La Germania non è il centro imperiale dell’Europa di Eugenio Orso

E’ opinione di molti che l’attuale sconquasso nell’area europeo-mediterranea è determinato dalle politiche sovrane della Germania, che attraverso l’euro e l’Unione impone agli stati deboli politiche espropriative e immiserenti che distruggono l’industria di quei paesi, ne riducono i redditi, azzerano le conquiste pregresse del lavoro, e favoriscono l’industria tedesca (a partire dal manifatturiero), contribuendo a sostenere i redditi in Germania.

Quindi la Germania unificata dopo la caduta del muro di Berlino – errore storico che non si stigmatizzerà mai abbastanza – costituirebbe una sorta di “centro imperiale” europeo, o meglio una potenza regionale che sta riducendo alla fame, per mantenersi, i paesi più deboli del continente, e tutto questo con il supporto (ma sempre meno convinto e sicuro, parrebbe) della Francia.

Soltanto l’uscita dall’euro ed eventualmente anche da tutte le istituzioni europee unioniste potrebbe consentire di sottrarsi alla stretta mortale della Germania, e di non alimentare più, con il proprio sangue, la potenza industriale tedesca che cerca di mantenersi ad ogni costo, sterminando parte dell’Europa.

In pratica, lo stato sociale dei paesi mediterranei e meridionali deve essere smantellato per consentire alla Germania di mantenere le sue coperture sociali, l’industria manifatturiera del meridione d’Europa, con quella italiana in testa per importanza, deve essere annichilita per consentire a quella tedesca di non collassare sotto il peso della concorrenza asiatica ed emergente, i lavoratori greci, italiani, spagnoli devono essere rischiavizzati, perdendo qualsiasi tutela al limite minimo di sopravvivenza, per mantenere alti i salari e gli stipendi tedeschi.

Ed infine, i titoli del debito pubblico italiani e spagnoli devono pagare interessi cospicui, almeno al cinque per cento, per il vantaggio germanico e per mantenere bassi i tassi d’interessi pagati sul bund, suggerendo che lo “spread con il bund” non è uno strumento di dominazione e di esproprio delle Aristocrazie globali, cioè di una nuova classe dominante planetaria, ma della Germania sovrana “centro imperiale” in Europa.

Come conseguenza, però, anche l’euro non sarebbe una moneta “privata” sopranazionale, di cui beneficia la nuova classe dominante globale, ma una moneta principalmente tedesca imposta a molti paesi d’Europa.

Secondo questa visione, la catena di disastri greco, italiano, spagnolo, portoghese sarebbe stata provocata proprio dalla “politica imperiale” targata Bundesrepublik, fondata sulla moneta comune tedesca, e non tanto dagli appetiti statunitensi.

Per quanto io condivido le posizioni antieuro ed antiunioniste più spinte, ritenendo che l’Unione Europea è per noi un nemico spietato da abbattere, per quanto non nascondo il mio disprezzo per i tedeschi (mai come oggi forti con i deboli e deboli con i forti), ai quali auguro, come popolo e senza eccezione alcuna, di subire una sorte peggiore di quella riservata agli incolpevoli greci, non posso, però, condividere nella sostanza queste analisi.

La Germania contemporanea non è una “potenza imperiale” autonoma che si autodetermina e si confronta con le altre, nel mondo, mantenendo sotto il suo tallone molti popoli del vecchio continente, condannati al sacrificio per alimentare la sua potenza.

La Germania ha finora approfittato in modo spregiudicato degli assetti euro-unionisti, con lo scopo di salvarsi e scaricare il peso della crisi sui mediterranei e sugl’altri, ma la “classe dirigente” tedesca non è pienamente autonoma e sovrana nelle sue decisioni, perché deve sottostare come le altre all’ordine globale e alla catena di comando globalista.

In pratica, anche Merkel e Schäuble sono sub-dominanti politici del pari di quelli francesi, o spagnoli, o italiani, ed anche loro possono essere “sacrificati” e sostituiti dall’Aristocrazia globale, che non è certo interna alla Germania e non si riconosce in specifiche entità statuali.

Per la Bundesrepublik, che sta remando contro la stessa possibilità di salvezza del continente europeo, ed in definitiva di sé stessa, in un contesto globale completamente ostile, prospetto una sorte simile a quella riservata, oggi, ai paesi dell’Europa mediterranea.

Nell’affermare questo, mi rifaccio ad una mia ben precisa, personale concezione del capitalismo contemporaneo, quale nuovo modo storico di produzione sociale, ultimo nella celebre sequenza marxiana dei modi di produzione riadattata ai tempi: comunismo primitivo, o modo di produzione comunitario, schiavismo antico, feudalesimo, capitalismo del secondo millennio, capitalismo contemporaneo, e poi … si vedrà.

Ci sono due elementi da considerare, a proposito della “non-specialità” della Germania, che per ora sembra uscire quasi indenne dalle turbolenze economico-finanziarie, anzi, come affermano gli stessi media italiani che talora la prendono a modello (economico e produttivo), traendone qualche significativo vantaggio, vantaggio che però si rivelerà soltanto temporaneo e potrà soltanto ritardare il ridimensionamento dell’economia tedesca, e del suo peso nel commercio globale.

I due elementi da considerare sono i seguenti:

 

1) La progressiva distruzione, in Europa, di tutti i modelli capitalistici alternativi a quello liberista anglosassone “ereditati” dal novecento, modelli con aspetti dirigisti, con una forte presenza dello stato sociale, con un ruolo attivo in campo economico-produttivo e redistributivo del reddito affidato allo stato. Dirigismo, keynesismo, stato sociale, interevento statuale diretto nell’economia e redistribuzione dei redditi operata dagli stati sono d’ostacolo al mercato, e perciò, come tutti gli ostacoli, si devono rimuovere. Fra questi modelli “non conformi” al nuovo capitalismo, evolutosi a partire modello liberista anglosassone, accanto alla cosiddetta economia mista italiana c’è il capitalismo renano tedesco, e personalmente dubito che nel periodo medio-lungo (ma forse già nel medio periodo), se la storia proseguirà su questi binari, elementi consistenti di capitalismo renano potranno sopravvivere in Germania. Quindi, la stessa Germania, che per ora sembra relativamente al sicuro, dovrà essere completamente “normalizzata” e perdere quel tanto di sovranità nazionale, di “privilegi” e di specialità del suo modello capitalistico che conserva ancora, quando arriverà il suo turno. Un modo storico di produzione che diventa prevalente tende a fare tabula rasa di tutti gli altri che l’hanno preceduto, e quindi anche dei modelli (di capitalismo) “non più conformi” come quelli dell’Europa continentale. Il neocapitalismo non potrà tollerare a lungo (l’esperienza italiana di questi ultimi decenni lo insegna) la persistenza di vecchi modelli capitalistici, interpretati come ostacoli al suo sviluppo. Così è stato, ad esempio, per il dispotismo asiatico, distrutto dal colonialismo nel secondo millennio, e così è stato, in tempi recenti, per il collettivismo con lineamenti capitalistici di matrice sovietica. Mi limito a queste poche considerazioni, per brevità.

 

2) La creazione finanziaria del valore non può fermarsi, semmai deve subire continue accelerazioni. E’ un elemento strutturale del nuovo capitalismo così importante da sussumere anche la classica, marxiana estorsione del plusvalore dal lavoro nella tradizionale fabbrica capitalistica. Ho scritto sussumere (kantianamente come fece Marx), intendendo proprio un “concetto” più ampio (la creazione del valore azionaria, finanziaria e borsistica) che contiene in sé uno più piccolo, ma coerente (l’estorsione del plusvalore marxiana). Ciò implica la doppia sussunzione del lavoro e la sua svalutazione, e un simile fenomeno pare che riguardi non solo Italia, Grecia, Spagna, Portogallo, ma pur in minor misura la stessa Germania, che negli ultimi tempi ha realizzato incrementi occupazionali (sbandierati come un esempio da seguire dalla disgustosa stampa italiana) principalmente attraverso una maggior precarietà e le riduzioni dei costi. Ma ciò implica che entri in gioco anche un secondo elemento della struttura del nuovo capitalismo, che consente di accelerare ed estendere (in teoria, ma solo in teoria illimitatamente) questa necessaria creazione del valore: la crisi strutturale neocapitalistica. La crisi, quale elemento strutturale del capitalismo contemporaneo, aggredisce paesi e mercati sempre nuovi, si sposta come uno sciame di cavallette pronto a calare su campi e coltivi (e la metafora è calzante, per quel che abbiamo osservato negli ultimi anni). Gli effetti riproduttivi sistemici che ne conseguono sono almeno due: (a) si consente a Mercati & Investitori di creare nuovo valore attraverso la speculazione finanziaria (rating, debito pubblico alle stelle, alti tassi d’interesse sul debito, stretta sul bilancio dello stato, crollo dei consumi interni e dei redditi, compressione del manifatturiero, svendita di assets pubblici, eccetera) e (b) si sottomettono completamente gli stati nazionali, che perdono ogni traccia di sovranità residua (vedi, ad esempio, il caso italiano), imponendogli persino governi non eletti. La Germania non potrà sottrarsi, nel medio-lungo, e forse già nel medio periodo, alle stringenti necessità della creazione del valore azionaria, finanziaria e borsistica e agli effetti della crisi strutturale, intesa come sopra. Mi limito a scrivere questo, per brevità.

 

Spero di aver spiegato in modo sufficientemente chiaro, ancorché sintetico, il mio punto di vista e il perché io credo che la Germania, alla fine, nonostante la sua accettazione dell’ordine globale imposto e le sue evidenti corresponsabilità nel massacro di altri europei, seguirà la stessa sorte oggi riservata alle “cicale” mediterranee.

Non ci sarà alcun duraturo e spietato Quarto Reich.

La Germania non è il centro imperiale dell’Europa di Eugenio Orsoultima modifica: 2012-06-11T14:46:00+02:00da derosse
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12 pensieri su “La Germania non è il centro imperiale dell’Europa di Eugenio Orso

  1. Certo che la Germania non è un centro imperiale: non esiste un impero il cui suolo sia occupato da eserciti stranieri. E’ però il maggiore “subdominante” europeo, che contratta la sua posizione con la nazione dominante, gli USA, e che interagisce con essa e i suoi vari centri di potere nell’ambito della globalizzazione a guida USA.
    Dare addosso ai tedeschi (contro i quali io, personalmente, non ho proprio nulla) è sbagliato nella misura in cui lo si fa per evitare di chiamare in causa il principale responsabile della situazione attuale, gli USA.
    Al contempo, i paesi europei del Mediterraneo si trovano di fronte come avversario più prossimo, anche se non principale, proprio la Germania: la quale, com’è naturale, sfrutta a proprio vantaggio e a loro danno il proprio maggior margine di autonomia e di forza relativa.
    Non sono in grado di esprimere un parere sensato sulle sue previsioni sul trend economico e le sue conseguenze. Se lei ha ragione, la Germania sega il ramo su cui siede, e nel futuro si troverà di fronte a una espropriazione della sua quota di sovranità. Può essere benissimo. Fatto sta, che per ora la Germania espropria la sovranità politica, giuridica ed economica degli altri paesi della UE. In poche parole, rileva quote della porzione di sovranità (relativa, decrescente) di quesi paesi, e facendo questo si scontra sia con essi, sia con gli USA, che di quei paesi sono i “principali azionisti”.
    Ogni volta che un italiano, per esempio, compra una Mercedes, contribuisce al sistema sanitario tedesco, che si alimenta in buona parte con l’imposta sul valore aggiunto. Negli ultimi dieci anni, la quota di export della Germania è raddoppiata (dal 30 al 60%) . In UE, i beni esportati sono esenti da IVA nel paese esportatore, sottoposti a IVA nel paese importatore: ecco come mai il sistema sanitario tedesco è in attivo di 18 miliardi di euro.
    Il principale problema, a mio avviso, è la contraddizione tra l’euro, che viene usato dalla Germania come moneta imperiale, e il fatto nudo e crudo che la UE non può essere un impero, nè lo sarà mai finchè non sarà affrontato il problema della presenza USA in Europa.
    Il tentativo di trasformare l’euro in una moneta mondo su un piano di parità con il dollaro e altre valute, progettato per esempio da D. Strauss-Kahn quando dirigeva il FMI, è finito con il suo più importante sostenitore.

  2. Credo di aver spiegato la mia posizione scrivendo i punti 1 e 2 di questo post, i quali, pur in modo estremamente sintetico, dovrebbero far capire dove porta la mia analisi.
    Se pensiamo all’Unione europide come ad un grande campo di concentramento di popoli (“prigione dei popoli” peggio di quella di zarista memoria), la Germania può essere il kapò che massacra gli altri prigionieri pur di salvare se stessa … ma alla fine, quando non sarà più utile in qualità di aguzzino alla classe neodominate, potrà fare la stessa fine delle vittime sulle quali si è accanita.
    Per quanto rigurada i crucchi, per me sono tutti corresponsabili delle sofferenze degli altri europei.
    Mi dolgo che i sovietici, nel ’45, non siano riusciti ad invadere tutta la Germania, risolvendo magari per le “vie brevi” una volta e per tutte il problema tedesco (il buon Stalin avrebbe saputo come fare e avrebbe avuto i mezzi per farlo, vedi kulaki prima e cosacchi poi).

    Saluti

    Eugenio Orso

  3. Infatti lei si è spiegato benissimo.
    Quanto al suo augurio di sterminio ai “crucchi”, e di Endlosung del “problema tedesco”, che cosa le posso dire?
    Di solito, chi scrive questo genere di cose non le ha mai viste accadere nella realtà, e tacitamente confida che le sue parole non si tradurranno mai in atti; mentre chi le ha viste e magari fatte, di solito non lesina nell’uso degli eufemismi.
    Io da giovane ho preso parte alla missione italiana in Libano, ho visto una guerra civile, e mi è bastata; sentir parlare come parla lei mi fa venire i brividi.

  4. Belle parole.
    Queste le usano anche i giornalisti dell’apparato massmediatico quando diffondono “ventate” di pacifismo strumentale.
    Sta di fatto che probabilmente l’Europa oggi sarebbe in condizioni migliori, senza i tedeschi, ma non voglio insistere oltre …
    Bene.
    Allora lasciamo che i crucchi continuino a comprarsi le audi di grossa cilindrata (non però per molto) mentre oltre trecencinquantamila bambini, in Grecia, fanno la fame, o quasi, e in Spagna la disoccupazione è ben oltre il 20% … tanto, chi può fermarli (solo il rating, temo, quando sarà il loro momento).
    Con la “pace” e la (loro) democrazia andremo tutti verso la schiavitù o verso la tomba …

  5. piuttosto che i tedeschi sterminerei tutti gli italiani!
    i tedeschi almeno stanno dalla loro parte e difendono i loro interessi, consapevoli o meno, gli italiani sono i soliti lavativi, che subiscono il destino senza interessarsene.
    Pronti a scendere in piazza solo in caso che la loro squadra di calcio venga penalizzata a seguito di un palese imbroglio sportivo.
    almeno i greci, che sono solo 10 milioni lanciano ogni giorno un messaggio chiaro: Ci Siamo! se proprio volete fregarci dovete passare sul nostro cadavere!
    Gli italiani sono troppo concentrati su mariadefilippi, il calcio e non so cos altro visto che non vivo piu’ nel vs squallido paese.
    Prima di parlare di altri paesi e popoli, s;inizi a guardare in casa propria.
    Spagnoli ed italiani dovrebbero essere sterminati dalla faccia della terra, domani stesso e nessuno se sentirebbe la mancanza.
    Tolti 60 milioni di inutili individui, compresi monti, i politici e la ‘classe dirigente italiota’ il mondo intero potrebbe pensare meglio a qualcosa di serio per organizzarsi in maniera piu’ ottimale.

  6. Sono stufo delle santificazioni della presunta efficienza (neo)capitalistica tedesca, della leggenda di una Germania “seria”, ordinata, organizzata, eccetera, eccetera.
    E’ facile mantenere redditi e occupazione contribuendo a depredare e massacrare altre popolazioni, ed è esattamente quello che stanno facendo i tedeschi, per ora sotto l’ombrello dell’Aristocrazia globalista.
    Per quanto riguarda le condizioni in cui versa la popolazione italiana, me ne occupo da parecchio tempo, e su questo tema ho scritto anche un libro (pubblicato da Petite Plaisance), dal titolo Alienazioni e uomo precario.
    Il discorso qui non riguarda tanto l’Italia, le deplorevoli condizioni culturali in cui versa la sua popolazione, quanto il ruolo che attualemente giocano i crucchi nell’ unione europoide.
    I tedeschi – maledizione d’Europa – hanno dato un rilevante contributo alla distruzione del vecchio continente quale centro del mondo, durante il novecento.
    Due guerre mondiali lo testimoniano.
    Ottusi, ex guerrieri e spocchiosi “ricchi”, vili, egoisti, odiosi, questo sono e così li giudicano molti popoli europei.
    La Germania, o meglio, il governo della criminale-stragista Merkel e del suo complice eurogruppenführer Schäuble, ha contribuito a condannare a morte i greci, e lo stesso farà con gli spagnoli, con i portoghesi, con gli italiani, e con qualsisasi altra popolazione europea pur di salvarsi ancora per un po’.
    Ma alla fine (e non credo che ci vorranno decenni, semmai qualche anno) toccherà anche a loro.
    Il problema grave non è che toccherà anche agli stramaledetti crucchi, ma che prima collasseranno molti altri paesi, fra i quali l’Italia, e molte popolazioni saranno ridotte alla fame.
    I tedeschi contribuiscono ad affossare definitivamente l’Europa, ma questa volta non con guerre tradizionali per allargare il loro spazio vitale, perchè questa volta – sottomessi alla Lex de imperio ultraliberista dell’Aristocrazia globale, ligi alle dinamiche neocapitalistiche – lo fanno con il ricatto, l’euro tedesco, l’unione europoide, il debito pubblico, scaricando sugli altri anche i costi e le responsabilità che altrimenti dovrebbero assumersi.
    Ribadisco che mi spiace molto (ma con il senno di poi è facile …9 che il buon Stalin non abbia occupato tutta le Germania e portato a soluzione finale il problema tedesco.

    Infine, a tutti quelli che amano tanto i crucchi e la cruccheria consiglio di andarci a vivere … chissà come li tratterà quella popolazione odiosa e vigliacca.

    Eugenio Orso

  7. Lei scrive: “E’ facile mantenere redditi e occupazione contribuendo a depredare e massacrare altre popolazioni”

    No: non è “facile”. E’ moralmente riprovevole, ma è difficile. E’ più facile essere depredati e massacrati, purtroppo.

  8. Concordo in pieno con l’analisi del compagno Eugenio Orso, sempre molto preciso e puntuale. Posso compendiare la mia posizione sull’argomento in questi tre punti fondamentali:

    (1) Gli Stati Uniti hanno, fin da subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, cercato di imporre all’Europa il proprio modello capitalistico: il managerialismo. L’Europa ha reagito contrapponendogli il keynesismo sociale (da non confondere assolutamente con il keynesismo militaristico), per ciò che riguardava le politiche economiche, e con un progetto imperialistico indipendente (che era il piano di De Gaulle) per arginare l’espansionismo Usa. Il keynesismo sociale è stato brutalmente sconfitto (senza nessuna possibilità di ritornare al passato) e l’imperialismo europeo vacilla.

    (2) Se nel periodo 1945-1989 l’obiettivo Usa era la distruzione dell’Urss adesso, la principale potenza imperialistica, deve impedire la formazione di blocchi egemonici che non rientrano nel Nuovo Ordine Mondiale da lei pianificato. Questo processo non necessita soltanto dell’imposizione del suo sistema economico-sociale ma delle completa subordinazione militare dell’Europa. Ripeto ancora una volta: le potenze NATO si muovono su procura degli Stati Uniti.

    (3) Il neo-liberismo è inscindibile dalla militarizzazione del mondo che diventa, allora, parte integrante dell’imperialismo contemporaneo, a dispetto di democrazia e libertà politiche (fine della vecchia democrazia borghese).

    Su questi punti fondamentali devono concentrarsi, oggi, i movimenti anticapitalisti, avanzando rivendicazioni transitorie (e quindi che mettano in discussione la legittimità del sistema stesso) come – solo per fare un esempio – una petizione popolare che chieda lo scioglimento della NATO.

    Mesi fa ho scritto questo lungo articolo sull’argomento: http://zecchinellistefano.blogspot.it/2012/04/la-parabola-dellimperialismo-europeo.html

  9. Ringrazio il compagno Stefano Zecchinelli per le sue precisazioni.
    Aggiungo che gli Stati Uniti d’America, in quanto complesso militar-industriale-finanziario e in quanto “dollaro”, sono essi stessi uno strumento nelle mani della nuova classe globale dominante, e che perciò sarebbe meglio parlare, oggi, non del vecchio imperialismo magistralmente indagato (e combattuto sul campo) dal grande Lenin, ma di “Imperialismo finanziario privato”, che come tale non si sostanzia in una ben precisa entità statuale e geopolitica.

    Saluti

    Eugenio Orso

  10. Sempre interessanti le analisi che fai.
    Le proposte di cambiamento mi convincon meno. Anzi continuo a non capire quali siano. Sterminare con violenza chi ci opprime è sicuramente una possibilità, che non garantisce (come la storia insegna) il risultato di non cascare in altre dittature politiche od economiche. Inoltre se questa possibilità di rovesciamento è posta alla fine dei tempi, mi sembra più un
    tempo messianico dove io non ci sarò, perchè sarò morta da tempo.

    Questa dittatura economica, ci avvolge come una nebbia e si manifesta
    non solo nei Monti al governo; punte di iceberg simboliche.
    Sono le relazioni di sfruttamento giornaliero, ad essere difficili da contrastare. Dove vado a comprare il cibo? Se ho dei risparmi dove li metto? Quale tipo di lavoro posso accettare senza prostituirmi o morire di fame? In che modo esercito il potere nelle mie relazioni sociali e affettive? Tu che fai al riguardo?
    Scusa, sono una donna, e sono più interessata alla pratica che ai grandi sistemi.

    egle

  11. No.
    Non mi riferisco al tempo messianico “della rivelazione religiosa”, alla fine di tempi biblica o a simili cose.
    Faccio un po’ di chiarezza in proposito.
    Ci sono tre dimensioni temporali.
    Quella che riporta alla vita dei singoli, che è molto breve e si misura in decenni, e in questa si compie l’esperienza esistenziale di ciascuno.
    Quella che fa riferimento ai tempi cosiddetti storici, e perciò misura in secoli la “vita” dei modi di produzione e delle formazioni sociali, trattandosi di una dimensione temporale che contiene l’esperienza esistenziale di più generazioni (e di molti milioni di singoli).
    Quella che riguarda il pianeta e riporta ai “tempi geologici” – dall’archeano fino ai giorni nostri, definiti da qualcuno “età del silicio” – che si misura in centinaia di milioni/ miliardi di anni e che noi, come singoli la cui esperienza di vita dura pochi decenni, non riusciamo neppure a concepire, pur potendola misurare e potendola ridurre al celebre “anno della terra” (miliardi di anni rapportati ad un solo anno, per comprendere meglio).
    Le prime due, per ovvi motivi, sono le dimensioni temporali che qui ci interessano.
    I cambiamenti storici possono richiedere molti decenni, od anche un secolo e più di un secolo, ed è certo che il corso della storia non rispetta le nostre aspirazioni, i nostri desideri individuali, le nostre attese.
    Vedremo il “mondo nuovo”, cara egle?
    Per quanto mi riguarda sono un po’ dubbioso, avendo già 54 anni.
    Tuttavia è possibile che un evento eccezionale – politico, economico, sociale, bellico o naturale – di grande portata acceleri il cambiamento, ed apra a nuove possibilità.
    La storia non è scritta e i tempi storici possono riservarci molte sorprese, o possono accorciarsi in seguito ad eventi imprevisti.
    Per quanto riguarda l’ordine neocapitalistico che ci toglie prospettive di lavoro dignitoso, di reddito sufficiente, di miglioramento futuro delle condizioni di vita, purtroppo in queste condizioni si deve ammettere che non possiamo sottrarci.
    Il potere oggi l’hanno loro integralmente.
    Non si può pensare di difendere efficacemente, da soli, i piccoli risparmi contro l’esproprio in atto, oppure di difendere il proprio posto di lavoro con successo mentre pianificano i licenziamenti di massa (Fornero).
    La stessa IMU sulla prima casa, che è un esempio lampante di una patrimoniale sui poveri, potrebbe non essere pagata, ma poi loro con la coercizione, la minaccia, il ricatto e la violenza procederanno agli espropri (Equitalia + forze di sicurezza armate se necessario).
    Fino a qualche giorno fa c’era la sia pur piccola speranza che una vittoria, in Grecia, dei “meno europeisti” (per Syriza non parlerei di antieuropeismo, come hanno cercato di far credere i media), avrebbe potuto creare difficoltà alle élite globaliste-eurounioniste e mettere in discussione le politiche strangolanti imposte agli stati.
    Così purtroppo non è stato, e non credo che un cambiamento di rilievo possa partire nel breve dalla Spagna, in grande difficoltà, dalla Francia della tremebonda figuretta revisionista-social liberale di Hollande, e men che meno dall’Italia, paese completamente soggiogato e prostrato.
    Si dovrà resistere sperando che qualche “singolarità”, qualche evento imprevisto di eccezionale gravità riesca a compromettere la solidità sistemica e i meccanismi riproduttivi neocapitalistici.
    Nel breve-medio periodo, al momento, non vedo altre possibilità.

    Saluti

    Eugenio Orso

  12. Grazie della risposta: la tua lucidità e chiarezza anche se non
    fanno sparire la nebbia, almeno puntano i fari sull’obbiettivo.
    Io ho una concezione tragica della vita, nel senso classico. Non credo,
    di avere le forze e non ho più (vista la mia età, 52 anni) l’arroganza
    di voler cambiare il mondo. Gli eventi eccezionali, certo
    potrebbero accadere, i “cigni neri” sono sempre esistiti, ma come il
    tempo meteorologico posso solo accettarlo e verificarlo a posteriori.

    Quello che mi è intollerabile è la rassegnazione, porta della depressione
    e divoratrice di energia. Una microresistenza quotidiana, uno stanare le servitù quotidiane e se possibile sottrarmi sempre e ovunque quando è
    possibile ai meccanismi di vassallaggio. Confidare nella risata e nella
    leggerezza delle relazioni come sfida alla pesantezza e ai cadaveri che
    ci stanno governando e massacrando. Certa che questo non renderà cristallina l’acqua della palude, inutile esercizio della mia vitalità per il
    semplice piacere di essere viva.
    egle

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