Liberalismo e liberismo, ossia miseria e disperazione di Eugenio Orso

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 Giovane mendicante

Eccolo sotto i nostri occhi il risultato storico, drammaticamente tangibile, socialmente verificabile, quotidianamente osservabile, di un paio di decenni di politiche liberiste, di sdoganamento dei grandi capitali e di liberaldemocrazia occidentale imposta e santificata. L’immagine che vedete l’ho rubata all’Ansa, perché consente di visualizzare molto bene la nostra attuale e (ancor di più) futura situazione.

Non serve andare lontano o impostare analisi complesse, riguardanti il domani alle porte, per constatare che miseria e disperazione sono destinate a dilagare ancora, dalla profonda provincia ai centri urbani, da sud a nord, dalle vecchie “cattedrali nel deserto” in meridione ai distretti (ex)industriali del settentrione, dalle Vele di Scampia alla provincia di Pordenone. L’Italia in regresso è percepibile semplicemente aprendo l’uscio di casa, o addirittura non aprendolo, se si è a rischio di licenziamento, di mobilità, di esodo, di fallimento della propria aziendina familiare o di esproprio da parte di equitalia.

Così recita un Ansa di oggi :

CROLLA POTERE ACQUISTO (-4,8%), CONSUMI -4,3%  – Nel 2012 il potere d’acquisto delle famiglie italiane ha registrato una caduta “di intensità eccezionale” (-4,8%). Lo si legge nel rapporto Istat in cui si evidenzia che al calo del reddito disponibile (-2,2%) è corrisposta una flessione del 4,3% delle quantità di beni e servizi acquistati, la caduta più forte da inizio anni ’90.

15 MLN IN DISAGIO ECONOMICO, PER 8,6 E’ GRAVE  – Sono quasi 15 milioni a fine 2012 gli individui in condizione di deprivazione o disagio economico, circa il 25% della popolazione (40% al Sud). E’ quanto emerge dal rapporto Istat, in cui si sottolinea che in grave disagio sono invece 8,6 milioni di persone, cioé il 14,3%, con un’ incidenza più che raddoppiata in 2 anni (6,9% nel 2010).

GIU’ SPESA CIBO,62% FAMIGLIE RIDUCE QUANTITA’-QUALITA’ – Le famiglie italiane che, tra il 2011 e il 2012, hanno ridotto la qualità o la quantità degli alimentari acquistati, è aumentata dal 53,6% al 62,3% e nel Mezzogiorno arriva a superare il 70%. Si tratta, si legge nel rapporto Istat, soprattutto di famiglie che diminuiscono la quantità (34,9% nel Nord e 44,1% nel Mezzogiorno), ma una percentuale non trascurabile, e in deciso aumento, è anche quella di chi, oltre a diminuire la quantità, riduce anche la qualità dei prodotti acquistati.

PROPENSIONE AL RISPARMIO TRA PIU’ BASSE EUROPA  – Nel 2012 la propensione al risparmio delle famiglie italiane si è attestata su livelli sensibilmente inferiori rispetto alle famiglie tedesche e francesi, avvicinandosi a quella del Regno Unito, tradizionalmente la più bassa d’Europa. Lo scrive l’Istat nel rapporto annuale, spiegando che lo scorso anno la propensione è scesa all’8,2%, ovvero 0,5 punti percentuali in meno del 2011 e 4 punti percentuali in meno rispetto al 2008.

Non serve essere dei geni, dei sopraffini economisti (ma ne esistono veramente?), degli individui particolarmente dotati per comprendere che è questo, e solo questo, l’esito tangibile – in Italia e altrove – di un ventennio di diffusione delle sciagurate idee liberiste, di applicazione governativa e sopranazionale delle conseguenti politiche criminali, di miraggio unionista europoide quale nascondimento del lager eurozona e di globalizzazione economica selvaggia. Si sono scatenati definitivamente gli spiriti non animali, ma bestiali, dell’ultimo capitalismo, che regna incontrastato dal Guangdong cantonese, al quale è stata imposta un’industrializzazione a tappe forzate,  a ciò che resta della pmi italiana, risucchiata nel vortice della crisi strutturale e della deindustrializzazione. Eppure di ciò raramente si discute in modo serio e approfondito, cercando le cause prime dell’attuale sfacelo, perché il grande potere della nuova classe dominante postborghese ha messo a tacere la stampa libera, ha imposto le sue “verità” e i suoi tabù, ha trasformato, con l’uso dei media, la diffusione del lavoro precario, la distruzione della coscienza sociale e politica degli uomini, i cittadini in masse idiotizzate, in neoschiavi precari, in esclusi disperati che non hanno la forza di ribellarsi e rivolgono l’arma contro se stessi. La ciliegina sulla torta è rappresentata dal complemento politico e istituzionale del neoliberismo assassino, cioè dalla liberaldemocrazia fondata sull’istituto della rappresentanza e poggiata (malamente) sul pilastro dello stato di diritto. L’inganno politico della democrazia occidentale non è meno distruttivo di quello economico-liberista, perché nasconde la totale impotenza politica dei “corpi elettorali”, cioè delle popolazioni chiamate ritualmente al voto, e la concreta strapotenza delle élite finanziarie globali. La democrazia è tanto più un inganno se lo stato è privo di sovranità e la decisione politica su tutte le materie più importanti è riservata ai poteri esterni, che controllano governi collaborazionisti. La stessa democrazia diretta, oggi raramente applicata, diventa nei nostri contesti una pia illusione di anime belle, se i risultati dei referendum si possono aggirare o ignorare e i referendum stessi si possono annullare. In tal senso la vicenda dell’abrogazione del finanziamento pubblico dei partiti in Italia, nel 1993, aggirato nello stesso anno con la prima legge che garantiva ai partiti i rimborsi elettorali. In tal senso la vicenda dell’euro-referendum greco promosso da George Papandreou , nel 2011, e dallo stesso vilmente ritirato in seguito a pressioni di potentati esterni, riassumibili nell’espressione troika, e alla reazione degli onnipotenti mercati. In democrazia, la volontà popolare può trovare soltanto una falsa espressione oppure, in certi frangenti, complice la shock economy neocapitalistica, deve essere assolutamente esorcizzata, affinché non disturbi il manovratore. Se lo spread con il bund tedesco sale a seicento punti, e i tassi di interesse sul debito pubblico esplodono, non c’è tempo per andare alle urne, ben sapendo che spread e tassi si possono far esplodere, con il fattivo concorso dei mercati,  per imporre governi graditi alle élite. Ciò spiega l’insediamento del governo Monti, in Italia, e quello del governo Papademos in Grecia, non di natura elettiva, non frutto di una volontà popolare seppur manipolata e sapientemente pilotata. La democrazia liberale e occidentale è perciò nient’altro che il mascheramento della dittatura della classe dominante neocapitalistica, che impone i propri, privatissimi interessi, ignora la volontà popolare, e governa indirettamente i paesi attraverso i “valvassini” politici locali, com’è oggi Letta in Italia. Uso l’espressione “valvassini” per identificare i collaborazionisti politici nazionali delle supreme élite finanziarie, poiché trattasi dei vassalli dei valvassori, cioè di un terzo livello di potere subordinato a un secondo livello rappresentato dagli organismi sopranazionali. La bce, infatti, può dettare legge e programmi di politica economica ai governi dei paesi più ricattabili, in Europa, è questo è proprio il caso dell’Italia. Anche il fmi può intervenire, con i suoi amichevoli “consigli” e i suoi inflessibili ispettori.

La democrazia, se esistesse veramente, implicherebbe sovranità nazionale piena, politica e monetaria, rispetto della volontà popolare e governi espressione esclusiva di tale volontà, senza continue interferenze di potentati esterni, di interessi privati internazionali o di entità sopranazionali che mettono il naso, autoritariamente, negli affari dei popoli.  Se la democrazia esistesse veramente, e non fosse soltanto la foglia di fico dei “mercati & investitori” che impongono la loro legge neoimperiale, finanziaria e privata, non potrebbero esserci governi “tecnici”, non eletti, espressione della troika. Al di là dei sogni che sono incubi, come quello postdadaista degli “stati uniti d’europa” alla Spinelli, o delle farneticazioni europoidi di Hollande, che tradisce lo spirito orgoglioso e nazionalista di de Gaulle, c’è questa realtà in cui il combinato disposto del liberismo estremo e della liberaldemocrazia producono soltanto miseria e disperazione di massa, e ciò accade proprio in quelli che erano i “santuari” dello sviluppo economico capitalistico, alla fine del secolo scorso. Ma non potrebbe essere diversamente e non si tratta di errori che si possono correggere, rivitalizzando le economie e le società del vecchio continente, come sostengono parecchi imbroglioni, politici ed economisti. Non potrebbe esser diversamente perché quello che io chiamo neocapitalismo è niente di meno che un nuovo modo storico di produzione, diverso, per certi aspetti molto diverso, dal capitalismo del secondo millennio. E questo modo di produzione sociale, sorretto dalla creazione finanziaria del valore, dalla crisi strutturale e perenne, nonché da altri, inquietanti pilastri, non può che funzionare così, generando effetti sociali mostruosi, esattamente come quelli osserviamo già da un po’ nel nostro paese. E’ puerile, quindi, pensare di risolvere la situazione, salvando la vita e il futuro di milioni di persone, semplicemente imponendo una tassa sulle transazioni finanziarie (più consistente dello zero virgola per mille), per finanziare un improbabile sviluppo, oppure “tagliando i costi della politica”, come credono molti imbecilli in Italia, o ancora ampliando i poteri della bce affinché diventi una vera banca centrale con tutti i crismi, secondo alcuni (noti) mentitori politici di professione. Se inevitabilmente il neocapitalismo non può che proporre, come orizzonte futuro, un ordinamento sociale neofeudale, fatto di sparute élite dalla ricchezza illimitata e di enormi masse di straccioni, se il liberismo impazzito e il liberalismo degenere non possono che produrre miseria e disperazione, l’unico modo per uscirne – e per salvarsi – è imboccare con decisione la strada rivoluzionaria, per quanto sanguinosa e incerta. Ma purtroppo, oggi, la rivoluzione “non è in agenda”, come direbbero i montiani superstiti e i giornalisti prezzolati che parlottano e scribacchiano. Lo sarà domani, prima dello scadere del tempo massimo e prima che il cerchio della dominazione finanziaria si chiuda? Forse. Ma neppure questo è certo.

Liberalismo e liberismo, ossia miseria e disperazione di Eugenio Orsoultima modifica: 2013-05-22T17:20:00+02:00da derosse
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2 pensieri su “Liberalismo e liberismo, ossia miseria e disperazione di Eugenio Orso

  1. Per alek

    Non possiamo che attendere per riuscire a vedere il chiarore alla fine del tunnel.
    Ci penseranno le correnti della storia (ma quando? Questo è il problema) a consentirci di vedere la luce alla fine del tunnel.

    Saluti

    Eugenio Orso

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