Indignati e grillini, rivolta e Rivoluzione. Discussione via mail con Cesare Allara

Lo scritto di Cesare Allara UN’OFFERTA SPECIALE. Note sul Movimento 5 Stelle, da me pubblicato in Pauper class il 29 maggio preceduto da un mio breve “cappello” [http://pauperclass.myblog.it/archive/2012/05/29/un-offerta-speciale-note-sul-movimento-5-stelle-di-cesare-al.html?c], ha aperto un piccolo dibattito fra Cesare Allara e il sottoscritto, un dibattito che conviene riportare nel blog, in quanto non ci si limita a discutere della questione Grillo/ M5S, ma la discussione abbraccia anche il cosiddetto movimento degli indignati, le possibili rivolte e quel “oggetto misterioso” (ma non tanto misterioso) che è la Rivoluzione, che oggi nei circuiti di disinformazione sistemica si fa credere ampiamente e storicamente superata, improponibile, “fuori moda”, se autentica, e si pubblicizza, si supporta mediaticamente (con ampio corredo di menzogne) solo se inautentica, cioè “colorata”, in difesa “dei diritti umani”, per la (liberal)democrazia occidentale.

 

Inizio con il testo della mia prima mail ad Allara, proseguo pubblicando la sua cortese ed articolata risposta, e concludo con la mia “controrisposta” finale, precisando che su alcune questione essenziali, come risulta dal piccolo dibattito intavolato per posta elettronica e di seguito riportato, Cesare Allara e io ci troviamo d’accordo.

 

1) Mia e-mail a Cesare Allara del 29 maggio

Ringrazio dell’invio (dell’articolo UN’OFFERTA SPECIALE. Note sul Movimento 5 Stelle).

Lo leggerò con sicuro interesse – dato l’argomento e la situazione politica in cui ci troviamo – e dopo averlo letto e ponderato, provvisto di un breve cappello introduttivo (lei dovrà accettare “sportivamente” qualche piccola critica), lo pubblicherò sul mio Pauper class, perchè sono disposto a presentare, nel mio blog personale, opinioni diverse in merito al fenomeno del grillismo/M5S.

La mia opinione, a riguardo di questo specifico fenomeno, non è “feroce” come quella che riguarda il movimento degli Indignados/Occupy – da me definiti in molte occasioni “utili idioti” vittime del “pacifismo strumentale” sistemico, ma personalmente ritengo che partecipando al rito elettorale, il movimento grillesco diventerà del tutto interno al sistema, e quando e se arriverà in parlamento (stante che le politiche, dalla fine dello scorso anno, sono state sospese sine die) sarà inevitabilmente edulcorato, “normalizzato”, assorbito, oppure frantumato in schegge parlamentari, o addirittura estinto.

Il sistema è onninvasivo, ed in forza della sua stessa natura antietica, corrompe e “normalizza”.

Con altre parole, giocando secondo le regole sistemiche, come fanno i grillini, non si arriverà da nessuna parte, perchè il vero antagonismo deve stare sempre fuori e contro, non cercando di riformare/revisionare l’irriformabile, ma rompendo gli schemi, scompaginando, disarticolando gli anelli deboli della catena di comando nemica.

Teniamo conto del fatto, inoltre, che dalla putrefazione della liberaldemocrazia è nata da poco una nuova forma di governo (la quale, dati i casi sperimentali di Grecia e Italia, con Papademos e Monti, ne ha dignità): la Dittatura indiretta globalista, espressa da un governo dittatorial-direttoriale deciso dalla Global class, attraverso le sue articolazioni sopranazionali europee, ed affidato ad un Quisling locale.

Questa forma di governo – applicata in un primo tempo “ad intermittenza” – mette definitivamente al sicuro la decisione politico-strategica che conta, sottraendola definitivamente ad un sia pur manipolato, plagiato ed estorto “consenso popolare”, espresso attraverso le forme e i riti liberaldemocratici. 

In tale contesto, ben poco faranno i grillini, nati oltretutto non dalla concreta realtà sociopolitica (nelle fabbriche supersiti, nei quartieri, nelle scuole), ma nel mondo virtuale dei contatti, nella blogosfera del viaggio di milioni di avatar fra milioni di pagine, nell'”etere” (come si sarebbe detto un tempo).

Non è un caso che i grillini hanno proposto di sottoporre al vaglio della “democrazia diretta” le decisioni di Beppe Grillo, come quella recente di non presentarsi in TV (lui escluso, naturalmente), ma attraverso una votazione nel loro blog di origine, e non nel mondo reale fatto di carne e di sangue!

Affermo quanto precede con un po’ di imprudenza, ancor prima di leggere il suo scritto (ho da poco aperto la mail), che leggerò con attenzione e interesse in mattinata.

 

2) E-mail di Allara del 4 giugno

Gent. Dott. Orso,

         la ringrazio per l’attenzione e rispondo alle sue osservazioni.

         Concordo sul fatto che il movimento degli indignados/occupy e il movimento di Beppe Grillo sono due cose diverse, perché agiscono su due piani diversi.

         Mi sembra che il movimento degli indignados è composto da ragazzi che pagano sulla loro pelle questa fase del capitalismo: disoccupazione, lavoro precario, salari da fame, nessuna possibilità di progettare una vita normale. Questo movimento essendo privo di qualsiasi memoria storica, non ha capitalizzato le esperienze di lotta passate, ma ha ricominciato da zero. Soprattutto non ha afferrato che oggi il capitalismo non può che offrirgli altro se non ciò che gli sta offrendo. Non ha capito che non sono più possibili compromessi socialdemocratici di redistribuzione della ricchezza prodotta, compromessi figli di un’altra epoca ormai praticamente estinta di cui tuttavia permangono ancora alcune residue tracce, che però sono in via di rapida estinzione (welfare). A questo proposito, la banda Draghi, Monti, eccetera, ha ripetutamente detto che l’Europa, l’Italia, non si possono più permettersi tali spese. Per questi limiti, il movimento ha avuto vita breve. E’ da sperare che questa esperienza sia servita perlomeno  a far maturare politicamente questi ragazzi.

         Il M5S, come ho avuto modo di dire sul precedente articolo, nasce come critica alla gestione del sistema capitalistico, il quale sistema sarebbe di per sé  buono, ma il problema starebbe nel fatto che in Italia è gestito da gente corrotta e incompetente, non all’altezza dei tempi. Non c’è dubbio che la classe politica italiana sia da buttare in toto nell’indifferenziata, ma volendo prendere sul serio le parole di Grillo  contro l’euro e contro il pagamento del debito non considerandole solo figlie della  propaganda elettorale, mi sembra di capire che oggi Grillo si sta accorgendo che il problema sta anche nel sistema. E forse si sta anche accorgendo che nei paesi occidentali le contrapposizioni destra/sinistra, democratici/ repubblicani,  conservatori/laburisti sono solo un utile strumento “democratico” di controllo e dominio del capitale sulle classi popolari.

         E’ difficile fare pronostici precisi sul M5S perché le variabili da considerare sono infinite e non dipendenti solamente dalla volontà di Grillo e dei suoi attivisti, ma di una cosa sono convintissimo, sperando di non essere smentito fra qualche minuto dagli eventi. La forza del M5S risiede tutta nel fatto di essersi posizionato al di fuori e contro il teatrino centrodestra vs centrosinistra e fuori dalla dicotomia destra/sinistra. Il giorno che questo posizionamento dovesse venir meno, o con accordi nazionali con i partiti tradizionali o attraverso una migrazione massiccia di eletti grillini verso i partiti suddetti, per il M5S sarebbe la fine.

         Vorrei brevemente fare ancora alcune osservazioni sul fatto che a fronte di un impoverimento generale della stragrande maggioranza della popolazione non corrisponde una reazione adeguata delle persone colpite. Certamente la propaganda del sistema per addormentare i cervelli è ed è stata micidiale. Basta ricordarsi dell’introduzione dell’euro, la più grande truffa del secolo, che in un sol giorno riuscì a dimezzare il potere d’acquisto di pensioni e salari. Ebbene, quell’operazione passò con il consenso anche delle vittime che furono convinte, e ancora adesso lo sono, che senza l’euro sarebbero capitate cose assai  peggiori.

         A mio avviso, la popolazione, o una parte di essa, si ribella quando si incrociano almeno due fattori. Da una parte se constata che non esiste proprio più alcuna speranza di cambiamento della propria condizione di vita, e dall’altra quando viene lesa profondamente la dignità di essere umano, ma è soprattutto quest’ultimo il fattore determinante. Per fare un esempio, ricordo come nel 1969, in un  reparto di lastroferratura della FIAT Mirafiori la rivolta scoppiò perché a un operaio della produzione a catena che aveva chiesto una pausa per andare urgentemente al gabinetto, fu rifiutato il cambio e se la fece addosso. Occorre precisare che nel 1969, a differenza di oggi, la ricchezza prodotta da redistribuire era largamente presente, ma mi permetto di sottolineare ancora il fattore dignità della persona.

         Per quanto riguarda la rivoluzione, mi sembra che siano assenti almeno tre fattori determinanti per la sua realizzazione: la prospettiva, un programma credibile e fattibile nell’immediato e una leadership. Occorre infine avere  sempre presente che nel Novecento fino ai giorni nostri vi è stata una sola rivoluzione in Europa, quella sovietica, che, pur mettendoci tutta l’immaginazione possibile, non mi sembra attualmente ripetibile. Né penso neanche che una rivoluzione possa attuarsi in prima battuta con la scheda elettorale. Penso più a una rivoluzione culturale che ha certo dei momenti di scontro nelle piazze perché, come capita in tutte le parti del mondo, di solito chi siede da tempo sugli scranni del potere non ha intenzione di farsi detronizzare facilmente. Sto pensando con tutta evidenza  alla rivoluzione bolivariana del Venezuela, dove il presidente eletto ha superato tutte le prove elettorali e ha saputo resistere a un colpo di Stato nel 2002, rimesso sulla poltrona dal popolo sceso nelle piazze.

         In Italia, credo che per la rivoluzione occorrerà aspettare perché mancano i tre elementi elencati più sopra, ma il limite di sopportazione per quanto riguarda la dignità della persona è già stato superato.

Torino, 1 giugno 2012

Cesare Allara

 

3) Mia e-mail a Cesare Allara del 4 giugno

Ricevo la risposta e vista l’importanza della questione – la Rivoluzione, da lei chiamata opportunamente in causa, ma che oggi sembra impossibile, o, come si fa credere, “anacronistica” – farei la seguente cosa: pubblicherei sul mio sito le sue osservazioni e le mie “controsservazioni” sul fenomeno rivoluzionario e sulla sostanza del cosiddetto movimento Indignados/ Occupy, lasciando questa volta fuori il “grillismo” – almeno per quanto riguarda il mio intervento finale – del quale si è già discusso e sul quale lei ritorna brevemente. Il tutto lo titolerei “Indignati e grillini, rivolta e Rivoluzione”.

Sul movimento degli indignati e sulle sue differenze con i due grandi movimenti di massa che lo hanno preceduto – Pacifismo e Altermondismo, oggi praticamente defunti – ha scritto qualche pagina brillante Costanzo (Preve).

Secondo Costanzo gli indignati hanno compreso qualcosa in più dei loro predecessori pacifisti e no-global, perchè hanno individuato il vero nemico nelle “banche”, cioè nel capitale finanziario esaltato e autonomizzato nei contesti neocapitalistici.

Ma questo non basta, purtroppo, perchè non si va oltre la generica consapevolezza del problema, sbraitando a casaccio contro le banche e contrapponendo, di fatto, un capitalismo “buono”, produttivo, ad uno cattivo con l’anima finanziaria.

Si dovrebbe, invece, analizzare a fondo il Nemico Principale che utilizza come strumento di dominazione ed esproprio il capitale finanziario, simboleggiato icasticamente, per indignati vari schiamazzanti e “campeggiatori” in Zuccotti Park, dalle solite banche sotto accusa. 

Anche sulla questione del nemico, e della sua individuazione, Costanzo ha scritto un ottimo saggio, in passato – Finalmente, l’atteso ritorno del nemico principale -prendendo spunto da una frase di de Benoist.

Sbraitare contro le banche, che diventano un obiettivo troppo generico e vago, per poter essere individuato con buona approssimazione e colpito, non porterà risultati tangibili, “non lascerà il segno”, come è accaduto per i predecessori pacifisti e altermondisti, i primi ad invocare una pace impossibile (quasi in forma di supplica al potere, quando non a “senso unico”), e i secondi a predicare genericamente “un altro mondo possibile”, una globalizzazione “buona”, contrapposta a quella cattiva economico-commerciale, ed in definitiva impossibile.

 

Lei afferma che la popolazione si ribella quando si incrociano due fattori: 1) non c’è più speranza di cambiare (in meglio) le condizioni di vita (comprese quelle economiche, naturalmente) e 2) quando si lede profondamente la dignità dell’essere umano.

Io affermo da tempo, non in contraddizione con quanto sostiene lei, nella sua risposta, che la reazione delle masse-pauper si avrà quando a) la compressione materiale e quella b) psicologica dei dominati oltrepasserà una certa soglia, perché l’impoverimento di massa e la distruzione delle aspettative di vita future non potranno continuare all’infinito, senza provocare reazioni diffuse, sia pur soltanto di natura insurrezionale.

 

Lei sostiene che la Rivoluzione, per concretarsi, necessita di tre fattori determinanti: 1) la prospettiva, 2) un programma credibile e fattibile nell’immediato e 3) una leadership.

La mia tesi, a riguardo della Rivoluzione, è la seguente (e l’avverto che sarò alquanto prolisso, visto l’argomento, pur trattandosi di una semplice mail …):

Se i rivoluzionari sono gli agenti della Rivoluzione, coloro che la fanno ai diversi gradi di consapevolezza possibili, ed esprimono una critica “radicale”, non riassorbibile, al sistema di potere e ai rapporti sociali dell’epoca, allora è necessario definire senza troppe imprecisioni cos’è la Rivoluzione, richiamando la definizione che ne ho dato in un saggio intitolato, appunto, Insurrezione e Rivoluzione.

Pur non essendo questo un trattato dedicato alla Rivoluzione, con tutta l’analisi storica che può comportare lo studio di un simile fenomeno di rottura (e ricomposizione in altra forma) dell’ordine sociale vigente, è bene definire cosa si intende per “rivoluzione”, prima di affrontare il tema dei Rivoluzionari di domani, delle loro caratteristiche e del loro rapporto con le masse.

E’ necessario, per andare un po’ di più in profondità nella questione, distinguere lo specifico fenomeno politico e sociale rivoluzionario, che investe ogni aspetto della vita associata dei singoli, da altri importanti fenomeni che hanno l’effetto di “infiammare” la società, di sconvolgerne (seppur nel breve) gli equilibri, di mettere alla prova la stessa tenuta sistemica, trattandosi di eventi in certi casi apparentemente simili o addirittura sovrapponibili al processo rivoluzionario, come l’Insurrezione.

Per Rivoluzione qui si intende, non un semplice cambio di governo, sia pure realizzato con metodi “non democratici” ed “extracostituzionali”, che mira alla sostituzione della dirigenza politica e di una parte di quella burocratica, ma una tappa fondamentale, un momento topico del lungo processo di Liberazione ed Emancipazione umana per il raggiungimento dell’autocoscienza, che supera l’ordine precedente ed instaura un nuovo ordine politico e sociale, nuovi rapporti sociali e di produzione stabiliti fra gli uomini.

La Rivoluzione rappresenta, perciò, un punto di rottura, un discrimine fra due mondi (prima Rivoluzione Francese e Ottobre Rosso in Europa, Rivoluzione Maoista in Asia,Rivoluzione Cubana in America, eccetera), il segnale che è in corso un vero e proprio “cambio di Evo”,essendo il cambiamento prodotto dalle inevitabili trasformazioni culturali che caratterizzano il corso storico e dalla stessa azione dei rivoluzionari.

L’effettivo momento di passaggio da un vecchio ad un nuovo modo di produzione sociale può essere rappresentato, o almeno accelerato, dalla Rivoluzione, un fenomeno per sua natura tridimensionale, contrapposto all’unidimensionalità insurrezionale alimentata dalla sola rabbia dei dominati, in quanto (A) dotato della necessaria profondità storica (il periodo di “incubazione” può durare decenni, o secoli), (B) guidato da una visione politica e sociale autenticamente alternativa a quella ancora dominante, (C) animato dalla coscienza e dalla determinazione dei rivoluzionari, vero “intelletto attivo del cambiamento e trasformativo dell’ordine esistente”, quando riescono ad incanalare positivamente in termini politici, sulla via del cambiamento e della trasformazione economico-sociale, la rabbia montante, l’odio che nasce dall’iniquità sistemica, la forza degli oppressi e delle masse soggette al potere vigente.

Non esiste un unico modello di Rivoluzione universalmente applicabile, e l’implosione del comunismo sovietico, nato da una Rivoluzione, non significa in alcun modo – come la propaganda liberal-liberista ha cercato di far credere in questi anni, mistificando – che la Rivoluzione stessa è morta insieme all’Unione Sovietica e al blocco geopolitico socialista, ma significa semplicemente che la via rivoluzionaria, in futuro, potrà seguire direzioni diverse da quelle e rivestire altre forme, non più leniniste, con esiti sociopolitici ben diversi.

Nessun momento rivoluzionario è mai uguale ai precedenti (ed ai successivi), così come le forze rivoluzionarie, cioè l’insieme degli agenti che trasformano la realtà e “disalienano” l’uomo, sono perfettamente immerse nel corso storico, quale più avanzata risultante delle precedenti trasformazioni antropologico-culturali, ma nel contempo concretamente esprimono, combattendo il sistema e le forze che cercano di perpetuarlo o semplicemente di riformarlo, la potenzialità connessa alla natura umana della “possibilità di scegliere e di opporsi” – anche contro lo stesso interesse personale e di classe del singolo – che è frutto dell’esercizio della ragione nel calcolo politico-sociale e l’esito della possibilità di critica.

Per definire la Rivoluzione in un modo sintetico ma efficace, non in contraddizione con i concetti che ho esposto in precedenza, si può ricorrere alle parole del filosofo Costanzo Preve:

«Se vogliamo usare il termine di rivoluzione nel solo modo corretto e non equivoco [ … ] e cioè di rivolgimento che attiene il funzionamento riproduttivo complessivo dell’intera struttura dei rapporti di produzione [ … ] allora ne consegue che nell’ultimo secolo in Europa (1912 – 2012) la sola ed unica rivoluzione sia stata quella russa del 1917.»

[Etica comunitaria, progresso e rivoluzione, Costanzo Preve intervistato su questi temi da Luigi Tedeschi]

Al massimo grado possibile di cambiamento storico e culturale, come sostiene il grande filosofo marxiano ed hegeliano Costanzo Preve, vi è il rivolgimento che attiene il funzionamento riproduttivo complessivo dell’intera struttura dei rapporti di produzione, e ciò vale, in estrema sintesi, ad esplicitare l’importanza del momento rivoluzionario, che si riverbera su ogni aspetto della stessa vita quotidiana (e dell’esperienza esistenziale) dei singoli.

Lungi dal rappresentare un semplice cambio di governo e/o un rinnovo forzato della “classe dirigente politica” (che potrebbero tranquillamente avvenire in seguito ad un golpe “nonviolento” e la nomina di un Monti alla guida dell’esecutivo), la Rivoluzione è la risultante storica di un processo articolato, che implica per sua natura significativi cambiamenti culturali e una rinnovata consapevolezza umana (o almeno della parte migliore e più avanzata dell’umanità) nel lungo cammino verso l’autocoscienza.

Il momento rivoluzionario deve essere inteso quale momento culminante del cambiamento, di quel processo storico che si sostanzia in una profonda trasformazione dei rapporti sociali di produzione, e per conseguenza della stessa organizzazione sociale nel suo complesso.

La società non si rinnova mai nei suoi tratti essenziali per “gentile concessione” dei gruppi dominanti, mossi dal senso di responsabilità nei confronti dei sottoposti, guidati dall’”empatia” nei confronti del resto dell’umanità e disposti, perciò, a sacrificare una parte dei loro privilegi, o a ridimensionare progressivamente il loro potere.

La società si rinnova da cima a fondo soltanto attraverso la lotta, che può assumere forme estreme (“terrorismo”, rivolte violente, conseguenti e sanguinose repressioni sistemiche, eccetera), e gli assetti sociali mutano attraverso sconvolgimenti epocali dell’ordine costituito, fino a raggiungere il culmine della lotta stessa, il climax della “tragedia sociale”, rappresentato dalla Rivoluzione.

 

Ovviamente mi scuso per la prolissità, ma sono proprio questi i temi sui quali sto attualmente riflettendo.

 

Saluti

 

Eugenio Orso

Indignati e grillini, rivolta e Rivoluzione. Discussione via mail con Cesare Allaraultima modifica: 2012-06-04T12:34:00+02:00da derosse
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2 pensieri su “Indignati e grillini, rivolta e Rivoluzione. Discussione via mail con Cesare Allara

  1. Per Stefano Zecchinelli

    Se le cosiddette primavere arabe hanno rappresentato non una rivoluzione, ma il tentativo di impedire una vera rivoluzione, come possiamo ben sospettare con il senno di poi, il movimento Indignados/ Occupy (espressione mia) incanala la protesta su un binario morto, ed è perciò moderatamente tollerato dal sistema, se non graditissimo abbastanza ben visto.
    Su questo non ci sono dubbi.
    I consensi a indignati e occupanti vanno da Chomsky a Soros!
    Tu inizi scrivendo che “L’attuale scena politica non solo italiana, ma europea (se non di più), sembra dominata dal movimento degli indignati.”
    Sembra, ma in realtà non è, perchè tale movimento, dalla Spagna agli USA passando per l’Italia, non ha finora conseguito alcun risultato tangibile, e non ne conseguirà in futuro.
    Mobilita un po’ di scontenti, di giovani precari, di altri soggetti, organizza kermesse “pacifiche”, dall’occupazione simbolica al campeggio, ma non incide su alcun piano, non influenza seppur indirettamente politiche economiche governative, non ferma la rischiavizzazione del lavoro (e dei dominati) e non scatena lotte diffuse nella società.
    Piuttosto, la sua presenza e la sua espansione contribuiranno ad evitare che la protesta sociale assuma forme “radicali”, estene al sistema e ai suoi immaginari, e che diventi veramente pericolosa per la stabilità della catena di comando e di potere globalista.
    Ciò che domina veramente la scena politica nazionale, ed europea, ed anche nordamericana, sono i “desiderata” della nuova classe globale dominante, i programmi economico-finanziari neoliberisti, il supporto alla grande finanza privata che “crea valore” ed assorbe quote sempre maggiori di risorse collettive a tale scopo.
    Gli indignati sono perciò “utili idoti neocapitalistici” (non di rado in buona fede) che contrappongono un fantomatico capitalismo “buono”, produttivo, forse keynesiano nella sostanza, ma pur sempre sviluppista, ad un capitalismo cattivo, rapace, con l’anima squisitamente finanziaria, del quale le banche sono il simbolo esteriore più ovvio e più tangibile.
    E’ probabile che faranno la fine dei predecessori, cioè dei pacifisti e degli altermondisti, senza aver inciso minimamente sulle dinamiche di questo capitalismo o prodotto cambiamenti di rilievo nelle poitiche (anti)sociali.
    Che poi il debito pubblico fa parte del funzionamento del modo di produzione prevalente, questo è più che certo (anzi, lo diamo per scontato), perchè il debito pubblico (1) serve alla “speculazione finanziaria” per creare nuovo valore, (2) serve all’Aristocrazia globale dominante per ricattare gli stati nazionali e piegarli alla sua volontà.
    La crisi economica attuale, che possiamo anche definire “permanente”, non è imputabile alla piccola politica nazionale corrotta (che semmai è effetto delle dinamiche nuovo-capitalistiche, e non causa), o alle solite “banche” in quanto tali, perchè anche la crisi -non a caso definita strutturale -diventa un pilastro (elemento della struttura) del Nuovo Capitalismo finanziarizzato.
    Ma queste cose gli indignati (pensiamo, in Italia, al ridicolo e piagnucolante movimentuncolo “politicamente corretto” Nodebito, come esempio in negativo) non le capiscono, non le vedono, o nascondendo la testa sotto la sabbia come fa lo struzzo, non le vogliono vedere.

    Saluti

    Eugenio Orso

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