La Rivoluzione impossibile di Eugenio Orso & Anatolio Anatoli

Una domanda ricorrente, che si sente ripetere sempre più spesso e che, apparentemente, non trova una risposta, è “perché non scoppia una rivoluzione?”. La situazione sociale è a precipizio, i soprusi del potere neoliberista, tradotti in manovre finanziarie d’esproprio dai governi nazionali collaborazionisti, continuano senza soste, gli apparati produttivi e l’occupazione in paesi come l’Italia sono già alla corda, i redditi popolari si contraggono di giorno in giorno, ma non vi è alcun cenno di una reazione politica e sociale organizzata, per fermare la mano dei massacratori finanziari, mercatisti ed europoidi. La domanda “perché non scoppia una rivoluzione?”, essendoci tutti i presupposti, è più che giustificata e non solo in relazione alla situazione italiana.

Nel presente post cercheremo di rispondere in estrema sintesi a questa domanda, articolando la risposta in quattro punti principali, corrispondenti ad altrettante concause che hanno portato la situazione politica e sociale a questo estremo, neutralizzando il dissenso all’interno della società.

1)    La flessibilizzazione e l’idiotizzazione di massa socialmente organizzate hanno avuto pieno successo. Il processo ultraventennale di distruzione delle sicurezze materiali, per i dominati (lavoro precario sottopagato in luogo di lavoro stabile tutelato), e di azzeramento della coscienza politica e sociale nelle masse, ha rappresentato e rappresenta un elemento strutturale del neocapitalismo, un presupposto irrinunciabile per la sua affermazione. Al punto tale che il pd – il più importante cartello elettorale italiano liberaldemocratico al servizio della classe globale dominante – si permette, stando al governo, di estendere il blocco delle retribuzioni al pubblico impiego fino alla fine del prossimo anno, per il taglio ineludibile della spesa pubblica, affamando la sua stessa base di consenso. Sappiamo bene qual è il peso elettorale del pd nel pubblico impiego e, in particolare, in settori come quello della scuola, molto penalizzati in questi ultimi anni. Eppure, i sondaggi rivelano incrementi di consensi percentuali di questo partito-servo delle eurocrazie globaliste, che non possono essere dovuti soltanto al probabile collasso dell’altro socio politico all’interno del sistema, cioè del pdl, o all’altrettanto probabile perdita di consensi di m5s. Ancor peggio, perché Matteo Renzi, l’astro nascente del collaborazionismo politico italiano filo europoide, filo tedesco e filo globalista, molto probabilmente guiderà l’annientamento finale dell’Italia con i voti di coloro che dovrebbero avversarlo. Il suddetto non è un idiota semi-visionario che pontifica alla Leopolda (una specie di San Sepolcro a rovescio, come programma), come mostrano di credere alcuni, ma un neoliberista per convenienza, abile “performer” sulla scena politica, incaricato della demolizione finale del paese. Fra Berlusconi e Mendella (chi se lo ricorda Giorgio di Rete Mia, il Berlusconi mancato, nonché venditore di case in Romania?), fra la politica televisiva che alimenta lo Spettacolo e il messianesimo spicciolo, ecco spuntare un nuovo “salvatore dell’Italia”, un paio d’anni dopo il non eletto Mario Monti. Il sindaco di Firenze rappresenta la sintesi del berlusconismo, del lib-lab, del neoliberismo “di sinistra” e della politica-Spettacolo (in senso debordiano). Infatti, fidando sull’efficace idiotizzazione di massa, che fa digerire al popolo politiche contrarie ai suoi interessi vitali, i “poteri esterni” hanno scelto Renzi per i motivi anzidetti e perché è un traditore in vendita, disposto a completare il saccheggio dell’Italia occupata. Lo farà pienamente cosciente di farlo, con il sorriso sulle labbra, e quindi è doppiamente colpevole. Dopo di lui il deserto più totale. Questo farabutto è stato in “joint venture” con l’infame Ichino (l’apostata del pci che ha scritto i nullafacenti, definendo lo stipendio del dipendente “odiosa rendita parassitaria”) contro il lavoro dipendente e, in particolare, contro il suo ultimo santuario di stabilità e diritti, cioè l’impiego pubblico. Questo farabutto (Renzi) vuole demolire completamente uno stato sociale che già non funziona, inoculando germi come quello della “flexsecurity”. E’ un sostenitore delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni (ben oltre la celebre “lenzuolata” di Bersani!) per svendere all’incanto gli asset produttivi nazionali e in generale il patrimonio pubblico. Nello stesso tempo, Renzi vorrebbe diminuire il costo del lavoro (e quindi il potere d’acquisto degli italiani) per rianimare la tanto santificata competitività. Il suddetto è un pubblicista del denaro elettronico e della limitazione estrema della circolazione del contante, soluzione ottimale non tanto per “combattere l’evasione”, come si millanta, ma per un efficace e capillare controllo della popolazione. Eppure possiamo essere sicuri che la base elettorale del pd lo sosterrà, forse in grande maggioranza. Pensionati, impiegati pubblici, insegnati e altri soggetti voteranno in massa, “fiduciosi”, per Matteo Renzi, acclamandolo come il “nuovo che avanza” e seguendolo come si segue un pifferaio magico che ti porta verso il baratro. La probabile ascesa politica di Renzi, in un’Italia “terminale”, costituirà la miglior prova del successo elitistico, conseguito flessibilizzando e idiotizzando le masse popolari.

 

 

2)    Il mito degli “stati uniti d’Europa”, dietro il quale si nasconde l’unione monetaria europoide quale strumento di dominazione delle élite neocapitalistiche, è stato truffaldinamente diffuso, con successo, a livello di massa. Il fine è di imprigionare interi popoli nell’eurolager e di togliere l’acqua al pesce del dissenso “euroscettico”. Berlusconi e parte del pdl che lo segue stanno pagando caro il loro cauto “euroscetticismo”, in buona parte elettoralistico, la loro relativa inaffidabilità e per questo motivo le élite europoidi hanno deciso di marginalizzarli, o addirittura di eliminarli dalla scena. Meglio non rischiare, anche se Berlusconi, alla fine, ha sempre abbassato vigliaccamente la testa davanti ai grandi “poteri esterni” (come nel caso macroscopico dell’avvento di Monti o in quello dei bombardamenti sulla Libia). Il pd, invece, e soprattutto la sua “ala liberal”, insiste con l’europeismo più sfrenato, con le mitologie fasulle dell’unione dei popoli “democratica”, “dal basso”, con il necessitarismo degli “stati uniti” a moneta unica privata. Tutta propaganda becera e vuota che il pd può permettersi, essenzialmente perché la sua base di consenso è completamente idiotizzata e perciò consenziente, nonostante la prospettiva futura di subire i morsi della fame. Inoltre, ci sono le “regole europee” da rispettare acriticamente, devolvendo “spontaneamente” anche i residui di sovranità nazionale agli organi sopranazionali euroglobalizzanti. La prospettiva del dominio del mercato, cioè della sottomissione agli interessi della classe global-finanziaria deterritorializzata, è quella espressa dai collaborazionisti piddini, confortati dal fatto che la loro base è ormai una congerie d’idioti politici e sociali, orfani della classe di appartenenza e disposti a bere qualsivoglia fandonia. In sostanza, è sempre la diminuzione dell’essere umano, provocata artificialmente nel passaggio dal capitalismo del secondo millennio a quello del terzo, che favorisce l’accettazione del truffaldino mito degli “stati uniti d’Europa” (di natura elitistica), impedendo ai dominati di ribellarsi. In Italia, possiamo notare come il pd, oltre ad agire politicamente recependo sempre e comunque i diktat del potere euroglobale, riesce a propinare alla sua base le fandonie europeiste con un certo successo, non mettendo mai in discussione la moneta unica privata.  Temiamo che se continuerà il “cammino europeo” del paese, senza scossoni politici e sociali, l’internamento nell’eurolager sarà la sola prospettiva che avranno gli italiani per i prossimi anni. 

 

 

3)    Il tradimento della sinistra, nei confronti della sua stessa base di consenso, e l’estinzione dei comunisti hanno favorito la schiacciante vittoria del neoliberismo, in particolare in Europa e in modo molto particolare in Italia, paese in cui esisteva il più grande partito comunista dell’Europa occidentale. Scriveremo solo l’indispensabile su questo punto, avendo già trattato diffusamente l’argomento in passato. Dopo la fine del mondo bipolare Usa-Urss, all’internazionalismo proletario, caduto in disuso, si è sostituito “il villaggio globale”, cioè il mito della globalizzazione unificante per l’umanità. Ancor peggio, lo stato nazionale sovrano è stato avversato per legittimare il governo sopranazionale (nella sostanza non di natura elettiva e “democratica”) e gli organi della mondializzazione (fra i quali la uem, la bce e la commissione europea), secondo i peggiori incubi spinelliani, o meglio “spinellati”. In certi casi la classe, e con lei il vecchio mito dell’operaio-massa, è stata sostituita da una vaga moltitudine, di natura filosofica, inesistente da un punto di vista sociologico e inserita, guarda caso, in un contesto sociale nuovo, squisitamente a-classista, caratterizzato dall’atomizzazione e dall’isolamento dei singoli. Il monopolio della lotta di classe è stato consegnato alle élite globaliste, inibendo la protesta sociale. Tutto questo con la fattiva collaborazione della sinistra e degli apostati del comunismo, in posizione subordinata rispetto ai centri di interesse sopranazionali del neocapitalismo. L’accettazione delle dinamiche mercatiste “a sinistra” è completa, pur temperata da tracce, sempre più sparute, di laburismo. Il testimone della protesta sociale e dell’antagonismo, un tempo nelle mani della sinistra e soprattutto dei comunisti, non l’ha raccolto nessuno, come possiamo facilmente constatare in Italia. Così è stato mandato definitivamente in soffitta, a far compagnia alla Rivoluzione. Sinistra neoliberista, componente essenziale del partito unico neocapitalistico, e residui di comunismo individualistico post sovietico, completamente rifluito negli immaginari nuovo-capitalistici, oggi dominano incontrastati, turlupinando le masse pauperizzate. Renzi, Letta, Bersani e Vendola, nonostante gli screzi a scopo elettoral-propagandistico e qualche rivalità reciproca, sono dalla stessa parte e la loro politica è unica, come il pensiero dell’epoca. In conclusione, precisiamo che un discorso simile riguarda i sindacati (cisl a suo tempo con Monti e scelta civica, cgil con il pd, fiom con il sel) i quali soffocano la protesta con scioperetti inani e remano bellamente contro i lavoratori, firmando accordi-capestro. Quello che abbiamo definito (forse un po’ semplicisticamente per essere compresi) “il tradimento della sinistra e l’estinzione dei comunisti”, sul piano politico è un fenomeno evidente, che si accompagna al “tradimento del sindacato”, al “tradimento degli intellettuali”, dei giornalisti e via elencando.

 

 

4)    L’assenza di gruppi politici (e di economisti, di sociologi, di politologi) con un piede dentro il sistema, inseriti nelle sue logiche, ma nello stesso tempo ribelli, portatori di nuove istanze e di nuovi programmi strategici economico-politici, disposti a rischiare mettendosi contro gli interessi sovrani della classe globale dominante, è un’evidenza. La strada scelta, nel caso tali gruppi compaiono sulla scena della storia, potrà essere quella dell’affermazione elettorale, giocando secondo le regole liberaldemocratiche. Nell’Italia desertificata questi gruppi mancano completamente, mentre in Francia – potenza nucleare e paese chiave dell’Europa continentale, escludendo la Russia – qualche sorpresa potrebbe forse riservarla il Fronte Nazionale di Marine Le Pen, anche se noi siamo piuttosto scettici in proposito. L’unica alternativa alla lotta armata rivoluzionaria (oggi purtroppo impensabile) è la formazione e la significativa presenza, all’interno del sistema, di gruppi e partiti politici che “remano contro” il sistema stesso, per la riacquisizione della sovranità nazionale e la subordinazione dell’economia alla politica, capaci di coagulare intorno a sé un vasto consenso popolare. Questi gruppi non seguirebbero la via rischiosa dell’insubordinazione nei confronti delle oligarchie euroglobaliste per etica e buoni sentimenti (mettendo in pericolo la loro stessa incolumità fisica), ma per appropriarsi la sovranità e la decisione politico-strategica all’interno dei vecchi stati nazionali.

Il punto 4 ci porge l’occasione per delineare possibili, futuri scenari del tutto nuovi. Nel caso i predetti gruppi dovessero comparire, in situazioni di forte tensione sociale e di precipitazione verticale degli eventi, sarà forse possibile sottrarsi definitivamente al giogo neocapitalistico (ed europoide) in due fasi, sintetizzabili in poche righe come segue:

1)    Fase “propedeutica” alla Rivoluzione vera e propria, dirigista, sovranista, keynesiana, di rigetto del libero mercato (globale) e dell’eurolager. Le forze che la domineranno – non propriamente definibili rivoluzionarie, ma, al più, “protorivoluzionarie” – avranno un piede dentro il sistema, pur ribelli, e guideranno la transizione. In Italia potrebbero manifestare qualche lineamento spiccatamente nazionalista, definibile “di destra”.

 

2)    Fase rivoluzionaria vera e propria. Emergeranno in contesti culturali, politici e sociali “rimessisi in movimento”, liberati dal giogo neocapitalistico, sopranazionale e neoliberale, le vere forze rivoluzionarie. Si ricomporrà il quadro del conflitto sociale non più sbilanciato da una parte sola, emergeranno nuove élite antagoniste, per la fuoriuscita dal capitalismo. Un po’ come i bolscevichi di Lenin dopo la (breve) fase menscevica, solo con tempi presumibilmente più lunghi. 

Ne consegue che se anche all’inizio le idee socializzanti e neocollettivistiche non troveranno uno sbocco concreto, lo troveranno in seguito quando, alla fine della transizione, si manifesterà una nuova spinta rivoluzionaria nella società. La chiave di tutto questo processo storico sarà la riacquisizione della piena sovranità, monetaria e politica. Solo così la Rivoluzione impossibile potrà ridiventare possibile.

La Rivoluzione impossibile di Eugenio Orso & Anatolio Anatoliultima modifica: 2013-11-04T10:00:00+01:00da derosse
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18 pensieri su “La Rivoluzione impossibile di Eugenio Orso & Anatolio Anatoli

  1. Come di consueto, ottima analisi.Direi però che la mandria di pubblici impiegati, in primis insegnanti, e pensionati che vota Pd, non ha tolto il proprio appoggio non solo perché idiotizzata ma anche perché questi settori, finora, hanno subito provvedimenti peggiorativi sì ma non drammatici. Mentre il piccolo imprenditore, il negoziante, la partita Iva, l’operaio in cassa integrazione vive veri e propri drammi, l’insegnante o il pensionato per ora subisce misure molto più tollerabili, come il blocco delle assunzioni o la mancata indicizzazione di compensi e entrate rispetto all’inflazione. Se tu stai meno bene di un tempo, ma attorno a te c’è gente che sta malissimo, alla fine finisci per accontentarti commentando “In fondo a me è andata bene”. Secondo me non è un caso che finora queste categorie siano state più protette di altre: il Pd non poteva permettersi di esagerare nello scontentare il proprio, pur mansueto e bovino, elettorato.

  2. Per ValdoCapisco …In parte può essere vero. Il minore dei mali. Ma i peggioramenti sono in corso da anni e oramai anche i dipendenti pubblici sentono sempre di più il fiato sul collo. Molti fra loro avranno pure un figlio precario o disoccupato per casa! Senza speranza di essere assunto dallo stato. Si parla da tempo di riduzioni pesanti dei posti di lavoro nel settore pubblico, in piena ondata di disoccupazione/ sotto-occupazione. Si teme persino che ci sarà “mobilità” diffusa, ma non con accompagnamento alla pensione. Quanto possono influire il ricatto economico e la paura del futuro, unitamente allo “speriamo che io me la cavo”, nel consenso ad una vile infamia come il pd? Di certo hanno un peso, il quale, però, dovrebbe progressivamente ridursi con l’aumentare del fuoco sotto il culo e la velocizzazione dei peggioramenti. Arrivati a un certo punto (di non ritorno) anche gli statali e gli insegnanti capiranno che il pd è disposto a buttarli a mare per servire i suoi padroni euroglobali. E’ incredibile! Mi fa infuriare la sordida vigliaccheria delle immondizie piddine! Massacrare la propria base di consenso, vendere la sua pelle dopo averla imbrogliata, per servire padroni spietati che hanno pianificato il saccheggio del paese! E’ chiaro che non abbiamo davanti una “forza politica”, un partito “ispirato da ideali”, per quanto non condivisibili, ma una consorteria di vigliacchi e farabutti disposti a vendere anche la madre, per mantenersi in posizioni di subpotere! Quando salterà il coperchio della pentola (e speriamo presto …) non si dovrà avere alcuna pietà per loro. Pietà l’è morta.SalutiEugenio Orso

  3. Caro Orso,leggo in lei umana pietà verso il gregge piddino. Ma chi ancora vota per Bersani, Letta, Renzi e gli altri Quisling, merita pietà? Se, dopo tutto quel che è successo, tu pensionato o tu pubblico impiegato voti ancora Pd, beh, secondo me non meriti molta comprensione. Per non parlare della dabbenaggine di quei giovanotti che puntano su Civati, come se Civati avesse delle idee diverse dagli altri in tema di politiche economiche e sociali (e come se avesse la minima chance di vincere). Stiamo parlando di gente che non ha la minima idea di che cosa significhino le parole destra e sinistra. Eppure basterebbe un onesto manuale liceale di storia della filosofia – o anche solo di storia. Non riesco a provare per questo elettorato più pena di quanta ne provi per Napolitano.

  4. Per ValdoNo … non è “umana pietà”! E’ solo che messi alle strette dalla de-emancipazione galoppante, quando non ci sarà più “trippa per gatti”, quando le corbellerie di Civati e simili suoneranno vuote (come la pancia) saranno costretti ad “abbandonare la nave”.SalutiEugenio Orso

  5. Provo a menzionare alcuni fattori non discussi nell’articolo:1) le classi politiche di ogni colore sono ormai da un quarantennio ridotte a una mafia imprenditorial-clientelare interessata esclusivamente al proprio autonutrimento. Non sono élites politiche, sono la manovalanza dei poteri forti. Non c’è sindaco di una cittadina di provincia che non abbia dietro una cordata di imprenditori edili.2) il mondo si è fatto terribilmente complesso e, senza ideologie falsificatrici ma proprio in virtù di ciò semplificatrici, l’essere umano medio non è in grado di farsi un’opinione alternativa a quella dei media di regime. Per costruire un’alternativa bisognerebbe cominciare non a fare analisi vere e articolate, ma a costruire Ideenkleider abbastanza semplicistiche e colorate da risultare attraenti e comprensibili al gregge. Il presupposto per vincere la battaglia dei cuori e delle menti è sempre stato quello di sparare basso e di ripetere incrollabilmente e con assoluta convinzione delle banalità, come fa in primis il regime (es. ci vuole più Europa…).3) Il risultato del crollo del sistema, con la dissoluzione del ruolo mondiale della finanza anglosassone, sarebbe un cataclisma globale apportatore di guerre e rivoluzioni. Il gregge ha il buon senso di avvertire questa realtà, per quanto confusamente, e non vuole saperne. Preferisce di molto vedersi rapinato del suo benessere poco alla volta che esserne privato tutto in un colpo. E’ un’umanità in piena decadenza, svirilizzata da un settantennio di pace, benessere e mediatizzazione-idiotizzazione.

  6. Per LoreL’articolo è sintetico e non tratta le pur interessanti questioni da te poste.Provo a dire la mia su ciascun punto che hai fissato nel tuo commento:1)Vero. Integrerei il testo aggiungendo una considerazione che ritengo di fondamentale importanza. le sub-élite politiche nazionali, dipendenti dal potere esterno euroglobalista (al quale sono ormai legate mani e piedi), applicano pedisseque le politiche anti-popolari decise dagli organismi sopranazionali in cambio della possibilità di mantenere i loro ingiustificati e disgustosi privilegi. Non dovendo più occuparsi della decisione politico-strategica, ma soltanto applicare i programmi decisi dai centri di potere euroglobali, si dedicano all’arricchimento personale, familiare e di clan, spargendo a piene mani la corruzione. In ciò sono aiutate dalla debole e ormai malferma “imprenditoria” locale, con la quale dividono il “bottino”, in certi casi, però, accontentandosi delle briciole.2)Questo punto potrebbe essere diviso in due. La complessità, da un lato, e l’assenza di vere e diffuse fonti alternative d’informazione, dall’altro lato. La complessità è spesso usata come giustificazione, da intellettuali, accademici, politici e giornalisti asserviti al sistema, per non spiegare le cose al volgo, per evitare – ricorrendo alla paroletta magica della complessità, appunto – il disvelamento della realtà sociale e politica (mi rifaccio, scrivendo questo, a Costanzo Preve). Per quanto riguarda la controinformazione, o informazione alternativa, esiste nel mare magno di internet, poco frequentato da pensionati, casalinghe, semi-analfabeti, eccetera. Non esiste, ovviamente, nelle televisioni, che per moltissimi rappresentano l’unica fonte d’informazione. Controbattere agli slogan sistemici con semplici ed efficaci controslogan può non risultare pagante, perché in questo il sistema è molto forte ed ha formidabili “casse di risonanza”. La decrescita, ad esempio, è un controslogan, non una teoria economica compiuta. Lo stesso programma delle cinque (poi sette, poi di più) erre di Latouche è controslogan. Non mi sembra, però, che questi slogan alternativi abbiano avuto grande risonanza e successo a livello di massa.3)In pratica, secondo quanto scrivi le masse, intuiscono che il crollo del neocapitalismo finanziarizzato a livello mondiale (facciamo un po’ di crollismo postmarxista …) potrebbe riservargli grandi sofferenze, perciò preferiscono “galleggiare” sulla crisi, lasciandosi rapinare dal grande capitale finanziario e dai suoi accoliti (politici liberaldemocratici, economisti, eccetera) un po’ alla volta. Il problema è che esiste un limite – è una cosa che ho ripetuto spesso, in passato – alla compressione materiale e psicologica dei dominati, superato il quale la reazione di massa diventa inevitabile (per quanto solo insurrezionale, senza guida politica e visioni alternative). Noi ci stiamo avvicinando pericolosamente – e sempre più rapidamente – a quel limite. Ciò è dovuto alle dinamiche neocapitalistiche, perché quella che io chiamo “la creazione del valore finanziario, azionario e borsistico” non ammette soste, e anzi impone continue accelerazioni. Un po’ come certe varietà di squali che devono stare sempre in movimento, perché se si fermano rischiano la morte per asfissia …Mi fermo qui.SalutiEugenio Orso

  7. Caro Eugenio… una domandona breve e pensate. Tu credi quindi che vi sia ancora spazio per avviare una Rivoluzione (pur senza completarla) attraverso la via elettorale?

  8. Per SimoneNo, non esattamente. Preciso meglio di seguito. Credo che in queste contingenze la via elettorale – vigilata ovviamente dalle forze sistemiche e soggetta alle regole liberaldemocratiche – sussistendo particolari condizioni (presenza di gruppi politici con un piede dentro il sistema e un crescente consenso popolare), può essere una via da seguire nella fase che ho definito “protorivoluzionaria”. Questa fase potrà preparare il terreno per la rivoluzione anticapitalista vera e propria, ma sarà caratterizzata dal prevalere di forze politiche – ribelli nei confronti dei centri di potere neocapitalistici ed europoidi – comunque interne al capitalismo. Forze che punteranno inevitabilmente a riattivare le dinamiche del capitalismo del secondo millennio, nella sua ultima fase dirigista, keynesiana, moderatamente emancipativa per le masse, di “compromesso” fra stato e mercato. Il passaggio dalla fase “protorivoluzionaria” a quella rivoluzionaria vera e propria richiederà del tempo. Ricordiamoci che la rivoluzione maoista cinese, vittoriosa nel 1949, è il risultato di una “lunga marcia” iniziata nel 1911-1912 e caratterizzata da alterne fortune (persistenza del potere dei cosiddetti signori della guerra, invasione giapponese, eccetera). Da Sun Yat-sen a Mao Zedong, insomma. Sun Yat-sen, primo presidente provvisorio in un clima repubblicano, rimasto in carica pochi mesi, fu indubbiamente “protorivoluzionario”. La costituzione del partito comunista cinese è posteriore, del 1921, la vittoria maoista del 1949. Sappiamo che la storia non si ripete negli esatti termini del passato (non concede repliche, possiamo ironicamente affermare), ma nel prossimo futuro è probabile che spunteranno anche da noi forze “protorivoluzionarie” con un piede dentro il sistema, alle quali, in un clima di dissoluzione dell’eurolager e di arretramento della globalizzazione economico-finanziaria, potranno seguire forze rivoluzionarie vere e proprie. I tempi di passaggio da una fase all’altra? Presumibilmente lunghi, temo.Spero di essere stato abbastanza chiaro, pur in estrema sintesi.Cari salutiEugenio Orso

  9. L’ attuale situazione e’ decritta precisamente nei quattro punti dell’articolo.Penso che lo squilibrio politico che ci possa,lentamente,far uscire dalla stasi sia l’avanzare di quello che l’infido Letta teme,da un suo discorso recente,il populismo.In un suo discorso da convinto europoide il servo ha citato il male assoluto del populismo quale pericolo principale.Penso che abbia ragione.Potrebbe nascere in questo contesto la fase protorivoluzionaria,animata da personale interno al sistema,che possa,alla lunga,riaprire la partita.

  10. Suggerirei al valente Eugenio Orso (valente sul serio) di commentare lo slogan scelto da Civati per le primarie del suo partito: “Cambiamo le cose cambiandole”. Una frase che ha due caratteristiche: la prima è la dabbenaggine del credere di “cambiare le cose dal di dentro” in una struttura marcia fin dalle fondamenta (e poi cambiare per fare che cosa? a Civati è chiaro il ruolo liberista e antisociale del Pd e della Ue? se gli è chiaro, lo contesta? certamente no, quindi di quale cambiamento sta cianciando?); la seconda è la bruttezza estetica del gioco di parole, illegibile, poco arguto, insignificante. Il fatto che uno slogan del genere, specchio della povertà culturale e ideologica di chi lo ha concepito, sia stato approvato e raccolga consensi tra i soliti gonzi, indica che nell’elettorato piddino più impegnato c’è una grossa percentuale di gente che non ha nemmeno gli strumenti per capire quando una frase ha dei contenuti e quando invece è aria fritta, e fritta con dell’olio di pessima qualità. Gente che non solo non riconosce giusto e ingiusto, bene e male, destra e sinistra (questi due concetti vengono infatti stravolti completamente) ma neanche bello e brutto, buono e cattivo gusto. Semianalfabeti politici e culturali.

  11. Per ValdCerto che Renzi è una sorta di incrocio fra Berlusconi (che possiamo supporre ringiovantito e “riciclato a sinistra”), lo straordinario imbroglione in televendita Mendella (poco fortunato, ma con tanto pubblico alle convention, ai suoi tempi) e un piccolo “profeta”, laico, pseudopolitico, di provincia, che tenta l’arrampicata per arrivare in cima ai cartelli elettorali. Le cose che Renzi dice fanno indiscutibilmente parte della propaganda, del marketing, ma nascondono intenzioni programmatiche perfettamente in linea con le politiche elitistiche stabilite per l’Italia. Non si può uscire dal seminato, pena l’emarginazione e l’oblio …Si tratta, come sempre, di sviare abilmente l’attenzione del “pubblico indistinto” dai problemi sociali di fondo, oppure di far credere che questi si possono risolvere in modo stravagante, senza uscire dall’infernale circuito delle politiche neoliberiste, mercatiste ed europoidi.SalutiEugenio Orso

  12. Per mircoE’ certo che il temuto “populismo contro la democrazia” è un importante elemento della propaganda sistemica. Letta lo dimostra per l’ennesima volta. Dobbiamo, però, prestare molta attenzione alle “novità” politiche che di questi tempi fanno capolino in Europa. Personalmente penso che gruppi come Alba Dorata, Alba ungherese, Jobbik e simili facciano parte del male e non rapprentano certo “la cura” …Diverso il discorso per il Fronte Nazionale francese di Marine Le Pen, anche se la speranza, in tal caso, è temperata dallo scetticismo, dai dubbi, dalla possibilità (che speriamo molto remota) che questa formazione trascini la Francia in un regionalismo ottuso, non collegandosi con gruppi politici “euroscettici” in altri paesi.In Italia, a differenza di quanto accade in Francia (paese chiave per l’area-euro), o in Ungheria (fuori dal cerchio interno dell’eurolager), c’è il deserto più assoluto. Non c’è traccia di vere e proprie formazioni politiche “euroscettiche”, inserite nel sistema liberaldemocratico (pur con un piede fuori).Altra considerazione da fare, in proposito, è che la cosiddetta sinistra – ormai interamente neoliberista e serva delle élite euroglobali – non potrà riciclarsi, guidando la transizione, cioè la fase “protorivoluzionaria”.SalutiEugenio Orso

  13. Per ValdoRingrazio per il valente.Il cambiamento (fintamente) proposto da Civati è genericissimo – non si entra nel dettaglio delle politiche sociali, economiche, industriali, fiscali, eccetera – ma forse efficace come slogan, avendo a che fare con una massa di rincretiniti, disposti a lasciarsi abbindolare.Dice il furbetto piddino Civati che bisogna “cambiare vita, cambiare linguaggio, cambiare punto di vista, rovesciare tavoli e consorterie”. E’ chiaramente e volutamente uno slogan privo di effettivi contenuti politici e sociali. Non dice che bisogna urgentemente “cambiare moneta”, tornando alla moneta nazionale e alla banca centrale saldamente in mani pubbliche. Non dice che bisogna radicalmente “cambiare politica dei redditi”, sostenendo con una nuova stagione contrattuale e di diritti i redditi da lavoro dipendente, ormai ridotti al lumicino. Cose di questo tenore e di questa sostanza, il piccolo imbroglione piddino “dissidente” si guarda bene dal dirle in modo chiaro e netto.Per quanto mi riguarda, Civati è uno “specchietto per le allodole”, attivato all’interno del pd, tollerato dalla direzione del cartello elettorale, che ha la miseranda funzione di trattenere i consensi di coloro che potrebbero non votare più, perché disgustati dalle “trame” di potere interne, o perché colpiti dalla crisi de-emancipante, che galoppa con un governo in carica targato (in buona parte) pd. In estrema sintesi, Civati è un piccolo imbroglione che non ha nessuna intenzione di “mollare l’osso”, uscendo dal pd … e che sicuramente sa di esserlo.SalutiEugenio Orso

  14. Per alekI tempi di passaggio da una fase “protorivoluzionaria” a una fase autenticamente rivoluzionaria, cercando di prevedere in base ai pochi elementi di cui possiamo disporre oggi, saranno piuttosto lunghi. Non si tratterà di pochi mesi, come nel caso del passaggio dal governo menscevico a quello bolscevico, in Russia, nel 1917.Come fare per velocizzare questo possibile, futuro processo storico?Bella domanda. Per quanto mi riguarda, mantenendo una certa prudenza, credo che soltanto eventi significativi dal punto di vista economico (o addirittura bellico) potranno velocizzare il processo. Teniamo conto che oggi non siamo entrati neppure nella prima fase, quella da me definita “protorivoluzionaria”.SalutiEugenio Orso

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