Lo sgretolamento del sistema inizia con i Forconi? di Eugenio Orso

In piazza a Monfalcone un migliaio di manifestanti, che l’hanno bloccata. Monfalcone è piccola, non è Torino, non è Genova e non è Palermo, è una cittadina dell’estremo nord-est d’Italia, in provincia di Gorizia. Ci sono i cantieri navali (della Fincantieri) e le “esternalizzazioni” a piccole ditte dal futuro incerto che sfruttano e precarizzano all’estremo i lavoratori poveri. Sono stati questi, in gran maggioranza, non gli studenti, non i trasportatori, non i commercianti o gli agricoltori, a invadere la piazza di Monfalcone. Prova che il cosiddetto Movimento dei Forconi è molto composito, dal punto di vista sociale, e rappresenta l’irruzione sulla scena, non certo di fatui grillini o peggio, di virtuali trenta-quarantenni renziani, destinati ad aggravare la situazione sociale del paese, nell’imbroglio della politica di sistema, ma delle masse pauperizzate deprivate di qualsiasi rappresentanza politica. Né Grillo, né Berlusconi, né tantomeno il pd di Napolitano, Letta e Renzi – saldamente al governo e attraversato dalle correnti impetuose del collaborazionismo filoeuropoide e neocapitalistico – possono dare rappresentanza effettiva a queste masse e ai loro interessi vitali.

In relazione al sommovimento detto dei Forconi – che ha il suo più diretto antecedente nei moti siciliani di un paio d’anni fa, guidati dagli agricoltori dei Forconi, appunto, e da trasportatori isolani di Forza d’Urto – non possiamo non rilevare qualche similitudine con i moti di popolo del XIV secolo in Europa, che fecero seguito alla grande carestia d’inizio secolo e all’epidemia di peste sviluppatasi fra il 1347 e il 1350. Dalle Fiandre alla Francia la drammatica situazione socioeconomica si fece sentire e generò una reazione popolare ampiamente spontanea. Il più noto sommovimento è la Jacquerie francese del 1358, affrontata dal potere dell’epoca “per le vie brevi”, con la repressione armata. Rileviamo similitudini fra i Forconi e la Jacquerie popolare trecentesca, ancor più che con le lotte operaie e di classe degli anni sessanta e settanta. Potrà sembrare strano a qualcuno, perché quasi sette secoli di distanza separano i Forconi italiani di oggi dalla Jacquerie francese, ma riflettendoci sopra si comprende che così è e non potrebbe essere diversamente. Perché? Cerchiamo di dare una risposta che ci aiuterà a capire la vera sostanza sociale, politica e culturale di questo nuovo movimento che attraversa la penisola. Esplicitiamo, in proposito, alcuni punti fondamentali:

1) Classe sociale. Il neocapitalismo finanziarizzato, che imperversa anche in Italia, nella sua veste di nuovo modo storico di produzione ha dissolto l’ordine sociale precedente, sta facendo tabula rasa del mondo culturale e solidaristico delle vecchie classi, quali grandi comunità deterritorializzate, e genera una sorta di neoplebe precarizzata e flessibilizzata, senza rappresentanza alcuna all’interno del sistema, nel vuoto di alternative politiche extrasistemiche che drammaticamente latitano. Una neoplebe che deve offrire lavoro non tutelato e a basso costo, o in alternativa accettare, come se fosse naturale destino umano, la disoccupazione di lungo periodo, l’esclusione e una sopravvivenza sempre più incerta. Infatti, tutte le soglie di sopravvivenza della popolazione pauperizzata tendono ad abbassarsi, e l’aspetto soggettivo (gramsciano), quello della coscienza politica e sociale che connotava la vecchia classe operaia, salariata e proletaria tende a scomparire. In questa neoplebe, che sarebbe meglio chiamare Pauper class per contrapporla alla classe dominante globale postborghese, confluiscono, nella discesa verso il basso delle condizioni di vita e dei diritti, sia gli operai orfani dell’omonima classe, sia i ceti medi rovinati dall’euro, dalla globalizzazione economica e della crisi strutturale. I suddetti si sovrappongono, quali strati più alti della classe povera nuovo-capitalistica, alla “underclass” urbana e ai poveri fra i più poveri, che nel mondo sono almeno due o tre miliardi, in costante crescita. Povertà culturale e povertà economica indotte coesistono, come facce della stessa medaglia, e viene meno la specificità culturale – e, mi si permetta di scrivere, comunitaria – che caratterizzava la vecchia classe operaia dominata. Gli operai esistono ancora, numerosi, ma non sono più classe, gli appartenenti al ceto medio anche, ed è cessata, per loro, la storica corrente novecentesca della “promozione” economica e sociale. Ecco chi sono i Forconi italiani, con una spruzzata di “underclass” (sotto-classe urbana), di centri sociali e autonomi, persino di forzanovisti e casa Pound.

2) Ideologia e destra/ sinistra. Secondo la vulgata propagandistico-mediatica, che annunciava il “salto di evo” neocapitalistico globalizzato, gli anni ottanta del novecento sono stati quelli della conclamata “morte delle ideologie”. Il comunismo, il fascismo, il nazionalsocialismo, il nazionalismo e persino il vecchio liberalismo sarebbero “defunti”, in quanto ideologie, in quel decennio, fatuo fin che si vuole, intermezzo apparentemente lieto fra gli “anni di piombo” e quelli “di fango”, ma di profondo cambiamento. Più che di morte – come la materia, le ideologie e soprattutto le idealità che ne stanno alla base si trasformano, fino a rendersi irriconoscibili – si tratta della vittoria su tutto di una nuova ideologia dominante, intimamente connessa alle dinamiche finanziarie del capitalismo del terzo millennio, cioè il neoliberismo-neoliberalismo. Il dominio incontrastato dell’ideologia nuovo-capitalistica (anche l’economia neoliberista, come sappiamo, è di matrice ideologica e non scientifica) è stato mascherato con la “morte delle ideologie”, pur mantenendo in vita artificiosamente la dicotomia destra/ sinistra. Se questa dicotomia politica aveva un senso e un’effettività ai tempi delle lotte operaie postbelliche e del Sessantotto, oggi fa interamente parte della rappresentazione scenica democratica e liberale, che divide le masse in tifoserie contrapposte, come allo stadio, essendo l’esito della “partita”, giocata con il ruolo determinante di media e talk-show, ben poco influente sugli effettivi programmi politici da applicare al paese. I Forconi, che non sono connotati ideologicamente, rifiutano la dicotomia politica destra/ sinistra, segnando così la distanza dal movimento operaio in lotta negli anni sessanta e settanta del novecento. C’è un po’ di tutto, nel movimento spontaneo o semi-spontaneo, che sta attraversando l’Italia, ma io non credo che sia “di destra” o di estrema destra come si cerca di far credere, a vantaggio del sistema (e quindi del Pd europoide e collaborazionista), per delegittimarlo.

3) Rappresentanza. Il movimento operaio, in Italia a maggioranza comunista, aveva una rappresentanza all’interno del sistema, quella dal Pci, nonché un sindacato di riferimento, legato al Pci, cioè la Cgil con l’”avanguardia” metalmeccanica nella Fiom. I ceti medi avevano una rappresentanza diversa, nel sistema, e la trovavano in buona maggioranza nella Dc di governo (e di lotta, in certe fasi solo apparente, con il Pci). I Forconi non hanno e non potranno trovare alcuna rappresentanza politica e/o sindacale all’interno del sistema di potere vigente, anche se Grillo e soprattutto Berlusconi cercano per convenienze elettorali (e personali) di “cavalcare la tigre” rappresentata da questo movimento. Non parliamo, poi, della distanza fra i manifestanti di questi giorni e il pericoloso buffone, liberista e “europeista”, Matteo Renzi, incaricato di rinnovare esteriormente il Pd e “rottamare” il paese! Hanno intuito, i Forconi, che i piccoli imprenditori prossimi al fallimento sono abbandonati a se stessi da un “sistema-paese” sempre più indebolito, controllato dall’esterno, costretto nell’europrigione e aperto forzatamente al mercato. Hanno compreso che gli artigiani, i contadini e i piccoli commercianti sono destinati all’ordalia del libero mercato globale. Si sono resi conto che i giovani non hanno alcuna prospettiva, nonostante la politica degli annunci di governi collaborazionisti dell’eurozona-lager. Sanno che gli operai sono a rischio di (ri)schiavizzazione integrale e i disoccupati sono tali nel lungo periodo, se non diventano degli esclusi per sempre. Che cosa accomuna tutti questi soggetti in difficoltà? Il fatto che sono privi di rappresentanza, resi “invisibili” dalla politica liberaldemocratica.

4) Programma politico. I Forconi, fin dalle prime battute, non sembrano in grado di esprimere un chiaro programma politico alternativo da contrappore efficacemente a quello sistemico, imposto dall’esterno, che sta squassando il paese. Le loro rivendicazioni, che non riguardano solo le accise sui carburanti(!), sono eterogenee quanto le figure sociali che animano il sommovimento popolare. Ricordo che Costanzo Preve mi ha detto (e ha scritto) che oggi la cosa più complessa è stilare un programma politico credibile, alternativo a quello neocapitalistico e immediatamente applicabile. Così difficile che la Scienza della Logica di Hegel, al confronto, diventa facile come leggere Topolino. Suprema ironia di Costanzo, che purtroppo non è più tra noi, ma grande verità sulla quale riflettere. L’incertezza sul piano programmatico e una certa, spiegabile “confusione rivendicativa” (non solo i costi dei carburanti per l’autotrasporto e le accise!), con le emergenze sociali che si moltiplicano e si accavallano, allontanano inesorabilmente i Forconi dal movimento operaio italiano del dopoguerra. Il movimento operaio, infatti, aveva una solida rappresentanza politico-sindacale e il programma dell’allora Pci, sia pure sempre più rivendicativo-socialdemocratico, nel corso dei decenni, e sempre meno rivoluzionario-marxista. Non parliamo poi degli accostamenti pelosi che alcuni, all’interno del sistema, fanno fra questo movimento di popolo e i “boia chi molla” di Reggio Calabria nel lontano 1970! Personalmente, oggi non vedo l’ombra di un Ciccio Franco che si fa arrestare sulle barricate, o meglio, ai blocchi stradali, ma, al più, l’ombra di un Berlusconi che standosene al sicuro cerca opportunisticamente di metterci il cappello sopra …

5) Individuazione del nemico. Per i Forconi, di sicuro la “classe politica” da mandare a casa senza appello, come nemico interno, quello più visibile e di maggior prossimità, poi l’euro e la globalizzazione economica. Molto meglio, più legati alla realtà sociale del paese e più pericolosi per il sistema degli inani pacifinti indignados, i quali non riuscivano a vedere che le banche e spesso solo gli edifici, più che le istituzioni bancarie e i potentati che le manovrano. In effetti, se il nemico di prossimità è rappresentato dai politici liberaldemocratici nostrani, da spedire a casa in blocco, perché illegittimi, incapaci e rapaci, il nemico esterno, quello principale neocapitalistico, è abbastanza ben simboleggiato dall’euro strangolatore e dalla globalizzazione neoliberista pauperizzante.

Notevoli sono le differenze fra i Forconi e il movimento operaio in lotta nel dopoguerra, come si nota scorrendo i punti precedenti, e c’è qualche inquietante similitudine con il movimento di popolo mille e trecentesco noto come Jacquerie. I vecchi marxisti, quelli del secolo scorso legati alla seconda o alla terza internazionale, direbbero che quello dei Forconi è un movimento squisitamente “reazionario”, perché alimentato, almeno in parte, dai padroncini dell’autotrasporto, da imprenditori, agricoltori proprietari e commercianti. Si rifarebbero, per giustificare il loro assunto, niente di meno che al Manifesto del Partito Comunista di Marx e Engels del 1848, in cui le predette categorie (meno i padroncini dell’autotrasporto, che allora non esistevano) sono connotate in chiave negativa. Il punto vero è che non siamo nell’ottocento e non siamo più nel novecento. Non ci sono più l’alta borghesia proprietaria e il proletariato a fronteggiarsi, dentro e fuori i cancelli delle fabbriche. Il ceto medio è allo sfascio. Il panorama sociale, economico, politico e culturale è oggi completamente diverso.

Un mio corrispondente, che si dichiara ancora ostinatamente comunista, in merito alla questione dei Forconi e del loro contenuto “rivoluzionario e anticapitalista”, mi ha inviato un estratto del citato Manifesto di Marx e Engels. Leggiamolo: Gli ordini medi, il piccolo industriale, il piccolo commerciante, l’artigiano, il contadino, combattono tutti la borghesia, per premunire dalla scomparsa la propria esistenza come ordini medi. Quindi non sono rivoluzionari, ma conservatori. Anzi, sono reazionari, poiché cercano di far girare all’indietro la ruota della storia. Quando sono rivoluzionari, sono tali in vista del loro imminente passaggio al proletariato, non difendono i loro interessi presenti, ma i loro interessi futuri, e abbandonano il proprio punto di vista, per mettersi da quello del proletariato. (da Borghesi e Proletari)

Sicuramente quanto precede valeva ai tempi del grande Marx, segnati dal capitalismo del secondo millennio e dalla prima rivoluzione industriale. Con l’avvento del nuovo capitalismo finanziarizzato, strutturalmente diverso dal precedente, le cose cambiano alquanto, sia sul piano della teoria del valore, sia sul piano dell’alienazione nei rapporti sociali e produttivi, sia sul piano della strutturazione sociale. Nessun dubbio che qualche piccolo imprenditore prossimo alla rovina vorrebbe “far girare indietro la ruota della storia” e tornare al precedente modello di capitalismo nostrano, di economia mista, sottraendosi all’euro e alla globalizzazione neoliberista. Anzi, non solo lui lo vorrebbe, ma anche molti lavoratori dipendenti e molti disoccupati, affamati di lavoro stabile decentemente retribuito. Non voglio certo sconfessare Karl Marx, ma soltanto far capire che stiamo vivendo i primi albori di una fase protorivoluzionaria e ogni segnale di destabilizzazione, d’inizio dello sgretolamento del sistema, e di superamento di una sconcertante passività di massa, deve essere accolto “oggettivamente” come positivo, qualunque siano le origini, le intenzioni e le speranze personali di coloro che si mobilitano. Mi sento di sostenere che anche questo moto di popolo, per quanto non del tutto spontaneo e a rischio strumentalizzazioni, per quanto confuso dal punto di vista delle rivendicazioni e piuttosto eterogeneo per le figure sociali coinvolte, va nel senso della destabilizzazione dell’ordine vigente e di un possibile, futuro sgretolamento del sistema. L’aver individuato il nemico principale, inoltre, nell’euro, nell’unione europoide e nella globalizzazione neoliberista (Mercati&Investitori) è un passo avanti, per la comprensione di massa della realtà politica e sociale in cui si vive, rispetto al semplice “tutti a casa” rivolto ai sub-dominanti politici locali. Che comunque ci sta tutto. Speriamo, dunque, che i disordini continuino, pur a singhiozzo, e si estendano in tutto il paese e a tutte le categorie come una macchia d’olio.

Lo sgretolamento del sistema inizia con i Forconi? di Eugenio Orsoultima modifica: 2013-12-11T17:15:36+01:00da derosse
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2 pensieri su “Lo sgretolamento del sistema inizia con i Forconi? di Eugenio Orso

  1. Naturalmente queste riflessioni non hanno alcuna presa per gli analfabeti politici che votano Pd e Sel, i quali hanno già deciso che i “forconi” sono fascisti e mafiosi, tanto più dopo le pur sconclusionate parole di appoggio dell’odiato Grillo. Il problema per questi idioti – mi scuso per l’animosità ma ahimè ritengo queste persone il vero tappo che impedisce il cambiamento – è come sempre la coloritura ideologica della manifestazione nel solito spirito di tifo fra opposte tifoserie di dementi (coglioni di sinistra contro coglioni di destra) non le cause profonde e concrete che l’hanno generata: precariato, povertà e disoccupazione. Come sempre, analisi economica e sociale zero: quella ormai perfino un rozzo leghista la sa far meglio di un piddino. Questa è la fine di quel che fu il più imponente elettorato comunista d’Occidente. Non credo che la colpa sia solo degli anni post-Bolognina: sono convinto che il vecchio Pci insegnasse ai suoi militanti non di analizzare la società, l’economia e le classi (se così fosse, i vecchi militanti mai voterebbero per Bersani, Renzi o Letta). Ma solo ad obbedire come ottusi soldatini.

  2. Caro Valdo, condivido in pieno la tua animosità – mai eccessiva – nei confronti di pd e piddini. Persino inutile precisarlo.
    Il sistema, mobilitato al completo, sta cercando con tutti (i molti e potenti) mezzi a sua disposizione di demonizzare e criminalizzare questa protesta con accenni di riots. Negare e/o nascondere la realtà sociale è un preciso compito dei piddini, servi delle aristocrazie euroglobalizzanti. Tuttavia, per ironia della sorte e della storia, dopo il rito truffaldino delle primarie di domenica 8 dicembre, a distanza di meno di ventiquattrore, lunedì 9 si è riaffacciata la dura realtà sociale. Quello che io chiamo “il paese vero”, ciò che concretamente esiste. Un paese malridotto e difficile ormai da nascondere, con la diffusione di realtà mediatico-virtuali parallele, o con riti divinatori elettoralistici liberaldemocratici.
    Per quanto riguarda il vecchio Pci, non incolpiamolo proprio di tutto! Il Pci, come ho più volte scritto e detto, per lunghi decenni ha vissuto una contraddizione insanabile. Quella fra una politica sempre più socialdemocratica e interna all’allora “capitalismo occidentale” (non corrispondente all’attuale) e il mito rivoluzionario persistente nella sua base di consenso e fra i molti quadri intermedi. Chiaro che le “lezioni delle Frattocchie” non potevano far emergere in piena luce questa contraddizione sempre più lacerante! La stessa analisi concreta della situazione concreta, di matrice squisitamente leninista, poteva essere pericolosa per il partito e la sua presa sulle masse! Meglio, allora, una sempre più acritica obbedienza ai vertici, una sorta di “mistero della fede” da riferire alle decisioni degli “infallibili” vertici del Pci. Così è stato ai tempi del Berlinguer “eurocomunista”, per intenderci, ma, comunque, distante anni luce e infinitamente migliore (riconosciamolo!) di quello che è arrivato dopo di lui e dopo il breve intermezzo (di quattro anni) del compianto Alessandro Natta.

    Saluti

    Eugenio Orso

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