Monti, i conti e la finanza sovrana di Eugenio Orso

Il candidato che non c’è – ma c’è, eccome – è il simbolo di quelle forze, politiche e sociali, che sguazzano senza ritegno nello stagno europide del neoliberismo e dell’asservimento del paese ai “poteri forti” esterni. Mario Monti è la metafora incarnata del dominio assoluto del grande capitale finanziario che ha imposto la sua investitura e fortemente voluto l’occupazione “incruenta” di questo paese. L’ora delle decisioni irrevocabili è suonata lo scorso anno e il congedo di Berlusconi con il suo esecutivo da operetta, avvenuto alla chetichella in seguito a pressioni esterne formidabili, ha aiutato molto l’ascesa di Monti e il dilagare del cosiddetto montismo. Non importa se oggi, nei soliti sondaggi d’opinione, il gradimento di Monti è in caduta come quello del suo governo e dei suoi ministri. Il montismo ha messo radici nel paese in un solo anno, non soltanto fra i notabili, ma pure fra il popolino disinformato, ha beneficiato di un’abbondante pubblicità, di tutto il possibile ossequio mediatico-accademico, e ha compattato le forze collaborazioniste dell’occupatore più entusiastiche, in vista delle prossime elezioni, tanto da essere percepito come irreversibile, o addirittura fondante per una terza repubblica.

Qual è la ricetta che il montismo continua ossessivamente a proporre? Tentiamo di rispondere alla domanda con estrema semplicità e in quattro parole. Conti pubblici “sotto controllo”, con un rigorismo stroncante per la spesa dello stato, e l’imposizione del fiscal compact recepito in costituzione, da un lato, sovranità assoluta delle Aristocrazie finanziarie globali, attraverso le sedicenti istituzioni europee, dall’altro lato, sono i due ingredienti fondamentali dell’”agenda Monti”, sintetizzabile all’estremo come rigorismo contabile da qui all’eternità e sovranità assoluta della grande finanza privata. Il programma politico lo dettano le Aristocrazie dominanti, attraverso gli organi della mondializzazione neoliberista, internazionali ed europidi, mentre la sua attuazione è delegata, nel vecchio quadro istituzionale liberaldemocratico svuotato di qualsivoglia autonomia, a governi fantoccio di natura elettiva, come sarà il prossimo, o non elettiva e pseudotecnocratica, com’è stato l’esecutivo Monti. Data la situazione italiana, qualcuno potrebbe pensare a una democrazia “intermittente”, caratterizzata da governi non eletti in periodi emergenziali e da governi eletti dal popolo, una volta superata la “fase acuta” dell’emergenza. Pensare così è fuorviante, non soltanto per il motivo che il popolo elegge i suoi rappresentanti – nell’Italia del “Porcellum” di Calderoli decisi dai partiti – e non direttamente l’esecutivo, ma soprattutto perché l’emergenza è provocata ad arte, con impennate di spread, moniti e consigli FMI, lettere-programma BCE, e anche i governi successivi, di natura elettiva, saranno condizionati nel programma e perciò tributari del Capitale Finanziario Derivato. L’introduzione recente nella costituzione del micidiale fiscal compact europoide, o più volgarmente del pareggio di bilancio, avvenuta riscrivendo l’articolo 81  in riferimento al bilancio dello stato (Parte II, Titolo I, Sezione II), rafforza questo legame di dipendenza e lo perpetua. Il rigore automatico costituzionalmente sancito significherà riportare nell’arco di un ventennio il debito al 60% del PIL, con grave nocumento per la produzione e l’occupazione nazionali. I conti pubblici, i tassi d’interesse sul debito, la necessità di “razionalizzare” la spesa sociale, sono altrettanti cavalli di troia per giustificare l’applicazione del programma politico-strategico – per noi, la famigerata “agenda Monti” – voluto e imposto dalle Aristocrazie finanziarie dominanti. Stando così le cose, si comprende che lo stesso esecutivo tecno-politico montiano, in tredici mesi di attività, ha comunque goduto di un’autonomia molto limitata, a fronte di un programma non frutto della sua volizione, ma già scritto nelle sue linee essenziali e strategiche. Così sarà anche per il prossimo governo, non importa se a guida Bersani, con probabile coinvolgimento del professore, o nuovamente a guida Monti. La politica scende e la grande finanza sale, agli albori dell’era neocapitalistica, ed è perciò soltanto una battuta, cinica e fredda, quella di Monti che twitterando afferma, direttamente o indirettamente attraverso qualche segretario, “Saliamo in politica!”. Il concreto impegno politico di Mario Monti, che si sporca le mani “salendo”, è garanzia per le élite che la situazione in questo paese sarà sotto controllo anche dopo le prossime elezioni. La continuità sarà assicurata dai molti collaborazionisti presenti in parlamento (la maggioranza dei deputati e dei senatori) e saranno praticamente impossibili deviazioni dalla “retta via” nuovo-capitalistica (leggi ortodossia neoliberista). Il paese è ormai piegato, occupato, ridotto all’impotenza, stritolato nel meccanismo europide e con poche speranze di riscatto.  Che dire? Acta est fabula, plaudite! Non c’è più altro da aggiungere.

Monti, i conti e la finanza sovrana di Eugenio Orsoultima modifica: 2012-12-27T14:37:00+01:00da derosse
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2 pensieri su “Monti, i conti e la finanza sovrana di Eugenio Orso

  1. si respira un’aria soffocante di normalizzazione ,e’ persino difficile farsi capire da un certo tipo di sudditi collaboranti col loro boia ,da cui desiderano la salvezza.La resa finale e’stata quella degli ultimi comunisti novecenteschi,desiderosi di posticini di second’ordine.Non han trovato di meglio che un’alleanza grottesca con frazioni della magistratura.Il lavoro costante per cancellare gli anticorpi della ribellione dalle masse,accompagnato dalla diffusione di mantra liberal democratici,ha raggiunto il suo apice.

  2. Per mirco

    E’ come se fossimo prigionieri in una gabbia di ferro. Sembra impossibile uscire da lì, eppure il corso storico può riservarci qualche sorpresa positiva. Solo che non dobbiamo fidare sull’evento imprevisto, attendendolo come si attende Godot (che può non arrivare mai) e dobbiamo continuare a lavorare contro, anche se isolati come siamo possiamo fare ben poco, o addirittura pochissimo.

    Saluti

    Eugenio Orso

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