Mercato, democrazia e guerra di Eugenio Orso

Esiste una relazione fra le tre espressioni citate nel titolo del presente post? Esiste una connessione verificabile fra mercato, democrazia e guerra? Esiste un trait d’union che riporta a un ipotetico impero del male, mascherato propagandisticamente e mediaticamente da impero del bene che cerca di imporre un unico, inevitabile destino all’umanità?

Mercato, democrazia e guerra non sono che gli altri nomi della globalizzazione neoliberista, del villaggio globale edificato dalla classe neodominante postborghese per ospitare l’umanità tutta, in un processo di unificazione forzata che avviene sotto il segno del mercato, che presuppone la diffusione della liberaldemocrazia e che richiede, non di rado, l’uso dello strumento militare. La costruzione dell’impero finanziario privato della classe globale, estensibile a tutte le terre emerse e non legato a doppio filo alle sorti di singoli stati e nazioni, è l’esito finale della “felice” e vincente combinazione di mercato, democrazia e guerra, che nessun popolo ribelle e nessun tumulto sociale hanno potuto contrastare efficacemente.

Come scrisse il teorico e pratico militare von Clausewitz, la guerra non è che la prosecuzione della politica con altri mezzi e, di conseguenza, l’evento bellico non dovrebbe costituire la regola, nei rapporti internazionali, ma l’ultima ratio. Per la verità, la guerra a supporto del mercato e della democrazia non cessa un solo istante, se si pensa all’autentica “guerra sociale” scatenata dai globalisti dominanti, in occidente e in Europa, contro i ceti medi e il proletariato, da ridurre a neoplebi flessibilizzate, dal punto di vista lavorativo e del reddito, deprivate persino dell’ultima stilla di coscienza sociale e politica. La guerra sociale globalista contro i dominati, in occidente, è la prosecuzione di uno scontro epocale nella società spaccata. Una lotta di classe a rovescio, ben diversa e più feroce di quella che ha contrapposto nello scorso secolo, quando dominava il capitalismo del secondo millennio, il proletariato alla borghesia proprietaria.

Accanto alla guerra sociale condotta contro i dominati nel nord e nell’occidente del mondo, abbiamo annotato negli ultimi decenni alcuni significativi episodi di guerra d’aggressione ai danni di paesi dell’ex terzo mondo. I due binari della guerra mercatista e democratica procedono parallelamente. Le spedizioni militari contro presunti “stati canaglia” e leader ribelli, condotte utilizzando lo strumento militare anglo-americano e la nato, integrano l’attacco alle condizioni di vita delle classi dominate e la conseguente produzione di docili neoschiavi, opportunamente condizionati e depauperati, che si può facilmente osservare, oggi, in Europa. Le guerre neocapitalistiche – combattute dalle forze globaliste sia all’interno dei paesi già sottomessi, per manipolare l’uomo e modificare la struttura sociale, sia all’esterno, in aree e regioni del mondo non ancora “normalizzate” – sono guerre di natura culturale. Le guerre culturali, come sappiamo, sono le più spietate, quelle in cui, spesso, non si fanno prigionieri, quelle in cui non si rispettano, anche se si finge di farlo, principi etici e convenzioni internazionali, essendo finalizzate all’annientamento del nemico.  

Posto che ogni attacco deve terminare con una difesa, richiamando ancora una volta von Clausewitz, abbiamo notato che nei paesi ribelli e aggrediti come l’Afghanistan e l’Iraq, all’aggressione ha fatto seguito una sanguinosa occupazione, per consolidare e difendere le “conquiste” del mercato e della democrazia, con l’inevitabile moltiplicarsi delle vittime civili. Nella guerra sociale a senso unico, invece, quella che continua da oltre due decenni anche da noi, in Italia, le “vittime civili”, per forza di cose, sono pressoché il cento per cento del totale. Si tratta di una vera e propria guerra di sterminio, sia pur sociale e culturale, condotta sempre e comunque contro non combattenti. Anziani e invalidi privati dell’assistenza sociale, della pensione, dell’accompagnamento, operai espulsi dal mondo del lavoro e non ricollocati, disoccupati cronici abbandonati a se stessi, che sempre più spesso si auto-sopprimono. Poi ci sono le morti dovute alle esplosioni violente di follia individuale, riconducibili, in molti casi, alla spietata guerra sociale globalista in corso, e le vittime di numerosi atti di “femminicidio” che insanguinano la nostra società. Se il neocapitalismo genera masse di esclusi dai “benefici” del mercato e della democrazia – essendo il mercato un sistema di razionamento ed esclusione nelle mani della classe dominante (non soggetta ai suoi rigori) e la democrazia liberale la foglia di fico del potere politico delle élite – esclusi sono i popoli sottomessi con la guerra di aggressione e di occupazione, come gli iracheni e gli afghani, sia le masse dominate, in occidente, soggette a un violento processo di de-emancipazione e ri-plebeizzazione.

Quanto precede per inquadrare la prossima guerra di conquista neocapitistica, che potrà essere scatenata contro la Siria di Assad dalle forze angloamericane, magari con il placet delle nazioni unite (sempre di più un inutile fantoccio in mani globaliste) e l’intervento di altri paesi occidentali sottomessi, qual è la Francia. Anche qui, come contro Saddam, il pretesto è il possesso (e l’uso) di armi non convenzionali, nella fattispecie quelle chimiche, usate sistematicamente – s’insinua, con grande riflesso mediatico – contro la stessa popolazione siriana. Anche qui, come in Iraq, il primo colpo di maglio potrà essere sferrato dagli americani, con la propaggine inglese a supporto. Anche qui, come accadde nell’Iraq di Saddam, una robusta e numerosa comunità religiosa (i sunniti siriani in luogo degli sciiti irakeni) potrebbe appoggiare, o almeno non contrastare, nel caos della guerra in corso, l’azione militare esterna neocapitalistica e globalista. Tanto più che una buona parte dei cosiddetti attivisti siriani, com’è noto da tempo, non è siriana, ma proviene dall’esterno, da altri paesi, armata e finanziata dalle potenze ostili al regime di Assad.

La strana alleanza fra i globalisti occidentali, americano-europei, la Turchia moderatamente islamica, i sionisti e le subdole monarchie del golfo ha destabilizzato la Siria e contribuito, in modo determinante, a scatenare la guerra civile, con decine di migliaia di morti e feriti. I globalisti non si fanno scrupoli nel servirsi del fanatismo islamico armato e dei tagliagole salafiti, accanto agli agenti provocatori sionisti e ai mercenari dei “corpi speciali” americani o inglesi. Il pretesto per l’annunciata azione militare neocapitalistica è il presunto attacco con gas tossici avvenuto in Siria il 21 di agosto. Come strombazzano i giornalisti occidentali, e quelli italiani, a supporto propagandistico della futura aggressione militare in Medio oriente, la questione è di ordine morale, prima ancora che di diritto (internazionale). In verità, l’aspetto dei rapporti di forza internazionali, quello geopolitico, la conseguente proiezione di potenza dei globalisti, si fanno passare volutamente in secondo piano, si tengono in ombra, mentre costituiscono gli unici e i soli moventi dell’azione militare prospettata. La menzogna del possesso di armi non convenzionali, che ha funzionato con Saddam (salvo tardive smentite, a cose fatte), sembra purtroppo che funzionerà a dovere anche in questo caso, complice la potenza mediatico-propagandistica espressa dai globalisti e l’inerzia delle popolazioni occidentali.

Una voce internazionale dissonante, di una qualche importanza, è quella della Federazione Russa. Il ministro degli esteri Sergej Lavrov, un tecnico-diplomatico di provata esperienza (più che un politico) al servizio di Putin, si è premurato di comunicare al vice presidente usa John Kerry la profonda preoccupazione di Mosca per un intervento militare americano in Siria. Ma è poco probabile che Mosca rischierà un allargamento del conflitto, dagli esiti imprevisti, intervenendo a sua volta militarmente, per un’estrema difesa del governo siriano in carica e dell’indipendenza della Siria. Improbabile anche un coinvolgimento diretto dell’Iran, dalla parte di Assad, visto il basso profilo che la repubblica islamica ha tenuto in questi ultimi tempi – a sua volta sotto minaccia di attacco israeliano-americano – e che continua a tenere. Ancor più improbabile un intervento cinese, giacché la cina neocapitalistica ed ex comunista (molto ex) è un importante pilastro della globalizzazione economica, finanziaria e commerciale e una potenza mercatista di prima grandezza. Iran e Russia hanno insistito, per dissuadere i globalisti occidentali dall’intervenire in Siria, sulle conseguenze destabilizzanti dell’azione bellica in Medio Oriente e nell’Africa settentrionale. Il ministero degli esteri russo, in particolare, ha ammonito a non “scavalcare” l’onu. Ma si tratta di un’opposizione debole, da parte di paesi che difficilmente s’impegneranno direttamente, difendendo con le armi il paese aggredito e contrastando sul campo il futuro attacco militare anglo-americano.

Anche nel caso della guerra annunciata alla Siria, come in quello irakeno, ci si appella ai fantomatici “diritti umani”, alla difesa della popolazione inerme contro un diabolico dittatore che usa i gas tossici, colpendo il suo stesso popolo, a presunte questioni di ordine morale, sulle quali la stampa e le televisioni ammaestrate giocano subdolamente e cinicamente. E’ chiaro, però, che si tratterà di un’ennesima guerra a supporto del mercato, inteso come sistema neocapitalistico di razionamento ed esclusione, e della democrazia di matrice liberale, intesa come mascheramento del potere politico assoluto della classe neodominante. Il fine sarà l’allargamento e il consolidamento dello spazio globalizzato, cioè dello spazio in cui il grande capitale finanziario esercita il suo potere. Ma questa volta il rischio di una destabilizzazione su vasta scala, anzitutto in Medio Oriente e nel nord dell’Africa, è altissimo, e russi e iraniani, a tale proposito, hanno ragione da vendere. Riusciranno i globalisti, che si apprestano ad attaccare direttamente la Siria, a contenere questo rischio e volgere ancora una volta la situazione a loro favore? Non senza qualche brivido, noi tutti, in occidente e in Europa, ridotti come siamo all’impotenza politica, non possiamo far altro che stare a guardare …

Mercato, democrazia e guerra di Eugenio Orsoultima modifica: 2013-08-27T11:30:00+02:00da derosse
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4 pensieri su “Mercato, democrazia e guerra di Eugenio Orso

  1. La guerra è la prosecuzione del turbocapitalismo con altri mezzi.
    La foglia di fico della guerra i diritti civili.
    I diritti civili, ormai pervertiti, sono fuffa.
    E quali poi? Democrazia? E quale? Libertà? Oppure la burla: matrimoni omosessuali, stalking, femminicidio, divorzio brevissimo, diritti animali.
    In realtà un cane ha ormai più diritti di un cittadino comune medio.
    Se divento pazzo o povero perché stritolato da uno Stato edace e poliziesco ciò è normale. Se appioppo un calcio ad un barboncino rischio una condanna penale e civile (ammesso che sia sopravvissuto al linciaggio).

  2. Per Vlad

    Amando gli animali più degli uomini, mai e poi mai darei un calcio a un barboncino (o a qualsiasi altro animale), ma a un assessore sì … e per questo atto sano e giusto mi perseguirebbero come un criminale patologico …
    Il sistema sanzionatorio funziona in modo distorto, eguaglianza e diritti sono illusioni propagandistico-mediatiche, le uniche finalità sono inibire la protesta e garantire la riproduzione sistemica.
    Del resto, i sistemi disciplinari e repressivi in atto sono nati con il capitalismo e sono stati messi a punto, una prima volta, per irregimentare il vecchio popolo (di estrazione medioevale) nelle fabbriche per il profitto.
    L’ipocrisia liberal-liberista è la più disgustosa e vile nell’arco di tutta la storia umana.
    La scissione fra i diritti politici e civili e quelli sostanziali dell’uomo – avere un reddito, un lavoro, mezzi di sostentamento – è ormai un fatto compiuto.
    Il mio odio nei confronti di questo sistema – democratico, liberal, attento ai “diritti umani” – non è esprimibile a parole.
    Spero che potrò esprimermi, pienamente e compiutamente, con i fatti e le azioni, quando salterà il coperchio della pentola … se allora non sarò troppo vecchio, o già morto.

    Saluti

    Eugenio Orso

  3. Per alek

    Teniamo in debito conto il fatto che ho 55 anni. Se questa situazione di assenza di alternative e di forze rivoluzionarie, nonché d’inerzia di massa perdurerà per almeno un lustro, io sarò troppo vecchio per l’azione, se non già morto.

    Alimentare il fuoco della rivolta, nelle attuali condizioni, è fin troppo arduo, se non impossibile. Loro hanno il controllo sulle masse, la cui trasformazione in neoplebi disintegrate, ignoranti e facilmente gestibili continua senza soste, non incontrando alcuna opposizione di rilievo.

    Costanzo Preve, in passato, ha scritto che ciò che è possibile fare, oggi, in questa situazione disperante, è mantenere viva – negli scritti e nel pensiero – la face della speranza e impedire che si spenga diffondendola, sia pure nei sempre più ristretti circuiti alternativi. Preve ha sempre pensato che per la nascita e soprattutto per l’affermazione progressiva di una vera alternativa al neocapitalismo ci vorranno almeno una o due generazioni (da una trentina di anni a oltre cinquanta). Per lui, l’alternativa sarà un nuovo modo di produzione comunitario – nell’affermazione del binomio Comunismo e Comunità – che consentirà il superamento del capitalismo speculativo e assoluto. Nel frattempo, visto che allora saremo tutti morti, si può cercare di mantener viva una luce …

    Andrà così?

    E’ possibile, o meglio, drammaticamente possibile.

    Saluti

    Eugenio Orso

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