non potranno più sentirsi tanto al sicuro e dovranno correre ai ripari, per evitare che il loro impianto di potere collassi. Lo faranno seguendo una delle due seguenti strade: 1) Scatenando criminalizzazioni delle “forze ribelli” e repressioni all’interno dei singoli paesi, servendosi dell’ampio spettro di collaborazionisti locali su cui possono contare (politici, giornalisti, accademici, burocrati, giudici, polizie e gendarmerie mercenarie). Questa è la soluzione che mi pare più probabile. 2) Modificando nella sostanza le politiche imposte agli stati succubi e applicate dai collaborazionisti politici. Soluzione che mi pare molto meno probabile, perché il modo storico di produzione che globalizza il mercato, trasforma l’uomo e i rapporti sociali e crea valore finanziario non può che funzionare così. Il nuovo capitalismo del terzo millennio non è emendabile, come lo era il capitalismo del secolo scorso, che ha conosciuto una riforma della portata di quella keynesiana. In tali contesti, e con tali prospettive future, si deve inquadrare il fenomeno “Alba Dorata” e lo spauracchio neonazista agitato dai pubblicisti del sistema.

Vediamo di fare un po’ di chiarezza in proposito, andando oltre i luoghi comuni della propaganda sistemica e gli allarmi diffusi da giornalisti, politici e intellettuali ascari, in molti casi, se non in tutti, democraticissimi euroservi “di sinistra” senza etica e senza vergogna.

Chrysí̱ Av̱gí̱ (Aurora Dorata): nazionalismo e metaxismo

L’Alba dorata originaria – Chrysí̱ Av̱gí̱ – è greca che più greca non si può ed esiste in vita non da una manciata d’anni, ma come partito dal 1993, cioè da un ventennio. Anzi, la rivista Chrysí̱ Av̱gí̱ è comparsa nei primi ottanta e il movimento è nato nel 1985, per opera del fondatore Nikólaos Michaloliákos, un ex delle forze speciali dell’esercito greco, attivo in politica fin da giovane. Il suo simbolo è il Meandro, cioè la greca, di color nero in campo rosso, che secondo alcuni assomiglia pericolosamente alla svastica. Echi nazionalisti, sovranisti e metaxisti caratterizzano questa formazione politica. E’ bene, volendo analizzare correttamente il fenomeno delle “albe dorate”, fare riferimento all’originale – il partito greco di  Michaloliákos e Christos Pappas – e considerare due aspetti rilevanti che lo connotano, oltre al supposto neonazismo, peraltro contestato da Alba dorata: il nazionalismo greco, indissolubilmente legato alla storia di quella nazione nel novecento e nell’ottocento, e il metaxismo, che non ha riscontro alcuno in altri paesi europei (né in Ungheria né in Italia). Partiamo dal secondo aspetto, per poi trattare il primo.

Il metaxismo, sbrigativamente liquidato come “fascismo greco”, fa riferimento alla figura storica di Ioannis Metaxas, generale e uomo politico della Grecia nella prima metà del novecento. Classe 1871, nato nella mitica Itaca di Ulisse, Metaxas ha combattuto contro il tradizionale nemico turco e partecipato con alto grado alle guerre balcaniche del 1912-1913. Contrario all’entrata in guerra nel primo conflitto mondiale, fiero oppositore di Venizelos, fedele al re Costantino I (di origini germaniche) che fu deposto dallo stesso Venizelos nel 1917, il generale Metaxas arrivò al potere grazie a Giorgio di Grecia, figlio di Costantino I, che nel 1935 si riprese il trono. Il suo governo, definito dittatoriale e fascista dai più, promosse misure a vantaggio dei lavoratori e del popolo, come la giornata lavorativa di otto ore e l’istituzione di forme di stato (e assistenzialismo) sociale, per acquisire il favore popolare e contrastare la crescente influenza comunista sulle masse. Una politica filo-popolare, non ostile al mondo del lavoro, e un atteggiamento filo-albionico in politica estera caratterizzarono il governo sicuramente autoritario di Metaxas. Questo personaggio, che non voleva la partecipazione greca al secondo conflitto mondiale, seppe respingere la dissennata invasione italiana della Grecia della fine dell’ottobre 1940, costringendo le truppe italiane a ripiegare in Albania. Criticato, ma anche amato dal popolo per la sua dedizione alla patria e le sue politiche socialmente equilibrate, il generale Metaxas morì alla fine di gennaio del 1941, con la seconda guerra mondiale in pieno corso. Un uomo di governo accusato di essere un dittatore, che aveva preso il potere in una situazione interna difficile, e non avendo molte alternative nel 1936 ha sospeso il parlamento e abrogato norme costituzionali. Un generale accusato di filo-fascismo che ha efficacemente difeso il suo paese dall’invasore italiano e fascista. Di lui possiamo dire, pur non essendo specialisti in storia della Grecia moderna, che fu contrario alla partecipazione ai due conflitti mondiali novecenteschi, che fu fedele al suo paese (e al re), che applicò politiche economiche e sociali favorevoli ai lavoratori, ai contadini, al popolo, alle classi dominate. Un duro militare, un ottimo comandante in grado di respingere l’attacco di Mussolini, sicuramente autoritario, ma non certo un mostro, un massacratore sociale ed effettivo, o un traditore del suo paese al servizio dei poteri esterni come lo sono stati, in questi anni, George Papandreou (l’”americano” da parte di madre, terza generazione di una celebre dinastia politica, dimissionato come Berlusconi), Lucas Papademos (il non eletto, ex vice presidente bce voluto dalla troika, simile al Monti commissario europide) e l’ultimo in ordine di apparizione, Antonis Samaras (il gestore del disastro finale, quello delle “larghe intese” con i resti del Pasok e con il Dimar moderatamente sinistrorso, uno che per noi italiani può corrispondere benissimo a Enrico Letta). Persino scontato il fatto che si possano apprezzare le politiche economiche e sociali di Metaxas – soprattutto in rapporto a quelle imposte alla Grecia di oggi dal fmi e dall’unione europoide, con la complicità dei collaborazionisti locali – e il suo secco no, Okhi, all’ultimatum di Mussolini del 1940.

Meglio un’ora di libertà che un quarantennio di schiavitù e prigionia. I versi di Rigas Velenstinlis ben riassumono la lotta per l’indipendenza dal giogo ottomano e lo spirito del nazionalismo greco. Una lotta iniziata nel diciottesimo secolo, con la rivolta della Morea, e conclusasi formalmente il secolo successivo, nel 1832. Il patriottismo e il nazionalismo greci si sono diffusi, a partire dal mille e settecento secolo dei lumi e di grandi cambiamenti culturali, fra i fuoriusciti e gli esuli in Europa, gettando le basi per la lotta contro l’oppressore ottomano, al potere fin dal 1453, e per un vero e proprio “risorgimento greco”. A questo proposito, si ricorda il ruolo e il peso di una società segreta come la Filikí Etería, costituita a Odessa nel 1814, dal 1820 guidata da un protagonista della riscossa patriottica greca come Alessandro Ypsilánti. Questa società di amici, che adottò come simbolo un anello, fu preceduta da una società di mutuo soccorso costituita a Parigi. Fra i fondatori di Filikí Etería, si ricordano Athanásios Tsákalov ed Emmanuel Xánthos, che si impegnarono per l’indipendenza e la solidarietà fra i greci. In questo fiorire di associazioni patriottiche e culturali – la citata Filikí Etería non fu certo l’unica e la sola – ci fu anche lo “zampino” della massoneria, ma è proprio dagli ambienti degli esuli e degli emigrati nel resto d’Europa, che è arrivata una spinta decisiva per la guerra d’indipendenza contro l’impero ottomano. Altrettanto importanti furono le influenze esterne, come quella della Rivoluzione francese. La guerra d’indipendenza vera e propria iniziò nel 1821, dalla Patrasso dell’arcivescovo ortodosso Germanos all’Epiro, per opera di Alì Pascià. I turchi riuscirono a venire a capo della situazione con le armi, e molta impressione fece, nel resto d’Europa, il massacro della popolazione a Chio, nel 1822., tanto che giunsero volontari, più o meno illustri, a combattere dalla parte dei greci, come il poeta Lord Byron dall’Inghilterra e l’italiano Santorre di Santarosa. La causa greca ebbe molto sostegno all’estero e suscitò simpatia all’interno delle potenze europee di allora, e furono proprio la Russia, la Francia e la Gran Bretagna a risolvere – avendo, però, sempre presenti i loro interessi geostrategici di potenze imperiali – sconfiggendo la flotta ottomana a Navarino e occupando l’insanguinata Morea. In seguito, ci furono il trattato di Adrianopoli del 1829, che poneva la Grecia sotto il protettorato delle potenze vincitrici, e l’indipendenza successivamente sancita a Londra nel 1830. L’indipendenza non riguardò tutta la Grecia, perché alcune parti europee rimasero in mani ottomane, e sicuramente non i greci stanziati in Asia minore, ma si costituì con grande tributo di sangue un vero e proprio stato greco, che esiste ancor oggi. Le potenze vincitrici in qualche modo imposero ai greci la monarchia e affidarono il trono a un tedesco, nel 1832, Ottone, principe ereditario di Baviera. E’ chiaro che secoli di dominazione ottomana, sanguinosa e umiliante, nonché una lunga guerra per l’indipendenza, con grande tributo di sangue da parte della popolazione, restano nella “memoria storica” di un intero popolo – non solo delle sue “classi dirigenti” – continuando a influenzarlo nei decenni. Così è nel caso dell’”epopea” del popolo greco, alle origini della Grecia moderna. Lo spirito nazionale – troppo spesso confuso con un becero e interessato nazionalismo o con una vera e propria ideologia nazionalista – non è un fatto negativo, tanto più che lo spirito nazionale, nel novecento, animò non soltanto le destre, ma anche i comunisti greci, nelle loro lotte per il socialismo contro regimi oppressivi e contro gli assetti capitalistici.

Chrysí̱ Av̱gí̱ (Aurora Dorata): razzismo, omofobia, antisemitismo e neonazismo

Il breve résumée storico che precede, articolato su due punti, lascia intendere che se veramente fossero soltanto il metaxismo e il nazionalismo greco a ispirare la politica e i comportamenti di Alba Dorata, non si potrebbe in alcun modo parlare di neonazismo, nonché di razzismo (biologico), omofobia e antisemitismo. Nella realtà, la Lega Popolare–Alba Dorata di Michaloliákos, attiva come movimento fin dagli anni ottanta e come partito dai novanta, presenta lineamenti e comportamenti ambigui, tali da porgere il destro ai pubblicisti della liberaldemocrazia, del libero mercato e dell’”Europa” monetaria e finanziaria che demonizzano chiunque osi porsi con un piede (o con tutti e due) fuori dal sistema. L’ostilità nei confronti degli immigrati di qualsiasi provenienza è valsa l’accusa di razzismo, il duro comportamento nei confronti degli omosessuali vale l’accusa di omofobia, l’ostilità nei confronti degli ebrei suscita l’accusa infamante di antisemitismo, i riferimenti, più o meno espliciti, a Hitler e al nazionalsocialismo delle origini alimentano i sospetti di neonazismo. Sono tutte cose vere, che poco hanno a che vedere con lo spirito nazionale greco e il metaxismo, ma che si possono convenientemente spiegare all’interno delle logiche manipolative e di dominio neocapitalistiche, nonché alla luce della costruzione unionista europoide, nella gabbia dell’eurozona.

L’ostilità nei confronti degli immigrati non riguarda soltanto formazioni come Alba Dorata, non è limitata a quella che si definisce “estrema destra”, spesso aggiungendo xenofoba, ma è più in generale un riflesso del neocapitalismo, che fomenta la competizione, o vere e proprie guerre fra poveri (cioè fra neoplebi) per dominare incontrastato. Del resto, quella che possiamo chiamare a pieno titolo “società aperta di mercato” richiede la distruzione degli aspetti culturali tradizionali e specifici, una fraintesa multietnicità e soprattutto flussi di nuova manodopera a costo sempre più basso. Consideriamo, ad esempio, il caso danese, paese ancora ricco, non in situazioni di crisi (e subalternità all’unione europoide e alla bce) come l’Europa mediterranea. Anche in Danimarca, a causa delle dinamiche neocapitalistiche e globaliste, la questione dell’immigrazione è da anni molto sentita, creando allarme fra gli autoctoni. Il DF, Partito del popolo danese che ha fatto della lotta all’immigrazione la sua bandiera politica, appoggiando dall’esterno esecutivi di coalizione fra liberali e conservatori (esempio non italico di “larghe intese”), è riuscito a far passare misure restrittive a riguardo dell’immigrazione e degli immigrati. Il successo del DF (Dansk Folkeparti) è in buona parte ascrivibile alla lotta contro l’immigrazione e all’attenzione per l’identità culturale del popolo danese, ma non solo, perché questo partito, oltre che islamofobo, è “euroscettico”, favorevole al mantenimento dello stato sociale e … filo-israeliano. La fobia nei confronti degli immigrati non è prerogativa di formazioni violente e più o meno esplicitamente neonaziste, ma riguarda, oltre al citato DF danese, anche la Lega Nord in Italia, per anni partito di governo del tutto interno al sistema, con tanto di ministri e sottosegretari. Si tratta di una reazione generale dei popoli europei – per quanto scomposta, a volte violenta e ingiusta nei confronti degli immigrati – contro l’imposizione di una fraintesa multietnicità e della società aperta che fa il paio con il neocapitalismo finanziarizzato. E nello stesso tempo si connota sempre più spesso come una guerra fra poveri, messi in competizione da un modo storico di produzione – il nuovo capitalismo finanziarizzato – che ri-plebeizza le popolazioni europee attraverso lo strumento di dominazione unionista dell’euro e sfrutta forza-lavoro di altra provenienza, con poche pretese e a basso costo, suscitando e alimentando i flussi migratori, non di rado gestiti da organizzazioni schiaviste e criminali. Da un lato, ci si procura forza lavoro che non chiede particolari tutele, disposta a lavorare in condizioni inaccettabili per gli autoctoni, dall’altro si agisce sul potere d’acquisto e sulle paghe nominali degli europei, riducendole. E’ chiaro che la situazione può diventare esplosiva in presenza di tassi di disoccupazione alti o altissimi. Le paghe, in Grecia, si sono dimezzate dall’inizio della crisi suscitata dalla troika, dai mercati finanziari e dalla germania (volutamente in minuscolo), e il potere d’acquisto di salari e stipendi è in discesa, da anni, anche in Italia, mentre la disoccupazione è oltre il 25% in Spagna, dove le paghe si sono notevolmente abbassate, nonostante le menzogne dell’euroservo politico locale Mariano Rajoy e la finta ripresa. Persino in Germania c’è stata perdita di potere d’acquisto e riduzione delle paghe con i mini-job. L’ostilità nei confronti degli immigrati e il razzismo non sono prerogative di Alba Dorata e di formazioni simili nel resto d’Europa, ma sono altrettanti effetti della dominazione finanziaria e neocapitalistica, dentro e fuori dell’eurozona. Anche a questo servono la costruzione unionista europoide e l’euro. E’ certo, però, che devastare le misere bancarelle degli immigrati nei pressi del sagrato di una chiesa (per commercio illegale!), come hanno fatto esponenti di Alba Dorata nel 2012, non è un’azione coraggiosa, non ha niente a che vedere con una difesa efficace dei diritti del popolo greco e della sovranità nazionale.

Il duro comportamento nei confronti degli omosessuali non è prerogativa di Alba Dorata e dei presunti neonazisti. Ci sono governi che si oppongo esplicitamente ai cosiddetti “diritti delle minoranze”, sponsorizzati al nuovo capitalismo e dal suo doppio politico, cioè la democrazia liberale di matrice anglo-americana. Pensiamo al governo russo e a Putin, che tentano un’estrema difesa delle specificità culturali dei russi e della famiglia tradizionale. Persino in Francia c’è stata una robusta e diffusa protesta popolare contro l’introduzione delle nozze gay da parte del governo socialista ed euroservo dello screditatissimo Hollande. Per dovere di chiarezza, preciso che personalmente non nutro sentimenti di netta ostilità nei confronti dei “sessualmente diversi”, ma non posso nascondere un po’ di insopprimibile fastidio “omofobico”. Tuttavia, non me la sento di condannare senza appello il governo russo e Putin, o i manifestanti francesi contrari a questo “diritto della minoranza”, poiché, secondo le mie personali chiavi di lettura della realtà sociale e politica, la questione omosessuale è sfruttata propagandisticamente dai pubblicisti del capitalismo finanziarizzato e della democrazia liberale per conseguire, a danno dei popoli e delle classi dominate, due risultati rilevanti. La distrazione di massa dai problemi economici che attanagliano tutti, eterosessuali e omosessuali, e la progressiva distruzione della famiglia tradizionale, che costituisce un ostacolo per una società completamente “aperta al mercato”, individualizzata all’estremo e immemore delle tradizioni. Il modello di “società aperta di mercato”, che si sposa con il modo di produzione sociale neocapitalistico, per affermarsi richiede la dissoluzione dei precedenti vincoli di classe, di comunità e anche il ridimensionamento del ruolo della famiglia costituita da un uomo, una donna e dai figli. Infatti, la famiglia è l’unità essenziale delle società umane, ma rappresenta un ostacolo sulla via della piena individualizzazione neocapitalistica e neoliberale dell’uomo. La grottesca caricatura di famiglia proposta dai “difensori dei diritti delle minoranze”, con riferimento ai cosiddetti matrimoni gay e alle adozioni di bambini da parte di coppie omosessuali, contribuisce quantomeno a ridimensionare il ruolo della famiglia tradizionale, a beneficio della trasformazione della struttura sociale nel senso voluto dalle élite finanziarie dominanti. Ciò vale in linea di massima sia in Europa, dall’eurozona alla Federazione Russa, sia altrove nel mondo. Le associazioni di gay e lesbiche, inoltre, apparentemente favorite dall’imposizione di norme che esaltano i diritti delle minoranze a scapito della maggioranza, non di rado “ci marciano”, rivelando una certa dose di cinismo e di opportunismo. E trasformando i cosiddetti gay pride in manifestazioni pagliaccesche, carnevalesche quando non oscene, e persino provocatorie. E’ chiaro che in una situazione sociale tesa, di generale immiserimento e de-emancipazione di massa, che tende pericolosamente a precipitare da un momento all’altro, gli omosessuali – quanto gli immigrati – possono diventare l’obbiettivo di vigorose reazioni di segno contrario, come quella rappresentata da Alba Dorata. E questo indipendentemente dalla maggior o minor crudezza delle azioni “omofobiche”, anche nel caso in cui la cosiddetta omofobia si limita alla distribuzione di volantini contro il gay pride, come ha fatto la formazione politica greca in occasione del gay pride di Atene del 2005. Per quanto mi riguarda, è proprio la strumentalizzazione della questione omosessuale, operata dai pubblicisti del mercato, dai diffusori del “politicamente corretto” e dai servitori politici del nuovo capitalismo, a generare in qualche misura reazioni, anche violente, di segno contrario.

L’ostilità nei confronti degli ebrei, non sempre limitata a una critica al movimento sionista e alle politiche dei governi israeliani in Palestina, è storia vecchia. Spesso è un’eco del passato, perché in vaste aree d’Europa la presenza ebraica è ormai del tutto marginale e, quindi, si tratta di un antisemitismo senza ebrei. Ancor oggi, nella difesa dell’integrità territoriale, culturale e nazionale – argomento al quale sono molto sensibili i gruppi detti di destra o di estrema destra – si individuano come nemici principali le “lobby sioniste” e “l’onnipotenza ebraica”. Ciò accade anche in Grecia, naturalmente, e la questione investe, oltre che formazioni politiche come Alba Dorata, addirittura alcuni membri del clero ortodosso, che dal pulpito attaccano ebrei e sionismo. Tuttavia c’è da credere che nel caso di Alba Dorata l’antisemitismo e il negazionismo siano marginali e strumentali, utili, in campagna elettorale, a far parlare del partito, dentro e fuori il paese, e ad attrarre qualche voto in più. Per quanto mi riguarda, l’olocausto ebraico per mano dei nazisti tedeschi (e dei tedeschi in generale, complici come popolo) è diventato una vera e propria “religione olocaustica” – esattamente come ha scritto Costanzo Preve in Elementi di Politicamente Corretto – usato strumentalmente per eternare i sensi di colpa e la subalternità europea nei confronti dell’oltre oceano, e destinato, in quanto religione, addirittura a sostituire il cristianesimo e lo stesso ebraismo. Antisemita diventa, perciò, anche chi si permette semplicemente di criticare le politiche adottate dai governi d’Israele nei confronti dei palestinesi, o le azioni e gli scopi del movimento sionista, senza che gli passi neppure per la mente di inneggiare all’espulsione o allo sterminio degli ebrei in quanto tali, o di negare la veridicità storica dell’olocausto. Una corrente antisemita, in Grecia, si sviluppò fra le due guerre mondiali, sia pur in forme meno violente ed estreme rispetto a ciò che accadde in Germania, in Ungheria e in Romania. Persino a Salonicco – che per molto tempo, dal mille e cinquecento ai primi del novecento, fu città europea sotto dominazione ottomana a maggioranza ebraico-sefardita e poi, allo scoppio del secondo conflitto mondiale, al 40% – non vi furono gli eccessi antisemiti che funestarono l’Europa centrale (pogrom del 1931 con incendio di un quartiere ebraico a parte). Tanto più che l’ascesa al potere di Metaxas, nel ’36, interruppe le violenze antisemite. Alcuni ebrei greci e di Salonicco, scampati ai campi di sterminio tedesco-nazisti, combatterono con i partigiani comunisti dell’Elas e poi parteciparono alla guerra civile greca (1946-1949) dalla parte dei comunisti, mentre altri combatterono nella guerra civile fra le file dei governativi. In conclusione, l’antisemitismo non è propriamente greco. In Grecia ha rappresentato un fenomeno meno vistoso e meno drammatico rispetto ad altri paesi europei, e lo sterminio degli ebrei greci nei primi anni quaranta è notoriamente opera dei tedeschi.

I riferimenti, più o meno espliciti, a Hitler e al nazionalsocialismo, secondo alcuni, sono riflessi dallo stesso simbolo del partito, un pezzo di antico Meandro greco, scelto opportunamente, a imitazione della svastica, e rappresentato in campo rosso. L’uso della croce celtica, che ha connotato nel dopoguerra vari movimenti di estrema destra in Europa è anche cosa vera. A questo si aggiungono le cose scritte sulla rivista alle origini del movimento (e poi del partito) Chrysí̱ Av̱gí̱ e le dichiarazioni recenti e passate di esponenti della formazione, a partire dal “socio” fondatore Nikólaos Michaloliákos. A ciò si aggiungono, inoltre, l’atteggiamento negazionista in relazione all’olocausto ebraico e la difesa dei collaborazionisti greci, al servizio dell’asse nella seconda guerra mondiale, gli Euzoni di Ioannis Rallis. In un’intervista alla rivista geopolitica Limes del dicembre dello scorso anno, il giornalista greco Dimitri Deliolanes, che ha scritto addirittura un libro sulla presunta minaccia della “Grecia nazista” nei confronti dell’Europa, sostiene che Alba Dorata è il partito dei seguaci di Hitler, parla di adesione totale al nazismo, poiché “non c’è aspetto che venga tralasciato: l’antisemitismo, le teorie razziali, l’elemento esoterico riportato addirittura nel nome, che richiama Golden Down.” Sostiene Deliolanes, in tal caso giustamente, che il nazionalismo greco non ha nulla a che vedere con la teoria del sangue e della razza alla quale sembra aver aderito Alba Dorata, prevalendo gli aspetti culturali. Delionanes, nonostante l’evidente sopravvalutazione del fenomeno Alba Dorata, giunta finora ad un picco nazionale di appena il 7% dei voti, risponde in modo abbastanza sensato all’intervistatore, quando afferma quanto segue: L’Ue ha applicato in Grecia una politica fallimentare, mentre la classe dirigente nazionale pur di nascondere le proprie responsabilità nella crisi non ha fatto altro che accettare passivamente le ricette di Bruxelles. Il risultato è stato che agli occhi dell’opinione pubblica greca sia l’Unione Europea sia la classe politica nazionale sono apparsi totalmente delegittimati e le istanze di critica della democrazia provenienti da formazioni di estrema destra come Alba Dorata [Ad] hanno guadagnato consensi.” Non dice, però, che trattandosi dell’insorgenza di una questione sociale gravissima, addirittura epocale, si può addirittura apprezzare uno come Hitler (al quale Michaloliákos fa l’occhiolino) per le sue politiche economiche e sociali, a fronte di politiche euroglobaliste e finanziarie di rapina, particolarmente distruttive per i paesi e i popoli soggetti. Politiche dei poteri esterni supportate e applicate da classi dirigenti collaborazioniste della troika, in condizioni di cessione integrale della sovranità dello stato. A dire il vero, secondo alcuni è stato proprio un folle e sanguinario dittatore come Adolf Hitler il più grande keynesiano della storia. Con altre parole, uno che ha concretamente applicato nel suo paese, sia pur per la sola “razza ariana” e nell’imminenza di una guerra di conquista dell’Europa, misure economiche rivolte a massimizzare l’occupazione, gli investimenti e a espandere la domanda aggregata, con l’intervento di uno stato sovrano in grado di imbrigliare il mercato. Questo è il punto. Per chi è soggetto alla strage sociale neoliberista ed europoide, per chi concretamente rischia fame, disperazione e morte, data la situazione di emergenza in cui si trova, anche un neonazismo dalle forti connotazioni sociali, stataliste e dirigiste – che promette di assicurare pane, stabilità nel lavoro e reddito – può essere migliore di questo capitalismo, democratico, politicamente corretto, (euro)globale, inevitabilmente e volutamente stragista, per le sue dinamiche finanziario-elitiste di sfruttamento integrale. L’unione europoide promette soltanto riduzione forzata del debito, stabilità insensata dei conti pubblici, difesa strenua della moneta unica in mani private e delle entità bancarie, altrettanto private. Sovranità nazionale politica e monetaria, diritto al lavoro e attenzione per la socialità sono antitetici rispetto al “progetto europeo” in atto, di matrice squisitamente neocapitalistica e neoliberale. Un progetto pensato, elaborato e applicato contro i popoli europei, che ha avuto come primo banco di prova e come prima cavia proprio la Grecia. Nessuno stupore, quindi, in una situazione emergenziale come quella greca – creata dalla dominazione neocapitalistica e dall’unionismo europide, che è una sua struttura sopranazionale di potere – se nelle elezioni politiche del giugno 2012 Chrysí̱ Av̱gí̱ è arrivata a un (comunque modesto) 7% dei voti, con 18 seggi in parlamento. Nonostante i forti sospetti di neonazismo e i media avversi. Quando ti mettono le tasse sulla casa nella bolletta dell’energia elettrica, così se non le paghi, perché non hai più reddito sufficiente, ti tagliano anche la luce, com’è accaduto in Grecia, capisci che è l’impianto europide e neoliberista di potere, supportato dai collaborazionisti locali (pasok, nuova democrazia, persino l’ inutilissima syriza che trattiene la vera protesta), il tuo vero nemico, la vera minaccia per la tua stessa sopravvivenza. Parimenti, quando sei costretto a portare cibo e medicinali a un parente ricoverato, per la sottrazione di risorse alla sanità pubblica, cominci a riflettere seriamente e, messo con le spalle al muro, puoi giungere a quelle conclusioni. Persino un dissennato tentativo di riedizione del nazismo, montando la disperazione sociale, può rappresentare un’alternativa migliore, una via di fuga praticabile. Se il nazismo, quello originale e tedesco, ha significato storicamente violenza e guerra, il neocapitalismo finanziario, democratico, liberale e da noi europide, significa, già oggi, ma soprattutto in prospettiva futura, ancor più violenza e ancor più guerra, sociale e tradizionale. Un male in prospettiva peggiore del vecchio “male assoluto” europeo, incarnato dal nazismo storicamente esistito. In conclusione, mi sento di fare una semplice considerazione sul neonazismo, che non vale esclusivamente in Grecia, ma per tutta l’Europa sotto il giogo unionista. Si tratta principalmente di un effetto della situazione sociale e politica innescata nell’eurozona dai trattati, delle prassi mercatiste antipopolari e della moneta unionista. Più precipita la situazione e più il fenomeno neonazista trova terreno fertile. Il rigetto, da parte delle popolazioni vessate, del “progetto europeo”, del capitalismo rigorista finanziario, che sfrutta il ricatto del debito e della moneta, ed anche della stessa democrazia liberale, ancella politica neocapitalista (meglio sarebbe scrivere prostituta), può assumere forme discutibili in assenza di vere alternative politiche, integrali, chiare e strutturate. Ma nella sostanza il rigetto della falsa Europa unionista e della sua democrazia, qualunque direzione si segua, è perfettamente spiegabile, condivisibile e addirittura “fisiologico”. Astraendo dalla disgustosa propaganda sistemica, europoide e neoliberale, che lo strumentalizza per i suoi scopi, osserviamo che il neonazismo è parte del nuovo male assoluto neocapitalistico e non può rappresentare una vera cura, ma semplicemente un effetto del grande male dell’epoca. Ciò che vale per Chrysí̱ Av̱gí̱ accusata di neonazismo vale, più in generale, per le tutte le “albe dorate” e i partiti o i movimenti con caratteristiche simili.

Albe dorate e altri albori nell’alba tragica europea

L’allarme intorno al ricomparire di partiti e movimenti che si ispirano al nazismo mobilita tutte le forze “politicamente corrette” e più o meno esplicitamente europoidi. Benché formazioni politiche con questa ispirazione esistono da decenni, oggi, in situazioni di crescente tensione sociale e di possibile rivolta all’interno dei paesi oppressi, danno particolarmente fastidio “al manovratore” sopranazionale. Il motivo è semplice da comprendere e poco ha a che vedere con fantomatici principi democratici e di libertà, sbandierati propagandisticamente. Latitando forze cosiddette di sinistra che tentano una difesa degli interessi delle classi dominate contro la tirannia unionista – tutte “comprate” e ascare, quando non neutralizzate o estinte – sovranisti, nazionalisti, “euroscettici”, populisti e persino i cosiddetti neonazisti possono sperare di raccogliere a piene mani il consenso popolare, dando voce al disagio profondo nella società, colmando il deficit di rappresentanza politica  e aumentando la loro forza e la loro influenza. L’avvio di una fase che io definisco protorivoluzionaria (per distinguerla dalla vera Rivoluzione) potrebbe essere vicino, nel vecchio continente. Piuttosto che morire di euro, mercati globalizzati e debito pubblico (e di democrazia, prostituta neocapitalistica) i popoli potrebbero decidere di “lavorare con la legna che c’è in cantiere”, appoggiando queste forze politiche emergenti. Fra queste, non andando troppo per il sottile, anche le “albe dorate”.

Secondo l’attivista e libertario Yorgo Mitralias, Alba Dorata (da lui definita “peste nera”) non è solo un fenomeno greco, perché “L’esplosione della destra neofascista in Grecia, somiglia a quelle degli anni Trenta, durante una crisi economica e sociale simile a quella attuale.” C’è ovviamente una parte di verità in queste parole e come specifica lo stesso Mitralias la crisi e le tragedie sociali che la accompagnano non sono specificamente greche. Quelli “di sinistra”, però, demonizzano e creano il mostro lasciando volutamente in ombra i due punti essenziali della questione: 1) Il fenomeno in questione è un effetto, politico e sociale, di questo capitalismo globalizzato, che fra i suoi strumenti di dominio e di esproprio di diritti e risorse annovera le “istituzioni europee” unioniste, la bce, la commissione e la moneta unica. Si tende, ipocritamente, a scambiare la causa con l’effetto, oppure a far apparire il fenomeno in questione originario, o comunque peggiore del male che l’ha generato (cioè il neocapitalismo finanziarizzato). 2) Le gravi responsabilità e le colpe della sinistra europea, totalmente subalterna al neocapitalismo, fagocitata negli impianti di dominio e potere della democrazia liberale e collaborazionista delle eurocrazie che hanno creato l’eurolager. Disposta a sostenere governi di tecnocrati non eletti che applicano i programmi della bce, della commissione e del fmi (Papademos e Monti). Ciò vale per il ridimensionato pasok greco come per il vergognoso pd italiano. Si scrive, per esorcizzare Alba Dorata e forse per mondarsi l’anima, un Manifesto Antifascista Europeo e si manifestano intenzioni “movimentiste” per combattere il piccolo mostro neonazista, prima ancora delle eurocrazie assassine che ci tengono in pugno. C’è la paura, nei “sinistri” che fanno da ruota di scorta al progetto europoide contribuendo alle sofferenze sociali, di essere addirittura “scavalcati a sinistra”, in termini di credibilità e consensi, da forze che interpretano, seppur in modo insufficiente, parziale e talora distorto, i reali bisogni dei popoli europei. Non obbedendo, come fanno i “sinistri” più o meno scopertamente, alla voce del padrone europoide e globalista.

Per demonizzare, screditare ed esorcizzare le predette forze, agitando gli spettri del fascismo e del nazismo novecenteschi, si scrivono libri “di analisi” come il recente Estrema destra del “sinistro” Guido Caldiron, a colloquio sul tema con Giacomo Russo Spena per la rivista italiana radical-chic e politicamente corretta (anche online) MicroMega. Rispondendo a Russo Spena, in merito ai contenuti del suo libro presentato come attenta mappatura dei nuovi fascisti in occidente, Caldiron afferma quanto segue: “Nel corso dell’ultimo decennio – data simbolo di partenza è l’11 settembre – si è assistito allo sviluppo di potenti movimenti populisti di destra che prendendo completamente le distanze dal repertorio neofascista o neonazista hanno saputo costruire un vocabolario politico dell’intolleranza e del pregiudizio che è stato accettato dalla società: il nuovo razzismo, che si traveste da difesa della democrazia dalla “minaccia” islamica, da protezione del welfare per gli autoctoni contro “i costi” dell’immigrazione o, come si è visto di recente in Francia, da baluardo della famiglia tradizionale contro i diritti di gay e lesbiche, ha imposto così nei fatti una vera e propria normalizzazione di idee che in realtà si basano sull’odio e il disprezzo dell'”altro”. All’ombra di questo fenomeno di massa, rispuntano poi anche i gruppi apertamente neofascisti o neonazisti.” La protezione del welfare e la difesa della famiglia tradizionale si baserebbero, inevitabilmente, sull’odio e sul disprezzo dell’”altro”. Non costituirebbero in primo luogo emergenze sentite dalle popolazioni e suscitate dal neocapitalismo delle eurocrazie. Secondo Caldiron, chi difende lo stato sociale (e l’equità sociale), nonché le identità culturali e la famiglia o è un tristo “populista di destra”, oppure fa parte di gruppi apertamente neofascisti o neonazisti. Le accuse a questi partiti e movimenti (nelle varie realtà nazionali abbastanza eterogenei) nascondono abilmente l’avallo a politiche neoliberiste – come quelle europoidi – che vanno oggettivamente contro lo stato sociale, le tradizioni dei popoli e la famiglia. Infatti, le sinistre presenti nei parlamenti liberaldemocratici d’Europa si guardano bene dal difendere strenuamente il welfare, con moti di piazza, se necessario, e di contraddire apertamente la cosiddetta troika. In Italia il pd, che ha in mano il governo e le istituzioni per conto dei poteri esterni, si erge da tempo a “diga” contro il populismo (leggasi contro i concreti interessi popolari), si presenta come difensore della democrazia e lavora propagandisticamente per i “diritti delle minoranze”, da contrapporre subdolamente a quelli della maggioranza che si sostanziano in pane e lavoro. Lo stesso fa il truffaldino e “sinistro” sel, ricompensato dopo le ultime elezioni per il rinnovo del parlamento con la presidenza della camera. La linea politica è sempre quella, unica e senza alternative. Dettata dallo stesso padrone sopranazionale che semina disoccupazione, deindustrializzazione e miseria nel paese. Il “progetto europeo”, davanti al quale le sinistre oggettivamente si prostrano, prevede la trasformazione delle società in “società aperta di mercato”, con tutte le implicazioni culturali, sociali ed economiche del caso.

Tornando alla questione della diffusione delle “albe dorate” in Europa, si può citare ancora una volta l'”attivista” Yorgo Mitralias, che ha scritto: “Non soltanto Alba Dorata viene emulata in particolar modo in Europa Centrale e dell’Est (Ungheria, Romania, Bulgaria, Serbia, Russia…), ma si assiste anche alla banalizzazione galoppante del razzismo più violento, dell’antisemitismo, dell’islamofobia, dell’odio pogromista contro gli immigrati, i diversi.” Nonostante questo, notiamo che mentre la crisi strutturale neocapitalistica, che si accanisce sull’Europa, continua a mietere vittime, a falciare posti di lavoro, a ridurre i redditi popolari, la diffusione del modello Alba Dorata sembra ancora piuttosto modesta. Nell’Ungheria di Viktor Orban e della Fidesz che rifiuta la troika e la superiorità della germania, fuori dall’eurozona, ma dentro l’unione, da una costola dello Jobbik alla fine del 2013 è nata Magyar Hajnal, formazione politica che ha qualche similitudine con quella greca, ma senza legami diretti con i greci. Il capo è un ex dello Jobbik, tale Andras Kisgergely, che contesta con forza il moderatismo del partito che l’ha espulso. Il programma della nuova formazione ungherese è decisamente nazionalista, anti-zingaro (gli zingari sono piuttosto numerosi da quelle parti), anti-unionista e volto a chiedere la revisione del trattato di Trianon, che dopo la prima guerra mondiale tolse molti territori alla sconfitta Ungheria. A dimostrazione che non si può parlare di un “blocco nero” coeso, i rapporti fra lo Jobbik e il nuovo raggruppamento Magyar Hajnal sembrano piuttosto tesi, tanto che per lo Jobbik questo partito è guidato da “persone disturbate”. Le fortune di Magyar Hajnal, in termini di consensi fra gli ungheresi, sono ancora tutte da verificare. Anche da noi c’è Alba Dorata Italia, pur minuscola. Anzi, sembra che ce ne sia più di una, perché esiste Alba Dorata Europa, che ha nel suo programma la sanità pubblica gratuita per tutti gli italiani e pensioni non inferiori ai mille euro mensili, accanto all’eliminazione servizio pubblico negli stadi(!) e all’inviolabilità delle cosiddette forze dell’ordine(!!). Poca cosa, in effetti, tanto che Alba Dorata Italia ai primi di gennaio, nella persona del segretario nazionale Bruno Berardi ha dichiarato di voler sciogliersi ed entrare in Fiamma Tricolore, in vita da un ventennio quale tentativo (fallito) di “rifondazione” del vecchio MSI. Come si nota, non è molto, anche se la propaganda filo-europoide e filo-globalista ci ricama sopra. Un buon pretesto e un ottimo spauracchio, quello del neonazismo, per oscurare ancor di più la questione sociale e le responsabilità politiche che ne stanno alla base.

Eugenio Orso, saggio scritto fra il 10 e il 19 gennaio 2014

Albe dorate, albe tragiche e altri albori di Eugenio Orsoultima modifica: 2014-01-20T09:41:57+01:00da derosse
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