Masse disintegrate, corpo elettorale e astensione (di Eugenio Orso & Anatolio Anatoli)

Ludopatia, droga, psicofarmaci, istruzione scadente, intontimento mediatico si sono combinati con disoccupazione di lungo periodo, sotto-occupazione, svalutazione del lavoro, precarietà e redditi reali in picchiata sostituendo al cittadino il neoschiavo precario, o l’escluso, e alle vecchie classi dominate le masse disintegrate, culturalmente, politicamente e socialmente.

Questo è quanto è accaduto in Italia negli ultimi decenni, in un processo di adattamento dell’ordine sociale e della popolazione alle esigenze sovrane del grande capitale finanziario, in vista di un irreversibile cambiamento storico che comporta la perdita della sovranità – e la sua cessione “volontaria” al mercato – nonché l’instaurazione di una “società aperta di mercato” sul modello nordamericano.

Sappiamo che in America pochi sono coloro che votano, partecipando al rito fondamentale della democrazia, e che non vanno a votare milioni di poveri senza speranza, di emarginati, di esclusi dai “diritti” che un sistema definito democratico, liberale, avanzato dovrebbe sempre e comunque assicurare a tutti. Inoltre, in America l’ordine classista è sempre stato incerto, ambiguo, sfumato, profondamente diverso da quello europeo, tanto che, semplificando molto, forse un po’ troppo, si può dire che là vale da sempre la brutale dicotomia fra ricchi e poveri, fra coloro che i soldi li hanno e quelli che arrancano dormendo in roulotte, o addirittura nei vicoli. Fra quelli che possiedono ricchezza e patrimoni e milioni di disperati che vivono di scampoli di assistenza pubblica, di carità privata o di espedienti, c’è sempre stato un robusto ceto medio a fare da “cuscinetto”. Se non che, la crisi iniziata nel 2006 ed esplosa l’anno successivo ha ridotto i numeri dell’area di relativo, moderato benessere, espresso in forme rigorosamente consumistiche, anche nel cuore del neocapitalismo trionfante, cioè in Nord America. Anzi, i numeri del ceto medio statunitense, che in parte significativa va alle urne giustificando il “sistema democratico” e liberale, hanno iniziato a ridursi fin da prima della cosiddetta “crisi subprime”, man mano che si affermavano le logiche finanziarie neocapitalistiche e avanzava la globalizzazione economica. Per la verità, la brutale e semplificatrice dicotomia fra ricchi e poveri, che sembra non basarsi sulla “mediazione” di classi sociali definite e intese come mondi culturali, nasconde una nuova strutturazione della società, un ordine classista ancor peggiore di quello imposto dal capitalismo dello scorso millennio. La dicotomia fra global class e pauper class, pesando sempre meno la presenza, sul piano sociale, del ceto medio figlio del welfare. Un ordine dai tratti inequivocabilmente neofeudali.

I poveri, gli impoveriti, coloro che vivono quotidianamente situazioni di marginalità e di difficoltà e che possono sperare al più in lavori temporanei mal pagati, sono poco propensi a votare, a partecipare, a entusiasmarsi per contese politiche posticce, sempre più simili a partite di calcio (football americano, per l’oltre oceano capitalistico) o a corse dei cani truccate con la finta lepre che gli corre davanti, che avvantaggiano soltanto allibratori (bookmakers) e grossi scommettitori. Sanno per istinto ed esperienza i poveri senza speranza, immersi in un ordine sociale che gli è estraneo e nemico, disintegrati culturalmente e privati anche delle loro origini, che nessun politico e nessun “comitato elettorale”, una volta incassato i voti, prenderà le loro parti e cercherà di migliorarne le condizioni di vita. Capiscono che gli attoruncoli della politica, ben pettinati, coperti di cerone, truccati come puttane da bordello che mentono nascondendo le loro vere intenzioni, sono lì per fare ben altri interessi. Gli stessi che hanno ridotto tutti loro, i loro padri e i loro figli in quelle condizioni. Pur non avendone piena coscienza e pur non rivoltandosi come dovrebbero, i poveri, le neoplebi, le masse disintegrate da questo capitalismo, sanno che la politica liberaldemocratica e tutti i suoi attori sono al servizio di forze determinate e molto concrete, d’interessi di classe avversi a quelli della maggioranza della popolazione. Non sono certo al servizio di una “volontà popolare” ipotetica e non meglio identificata, o di uno stato ridotto a puro testimonial dei mercati e alla loro completa mercé.

Sia ben chiaro. Una cosa è non votare perché s’intuisce, quasi d’istinto, che la democrazia liberale è una truffa e perché le necessità di sopravvivenza prendono il sopravvento su tutto. Altra cosa è opporsi al sistema avendo alle spalle un’organizzazione antagonista e uno straccio di progetto politico. I poveri schiacciati dai ricchi, come nella società nordamericana, le neoplebi e le masse culturalmente disintegrate alle loro spalle, in questo momento, non hanno proprio nulla. Sono abbandonate a se stesse, in balia del controllo e della manipolazione sistemici. E soprattutto della “legge del mercato”.

Non troppo dissimile da questa è la situazione sociopolitica che oggi caratterizza l’Italia. Un intenso processo di trasformazione dell’ordine sociale, inasprito e velocizzato dalla crisi economica strutturale, dalla dipendenza dall’euro, dal ricatto del debito e dalla “cessione” della sovranità nazionale ha fatalmente trasformato il paese in “società aperta di mercato”, attraversata da flussi migratori e caratterizzata dal dilatarsi dei differenziali di ricchezza, potere e prestigio fra ricchi e poveri. Anche qui, come in America, il ceto medio arretra, risucchiato verso il basso dall’applicazione delle dinamiche neocapitalistiche. Anche qui la povertà dilaga e fanno capolino problemi alimentari per una parte significativa, ma sempre più invisibile, della popolazione. Eppure costoro, i cui interessi vitali sono calpestati, godono delle “libertà civili” e dei “diritti politici”. Sembra una beffa, un’insopportabile ipocrisia, ma è la sostanza del sistema liberaldemocratico, puntello politico del neocapitalismo.

Non c’è da stupirsi, alla luce delle precedenti considerazioni, che nei ballottaggi per le comunali del 9 e del 10 giugno abbia votato meno della metà degli aventi diritto: solo il 48,5% a livello nazionale. Davanti al dato dell’astensione in crescita, fino a superare la soglia della metà più uno degli aventi diritto, i giornalisti e i politici, come il solito, stendono cortine fumogene, danno interpretazioni capziose del fenomeno, cercano di giustificare quel sistema e quegli interessi dominanti che hanno prodotto l’astensionismo di massa. Ne prendiamo in considerazione due. 1) Secondo alcuni il segnale non sarebbe poi negativo come si crede, perché testimonierebbe una “maturazione” nella società italiana in senso nordamericano (sempre più simili agli Usa, infatti), in cui alcuni votano e altri se ne stanno “alla finestra” a guardare quel che succede. L’astensione non sarebbe un male, secondo questa interpretazione, ma un segnale che stiamo raggiungendo finalmente la piena “maturità democratica”, testimoniata dal numero di votanti sempre più basso. 2) Altri, più banalmente, pongono l’accento sulla distanza fra “i problemi della gente”, ossia quelle bazzecole come il lavoro che non c’è, il reddito che cala, i costi della vita che salgono, l’insicurezza materiale e psicologica che tende a esplodere, e le cose, meno concrete ma forse più nobili, più eteree (come il “sesso degli angeli” nella Costantinopoli assediata dagli ottomani), di cui suole occuparsi la politica di questi tempi. In tal caso, la conclusione di rito di politici e giornalisti d’apparato è che la politica deve tornare a occuparsi “dei problemi della gente”, affinché tutto si sistemi per il meglio e l’astensionismo diminuisca. Ben sapendo, però, che ciò non è possibile se non a livello di puro annuncio, perché la politica risponde esclusivamente ai centri di dominio neocapitalistici, come Bruxelles, Francoforte, la City londinese, Washington e Wall Street. Non importa se il calo della partecipazione al voto, che ha spaccato letteralmente in due il cosiddetto corpo elettorale, si registra in occasione di consultazioni comunali, e quindi amministrative, di rango e interesse inferiore rispetto alle politiche. La “disaffezione” nei confronti del voto liberaldemocratico, del sistema politico ascaro del mercato e della finanza, dei politici opportunisti, incapaci, servi e corrotti si manifesta, ormai, in ogni occasione elettorale. Solo l’effimero exploit di Grillo e delle sue liste, un po’ di tempo fa alle ultime politiche, è sembrato invertire la tendenza, calmierando l’astensione, ma ormai è acqua passata e gli effetti concreti dei meccanismi di dominazione neocapitalistica, nel corpo elettorale e nel paese, hanno ripreso il sopravvento. Prova ne sia che in Sicilia, regione in cui il movimento aveva avuto notevoli affermazioni, i candidati cinque stelle deludono e l’astensione aumenta.  

Delle due giustificazioni in merito fenomeno dell’astensionismo la prima (1) sembra essere la migliore, perché originaria, andando alla sorgente del problema, e la seconda (2) soltanto derivata, in quanto effetto delle grandi trasformazioni socioeconomiche, culturali e politiche verificatesi in Italia nell’ultimo ventennio. Infatti, se l’astensionismo in occasione delle elezioni politiche del 27-28 marzo 1994 che hanno incoronato “premier” Berlusconi per la prima volta era di poco inferiore al 14% degli aventi diritto (facendo base sul proporzionale), nelle ultime politiche del 24-25 febbraio 2013, con altra e famigerata legge elettorale, il dato della non partecipazione è cresciuto alla camera fino a quasi il 25%, nonostante la presenza “recupera-astensioni” di Grillo. Naturalmente la situazione economica e sociale del 1994 era incomparabilmente migliore dell’attuale, nonostante il passaggio del ciclone “Tangentopoli/ Mani pulite”, l’avvio delle privatizzazioni e il crollo del sistema di cambi europeo a stretti margini di oscillazione valutaria (Sme), nel settembre del 1992, che travolse letteralmente la lira. Ma è nelle ultime comunali che si è raggiunto un minimo storico di partecipazione del corpo elettorale alla ritualità del voto liberale e democratico. Questo perché il processo di trasformazione in senso neocapitalistico della società italiana, che diventa “società aperta di mercato” più simile a quella modello nordamericana, è già a buon punto, e di ciò si compiacciono, facendo credere che sia una cosa positiva per tutti, i servi mediatici e politici delle aristocrazie finanziarie. Pochi ricchi, infedeli nei confronti dei luoghi d’origine, un piccolo strato intermedio integrato dal neocapitalismo nel sistema e un oceano sempre più vasto di poveri, fra i quali un certo numero di immigrati, i cui interessi non hanno e non avranno rappresentanza alcuna. Il fatto, poi, che la politica indigena costosa e bizantina, arroccata in “zone rosse” ben protette, si occupi del “sesso degli angeli” anziché dei “problemi della gente” (con brutta espressione politico-giornalistica), è una conseguenza della predetta trasformazione in senso neocapitalistico, che ha tolto alla politica nazionale il bastone del comando (e l’autonomia decisionale particolarmente in campo monetario) per offrirlo a Bruxelles, Francoforte, alla City londinese, Washington e Wall Street. Dei “problemi della gente” in Italia, quindi, si occupano gli organismi sopranazionali che ci controllano, in armonia con gli interessi elitistici. I politici indigeni devono soltanto obbedire ed eseguire.

Come chiarito in precedenza, i poveri tendono a non votare, se intuiscono (pur senza poterselo spiegare con analisi articolate) di essere completamente invisibili e dimenticati nel nuovo ordine, di non avere alcuna possibilità di tutela dei propri interessi dentro il sistema. Le masse disintegrate almeno una cosa l’hanno intuita. Quelli che dovrebbero eleggere, recandosi alle urne, non saranno mai i loro rappresentanti, ma sono e resteranno soltanto dei nemici. Dei collaborazionisti al servizio dell’occupatore del paese il cui compito è mentire, dissimulare, annunciare miglioramenti che non si verificheranno, continuando a spremerli per conto dei padroni globali. I sindaci dei capoluoghi di provincia eletti nell’ultima tornata di amministrative (undici in totale, tutti “di sinistra”, ossia del pd e appendici) non sfuggono alla regola dell’asservimento della politica ai poteri esterni, al mercato, alle capitali del nuovo “impero del male” in occidente. Così Ignazio Marino a Roma, il burocrate piddino del “daje” che gongola sorridendo per la vittoria, ma piagnucola un po’ per l’astensione, così Enzo Bianco ex senatore del pd a Catania e vecchia volpe della politica (già sindaco della città siciliana nel lontano 1988). Persino Letta è intervenuto pro domo sua, dichiarando che queste elezioni rafforzano l’attuale esecutivo, nato da un inciucio e dal tradimento delle promesse elettorali. Quel che è più grave è che nonostante alcune affermazioni apparentemente preoccupate, per l’elevata astensione dal voto delle masse, questi farabutti (intendiamo sia i politici come Marino, Bianco e Letta, sia i giornalisti prezzolati) sanno che non v’è pericolo imminente. Infatti, non esistono movimenti alternativi organizzati, disposti a dar battaglia al sistema, né, tantomeno, vi sono tracce di programmi politici nuovi, antiliberisti e antieuro. Così, almeno per ora, la rabbia e il dissenso delle masse disintegrate si manifestano con la crescita dell’astensionismo, quando non si “stemperano” attraverso l’adesione ai distruttivi circenses offerti dal sistema, come ad esempio il gioco d’azzardo diffuso e la droga. Peccato, però, che i giochi ci sono, sono irresistibili e coinvolgenti, ma il pane manca sempre di più. I farabutti politici e giornalistici sanno che le esplosioni di follia individuale e i suicidi per ragioni economiche segnano quest’epoca, in cui antagonismo vero e lotta armata sono pressoché assenti. Quindi capiscono di non correre particolari rischi. Perciò è molto probabile che il sistema potrà sopportare, o addirittura volgere a suo favore, elevati tassi di astensione dal voto nel corpo elettorale, che altro non è, in parte significativa, se non la massa di dominati culturalmente disintegrata, soggetta a privazioni crescenti in termini di risorse e di diritti, che al pari di molti poveracci nella società “modello” nordamericana può fare una sola cosa: non andare a votare e continuare ad arrancare.

 

Con profonda tristezza

Eugenio Orso e Anatolio Anatoli

Masse disintegrate, corpo elettorale e astensione (di Eugenio Orso & Anatolio Anatoli)ultima modifica: 2013-06-11T15:07:00+02:00da derosse
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5 pensieri su “Masse disintegrate, corpo elettorale e astensione (di Eugenio Orso & Anatolio Anatoli)

  1. Grazie per il bell’articolo, assai condivisibile. Aggiungerei che l’astensione, espressione di una società in cui la forbice ricchi-poveri è sempre maggiore, premia inevitabilmente il Pd più del Pdl: il centro-destra infatti ha un elettorato che, in assenza di risultati, punisce con il non voto i propri rappresentanti, mentre il centro-sinistra, come ho già sottolineato, può contare non solo con una burocrazia territoriale assai più numerosa e che quindi ha tutto l’interesse al mantenimento del sistema, ma anche su un gregge di pecoroni incapace di vera contestazione verso i vertici e politicamente rimbecillito. Questo apre una piccola crepa nel sistema, rispetto a quanto avviene negli Usa: se infatti l’alto astensionismo in Italia favorisce il Pd e i suoi alleati (compresa la finta opposizione di Sel), il Pdl dovrà in qualche modo correre ai ripari per limitarlo. Che ne pensate?

  2. Io sono depresso…intravedo facili argomentazioni molto apprezzate a destra, per fare breccia tra le masse povere ed esposte alla “concorrenza”nella condivisione di spazi e risorse economiche con gli altri poveri…
    Lo zingaro, il nero, il rumeno…e sul fronte interno, l’impiegato pubblico “parassita e improduttivo” contrapposto all'”efficente e proattivo” libero professionista.
    Insiteranno su questi temi per convincere certa gente ignorante che la causa unica dell’impoverimento é questa…e distrarli dalla veritá cosí ben descritta da Eugenio…
    L’ho gia detto in passato….spero che il casino scoppi presto…in modo da poter fare la mia parte…

    A fronte di un astensionismo cosí alto dovremmo pretendete che si ripetano le elezioni perché non rappresentative.
    Dovremmo pretendere un sistema per sfiduciare chi non rispetta gli impegni presi in campagna elettorale….non continuare a votore per il teorico meno peggio…

  3. Per Valdo e alek

    L’astensione premia il fottutissimo pd. E’ vero. I giornali del sistema, infatti, hanno scritto – e giustamente – che in questa situazione vince chi perde di meno. Nel caso specifico proprio il pd. Ciò che è accaduto nelle ultime comunali potrebbe accadere anche con un astensione superiore al 60%. Chi perde meno degli altri, pur essendo in calo in termini di consensi, vince e comunque canta vittoria, come se avesse votato l’80 o il 90% degli “aventi diritto”. C’è però un problemino da considerare. Se oggi, con circa metà dei votanti, i farabutti si sentono al sicuro, con un astensione (poniamo) dei 2/3 potrebbero moderatamente inquietarsi, non tanto per un pericolo immediato, quanto perchè in futuro un’eventuale forza antisistema che non si presenta alle elezioni avrebbe a disposizione una base potenziale di consenso vastissima, equivalente alla maggioranza assoluta della popolazione.

    Le guerre fra poveri, suscitate ad arte dalla propaganda sistemica, sono una formidabile arma nelle mani di dominanti e subdominanti. Lavoratori autoctoni contro lavoratori immigrati, lavoratori privati contro lavoratori pubblici, lavoratori del nord contro quelli del sud, autonomi e parasubordinati contro lavoratori dipendenti del pubblico, lavoratori giovani precari contro “vecchi” stabilizzati, eccetera, eccetera, eccetera. La lega ha cercato di fomentare l’ostilità fra il lavoratori del nord e quelli del sud, chiedendo di riesumare le famigerate “gabbie salariali” operanti negli anni cinquanta. Berlusconi, soprattutto propagandisticamente, ha “santificato” le cosiddette partite iva (parte buona dell’Italia) in contrapposto ai lavoratori dipendenti del pubblico (parte cattiva dell’Italia). Monti e la sua banda contrapponevano vilgiaccamente ai giovani senza lavoro e tutele i “vecchi” lavoratori con diritti e buoni contratti. Grillo ha contropposto ai “buoni”, cioè i precari, i disoccupati, i piccoli imprenditori e artigiani, addirittura gli studenti (che non lavorano ancora), i “cattivi” rappresentati dai lavorati pubblici di tutte le amministrazionii e da tutti i pensionati! Si è voluto e si vuole far credere che il nemico del popolo italiano è nel popolo italiano, ed è quello che ti sta accanto, ma con diverso contratto di lavoro, con diversa attività o semplicemente diversa collocazione o provenienza geografica. Continueranno a fare così, fin che potranno …

    Cari saluti a Valdo e alek

    Eugenio Orso

  4. Ce l’hanno messa tutta per scoraggiare gli italioti.
    Ci sono cascati tutti … E adesso vi ribeccate il PD in pompa magna.
    Bastano due twitter, un paio di post schizzinosi e una paginata di facebook per deprimere i rivoluzionari da tastiera.
    Una volta si facevano scioperi di settimane.
    Il materiale umano latita, altro che forconi.

  5. Per Vlad
    Come da copione, naturalmente. Lo spettacolo era già ben pianificato. Lo sappiamo. Piano A Bersani-Monti al governo. Piano B Bersani con un pezzo del cinque stelle (o tutto, se possibile). Piano C nuova “solidarietà nazionale” (espressione dei tempi andati) escludendo le “estreme”(?) e tradendo puntualmente le promesse elettorali. Probabilmente avevano anche un Piano D, che poteva prevedere un nuovo direttorio guidato da personalità “tecnica”, subdolamente diversa da Monti come immagine.

    Caro Vlad, sappiamo bene che i rivoluzionari non ci sono, o più probabilmente sono pochi e dispersi. Né ci sono masse combattive e classi sociali dominate coese e determinate a difendere i loro diritti. Anche le battaglie di retroguardia, ormai, non si combattono più. Vedi il recente “accordo sindacale”, con la cgil che fa, nei confronti dei lavoratori, il kapò di campo di concentramento. Gli scioperi di settimane, con blocco dei trasporti e dei rifornimenti di carburante e generi alimentari, potrebbero funzionare nella nostra attuale situazione? Certo la cosa causerebbe problemi al sistema. Ma gli apparati repressivi tradizionali sono sempre pronti a entrare in campo, se non bastano più intontimento mediatico, ludopatia, droga, alcool, rave party con tamburi, scontri fra ultras per controllare le masse disintegrate, idiotizzate e addirittura bestializzate (andando al fondo della piramide sociale).

    Hanno vinto per tutto il decennio (e forse anche per il prossimo)? Non ci resta che sperare che non sia così. Del resto, il corso storico può svoltare da un momento all’altro. Spes conta spem.

    Saluti

    Eugenio Orso

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