Darwinismo neocapitalistico e selezione dei precari di Eugenio Orso

Prima di chiudere le trasmissioni per un mese – il 14 di aprile entrerò in una clinica a Venezia dove mi opereranno – pubblico un breve saggio popolare sul “darwinismo neocapitalistico”, che non riguarda soltanto i singoli, messi l’uno con l’altro in feroce competizione per il successo economico e la sopravvivenza, ma le entità sovra-individuali come gli stati. Se riuscirò a farlo, prima del 14 di questo mese pubblicherò qualche altro post.

  

Darwinismo neocapitalistico e selezione dei precari

 di Eugenio Orso

 Sopravvivenza del più adatto. I concetti di specie umana, di società, di comunità, di nazione e di stato che ci siamo portati dietro fino alla fine del novecento sembrano non valere più, con l’avvento del neocapitalismo finanziarizzato, tanto che la trasformazione antropologico-culturale alla quale stiamo assistendo, in questi anni, può sembrare irreversibile e addirittura “rivoluzionaria”, in termini copernicani. La “sopravvivenza del più adatto”, sostenuta nell’ottocento sia da Herbert Spencer sia da Charles Darwin, selezionerebbe i singoli e addirittura gli stati, le nazioni, i popoli più “adatti” a sopravvivere in un habitat (del tutto innaturale) dominato dal mercato egemone e dalle dinamiche del capitalismo ultraconcorrenziale. Spencer più di Darwin è responsabile di questo concetto filosofico che ha preso corpo in sociologia. La sopravvivenza del più adatto, nella lotta per la vita e per la morte, si armonizza con l’evoluzionismo spenceriano e con la sua idea di progresso. Propedeutica, a tale riguardo, è la visione di Thomas Hobbes, con il suo uomo-lupo contro tutti (homo homini lupus inserito in un bellum omnium contra omnes), e pertinente è il cupo principio di popolazione malthusiano, molto gradito a Herbert Spencer. Secondo Spencer, adepto evoluzionista, certe leggi riguarderebbero sia il mondo naturale, organico e inorganico, sia il microcosmo sociale popolato dall’uomo. Chi scrive sa bene che le società umane sono regolate da leggi diverse da quelle che vigono nel macrocosmo naturale. Tuttavia, la visione sociologica organicistica del liberale e liberista Spencer, attento soprattutto alle caratteristiche della società inglese della sua epoca, ha avuto una certa influenza sul pensiero contemporaneo e ne ha avuta anche sul Darwin dell’origine della specie. Il cosiddetto “darwinismo (o spencerismo) sociale”, originato dal pensiero di Hobbes, Malthus, Spencer e Darwin, rischia di trovare ai giorni nostri, grazie al dominio del nuovo capitalismo finanziarizzato, la sua manifestazione più distruttiva ed estrema.

Darwinismo neocapitalistico. La specie umana, nelle contingenze dell’epoca e nelle dinamiche della creazione del valore, è un grande serbatoio di forza-lavoro sempre più a sconto, anche nei cosiddetti paesi sviluppati (o ex tali), e nello stesso tempo insieme di individui – non più classe, non più comunità, non più popolo – costretti a un “robinsonismo” estremo, diverso e più radicale da quello capitalistico-produttivo così come poteva apparire ai grandi Marx ed Engels, uomini dell’ottocento e della prima rivoluzione industriale. L’umanità completamente divisa in monadi è ormai un dato di fatto acquisito, intimamente connesso all’affermazione di questo capitalismo. Persino i concetti di società, di comunità, di nazione e di stato dovrebbero essere reinterpretati, alla luce del rapporto sociale e produttivo nuovo-capitalistico e del comando planetario della finanza sovrana. L’uomo-lupo contro i suoi simili, dominato da egoismo e smania di possesso, solo nel difendere i suoi averi e la sua vita, ma comunque soggetto a un potere assolutistico che lo riduce a fattore-lavoro, oppure lo esclude rendendolo invisibile, comunque si guardi rappresenta una diminuzione ulteriore sia dell’uomo alienato marxiano, lucacciano o adorniano, sia del produttore-consumatore integrato nel capitalismo del ventesimo secolo. La forma di “robinsonismo” estremo che si fonda su una concezione hobbesiana dell’uomo, aderente alle esigenze della riproduzione neocapitalistica, riguarda non soltanto i dominati, ridotti a masse-pauper deprivate di una vera coscienza sociale e politica, ma anche e soprattutto – fin dalle origini – la classe dominante globale, agente strategico nuovo-capitalistico che ha reciso i precedenti legami comunitari e solidaristici, per seguire le correnti impetuose della creazione del valore azionario, finanziario e borsistico. Un valore astratto, esattamente come astratto e inconsistente è l’individuo liberale fin dalla sua genesi (pseudofilosofica e pseudo-ontologica), la cui affermazione, quale supremo valore attraverso il sistema di razionamento ed esclusione del libero mercato, implica la dissoluzione delle dimensioni culturali, sociali e politiche pregresse e una trasformazione antropologica con pochi precedenti, nell’intero arco della storia umana. Il precario-escluso neocapitalistico è perciò molto diverso dal produttore-consumatore integrato nella società dei consumi e la stessa classe dominante globale, nonostante i suoi privilegi e il controllo della ricchezza e del potere, sconta una feroce competizione “darwiniana” al suo interno, regolata però da parametri innaturali, frutto di un’astrazione mistificante e non certo legati alle leggi della natura, o presunte tali. Non c’è nulla d’inevitabile o di connaturato nell’essere umano, come vogliono far credere i pubblicisti di questo capitalismo, nel processo che ha portato dall’integrazione alla disintegrazione di massa, dalla vita “burocratica” e pianificabile alla precarietà lavorativa e esistenziale e a nuove forme d’indigenza. Si raggiunge così la massima distanza dall’idea dell’uomo quale essere sociale, razionale e comunitario, che ha preso corpo con Aristotele, nonché dall’interesse vitale che ha la specie nel preservare gli ecosistemi, rispettando le altre specie viventi. Il “darwinismo neocapitalistico” rappresenta la negazione estrema di tutto ciò che è autenticamente umano ed eticamente desiderabile, raggiungibile soltanto se si percorre l’opposta strada che porta all’autocoscienza, a uno sviluppo autentico e desiderabile per tutti che niente ha a che vedere con la crescita, illimitata, di una ricchezza puramente finanziaria e astratta. La “selezione darwiniana” innescata dal nuovo capitalismo non riguarda soltanto i singoli membri della specie umana, ridefinita dalle dinamiche stringenti della produzione del valore, ma anche le entità sovra-individuali ereditate dall’evo precedente, come gli stati e le comunità locali. Posto che queste entità devono trasformarsi, adattandosi all’ordine neocapitalistico e alla supremazia dei mercati e degli investitori, la stessa idea di stato, di comunità, di società e di nazione cambia in conseguenza del loro adattarsi alle esigenze della creazione di un valore astratto, misura del dominio di pochi su molti, che sussume tutti i valori spirituali, ideali e concreti. Si selezionano, perciò, popoli, nazioni e stati che possono sopravvivere e “svilupparsi”, perché globalmente competitivi, efficientisti e riformati (cioè interamente assoggettati al libero mercato), e si abbandonano al loro destino – in quanto non globalmente competitivi, non efficientisti, non riformati nel senso imposto – popoli, stati e nazioni destinati a soccombere, non più utili a creare valore per gli agenti strategici neodominanti. Le crisi, nel quadro degli shock economici continui, hanno proprio questa funzione, facendo tabula rasa degli “inutili” e degli “inefficienti”. Si tratta di aberrazioni stragiste, addirittura genocide ma inevitabili, data la strutturazione del modo di produzione dell’epoca, perfettamente spiegabili nel quadro della “selezione darwiniana” neocapitalistica, così come lo abbiamo sinteticamente delineato. Non ci si deve aspettare, quindi, alcuna pietà in simili contesti, né atteggiamenti propriamente umanitari, o filosoficamente umanistici, e questa spietatezza nel selezionare i più adatti a sopravvivere – che investe i singoli, ma anche gli stati e le nazioni – è insista nelle esigenze riproduttive sistemiche. Creazione del valore finanziario e crisi strutturale, accompagnata da shock economici continui, sono elementi di struttura del modo di produzione neocapitalistico senza i quali l’intero sistema di potere vigente non potrebbe riprodursi e sopravvivere. Inutile illudersi quindi, sul buon esito di istanze e politiche riformatrici (regolamentazione dei mercati e dei prodotti finanziari, tassa sulle transazioni finanziarie, capitalismo sociale di mercato, responsabilità sociale volontaria dell’impresa) sostenute da economisti imbroglioni e avventurieri politici.

Crisi, selezione e darwinismo neocapitalistico. Quanto precede ci consente di comprendere meglio le vere e più profonde ragioni della crisi economica, sociale e politica che ha investito i paesi europei dell’area meridionale e mediterranea. Grecia, Spagna, Portogallo e Italia sono nell’occhio del ciclone in quanto stati, nazioni, insiemi di comunità superstiti, perché devono obbligatoriamente “riformarsi”, con abbondanti dosi d’impoverimento di massa, distruggendo la socialità, riducendo all’osso la spesa pubblica, rischiavizzando un lavoro totalmente precarizzato, perché altrimenti saranno “rasi al suolo” ed esclusi dal sistema dell’economia globale. L’ultimo passaggio della crisi indotta con conseguente “salvataggio” ricattatorio, quello del dissesto delle banche cipriote, nonostante la sua specificità e i riflessi geopolitici che comporta (in termini di rapporti di forza fra Federazione Russa e occidente), rientra pienamente in questo ordine d’idee. Negli stessi paesi europei definiti virtuosi, dal punto di vista degenerato e genocida del nuovo capitalismo, aumentano le sacche d’impoverimento e precarietà, se è vero che moltissimi nuovi posti di lavoro nella germania euronazista, fiancheggiatrice delle élite finanziarie e aguzzina dell’Europa meridionale, corrispondono ad altrettanti “mini job” sottopagati (400 euro mensili) e gli anziani con pensioni insufficienti si spediscono a vivere all’estero, in paesi più poveri, dove il loro reddito può ancora bastare per sostentarli. Anche nei paesi con i conti “in ordine” e il pil in crescita, culturalmente svuotati, privi d’identità e completamente piegati alle ragioni del capitale finanziario internazionalizzato, la sofferenza sociale comincia a farsi sentire. Insomma, persino l’odiata e isolata germania, che pretende di governare i paesi europei mediterranei saccheggiandoli a suo beneficio, è soggetta al comando neocapitalistico e al ricatto dei mercati, subendone sempre di più le asprezze. Il confronto industriale e manifatturiero fra germania e Italia, vinto dai tedeschi, non è una battaglia “di retroguardia” fra il capitalismo renano e l’economia mista italiana, modelli superati dall’omologazione neoliberista, ma un “si salvi chi può” in cui il più debole soccombe e il più forte, almeno per ora, sopravvive. Se il neoliberismo ha messo in competizione per la sopravvivenza il nord con il sud del continente, è nel meridione dell’Europa che si concentra la crisi, e con essa si sperimentano tecniche di dominazione e di esproprio delle popolazioni, dai prestiti condizionati alla realizzazione di riforme antisociali ai prelievi forzosi sui depositi bancari. “Darwinismo neocapitalistico”, selezione dei popoli e selezione dei precari agiscono in modo evidente, senza troppi veli, nella nostra area del mondo. Questo banco di prova e di sperimentazione riveste un’importanza cruciale, essenzialmente perché la tenuta del sistema nel suo complesso dipende dalla passività delle popolazioni vessate, dalla mancanza di reazioni estese, dalla sottomissione degli stati e dall’assenza di alternative politiche concrete. E’ proprio qui, nel vecchio continente che per secoli ha dominato il mondo e ha generato il capitalismo, che si gioca una partita decisiva, non solo per la sopravvivenza o il superamento dell’eurounionismo, ma dell’intero impianto di potere neocapitalistico. Una partita che per tutti noi diventerà per la vita o per la morte. Non manca molto.

Darwinismo neocapitalistico e selezione dei precari di Eugenio Orsoultima modifica: 2013-04-03T11:28:00+02:00da derosse
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9 pensieri su “Darwinismo neocapitalistico e selezione dei precari di Eugenio Orso

  1. E’ sempre un piacere leggere i suoi scritti, se esistesse un vero giornalismo queste cose andrebbero pubblicate sulle testate dei principali giornali nazionali ma forse neppure questo basterebbe per fare aprire gli occhi a chi forse pur sapendo preferisce tenerli chiusi.

    Un cordiale saluto

    Enrico

  2. Ringrazio Enrico per l’apprezzamento

    Preciso che non sono un giornalista, anche se in passato ho collaborato liberamente con Rinascita quotidiano. Sono un “economista sociologo” (laurea in economia e qualche studio successivo) che ha una particolare attenzione per il pensiero filosofico e per la storia. I quotidiani nazionali non pubblicherebbero mai e poi mai scritti veramente pericolosi per la stabilità sistemica. In questo senso la censura è feroce e la tanto conclamata libertà di pensiero e di opinione, che fa il paio con la vecchia, ottocentesca e borghese “liberté de la presse” è soltanto un’illusione, diffusa ipocritamente a sostegno del sistema di potere vigente. Perciò, i giornali fanno parte a pieno titolo (con le università) di quello che io chiamo “l’apparato ideologico-massmediatico e accademico” di sostegno alla liberaldemocrazia crepuscolare e al neocapitalismo liberista.

    Aprire gli occhi alla maggioranza della popolazione sembra, oggi, un’impresa disperata. Alcuni ci provano. Ad esempio Grillo, a modo suo. Ad esempio Paolo Barnard, che si era messo in testa di spiegare l’economia in modo semplice e accessibile all'”uomo della strada”. E’ veramente possibile farlo, in queste condizioni? Per quanto mi riguarda è molto arduo, in verità quasi impossibile, perché i dominanti neocapitalistici (che io chiamo Global class, identificando la classe di appartenenza) possiedono strumenti di dominazione, manipolazione e controllo potentissimi, che non hanno alcun riscontro nelle epoche precedenti. Il primo problema, per noi, sono le forze rivoluzionarie e le nuove élite che le guidano. E’ su questo aspetto che si dovrebbe concentrare l’attenzione, non sulla massa. Ebbene, come ho già scritto in altre occasioni, queste forze oggi non si vedono. Possiamo supporre che sono soltanto “embrionali”, o ancora divise in piccoli gruppi, disperse nella società e sul territorio. Il problema delle forze e delle élite rivoluzionarie, che sono i veri portatori del cambiamento, è sostanzialmente connesso alla questione fondamentale della maturazione delle condizioni storiche, politiche e sociali per il cambiamento stesso. Tali condizioni non vi sono ancora, ma vi sono già alcuni segnali che vanno verso una rottura degli equilibri e la possibile destabilizzazione del sistema, ed è per questo motivo che ho definito il movimento cinque stelle “proto-rivoluzionario”.

    Saluti

    Eugenio Orso

  3. si anche io ,come Enrico, traggo ossigeno e sollievo dal leggere Eugenio Orso,il sistema non si puo’ permettere di diffondere il pensiero libero ,arruola ,oggi come non mai,pennivendoli e propagandisti televisivi zelanti servi della oligarchia e diffusori delle sue ideologie

  4. Per mirco

    Purtroppo le voci fuori dal coro sono sempre più rare, oppure sommerse in un vociare confuso e indistinto. Non parlo soltanto della televisione o dei giornali, com’è ovvio, ma faccio riferimento anche alla rete, in cui il vociare confuso e indistinto spesso domina, per non parlare, poi, dell’azione di “forme di vita” caratterizzanti l’habitat virtuale, come troll e multinick. Il vociare confuso e indistinto nel mare magno virtuale mi sembra un sostituto del “chiacchiericcio di semicolti” evocato a suo tempo da Costanzo Preve, che ha osservato negli anni il degradare del dibattito politico e le involuzioni della sinistra.

    Per Alek

    Luciano Vasapollo, in tempi recenti, non si è neppure accorto dell’ascesa del neocapitalismo cinese e del peso che potrà acquisire in futuro, tutto concentrato sulla competizione fra usa, germania e giappone. E’ il “guru” di Jaca Book, stabilisce la linea editoriale e questa casa editrice, di discreto bordo, gli pubblica i libri. Il suo approccio, per quanto riguarda la crisi e il neocapitalismo, è marxista otto-novecentesco, con particolare attenzione per le questioni (storiche) della sovrapproduzione e del saggio medio di profitto, pur ammettendo che una spiccata strutturalità della crisi implica un ripensamento dell’intero modello di accumulazione capitalistica. Per quanto riguarda il problema dell’euro, lo vede come una sorta di supermarco, che agevola la costruzione di un polo imperialista europeo centrato sulla germania. Questo polo imperialista (secondo la visione di Vasapollo), corrispondente a un superstato in via di costituzione (l’eurozona, per capirci), è però funestato dalla crisi di sovrapproduzione capitalistica e non riesce a risolvere il problema. Per farla breve, Vasapollo mi sembra ancora legato alle teorie del crollo imminente del capitalismo (per sovrapproduzione, caduta del tasso medio di profitto, eccetera), e spera che qualche vecchio partito comunista ancora in vita – come il KKE greco – si metta alla testa delle forze di sinistra che alimenteranno un rinascente conflitto sociale in Europa. Andrà così? Ho motivo di dubitare …

    Saluti

    Eugenio Orso

  5. Grazie per la tempestivitá….

    insomma…le prospettive sono piuttosto lugubri…investire sulle masse prematuro e sperare che queste elite rivoluzionarie comincino a muoversi quantomeno ancora distante…

    Io c’ho 46 anni…e credo di non poter rimandare troppo…

    Dai…organiziamo qualcosa di intelligente…

  6. Per alek

    Siamo in un cul de sac dal quale sarà difficile uscire, quanto a programmi politici alternativi, nuclei di aggregazione di forze rivoluzionarie e nuove ideologie di legittimazione antagoniste.
    Secondo Costanzo (Preve), scrivere un programma politico immediatamente applicabile (e autenticamente alternativo), nelle condizioni in cui siamo, è la cosa più ardua, tanto che la Scienza della Logica di Hegel, in confronto, diventa come Topolino … il che è tutto dire.
    I tempi storici raramente coincidono con i nostri tempi di vita, così come i cambiamenti storici non sempre vanno nella direzione da noi desiderata.
    Cosa intendo dire?
    Semplicemente che ci vorrebbero un nuovo Marx e un nuovo Lenin – quantomeno! – per uscire brillantemente e positivamente da questa situazione.
    Di sicuro quei due non siamo noi, purtroppo …

    Cordialmente

    Eugenio Orso

  7. ahime no….io di sicuro non sono un bravo trascinatore e anche nella fase dell’approfondimento sono scarso…
    Ma un tentativo potremmo azzardarlo…coordinando magari la diffusione dei tuoi sagg, con l’aperta e dichiarata intenzione di produrre una diffusa presa di coscienza; una vera scuola di formazione culturale, che cominci a porre le basi che attualmente mancano…
    Ripeto…io magari solo per la manodopera…
    Hai detto che ti auguri che anche dai m5s maturi la coscienza di um altro movimento…
    Di gente scontenta e completamente disorientata é pieno…
    Daje Sig. Eugenio…

  8. Il lavoro dei laboratori è di lungo periodo.
    Ho collaborato per un po’ con Comunismo e Comunità – un laboratorio politico e culturale – ma lo stesso Preve, ispiratore di C&C, riteneva (giustamente) che non ci si poteva attendere cambiamenti significativi nel breve.
    Più che altro, certi scritti servono per tener viva la critica a questo capitalismo, supportata da nuove analisi, senza alcuna pretesa di poter incidere, politicamente, sul presente.

    Saluti

    Eugenio Orso

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