Il voto degli italiani è un voto contro l’unionismo e l’euro di Eugenio Orso

Se la chiave di lettura più utilizzata per descrivere il recente voto politico italiano è quella della protesta contro il solito sistema dei partiti, incarnata con successo dal movimento di Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio, un’altra chiave di lettura, ancor più significativa della prima, potrebbe essere quella relativa all’”euroscetticismo”, come si sarebbe detto un tempo, mascherando con questa moderatissima espressione la sopravvenuta ostilità di gran parte degli italiani nei confronti dell’unionismo europide e dell’euro.

Ci possiamo porre la domanda se la causa della nostra attuale situazione, disperante e ormai quasi irrimediabile, è da ricercare nella corruzione e nel malgoverno dei partiti liberaldemocratici, oppure nella totale subordinazione dell’Italia alle istituzioni europidi e nella partecipazione (forzata) al sistema di cambi fissi dell’euro. La prima è senza dubbio una causa endogena, rimossa la quale tutto tornerebbe a posto, non soltanto i conti pubblici, ma anche l’occupazione, i consumi, la tenuta del sistema produttivo, almeno secondo una certa vulgata politica e giornalistica che è interessata a sostenere l’unionismo e l’euro. La seconda è una causa esogena, e poiché questa brutta copia dell’Europa, commerciale e monetaria, non si può cambiare o riformare, l’unico modo per rimuoverla completamente, ridando nel tempo ossigeno all’economia reale, all’occupazione e alla socialità in questo paese, sarebbe quello di uscire immediatamente dall’euro e da tutte le istituzioni europoidi. Si dovrebbe farlo, però, a muso duro, voltando bruscamente le spalle a Bruxelles, Strasburgo e Francoforte in modo da provocare scientemente un violento controshock. Un controshock per certi versi “protettivo” nei nostri confronti, altrimenti unico capro espiatorio per i mercati, che penalizzi, nel breve, non soltanto l’Italia sotto presumibile e feroce attacco speculativo, ma la stessa germania ancora egemone e l’intero sistema di strangolamento della nostra economia, basato sull’euro. Si tratterebbe, in tal caso, sia di legittima difesa sia di una (legittima) ritorsione nei confronti di chi ci ha ridotti in simili condizioni.

E’ chiaro che l’origine di gran parte dei nostri mali presenti e futuri – nel confronto fra il “tutti a casa” rivolto ai politici di sistema e il “fuori dall’euro” dei sovranisti – deve essere cercata nella partecipazione (forzata, imposta) all’unionismo e alla moneta unica, e non, in primo luogo, nel pur evidente e pernicioso degrado della politica liberaldemocratica nazionale. Infatti, la politica locale degradata, inefficiente e corrotta, causa di rilevanti costi economici, ambientali e sociali, è a sua volta, quanto il disagio sociale e il declino produttivo, un mero effetto della perdita di sovranità nazionale del paese. L’essenziale sovranità politica e monetaria, per impostare politiche di sviluppo industriale e proteggere il welfare, è stata ceduta fin troppo docilmente – con la complicità dei politici nazionali finora al potere – all’unione sopranazionale, alla commissione e alla bce. Ne consegue che coloro che imputano la disastrosa situazione del paese al degrado della politica e del sistema dei partiti o mentono sapendo di mentire – e così nascondono le gravi responsabilità dell’euro e dell’unionismo nel nostro inarrestabile e ventennale declino – oppure travisano la realtà mostrando di essere plagiati da coloro che mentono. Dalla minicrociera sul Panfilo Britannia dei reali inglesi, il 2 di giugno 1992, in cui si pianificò la svendita dell’Italia e del suo patrimonio, all’avvento del governo Monti grazie alla complicità istituzionale del basista Napolitano, il 16 di novembre 2011, è passato quasi un ventennio e si è quasi compiuto il processo che ha portato all’occupazione di fatto di un’Italia non più sovrana, per giunta impoverita, fra l’incudine dell’euro e il martello del debito pubblico. Non sono forse più rilevanti le ragioni esogene di crisi, rispetto a quelle endogene – riassumibili nell’espressione “corruzione della politica” – che inevitabilmente originano dalle prime?

Alla luce delle precedenti considerazioni, come si può interpretare il voto politico italiano, che ha provocato la reazione punitiva dei Mercati & Investitori e una ridda di dichiarazioni di deplorazione dagli USA ai principali paesi dell’unione europoide? Se è un voto contro le politiche di rigore, di tagli alla spesa pubblica, di ridimensionamento dello stato sociale e di affermazione assolutistica di un rigido pareggio di bilancio, allora è un voto contro l’unionismo e l’euro, prima ancora che contro il locale e sgangherato sistema dei partiti. Lo stesso Grillo beneficiario del voto, nei comizi di piazza a ridosso delle urne, da bravo sostenitore della democrazia diretta ha paventato la necessità di un referendum sulla permanenza dell’Italia nell’euro. Decidano pure gli italiani in merito. Il Berlusconi in rimonta, accusato quanto Grillo di “populismo e demagogia”, ha ventilato l’opportunità di ricontrattare le condizioni di partecipazione del paese alla moneta unica, ciò a dire all’unione monetaria, non escludendo sibillinamente l’abbandono dell’euro nell’ipotesi di risposta unionista negativa. Guarda caso, Grillo ha avuto un formidabile exploit elettorale e Berlusconi ha rimontato riprendendosi parte del suo elettorato. Il movimento di Grillo è diventato, alla camera, il primo partito italiano, mentre Berlusconi ha impedito a Bersani di avere una maggioranza di seggi al senato. All’opposto, l’”executive” delle oligarchie finanziarie internazionali ed europidi Mario Monti e il filo-europoide Bersani, già dato dal mainstream per vincitore con largo margine, hanno preso una botta sui denti, o meglio un meritato calcio nei coglioni, come si direbbe in un bar sport di periferia. Ha un significato tutto ciò, nelle analisi delle motivazioni del voto e degli orientamenti dell’elettorato? Ne ha, perché ciò che emerge fin troppo chiaramente è che gli italiani, in buona maggioranza, votando contro le politiche europidi di rigore e pareggio del bilancio hanno votato contro la permanenza del paese nell’unione monetaria e nel sistema dell’euro, mossi dal risentimento, se non dall’odio, nei confronti di quei partiti sistemici e di quei cartelli elettorali che li hanno venduti allo straniero. Pertanto, l’’orientamento del recente voto politico nazionale non può che essere letto in chiave antieuro e antiunionista, ben oltre il cauto e parziale “euroscetticismo” di un tempo. Coloro che dalla germania o dagli usa attaccano gli italiani che votando hanno alimentato il “populismo”, ignorando lo stimatissimo Monti e ridimensionando il fido Bersani, su questo punto mostrano di essere pienamente d’accordo.

Il voto degli italiani è un voto contro l’unionismo e l’euro di Eugenio Orsoultima modifica: 2013-02-27T16:17:26+01:00da derosse
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