I dannati dell’eurozona di Eugenio Orso

Chi come il sottoscritto non ha mai avuto dubbi sulla natura maligna dell’euro, fin dalle origini, non si stupisce dell’esito della vicenda europea. Già nei primi duemila, poco prima dell’entrata in circolazione nel nostro paese della moneta unica, era chiarissimo che l’euro si sarebbe rivelato un male per il paese, un autentico cancro che alla fine l’avrebbe divorato, sia entrandovi sia, all’epoca, rifiutandolo e standone fuori. Con un distinguo importante, però:

1)    Star fuori dalla moneta unica avrebbe significato per l’Italia, nel breve, una pesante svalutazione della lira e attacchi speculativi da parte dei Mercati & Investitori, resi rabbiosi dal fatto che non avrebbero potuto avviare la colonizzazione totale e definitiva del nostro paese, rinchiudendolo nella prigione dell’euro. Ci sarebbero stati una vistosa perdita di potere d’acquisto internazionale e un tangibile rincaro della bolletta energetica? Questo è certo. Sarebbe aumentata l’imposizione fiscale, con la solita scusa che erano a rischio le pensioni e gli stipendi del pubblico impiego? Probabilmente sì. Ricordiamoci, però, il blitz del governo Amato, fra il 9 e il 10 di luglio del 1992, con il prelievo forzoso del 6 per mille sui depositi, l’imposizione dell’Isi (la straordinaria sugli immobili del 3 per mille, alle origini dell’Ici), la tassa sul medico di famiglia e altre misure di rapina, per mantenere a tutti i costi l’Italia nel sistema di cambi dello Sme (sistema monetario europeo) antesignano del ben peggiore euro. Anche in tal caso si alimentò a dismisura, con caratteri d’urgenza ed eccezionalità, il prelievo fiscale, non raggiungendo però l’obiettivo, perché agli inizi dell’autunno dello stesso anno lo Sme collassò e dopo qualche mese il “sottile” dottor Amato si dimise. Tornando a noi, nel caso di mancata adesione all’euro lo stato italiano, in positivo e in prospettiva futura oltre il breve periodo, avrebbe conservato la sovranità monetaria (e politica, di conseguenza), la possibilità di svalutare la moneta nazionale e di utilizzare la spesa pubblica come “volano” per lo sviluppo e la crescita capitalistico-produttiva. L’Italia avrebbe retto meglio alla “concorrenza sleale” degli emergenti neocapitalisti cinesi? Avrebbe mantenuto attività produttive e know-how sul suo territorio evitando, almeno in parte, le delocalizzazioni e l’emorragia conseguente di posti di lavoro? Avrebbe potuto mantenere un po’ più di stato sociale, rispetto a ciò che, in effetti, è accaduto? I lavoratori sarebbero potuti sfuggire alla morsa della precarietà dilagante e della perdita di diritti? Non è certo, ma è possibile e verosimile.

2)    Entrare nel sistema di cambi fissi avrebbe significato minori guai nel breve-medio, pur a fronte di un’impennata dei prezzi impoverente per moltissimi, a reddito fisso, che si è verificata nei primi mesi di entrata in circolazione della nuova moneta, ma avrebbe comportato prospettive incerte, e anzi, piuttosto nere per un futuro un po’ più lontano. Questo perché fin dagli inizi avrebbe dovuto esser chiaro, almeno a politici ed economisti, se non proprio a commercianti e imprenditori, che l’euro imponeva una camicia di forza perpetua all’economia italiana, toglieva al paese sovranità monetaria (e politica, di conseguenza) e non avrebbe reso possibili future svalutazioni competitive della moneta, né la salutare pratica keynesiana del deficit spending, per riavviare consumi e produzioni interne, più misericordiosa per la popolazione del “rigorismo” nazi-europoide, che oggi si concreta nella depressione economica e nella strage sociale. Ebbene, quello che il 1° gennaio del 2002 e nei mesi successivi era il futuro un po’ più lontano, oggi è diventato drammaticamente il presente.

Dobbiamo anche precisare che era molto improbabile, allora, data la situazione dell’Italia e la sua “classe dirigente”, in particolare politica, il rifiuto della moneta unica (nata il primo gennaio del ’99), e questo essenzialmente per due motivi: (a) la sudditanza politica dell’Italia nei confronti delle organizzazioni sopranazionali, europoidi e occidentali in generale, nonché nei confronti dei principali centri neocapitalistici, quasi tutti sponsor dell’euro, condizione di subalternità alimentata ed esaltata dal colpo basso di mani pulite agli inizi dei novanta; (b) l’illusione, fra propaganda ed errate valutazioni, che la nuova moneta avesse proprietà “taumaturgiche” tali, ad esempio, da ridurre stabilmente la spesa per interessi connessa al debito pubblico, o di garantire una futura stabilità dei prezzi. E’ chiaro che ciò che ha pesato di più nella scelta euro sì – euro no è stata la sudditanza dei politici italiani nei confronti dei nuovi centri neocapitalistici e unionisti, e nel senso dell’adesione alla moneta unica si è molto impegnato il pessimo Prodi, che all’epoca si vantava ai quattro venti di averci portato nell’euro, come se ci avesse condotto in un nuovo Eden. O si trattava di qualche girone infernal-dantesco e Romano Prodi ha semplicemente interpretato Caron dimonio, come oggi ci appare fin troppo chiaro?

Molta acqua è passata sotto i ponti, dai tempi di Prodi “che ci ha portati in europa”, dell’entrata nella circolazione effettiva dell’euro, gestita in malo modo dal governo Berlusconi (periodo di doppia circolazione lira-euro troppo breve, prezzi non calmierati) e oggi siamo, come direbbero i frequentatori di un qualsiasi bar di periferia, letteralmente nella merda. L’euro sta rivelando tutto il suo potenziale distruttivo, nei nostri confronti, in perfetta linea, però, con gli interessi sovrani delle élite finanziarie (euro)globaliste. Non si tratta di un errore, grave e di portata storica, commesso dagli “ingegneri” che l’hanno costruito in laboratorio. Un errore al quale si può ovviare, come sostengono alcuni (fra i quali l’indigeno e discusso Berlusconi), ampliando i poteri e le funzioni della banca centrale, la bce privata ed europoide. Semmai si tratta di un errore voluto, ossia di un non-errore, o più esattamente di uno strumento di dominazione neocapitalistica che consente ai nuovi dominanti di raggiungere certi obiettivi prioritari, per la tenuta e la riproduzione del sistema. Obiettivi non tutti di natura economica, naturalmente. Ma quali sono i veri scopi dell’euro e, più in generale, dell’impianto eurounionista partito con il famigerato trattato di Maastricht del 7 febbraio 1992? Sono i seguenti, in sintesi estrema:

1)    Contribuire alla creazione degli spazi aperti indispensabili per la globalizzazione, non soggetti a vincoli doganali, politici, etnici, culturali, religiosi, nella libertà di movimento da assicurare ai capitali. La parte dell’Europa soggetta all’unionismo neocapitalistico è un’importante area geopolitica, indispensabile per la riproduzione sistemica complessiva e per il dispiegarsi di quel complesso di prassi e di trattati internazionali che si suole chiamare globalizzazione.

2)    Distruggere i vecchi modelli capitalistici europei, diversi dal capitalismo ultraliberista di matrice americano-anglosassone, ereditati dal novecento. Aprendo gli spazi al grande capitale finanziario, rimuovendo gli ostacoli alla sua libera circolazione, si deve avere attenzione a imporre ovunque l’unico modello ammesso nuovo-capitalistico, così come il capitalismo del secondo millennio, nella sua prima affermazione, per imporsi ha eliminato i residui del modo di produzione feudale e, nell’oltremare, i sistemi comunitari e dispotico-comunitaristici.

3)    Assoggettare gli stati nazionali e consegnare progressivamente i loro poteri e le loro prerogative a un livello sopranazionale completamente slegato dai popoli e dalle nazioni. Livello che rappresenta esclusivamente gli interessi della nuova classe dominante (euro)globale, che è l’unica, a ben vedere, che beneficia in pieno dei “vantaggi” della moneta unica.

4)    Trasformare le società europee in “società aperta di mercato”, sempre più aderenti alle dinamiche della società-matrice, che in tal caso è quella americana. Nell’aspetto politico, in combinata con il punto 3 (assoggettamento degli stati), si mantiene la liberaldemocrazia più che altro come ritualità legittimante, svuotata di effettivi contenuti decisionali politico-strategici.

5)    Trasformare le strutture produttive nazionali e i cosiddetti mercati del lavoro dei paesi soggetti (in particolare di quelli economicamente più deboli) rendendoli adatti, come si afferma spesso, a “competere in un contesto globale”. Il che significa, traducendo dalla neolingua, adatti a sopportare il peso della creazione del valore neocapitalistica, a esclusivo vantaggio delle aristocrazie finanziarie, che richiede, fra le altre cose, la sottomissione della produzione alle logiche finanziarie e lavoratori completamente trasformati in fattore-lavoro, docili, desindacalizzati e senza diritti.

6)    Ultimo ma non ultimo, data l’importanza che riveste per le masse di dominati, azzerare i sistemi di welfare europei, che sottraggono risorse ai Mercati & Investitori (cioè alla classe dominante postborghese) per redistribuirle ai membri dell’umano genere. Anche in tal caso il sostegno all’euro, supremo valore unionista e globalizzante, richiede la rinuncia progressiva allo stato sociale, pena, come si millanta, l’innesco di sciagure bibliche per i paesi riottosi ad adeguarsi e un formidabile impoverimento di massa (in Italia lo sostiene periodicamente Bersani, marionetta subpolitica del grande capitale finanziario).

Chiedo perdono se in questo breve excursus dei veri scopi dell’euro e dell’unionismo europoide ho dimenticato qualcosa, ma la cosa più rilevante è che oggi ci stiamo avvicinando pericolosamente al punto di non ritorno, al climax di questa tragica commedia neocapitalistica, e anche la recente crisi di Cipro lo dimostra. Anche qui l’allarme è dato dalla necessità suprema di procedere ai salvataggi bancari, resi necessari dalle spregiudicate attività speculative, in guisa tale che si può vendere il salvataggio del solo sistema bancario come il salvataggio della parte greca di Cipro, intesa come popolo e come stato. Lo stato deve restare in vita, scongiurando il fallimento, essenzialmente per salvare le entità finanziarie che sono il vero “core” sistemico neocapitalistico. Delle sorti della popolazione, delle strutture produttive, delle condizioni di vita dei greco-ciprioti non ci si occupa, perché non interessano i veri dominanti. A tale scopo, il nazi-eurogruppo finge di prestare soldi a Cipro, facendo però pagare il conto del salvataggio (esclusivamente) bancario in parte significativa ai ciprioti stessi, con prelievi forzosi dai depositi bancari compresi fra il 6 e il 10 per cento, secondo il livello dei depositi stessi. Per quanto Cipro rappresenti, in termini percentuali, soltanto qualche frazione di punto dell’intero Pil europoide (forse lo 0,2 per cento), il test può essere interessante per poi estendere queste misure – sostanzialmente l’imposizione di una patrimoniale falsamente salvifica – ad altri paesi in difficoltà, ma di maggior dimensione e consistenza, come ad esempio l’Italia. A molti, valutando questa vicenda che interessa la cosiddetta eurozona, è tornato in mente il prelievo di Amato del 1992 dai conti bancari (e postali) degli italiani, e forse qualcuno spera che l’euro collasserà fra poco, così com’è collassato lo Sme a meno di tre mesi dal raid dell’allora governo Amato, ma questa speranza non mi sembra che abbia un gran fondamento. Per le sue dimensioni e la sua relativa importanza difficilmente Cipro farà crollare l’impianto eurounionista, ma può rappresentare fin d’ora il terreno ideale per la “sperimentazione” di nuove misure di dominazione e di spoliazione dei paesi soggetti all’euro. Ci dovremo aspettare anche noi, nel prossimo futuro, una sostanziosa patrimoniale sui depositi bancari (e postali), che ci farà rimpiangere il prelievo di Amato? E’ possibile che andrà così, se continuerà l’”instabilità” politica nel paese, dando occasione ai Mercati & Investitori di imbastire una serie di attacchi speculativi “propedeutici” allo scopo.  Non è escluso, per ironia della sorte, che lo stesso Amato, ormai ultrasettantenne, sarà chiamato al governo, se non come presidente del consiglio, almeno come importante ministro economico.  

Il prelievo forzoso dai risparmi privati dovrebbe assicurare una drastica riduzione del debito pubblico, e naturalmente la sopravvivenza dell’euro. Così il ciclo ricomincerà. Acquisto valuta straniera (euro), emissione titoli debito pubblico, pagamento interessi al capitale finanziario privato/ banche -> Aumento del debito pubblico e della spesa per interessi (ci penseranno spread e rating a modulare), depressione economica sempre più grave, “rischio default” -> intervento drastico per ridurre il debito pubblico a difesa dell’euro, altro prelievo forzoso dai risparmi residui della popolazione. I grandi capitali, vista l’assenza di barriere e di divieti d’esportazione (in una: “globalizzazione”), se presenti sul posto potranno fuggire, giusto in tempo per non pagare. E’ questo il piano euroglobalista da applicare anche all’Italia per il prossimo futuro? Intanto la minuscola Cipro (0,2% del pil europoide) funge da test, e i greco-ciprioti da cavie di laboratorio.

Se il test cipriota avrà successo, capiremo anche noi cosa vuol dire essere ciò che in realtà siamo, pur se ce ne siamo accorti un po’ troppo tardi : i dannati dell’eurozona.

I dannati dell’eurozona di Eugenio Orsoultima modifica: 2013-03-19T14:40:00+01:00da derosse
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