Le trame in campagna elettorale di Eugenio Orso

le trame, in questa campagna elettorale sono ormai abbastanza chiare, o almeno così dovrebbe essere per gran parte del cosiddetto corpo elettorale, e l’assassino, come nei gialli più scontati, è proprio il maggiordomo (delle élite finanziarie esterne al paese) e cioè Mario Monti. Incidenti di percorso come quello del Monte (dei Paschi, mps) aggiungono qualcosa alla consapevolezza che la politica italiana:

1) Non ha autonomia e non è sovrana, non essendo sovrano lo stato. Per anni gli imbroglioni giornalistico-mediatico-accademici hanno fatto credere che il vulnus è la “corruzione” della politica, e che basta cambiare i “rappresentanti del popolo”, esercitando un certo moralismo nel controllo, perché l’orizzonte si rassereni e vada tutto per il meglio. La propaganda in tal senso ha favorito non poco l’imposizione del governo Monti agli italiani. Ovviamente non è così, perché questa “corruzione” (che in qualche misura c’è sempre stata, dal dopoguerra a oggi), nelle sue manifestazioni più intollerabili ed estreme, oggi ben visibili, è un effetto venefico e importante della perdita di sovranità dello stato italiano, prigioniero della ue, tributario del mercato internazionalizzato e soggetto all’imposizione dell’euro.

2) La “commistione” fra politica liberaldemocratica e finanza è cosa fatta, ormai ben metabolizzata, e non riguarda solo il caso specifico del Monte. Ciò implica che le cosiddette istituzioni finanziarie sono intangibili e vengono sempre prima del “cittadino”, del popolo, in particolare delle masse pauperizzate. Non ci sono risorse per il sociale, ma ci sono sempre, a suon di miliardi di euro, per i gruppi bancari che improvvisamente si scoprono “destabilizzati” dai derivati. Diciamo che questa “commistione” è implicita, addirittura scontata, nel funzionamento del neocapitalismo finanziarizzato.

 3) Il pd è un cartello elettorale costruito “ad hoc” per soddisfare gli interessi dominanti neocapitalistici, un cartello al quale i padroni finanziari globali, da goldman sachs a Soros, garantiscono (e garantiranno ancor di più dopo le elezioni) un certo potere di controllo all’interno del paese e non pochi “bonus”. Il pd è un subdominante politico al completo servizio delle élite della finanza internazionalizzata, e figuriamoci se non intrallazza a suo vantaggio con le banche! Non a caso Bersani minaccia di sbranare chi, in questi frangenti, accusa il pd, come se il colpevole di tutto sia soltanto Mussari, senza coinvolgimenti politici. Un grottesco tentativo d’imitazione dell’esponente comunista Giorgio Amendola, che negli anni settanta coniò l’espressione “Mani pulite” per difendere le amministrazioni del pci dall’accusa di disonestà. Il caso Consorte-unipol di qualche anno fa, nel quadro delle inchieste di “bancopoli” (in proposito, ricordiamo le significative telefonate fra Giovanni Consorte ed esponenti del cs come Fassino e D’Alema sulla scalata di bnl) era soltanto la classica punta dell’iceberg e non un’eccezione alla regola.

4) Finché questo sistema resterà in piedi le cose non potranno che andare così. Da Enrico Cuccia (consigliere anziano di mediobanca) a Alessandro Profumo (presidente mps) la situazione è molto peggiorata, e tutti comprendono che una banca d’Italia minore, privata del controllo sulla moneta, e la stessa consob che dovrebbe monitorare le società e la borsa non sono i controllori, ma altrettanti complici che favoriscono i giochi finanziari nazionali e internazionali, alimentati dal denaro pubblico e supportati dalla politica sistemica. Dal canto loro, le fondazioni bancarie hanno rappresentato una concessione alla politica addomesticata (non solo a favore dei ds-pd, ben inteso) per farla partecipare al grande gioco rendendola succube e complice. Il pieno soccorso di uno stato privo di sovranità non potrà riguardare anche in futuro, per tali motivi, che i gruppi bancari, togliendo una volta di più al welfare superstite, agli ammortizzatori sociali, agli stessi consumi interni e alle produzioni nazionali (attraverso l’imposizione fiscale) oggi in vistoso crollo. Fra i disoccupati e i derivati, questi cartelli elettorali succubi e complici della grande finanza sceglieranno sempre e comunque i derivati.

Detto questo, è bene concentrare l’attenzione sulle trame che una campagna elettorale fintamente combattuta nel mondo mediatico e virtuale – non nelle piazze e nel paese vero, impaurito e prostrato –  nasconde allo sguardo degli elettori. Se da un lato si simula una certa concorrenza elettoralistica fra il centro di Monti e il pd-cs di Bersani, guardandosi bene però dall’insistere sull’aspetto programmatico, dall’altro le stesse dichiarazioni e le stesse azioni degli attori principali e dei loro accoliti – Monti, Bersani, Fassina, eccetera – rivelano un piano ben preciso stabilito per l’Italia. Gli aspetti programmatici, nella contesa artefatta, sono mantenuti volutamente nel vago, se non in ombra, mentre si cerca di dare l’impressione che il centro montiano e la sinistra neoliberista bersaniana rappresentino due raggruppamenti veramente alternativi, in effettivo contrasto di programma l’uno con l’altra. Perché accade tutto ciò e per quale motivo si adombrano i programmi, insistendo su altre questioni, non di rado speciose (liste pulite, presenza di donne in lista, ascolto del disagio popolare e vicinanza “alla gente”, riformismo piuttosto che moderatismo, eccetera)? Cerchiamo di spiegarlo, fissando di seguito un paio di punti chiari e fondamentali:

A)  Il “referente” di Monti e quello del pd-cs è sempre lo stesso. Chi manovra dall’alto i due cartelli elettorali è esterno all’Italia, non ha minimamente a cuore le sorti del paese e persegue interessi privati che devono diventare l’interesse collettivo in ogni stato e in ogni nazione sottomessi, attraverso l’imposizione di decreti e leggi finanziarie variamente denominate (ad esempio, “spending review” per confondere le idee alla popolazione). Si potrebbe persino affermare che sia Monti sia Bersani non sono che burattini “senza vita” manovrati tirando i fili (il secondo più facilmente sostituibile del primo, il primo con meno seguito elettorale del secondo), ma non è proprio così. Più ragionevole è considerare Monti come il capo di una compagnia di ventura mercenaria che per oltre un anno ha saccheggiato l’Italia, ad esclusivo beneficio dei nuovi aristocratici globali, mentre Bersani, il quale ha appoggiato l’esecutivo di Monti fino all’ultimo, convintamente, avallando le azioni criminose dei mercenari contro un intero popolo, è un valvassore delle predette aristocrazie che cerca di far carriera, di estendere il suo sub-potere e di arrivare a sua volta al governo come presidente del consiglio, o almeno come ministro.

 

B)    Per tutto quanto precede, il programma – nelle sue linee strategiche essenziali – non è stabilito autonomamente dagli attori nella recita elettorale, ma è stabilito dagli uffici, dagli organismi e dalle banche degli aristocratici globali, che non ammettono deviazioni o vistosi ritardi nella sua applicazione al paese, in termini di concrete politiche economiche e sociali. Gli ordini impartiti dalle aristocrazie, partendo della stratosfera neocapitalistica, raggiungono gli organismi sopranazionali che controllano gli stati, lì diventano vere e proprie linee programmatiche strategiche e da lì come tali partono, per raggiungere il livello gerarchico più basso, cioè lo stato nazionale privo di effettiva sovranità.  Al terzo e ultimo livello della catena di comando globalista questi “suggerimenti”, questi “amichevoli” consigli, si trasformano in politiche effettive, con ricadute dirette sempre negative – giustificate accampando fumose esigenze di “aggiustamento strutturale” – sulla produzione, sull’occupazione e sui redditi. Il grado di autonomia programmatica di Bersani e dello stesso Monti è perciò molto limitato, e ciò spiega il perché Monti, pur in piena campagna elettorale e ben sapendo che non si dovrebbe rischiare troppo con l’”antipopolarità”, non può che insistere sulle controriforme volute dai sedicenti riformisti, che dovranno continuare anche dopo le elezioni a scapito della produzione, dell’occupazione e dei redditi. Il patetico imbroglione Bersani, che sembra già assaporare il ghiotto boccone della presidenza del consiglio, da un lato non perde occasione per rassicurare i potenti che non disferà le “riforme” montiane contro il lavoro, le pensioni e le produzioni nazionali, mentre dall’altro lato, da bravo giocoliere abituato ad arrampicarsi sugli specchi, millanta che le “sue” politiche saranno “un po’ diverse” da quelle di Monti. Anche un bimbo potrebbe facilmente accorgersi dell’imbroglio, ma una popolazione come quella italiana, in buona misura disintegrata culturalmente e idiotizzata, ricattabile al massimo grado, impaurita e depauperata, priva di slancio vitale, pare non accorgersene, benché i due, sentendosi abbastanza al sicuro, giochino spesso allo scoperto. Monti critica il pd-cs, accusandolo di dare troppo spazio alle correnti definite “conservatrici” e alla cgil – non in perfetta e totale sintonia con l’ultraliberismo antisociale, ma critiche soltanto a parole – ma poi dichiara che non ci potrà essere alcuna alleanza con il pdl. Solo con il pdl berlusconiano, si badi, non con il pd. Dal canto suo, Bersani “riabilita” il neoliberista-rottamatore Renzi, non lontano dalle posizioni  montiane, e lo fa entrare nel vivo della campagna elettorale, per conquistare qualche voto “al centro”, ma anche per accreditarsi come vero “liberale” agli occhi dei padroni, che lo tengono costantemente sotto osservazione. Se Monti insiste sul “riformismo”, non soddisfatto in Italia da un generico moderatismo, è appunto perché il suddetto sa bene che dopo le elezioni-truffa si riprenderà con le riforme contro i lavoratori e le masse impoverite, senza alcuna possibilità alternativa (altro che riduzione delle tasse!). Bersani e la sua spalla “sinistroide” Fassina fanno rapporto ai signori della finanza che li osservano dall’alto, accreditandosi nell’unione europoide come principale baluardo contro il temuto populismo (mix di comunismo, fascismo e antiliberismo), mostrando fedeltà nei confronti di un’inesistente ”idea dell’europa unita” ma soprattutto nei confronti dell’euro, facendo i saltimbanchi per dimostrare alla casa-madre – i democratici americani – la loro affidabilità, e andando addirittura a rapporto dal Financial Times (che è semplicemente un giornale globalista e non la trilateral!), onde rassicurare in merito all’intangibilità della “riforma Fornero” contro i lavoratori italiani e, in generale, di ciò che di male è stato fatto dalla squadra di Monti, in tredici mesi, nei confronti di questo paese. Non parliamo poi dell’atteggiamento “rassegnato” in merito al fiscal compact strangolante e alla norma del pareggio del bilancio recepita in costituzione (art. 81)! Dopo l’approvazione della celebre banca goldman sachs, che ha individuato nel pd il probabile vincitore delle elezioni italiane, è arrivata a fine gennaio l’ambita “benedizione” dell’ultraricco e loquace aristocratico George Soros, di casa a Davos, che avrà sicuramente (e segretamente) fatto un gran piacere a Bersani. Soros approva il “matrimonio” postvoto fra Monti e Bersani (a ben vedere, ci sono già le pubblicazioni), quale miglior risultato che si può sperare. Tutto ciò nasconde in malo modo (fin troppo malamente) la scarsissima autonomia programmatico-strategica sia del capo mercenario Mario Monti sia del valvassore sub-politico in carriera Pier Luigi Bersani.

 

E veniamo finalmente a svelare la trama del piano ordito per l’Italia, chiamata al voto con il consenso delle élite finanziarie dominanti. Chi non conosce i detti “marciare divisi per colpire uniti”, “passata la festa, gabbato lo santo” e “cosa fatta capo ha”? Ebbene, è stabilito che Monti e Bersani marcino separati, in campagna elettorale, per poi colpire uniti dopo il voto, a urne aperte, unendosi con l’obiettivo di formare un nuovo governo dittatoriale filoeuropide, filoliberista e filoglobalista, programmaticamente asservito alla classe dominante globale. Questa volta, però, non imposto dall’esterno con la complicità della presidenza della repubblica, ma “uscito direttamente dalle urne” e quindi legittimato dalla presunta volontà popolare. E’ chiaro che dopo il voto varrà il detto popolare “passata la festa, gabbato lo santo”, e i truffati, dal lato di Bersani (e di Fassina e di Vendola) saranno i molti milioni di dipendenti pubblici, di operai, di pensionati, di precari e di sotto-occupati che avranno votato per il cartello “sinistroide” illudendosi che rappresenti, in qualche misura, i loro interessi. A consensi e seggi incamerati le due ali del partito unico neocapitalistico, fino a quel momento in competizione simulata, si uniranno come per incanto per il “bene del paese” (che sprofonderà in serie D, secondo Luciano Gallino, oppresso dagli interessi su un debito che raggiungerà i 2.200 miliardi di euro), per la crescita produttiva (che resterà una chimera, date le politiche applicate), per i giovani e per l’occupazione (che riceverà il colpo di grazia, in particolare quella giovanile). Il governo ci sarà, avrà una buona maggioranza di seggi almeno alla camera, se non anche al senato, e quindi, per disgrazia del paese, a quel punto varrà il noto detto “cosa fatta capo ha”. Monti ancora presidente del consiglio, Monti dopo Monti, come auspicato dal viscido Casini che sarà della partita (forse in qualità ministro nel nuovo esecutivo)? Non necessariamente, perché la cosa più importante, per avere nei fatti un “Monti-bis”, non è il professore una seconda volta alla presidenza del consiglio, ma la continuità di programma, che per quanto affermato finora non ci potrà non essere. Ed ecco che Monti potrà diventare d’incanto superministro economico o in alternativa autorevole ministro degli esteri (e vicepresidente del consiglio), come garanzia per le élite finanziarie esterne, mentre la presidenza del consiglio potrà pur essere affidata a qualcun altro, ad esempio a un docile “uomo di paglia” come Bersani, che a quel punto avrà fornito ampia prova di affidabilità ai suoi padroni. Non sarà ancora il momento per una presidenza della repubblica targata Monti, che potrà arrivare più in là nel tempo (o forse rappresentare un importante tassello di un “piano C” di ultima istanza). Che fine farà Vendola a urne aperte, socio e complice di Bersani durante la fase della propaganda elettorale? Il suo destino non avrà grande importanza. Dopo aver incamerato un discreto bottino in termini di seggi (che altrimenti, da solo, non avrebbe avuto), o abbasserà la testa con qualche funambolica dichiarazione, accettando la “coabitazione” con l’incompatibile Monti e tutti i burocrati del centro, o se ne andrà per conto suo a fare, per un massimo di cinque anni, una finta, inefficace opposizione in parlamento.

Certo, ci sono sempre delle incognite che potranno manifestarsi, scompaginando un po’ il quadro e disturbando la realizzazione di quello che possiamo definire il “piano A” europide-globalista per l’Italia. Ad esempio, il centro filomontiano potrebbe ottenere quozienti elettorali troppo modesti ed essere sopravanzato da Grillo, a fronte di un pd-cs che già oggi è lieve discesa nei sondaggi, rispetto ai picchi delle primarie, mentre il pdl berlusconiano è in ripresa. In una tale situazione possiamo anche ipotizzare l’uscita di Vendola, o di una parte del sel, dalla maggioranza, con ulteriore diminuzione dei seggi disponibili, non accettando l’improvviso “ritorno di fiamma” con il centro. Ciò potrebbe comportare una relativa insufficienza di seggi per il sostegno al nuovo esecutivo, pur riunendo i cartelli elettorali della sinistra e del centro. Ma sicuramente, per fronteggiare tali sgradite contingenze, esiste un “piano B” che potrebbe prevedere la ricerca (e la compra) dei seggi necessari “a destra”, facendo entrare nella maggioranza la parte più disponibile del pdl. Difficilmente si potrà ripetere la trista esperienza dell’ABC che ha sostenuto a suo tempo Monti, lasciando fuori in questa ipotesi la lega, Ingroia e forse Vendola, oltre ai parlamentari di Beppe Grillo. Se non ci sarà l’appoggio dell’intero pdl (evento improbabile, a quel punto), si potranno “convincere” alcuni gruppetti di parlamentari eletti nelle liste di Berlusconi a fare il salto e ad appoggiare “responsabilmente” il nuovo governo delle élite finanziarie, questa volta uscito dalle urne dopo la campagna elettorale di rito (del resto, a suo tempo Berlusconi ha reclutato senza alcuno scrupolo, pro domo sua, Scilipoti & C.). I mezzi per farlo Monti e Bersani, appoggiati da ue, bce, fmi, goldman sachs, Soros, dai grandi media internazionali, dai sionisti, dai tedeschi, dagli  americani, dalla nato, da quel che resta delle istituzioni italiane, li hanno senza dubbio già in tasca. “Passata la festa, gabbato lo santo” è un detto popolare molto azzeccato e “lo santo gabbato”, in quelle circostanze, a causa della persistenza dell’agenda Monti e non del calendario di Frate Indovino, non potrà che essere l’intero popolo italiano.

Le trame in campagna elettorale di Eugenio Orsoultima modifica: 2013-01-28T11:01:12+01:00da derosse
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