La Rivoluzione di Eugenio Orso

Pubblico in questo sito la parte prima dell’ultimo capitolo (il settimo) di un mio saggio non destinato ad essere pubblicato integralmente, nel sito o su carta.

L’argomento trattato, seppur in estrema sintesi, è la Rivoluzione.

Nei prossimi giorni pubblicherò in Pauper class la seconda parte del capitolo, dal titolo I Rivoluzionari e le masse.

 

I) La Rivoluzione.

Se i rivoluzionari sono gli agenti della Rivoluzione, coloro che la fanno ai diversi gradi di consapevolezza possibili, ed esprimono una critica “radicale”, non riassorbibile, al sistema di potere e ai rapporti sociali dell’epoca, allora è necessario definire senza troppe imprecisioni cos’è la Rivoluzione, richiamando la definizione che ne ho dato in un saggio intitolato, appunto, Insurrezione e Rivoluzione.

Pur non essendo questo un trattato dedicato alla Rivoluzione, con tutta l’analisi storica che può comportare lo studio di un simile fenomeno di rottura (e ricomposizione in altra forma) dell’ordine sociale vigente, è bene definire cosa si intende per “rivoluzione”, prima di affrontare il tema dei Rivoluzionari di domani, delle loro caratteristiche e del loro rapporto con le masse.

E’ necessario, per andare un po’ di più in profondità nella questione, distinguere lo specifico fenomeno politico e sociale rivoluzionario, che investe ogni aspetto della vita associata dei singoli, da altri importanti fenomeni che hanno l’effetto di “infiammare” la società, di sconvolgerne (seppur nel breve) gli equilibri, di mettere alla prova la stessa tenuta sistemica, trattandosi di eventi in certi casi apparentemente simili o addirittura sovrapponibili al processo rivoluzionario, come l’Insurrezione.

Per Rivoluzione qui si intende, non un semplice cambio di governo, sia pure realizzato con metodi “non democratici” ed “extracostituzionali”, che mira alla sostituzione della dirigenza politica e di una parte di quella burocratica, ma una tappa fondamentale, un momento topico del lungo processo di Liberazione ed Emancipazione umana per il raggiungimento dell’autocoscienza, che supera l’ordine precedente ed instaura un nuovo ordine politico e sociale, nuovi rapporti sociali e di produzione stabiliti fra gli uomini.

La Rivoluzione rappresenta, perciò, un punto di rottura, un discrimine fra due mondi (prima Rivoluzione Francese e Ottobre Rosso in Europa, Rivoluzione Maoista in Asia, Rivoluzione Cubana in America, eccetera), il segnale che è in corso un vero e proprio “cambio di Evo”, essendo il cambiamento prodotto dalle inevitabili trasformazioni culturali che caratterizzano il corso storico e dalla stessa azione dei rivoluzionari.

L’effettivo momento di passaggio da un vecchio ad un nuovo modo di produzione sociale può essere rappresentato, o almeno accelerato, dalla Rivoluzione, un fenomeno per sua natura tridimensionale, contrapposto all’unidimensionalità insurrezionale alimentata dalla sola rabbia dei dominati, in quanto (A) dotato della necessaria profondità storica (il periodo di “incubazione” può durare decenni, o secoli), (B) guidato da una visione politica e sociale autenticamente alternativa a quella ancora dominante, (C) animato dalla coscienza e dalla determinazione dei rivoluzionari, vero “intelletto attivo del cambiamento e trasformativo dell’ordine esistente”, quando riescono ad incanalare positivamente in termini politici, sulla via del cambiamento e della trasformazione economico-sociale, la rabbia montante, l’odio che nasce dall’iniquità sistemica, la forza degli oppressi e delle masse soggette al potere vigente.

Non esiste un unico modello di Rivoluzione universalmente applicabile, e l’implosione del comunismo sovietico, nato da una Rivoluzione, non significa in alcun modo – come la propaganda liberal-liberista ha cercato di far credere in questi anni, mistificando – che la Rivoluzione stessa è morta insieme all’Unione Sovietica e al blocco geopolitico socialista, ma significa semplicemente che la via rivoluzionaria, in futuro, potrà seguire direzioni diverse da quelle e rivestire altre forme, non più leniniste, con esiti sociopolitici ben diversi.

Nessun momento rivoluzionario è mai uguale ai precedenti (ed ai successivi), così come le forze rivoluzionarie, cioè l’insieme degli agenti che trasformano la realtà e “disalienano” l’uomo, sono perfettamente immerse nel corso storico, quale più avanzata risultante delle precedenti trasformazioni antropologico-culturali, ma nel contempo concretamente esprimono, combattendo il sistema e le forze che cercano di perpetuarlo o semplicemente di riformarlo, la potenzialità connessa alla natura umana della “possibilità di scegliere e di opporsi” – anche contro lo stesso interesse personale e di classe del singolo – che è frutto dell’esercizio della ragione nel calcolo politico-sociale e l’esito della possibilità di critica.

Per definire la Rivoluzione in un modo sintetico ma efficace, non in contraddizione con i concetti che ho esposto in precedenza, si può ricorrere alle parole del filosofo Costanzo Preve:

«Se vogliamo usare il termine di rivoluzione nel solo modo corretto e non equivoco [ … ] e cioè di rivolgimento che attiene il funzionamento riproduttivo complessivo dell’intera struttura dei rapporti di produzione [ … ] allora ne consegue che nell’ultimo secolo in Europa (1912 – 2012) la sola ed unica rivoluzione sia stata quella russa del 1917.»

[Etica comunitaria, progresso e rivoluzione, Costanzo Preve intervistato su questi temi da Luigi Tedeschi]

Al massimo grado possibile di cambiamento storico e culturale, come sostiene il grande filosofo marxiano ed hegeliano Costanzo Preve, vi è il rivolgimento che attiene il funzionamento riproduttivo complessivo dell’intera struttura dei rapporti di produzione, e ciò vale, in estrema sintesi, ad esplicitare l’importanza del momento rivoluzionario, che si riverbera su ogni aspetto della stessa vita quotidiana (e dell’esperienza esistenziale) dei singoli.

Lungi dal rappresentare un semplice cambio di governo e/o un rinnovo forzato della “classe dirigente politica” (che potrebbero tranquillamente avvenire in seguito ad un golpe “nonviolento” e la nomina di un Monti alla guida dell’esecutivo), la Rivoluzione è la risultante storica di un processo articolato, che implica per sua natura significativi cambiamenti culturali e una rinnovata consapevolezza umana (o almeno della parte migliore e più avanzata dell’umanità , rappresentata dalla élite rivoluzionaria) nel lungo cammino verso l’autocoscienza e l’emancipazione.

Il momento rivoluzionario deve essere inteso quale momento culminante del cambiamento, di quel processo storico che si sostanzia in una profonda trasformazione dei rapporti sociali di produzione, e per conseguenza della stessa organizzazione sociale nel suo complesso.

La società non si rinnova mai nei suoi tratti essenziali per “gentile concessione” dei gruppi dominanti, mossi dal senso di responsabilità nei confronti dei sottoposti, guidati dall’”empatia” nei confronti del resto dell’umanità e disposti, perciò, a sacrificare una parte dei loro privilegi, o a ridimensionare progressivamente il loro potere.

La società si rinnova da cima a fondo soltanto attraverso la lotta, che può assumere forme estreme (“terrorismo”, rivolte violente, conseguenti e sanguinose repressioni sistemiche, eccetera), e gli assetti sociali mutano attraverso sconvolgimenti epocali dell’ordine costituito, fino a raggiungere il culmine della lotta stessa, il climax della “tragedia sociale”, rappresentato dalla Rivoluzione.

La Rivoluzione di Eugenio Orsoultima modifica: 2012-06-21T10:05:00+02:00da derosse
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3 pensieri su “La Rivoluzione di Eugenio Orso

  1. sottolineo,con piacere,l’affermazione,per me ineccepebile,della rivoluzione russa del 1917 come unica rivoluzione del 900,altrettanto concordo nel dire che non ha senso parlare di rivoluzione,senza riverbero sulla condizione esistenziale dei singoli,la futura rivoluzione dovra’ porre come traguardo una associazione di libere personalita’collaboranti al meglio per la comunita’ e per il loro sviluppo di individui,non atomi schiavizzati da uno stato burocratico.

  2. Aggiungerei la rivoluzione cinese. Ecco, la rivoluzione del 1917 e quella maoista del 1949, sono state le due principali rotture strutturali dell’intero novecento. In questo Mao Tse Tung, insieme a Lenin (e Trotsky), rappresenta il punto più alto della coscienza storica novecentesca a dispetto dei proclami sulla ”fine della storia” dei necrofili cantori delle economie neo-liberiste.

    Saluti, Stefano Zecchinelli !

  3. Per mirco
    Dopo aver dato una sommaria definizione della Rivoluzione quale fenomeno politico e sociale, nel prossimo post tratterò della distinzione fra I Rivoluzionari e le masse.

    Per Stefano Zecchinelli
    I fenomeni autenticamente rivoluzionari, nel novecento, non sono stati molti. Si contano sulle punte delle dita di una mano (Russia, Cina, Cuba i più importanti).

    Saluti

    Eugenio Orso

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