Neocapitalismo e germania sono i primi nemici dell’Italia di Eugenio Orso

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L’euro e la sovranità monetaria perduta, elementi che contribuiscono a mettere in ginocchio la penisola ben più dei problemi endogeni irrisolti, non sono che effetti (per noi drammatici) dell’avvento del neocapitalismo finanziarizzato e della preminenza tedesca all’interno dell’eurolager. La prima causa – affermazione del modo di produzione neocapitalistico – è, ovviamente, la più importante, quella decisiva e originaria, avendo determinato, dai primi anni novanta, la strutturazione e i veri scopi delle “istituzioni europee” e della moneta unica. La seconda causa – preminenza tedesca nell’unione europide – discende dalla prima ed ha effetti devastanti nel nostro paese, dissolutori dell’economia e della società italiane.

Alla luce delle semplici considerazioni fatte, possiamo affermare che l’Italia, con i suoi subdominanti politici completamente asserviti ai centri di potere esterni, è l’anello debole della catena (di comando e potere) neocapitalistica. Il paese che può essere “messo sotto” a piacimento, saccheggiato e cannibalizzato. La nazione, fra le principali d’Europa, destinata al sacrificio, fino alle estreme conseguenze. Di questo moltissimi se ne stanno accorgendo, lo sentono sulla propria pelle, anche se non sono consapevoli (o del tutto consapevoli) delle cause.

Italia come anello debole neocapitalistico in Europa e come obiettivo del saccheggio. Saccheggio che non riguarda soltanto le strutture produttive, le aziende appetibili con un piede pubblico ancora dentro, gli stessi beni demaniali, ma il know-how e le intelligenze, con particolare attenzione per le giovani generazioni. In questo contesto, la cosiddetta fuga dei cervelli all’estero, che continuerà nei prossimi anni, rientra a pieno titolo nell’autentica razzia, ben pianificata all’esterno, delle risorse nazionali. Si tratta di giovani, fra i venti e i quarant’anni, formatisi in Italia con un costo stimabile in ottocentomila euro pro-capite, che mettono a frutto le loro conoscenze all’estero, a vantaggio di altri, generando ricchezza nel resto del mondo. La stima del costo complessivo per il paese, secondo alcune fonti, è di circa un miliardo di euro l’anno. Fra i principali paesi che beneficiano delle intelligenze italiane c’è immancabilmente la germania. I disoccupati, per contro, manifestano una propensione molto scarsa a emigrare, pur essendo sempre più numerosi e sempre più rare, per loro, le occasioni di lavoro sul patrio suolo. Questo aspetto del saccheggio delle risorse nazionali, peraltro apertamente enfatizzato dai media, ci rivela che l’Italia, costretta nei circuiti dell’economia mercatista e globalista, è soltanto un osso da spolpare, e che il paese sarà presto ridotto a serbatoio di mano d’opera dequalificata, a basso costo, in parte significativa disoccupata, inoccupata o sotto-occupata. Se veramente lo scopo della “trasformazione” sociale e produttiva imposta alla penisola fosse il sostegno alla crescita del pil, si dovrebbe ricordare che buona parte della crescita percentuale annua di questo autentico feticcio neocapitalistico è strettamente correlata alla crescita del reddito dei lavoratori intellettuali, con alto o altissimo livello d’istruzione. Il know-how, invece, sta “evaporando” da anni, in seguito alle delocalizzazioni industriali che non bruciano soltanto posti di lavoro, ma fanno svanire le conoscenze e le competenze distintive. Nel patrimonio di una nazione, in conclusione, rientrano anche know-how e intelligenze, i quali possono essere oggetto di saccheggio quanto e più dei beni materiali e delle strutture produttive.

Tornando all’oggetto del presente scritto, constatiamo che l’avvento del neocapitalismo, quale modo di produzione dominante nel terzo millennio, ha richiesto la distruzione dei peculiari modelli capitalistici europei. Fra questi, insieme al capitalismo renano tedesco e all’economia mista francese con qualche lineamento renano, c’era il modello italiano, caratterizzato da una forte e decisiva presenza dello stato imprenditore nell’economia. Una sorta di ponte, volendo sbilanciarsi un po’, fra il capitalismo privato di allora e il collettivismo sovietico. Iri, Eni ed anche Efim (per quanto tacciato di essere un “ente spazzatura”), inseriti nel quadro delle partecipazioni statali, rappresentavano altrettanti pilastri del modello capitalistico italiano, e questo nel bene e nel male, nel boom e nella congiuntura. E’ chiaro che gli istituti ed enti in mani pubbliche dovevano essere svuotati e alla fine distrutti, con l’avvio delle privatizzazioni neocapitalistiche, consentendo l’affermazione piena (e concreta) della visione ultraliberista. Per quanto l’Eni sia ancora in piedi, è soltanto questione di tempo perché si realizzi l’assalto finale. Preparando il terreno per la vendita al grande capitale finanziario euroglobalista di tutti gli assets pubblici, o ex pubblici, sopravvissuti, di recente si è modificata la disciplina della cosiddetta golden share statale sulle società d’interesse nazionale, che interessa l’Eni ed anche l’Enel, in obbedienza cieca ai diktat europoidi. L’economia mista italiana, con la presenza determinate dello stato imprenditore e una relativa emancipazione del lavoro, è già da diversi anni un pallido ricordo.

Arrivati a una svolta della storia, che equivale a un vero e proprio cambiamento di evo, gli agenti neocapitalistici, indissolubilmente legati alle dinamiche finanziarie globali, hanno lavorato – oltre che per distruggere i modelli di capitalismo europei affermatisi nella seconda metà dello scorso secolo – anche per trasformare la comunità europea. Da semplice mercato comune della parte occidentale del vecchio continente, l’Europa-istituzione in veste unionista è diventata uno strumento sotto il pieno controllo elitista, che avrebbe consentito di imporre una moneta unica privata, tarata sul marco con uno spruzzo di franco, discipline di bilancio stringenti e continue cessioni di sovranità nazionale. Così, in poche parole (fin troppo poche, per la verità), è nata l’unione europoide, l’oppressore sopranazionale di molti popoli europei. Così si è arrivati alla svolta di Maastricht, con il trattato istitutivo dell’unione europoide entrato in vigore il 1° gennaio del 1993, alla fondazione della bce, alla successiva e decisiva immissione nella circolazione monetaria del maligno euro.

Ci sono voluti anni per “edificare” l’eurolager, nel quale confinare una buona parte dei popoli del vecchio continente, ma l’operazione è andata brillantemente in porto. Quello che sta accadendo in Italia, in Grecia, in Portogallo, in Spagna (e fra un po’ anche in Francia, c’è da supporre) non è frutto di un clamoroso errore nella “progettazione ingegneristica” dell’unione e nella creazione dell’euro, ma è un risultato voluto, in quanto necessario per la riproduzione neocapitalistica in questa parte del mondo. Anche l’unione europoide e l’euro sono prodotti squisitamente neocapitalistici e come tali irriformabili, non emendabili. Ergo, si potrà soltanto distruggerli, quando la storia svolterà e verrà il momento della Liberazione.

Veniamo ora al ruolo della germania nell’eurolager. La prima potenza manifatturiera d’Europa, risorta dalle macerie del secondo conflitto mondiale che lei stessa ha provocato, è l’unica che dovrà “restare in vita”, in Europa. Almeno per qualche anno ancora. La germania, quale kapò dell’eurolager “nominato” dalle élite finanziarie euro-globali, sta collaborando fattivamente nel radere al suolo il tradizionale (e temibile) concorrente manifatturiero italiano. Poco importa se la Telecom italiana è acquisita da un gruppo nominalmente e (solo) formalmente spagnolo, perché l’importante è fare tabula rasa del concorrente. La germania si è definitivamente convertita “alle esportazioni sul mercato globale” e al neocapitalismo il precedente decennio, rinunciando al proprio modello peculiare renano per abbracciare e servire quello liberista. Se i lavoratori tedeschi hanno perso un po’ di reddito e di diritti, gli è stato promesso – seppur non esplicitamente – che a pagare il conto della trasformazione saranno gli altri paesi, con l’Italia in prima fila. Un po’ come nel caso della sciagurata riunificazione tedesca (in verità dell’occupazione della Ddr da parte della repubblica federale, il 3 ottobre 1990), con il conto che è stato pagato dagli altri, in Europa.

E’ nell’interesse dei tedeschi, in quanto tali, in quanto popolo senza eccezione alcuna, mettere con le spalle al muro il popolo italiano, se necessario affamandolo, togliendogli reddito, lavoro e persino i medicinali come stanno facendo con i greci, pur di continuare ancora per un po’ “a guidare la ripresa” nel vecchio continente, “a competere con successo sul mercato globale”. E’ chiaro, però, che questa situazione non potrà durare in eterno – forse ancora per un lustro – perché quando la global class finanziaria deciderà che la germania non le sarà più utile, se non come osso da spolpare, quando l’euro avrà esaurito la sua funzione di saccheggio delle risorse in paesi come l’Italia, il peggio toccherà anche allo stramaledetto popolo tedesco, grande parassita d’Europa. Secondo alcuni economisti, se l’euro collassa improvvisamente è a rischio qualcosa come il venti per cento del pil tedesco. Per scagionare i tedeschi, si dice abitualmente che non sono informati sulle reali situazioni che la germania stessa ha contribuito a creare nell’Europa mediterranea, in particolare in Grecia. I media tedeschi (e i politici tedeschi) ne sarebbero i responsabili, tenendo all’oscuro di tutto il popolo. Ebbene, questa giustificazione non regge e ricorda, semmai, i nonni dei tedeschi, che non volevano vedere i campi di sterminio sulla porta di casa, in pieno conflitto mondiale. Così è anche oggi, nell’eurolager dato in gestione dalle élite globaliste ai kapò tedeschi e, in subordine, ai sub-kapò politici dei popoli imprigionati come quello italiano. Solo che qui, oggi, non funzionano a pieno ritmo le camere a gas, producendo cadaveri a tutto spiano, ma funziona a dovere l’euro, con tutto il sistema di saccheggio e di sfruttamento che gli sta dietro, producendo disperazione sociale, disoccupazione, suicidi per “fallimento individuale”. I tedeschi, malgrado internet, i siti d’informazione alternativa, le televisioni satellitari e le straordinarie possibilità d’informazione (spesso in tempo reale) che queste tecnologie offrono, come i loro nonni ai tempi della seconda guerra mondiale non vogliono né vedere né sapere …

In conclusione, volendo essere telegrafici, i nemici del popolo italiano e le cause prime dei suoi mali sono il neocapitalismo trionfante, che ha “plasmato” secondo le sue esigenze riproduttive unione europide e moneta unica, e la germania euronazista che ci sta mettendo in ginocchio senza pietà.

Neocapitalismo e germania sono i primi nemici dell’Italia di Eugenio Orsoultima modifica: 2013-11-12T18:46:00+01:00da derosse
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2 pensieri su “Neocapitalismo e germania sono i primi nemici dell’Italia di Eugenio Orso

  1. Per omicronBenvenuto.Può essere importante aprire gli occhi, cioè comprendere la realtà politica e sociale in cui si vive, ma, come sta scritto sulla tomba del grande Karl Marx, comprendere non basta, perché bisogna cambiare … e qui il discorso si fa molto più complesso.SalutiEugenio Orso

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