Insufficiente disponibilità di lavoro di Eugenio Orso, Anatolio Anatoli e il compagno pollpot

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Gli imbroglioni, gli asserviti, i vili, coloro che in malafede vogliono nascondere la realtà (e le responsabilità effettive) non chiamano mai le cose con il loro nome, semmai usano una “comoda” neolingua sistemica che consente di aggirare la verità e celare la sostanza delle cose. Così, l’imbroglione gesuita Bergoglio, qui sibi nomen imposuit Francescum (in quanto papa), nella sua prima visita ufficiale a Napolitano avverte l’italico volgo che la crisi economica “fatica” a essere superata, che la stessa ha “fra gli effetti più dolorosi”, guarda caso, “l’insufficiente disponibilità di lavoro”. Chissà perché! Forse perché la Provvidenza non è intervenuta, creando nuovi posti di lavoro per gli italiani. Se n’è rimasta bellamente a guardare lasciando che si distruggessero quelli esistenti! Non un solo e chiaro accenno alle politiche antipopolari e antinazionali imposte all’Italia, applicate da politici comprati e traditori (fra i quali lo stesso Napolitano), che hanno ridotto i redditi popolari e sottratto il lavoro alle masse pauperizzate.

Questa mattina, il pontefice per raggiungere il Colle non ha goduto di scorte particolari, di una nutrita guardia formata dai corazzieri in alta uniforme, delle sirene spiegate della scorta. In ossequio alla sua ingannevole propaganda che simula il cambiamento, improntata alla “semplicità” e all’ostentazione di un risibile risparmio di risorse, papa Francesco (Saverio) si è ben guardato dal percorrere in pompa magna il centro di Roma.

Ciò che è interessante rilevare, per noi, è come dice le cose Bergoglio, con astuta e opportunistica scelta di termini. Infatti, i posti di lavoro degli italiani non sono stati distrutti dalla crisi strutturale neocapitalistica, dagli appetiti inesauribili del grande capitale finanziario, dalle imposizioni europoidi, da gruppi di potere sopranazionali composti di uomini che hanno nomi, cognomi e indirizzi. Secondo questo pessimo papa, i posti di lavoro sono semplicemente e inspiegabilmente diventati “insufficienti”. Si guarda bene, il gesuita pubblicista della semplicità e della morigeratezza dei costumi, dal dire chi e cosa hanno reso insufficiente la disponibilità di lavoro. In compenso, immancabile, retorico e vuoto il suo richiamo alla famiglia, luogo primario in cui si forma l’essere umano (e almeno questo è vero), nonché un “messaggio di speranza” all’Italia tutta, che potrà “trovare la creatività e la concordia necessarie al suo armonioso sviluppo” attingendo al suo “ricco patrimonio di valori civili e spirituali”. Peccato che il ricco patrimonio di valori civili e spirituali sia quasi completamente svanito, dopo due decenni di arretramento economico e culturale, di disintegrazione della solidarietà e della coscienza politica a livello di massa.

Se il papa si preoccupa caritatevolmente dell’”insufficiente disponibilità di lavoro”, stando bene attento, però, a non chiarire le vere cause di questa drammatica insufficienza, Napolitano, guida delle istituzioni, si lamenta della (sua) faticosa quotidianità “dominata dalla tumultuosa pressione della gravità dei problemi del paese e stravolta da esasperazioni di parte in un clima avvelenato e destabilizzante”. Peccato che la “tumultuosa pressione della gravità dei problemi del paese” sia nient’altro che l’effetto scontato delle politiche neoliberiste ed europoidi, sostenute e fortemente volute dallo stesso Napolitano. Peccato che il personaggio, alla guida delle istituzioni, si comporta come se l’Italia fosse una repubblica presidenziale, mentre, invece (udite, udite!) non lo è per niente. Peccato che le “esasperazioni di parte in un clima avvelenato” non siano che baruffe di pianerottolo fra le comari della politica liberaldemocratica, dietro le quali si cela una grave situazione di esproprio della sovranità nazionale. Complice, in questo, lo stesso Napolitano, devoto all’euro, all’unione europide e al libero mercato, più che al suo paese.

Ma come si fa a superare i grandi problemi che i due vip hanno sollevato, nel loro primo incontro ufficiale al Colle? Semplice … La risposta ce la porge lo stesso Napolitano. Basta applicare la “cultura dell’incontro” che Bergoglio (Ella, per Napolitano) ama evocare, ascoltare e far propria la sua invocazione (Sua, per Napolitano) “dialogo, dialogo, dialogo!”. Ma siamo sicuri che con la non meglio identificata “cultura dell’incontro” e con il “dialogo, dialogo, dialogo!” a tutti i costi (anche quando è fra sordi …) si potrà miracolosamente ovviare all’”insufficiente disponibilità di posti di lavoro”, svegliando la Provvidenza e mettendo a dormire i Mercati?

Ai postumi l’ardua sentenza …

Orso, Anatoli e pollpot

Insufficiente disponibilità di lavoro di Eugenio Orso, Anatolio Anatoli e il compagno pollpotultima modifica: 2013-11-14T16:30:00+01:00da derosse
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6 pensieri su “Insufficiente disponibilità di lavoro di Eugenio Orso, Anatolio Anatoli e il compagno pollpot

  1. Non si può chiedere a un papa di dettare le opzioni politico-economiche (anche se quando le è comodo, la Chiesa lo fa) ma Francesco non può neppure giocare con le parole, omettendo vilmente i nomi dei responsabili della crisi: neocapitalismo, Ue, Bce, mercati. Capisco perché i cattolici tradizionalisti abbiano nostalgia dei Pio IX o dei Leone XXIII. Che saranno anche stati dei papi nemici della laicità dello stato ma almeno avevano il coraggio di opporsi alla mercificazione della società. Orso e Pol Pot, avete ragione: il gesuita è un imbroglione.

  2. Per ValdoCon Bergoglio, la cosiddetta dottrina sociale della chiesa sarà in qualche modo allineata al neocapitalismo, o almeno non darà fastidio ai manovratori globali …Lo si capisce dalle dichiarazioni in materia sociale di questo pessimo papa (il dimesso Ratzinger era un po’ meglio), molto abile nell’aggirare la sostanza di queste delicate questioni. Delicate perché potrebbero mettere il papa e i vertici della chiesa in posizione di scontro frontale con i centri di potere neocapitalistici. E chi vincerebbe, in tal caso? Penso che non ci siano dubbi, in proposito. Perciò , che la chiesa si limiti alla carità spicciola e a spegnere gli incendi sociali, occupandosi misericordiosamente dei poverelli (sempre più numerosi, anche da noi). La mercificazione integrale della società, tollerata da una chiesa minore e sottomessa, è dietro l’angolo, purtroppo.SalutiEugenio Orso

  3. Il discorso è delicatissimo anche se in sintesi condivido (e quando mai non ho condiviso il pensiero di Orso? Forse sull’Eurasia…).Da cristiano ho avuto per mesi fiducia in questo Papa per alcune sue uscite effettivamente un po’ scomode. Con la nostra comune conoscenza P.B. (lo ricordi vero?) avevamo fatto una scommessa: quando Bergoglio avrebbe pronunciato, in atto d’accusa, la parola magica “capitalismo”? La mia risposta ironica è stata: il giorno prima di essere ammazzato.Ebbene, credo che non lo ammazzerà nessuno.Del resto ultimamente Bergoglio aveva detto un paio di grosse c****te sulla religione civile dell’olocausto (ma non è già di religione cattolica?) che lo aveva irrimediabilmente retrocesso a personaggio di sistema.Insomma, comincio a credere che il mio cristianesimo sia nato e morto con Gesù…

  4. Per SimoneNon avevo capito che eri un credente, Io, invece, non lo sono. Però, non sono un anticlericale preconcetto. Per un breve periodo ho covato la speranza che la chiesa (Santa Romana, o ex tale) potesse guidare la protesta sociale, o almeno favorirla per preservare i suoi valori davanti al dilagare del neocapitalismo relativista. Ratzinger, il culattone tedesco – ti chiedo scusa, Simone, ma talora io sono greve – era meglio di Bergoglio-papa Francesco (Xavier, braccio destro di Lojola sant’Ignazio e non il poverello idealista di Assisi). Perché? Perché tuonava contro il relativismo e il nichilismo imperanti, che sono indubbiamente altrettanti “grimaldelli” utilizzati dagli agenti neocapitalistici per “plasmare” a loro uso e consumo i dominati. Per quanto ingenua, la dottrina sociale della chiesa, con Ratzinger, puntava alla “conversione” del (neo)capitalismo che avrebbe dovuto assumere un volto più umano. Cosa ovviamente impossibile, ma Ratzinger, il papa-teologo (e filosofo) dava un po’ di fastidio ai potentati finanziari e globalisti. Bergoglio, invece, è molto abile, quando indica la luna, nel far sì che tutti guardino il dito. Riesce a concentrare l’attenzione dei fedeli sul singolo albero, perdendo di vista la foresta. Si è meritato il titolo di “grande comunicatore”, che in verità equivale a “grande imbroglione”. I suoi disgustosi e falsi appelli alla carità, alla solidarietà e al dialogo, sono ben calibrati per nascondere la vera origine e sostanza dei grandi problemi (come quelli sociali e del lavoro) che lui stesso ipocritamente solleva, nonché i colpevoli delle sofferenze sociali inflitte alla popolazione. Lo fa, il mentitore gesuita papa Francesco (Xavier, braccio destro di Loyola sant’Ignazio), esclusivamente per non “disturbare il manovratore” neocapitalistico. Il suo compito – e quello assegnato dalle élite globaliste alla chiesa contemporanea tutta (ex Santa Romana) – è di spegnere gli incendi sociali, assistere, o fingere di assistere, i derelitti e poverelli in crescita esponenziale. Quale capo di un clero secondario, sopravvissuto nei secoli (dei secoli), sa che non può scontentare i veri potenti, pena la distruzione, per via mediatica, attraverso l’amplificazione di scandali e reati penali, della credibilità sua e della chiesa, come nel caso dello scandalo mondiale della pedofilia diffusa fra i prelati. Esempio illuminante (e disgustoso) è l’espressione ipocrita da lui usata ieri, sul Colle, in relazione alla drammatica questione della disoccupazione galoppante e della conseguente disperazione sociale: “insufficiente disponibilità di lavoro”. Quando il suddetto imbroglione, cameriere del neocapitalismo finanziarizzato (e lo Ior dove lo mettiamo?), invoca “dialogo, dialogo, dialogo!” vuole semplicemente interdire ai credenti la via della sollevazione contro il sistema, blandendoli. Un po’ come gli appelli alla “coesione sociale” del tristo Napolitano, al servizio delle spietate eurocrazie.Bergoglio e il cristianesimo sono due cose divergenti, non convergenti.SalutiEugenio Orso

  5. Pare però che il gesuita stia aggiustando il tiro e si stia avvicinando al magistero più tradizionale. Avviene in campo teologico – il che non ci interessa – ma anche in campo sociale. Ecco cosa ha recentemente scritto (tratto dal sito keynesblog):

    “I media italiani ne hanno parlato poco, ma la nuova “esortazione apostolica” di papa Francesco, “Evangelii Gaudium” (La gioia del vangelo), contiene una potente critica al capitalismo finanziario. Cosa più rilevante, come vedremo, è che il nuovo pontefice non si limita ad un discorso generalmente moralistico, sebbene parta da considerazioni etiche la cui valenza che non può essere derubricata alla “predica” di un vecchio prete.

    Scrive Bergoglio:

    Così come il comandamento “non uccidere” pone un limite chiaro per assicurare il valore della vita umana, oggi dobbiamo dire “no a un’economia dell’esclusione e della inequità”. Questa economia uccide. Non è possibile che non faccia notizia il fatto che muoia assiderato un anziano ridotto a vivere per strada, mentre lo sia il ribasso di due punti in borsa. […] Oggi tutto entra nel gioco della competitività e della legge del più forte, dove il potente mangia il più debole. Come conseguenza di questa situazione, grandi masse di popolazione si vedono escluse ed emarginate: senza lavoro, senza prospettive, senza vie di uscita. […] Non si tratta più semplicemente del fenomeno dello sfruttamento e dell’oppressione, ma di qualcosa di nuovo: con l’esclusione resta colpita, nella sua stessa radice, l’appartenenza alla società in cui si vive […]

    Papa Francesco passa poi a criticare la dottrina della “ricaduta favorevole” (trickle-down) secondo la quale il mercato è capace da solo di redistribuire le ricchezze, facendole “ricadere” dai ricchi verso i meno abbienti. Secondo i sostenitori di queste teorie, che andavano particolarmente di moda durante l’era Reagan-Thatcher e che hanno dato una copertura ideologica alle “riforme”, l’arricchimento di pochi è a beneficio di tutti. Bergoglio rifiuta questa impostazione liberista:

    In questo contesto, alcuni ancora difendono le teorie della “ricaduta favorevole”, che presuppongono che ogni crescita economica, favorita dal libero mercato, riesce a produrre di per sé una maggiore equità e inclusione sociale nel mondo. Questa opinione, che non è mai stata confermata dai fatti, esprime una fiducia grossolana e ingenua nella bontà di coloro che detengono il potere economico e nei meccanismi sacralizzati del sistema economico imperante.

    Da qui Bergoglio parte per un poderoso attacco alla finanziarizzazione dell’economia che individua l’origine della disuguaglianza nella negazione del controllo degli Stati sull’economia e sui mercati finanziari, accusati di essere una nuova “tirannia” che agisce tramite “il debito e i suoi interessi”:

    Mentre i guadagni di pochi crescono esponenzialmente, quelli della maggioranza si collocano sempre più distanti dal benessere di questa minoranza felice. Tale squilibrio procede da ideologie che difendono l’autonomia assoluta dei mercati e la speculazione finanziaria. Perciò negano il diritto di controllo degli Stati, incaricati di vigilare per la tutela del bene comune. Si instaura una nuova tirannia invisibile, a volte virtuale, che impone, in modo unilaterale e implacabile, le sue leggi e le sue regole. Inoltre, il debito e i suoi interessi allontanano i Paesi dalle possibilità praticabili della loro economia e i cittadini dal loro reale potere d’acquisto.

    Sul lato delle politiche, il testo sembra spesso limitarsi all’invocazione dei buoni sentimenti su base volontaristica: “i ricchi devono aiutare i poveri, rispettarli e promuoverli. Vi esorto alla solidarietà disinteressata”. Ma l’impressione dura poco e Bergoglio diventa subito “politico”:

    Non possiamo più confidare nelle forze cieche e nella mano invisibile del mercato. La crescita in equità esige qualcosa di più della crescita economica, benché la presupponga, richiede decisioni, programmi, meccanismi e processi specificamente orientati a una migliore distribuzione delle entrate, alla creazione di opportunità di lavoro, a una promozione integrale dei poveri che superi il mero assistenzialismo. Lungi da me il proporre un populismo irresponsabile, ma l’economia non può più ricorrere a rimedi che sono un nuovo veleno, come quando si pretende di aumentare la redditività riducendo il mercato del lavoro e creando in tal modo nuovi esclusi.[…]

    Bergoglio infine invoca la rimozione delle ineguaglianze come “riforma strutturale” del capitalismo, sottolineando ancora che senza di ciò arriveranno nuove crisi (come del resto una parte considerevole della professione economica sostiene da tempo):

    La necessità di risolvere le cause strutturali della povertà non può attendere, non solo per una esigenza pragmatica di ottenere risultati e di ordinare la società, ma per guarirla da una malattia che la rende fragile e indegna e che potrà solo portarla a nuove crisi. I piani assistenziali, che fanno fronte ad alcune urgenze, si dovrebbero considerare solo come risposte provvisorie. Finché non si risolveranno radicalmente i problemi dei poveri, rinunciando all’autonomia assoluta dei mercati e della speculazione finanziaria e aggredendo le cause strutturali della inequità, non si risolveranno i problemi del mondo e in definitiva nessun problema. L’inequità è la radice dei mali sociali.”

    Vale la pena riporre qualche speranza in queste parole?

  6. Per Valdo

    Distinguiamo un paio di punti, che mi sembrano interessanti e che ho trattato diffusamente in passato.

    1) Questo capitalismo – che io concepisco come un nuovo modo storico di produzione sociale, diverso dal precedente del secondo millennio – ha sostituito al binomio produttore/ consumatore, dai risvolti sociali ed economici inclusivi per una parte significativa dei dominati, il binomio precario/ escluso, in accordo con la de-emancipazione di massa che la sua riproduzione richiede. Bergoglio evidenzia questo aspetto con parole sue. Bergoglio mostra così di comprendere la vera natura di questo capitalismo e la vera causa della pauperizzazione massiva che è in corso ovunque, anche nel nord e nell’occidente del mondo.

    2) Il libero mercato, per quanto mi riguarda, è uno strumento di dominazione neocapitalistico, che oggi si cerca di portare all’estensione massima, ed è un efficace “sistema di razionamento ed esclusione” controllato, in quanto strumento di dominazione, dalla classe globale finanziaria. L’idea che il mercato può “autoregolarsi”, sostenersi da solo in piena autonomia e senza interferenze esterne (religiose, politiche), la favoletta del “self-enforcing” e del libero mercato che sparge a piene mani benessere e democrazia, conduce semplicemente a legittimare il dominio assoluto del “capitalismo concorrenziale”. Si vuole sottrarlo a qualsiasi controllo esterno, di natura politica, religiosa, etica. Anima nera, “profeta” e ideologo, in tal senso, fu il nobel Milton Friedman, che fra gli anni cinquanta e sessanta scrisse un libro squisitamente politico e ideologico – a mio dire, autentica bibbia neocapitalistica, sostitutiva della vecchia bibbia Wealth of nations di Adam Smith – dal titolo suggestivo Capitalism and freedom. Nel libro citato (difficile trovarlo, oggi, in edizione italiana) Friedman sosteneva che il “capitalismo concorrenziale”, o libero mercato, è perfettamente in grado di assicurare, oltre a un certo benessere, anche la democrazia, ma a patto di ridurre all’osso le interferenze esterne, di natura governativa, statale, politica. Distribuzione delle risorse, democrazia e politica le deve fare il mercato. Bergoglio queste cose le sa bene, le capisce, le ha ben chiare non essendo ovviamente un illuso o un cretino. Sa bene che il mercato è uno spietato strumento di dominio elitista e non un perfetto meccanismo autoregolantesi in grado di generare ricadute positive nella società, a tutti i livelli della piramide sociale. Dato il suo ruolo, la parte che gli è stata assegnata nella recita diretta dal potere neocapitalistico, non può esimersi dal dirlo, sempre con “parole sue”, da buon pastore e da “vicario del signore” sulla terra.

    Scritto quanto precede, chiarisco che personalmente non nutro alcuna fiducia nel gesuita che siede sul trono di Pietro. L’abile propagandista ha il compito di mantenere ed estendere il consenso di massa “rinnovando l’immagine” delle istituzioni ecclesiastiche, ma senza mettere in pericolo il vero potere neocapitalistico. Bergoglio sa bene che i suoi appelli per riportare sotto controllo politico ed etico il mercato e la finanza, per distribuire in altro modo le risorse, per combattere concretamente una povertà dilagante (sia materiale sia culturale) non saranno accolti. Serviranno per mantenere, forse per estendere un poco, il consenso dei dominati nei confronti di questa chiesa minore, ex santa romana.

    Cari saluti

    Eugenio Orso

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