Tecnocrazia, eurocrazia, burocrazia di Eugenio Orso

A forza di sentir ripetere certe parole, leggendole quotidianamente sui giornali, ascoltando distrattamente i discorsi sugli autobus, negli uffici, agli angoli di strada, si finisce per non farci più caso, per abituarsi a loro …

Come se fosse normale che un paese di sessanta milioni di abitanti, e lo stato che dovrebbe rappresentarlo, siano finiti nelle mani di ristrette cerchie di tecnocrati, eurocrati e a loro volta controllati da altri eurocrati, e scontino una generalizzata oppressione della burocrazia.

Non ci si chiede più, a causa di una diffusa impotenza, dei condizionamenti subiti, della disintegrazione sociale avanzante, a cosa servono in questa situazione la politica e la democrazia, e se esistono ancora in vita, o se la democrazia, così come la descrivono e la vendono i media, sia mai effettivamente esistita, ed infine, quale nesso esiste fra una società che si definisce propagandisticamente libera, aperta, rivolta al mercato, priva di alternative come la globalizzazione che la fagocita, e i gruppi di tecnocrati, di eurocrati e di burocrati che ne hanno assunto il controllo.

E allora conviene fare un po’ di chiarezza su queste espressioni – «tecnocrazia», «eurocrazia», «burocrazia» – così, anche se questa situazione continuerà e finiremo tutti nella fornace, in un caos greco o addirittura libico, passando da due suicidi il giorno per ragioni economiche e da oltre 44 mila pignoramenti immobiliari (nel solo 2011) ad uno “stato di natura” hobbesiano del tutti contro tutti, alla fame autentica, all’occupazione militare e non soltanto “politica”, almeno conosceremo il vero significato delle parole.

Ben magra soddisfazione, si dirà giustamente, ma per ora accontentiamoci.

Come premessa, avendo particolare attenzione per l’Italia, sappiamo che qui si sperimenta una nuova forma di governo neocapitalistico: la Dittatura indiretta globalista, che ha superato il fastidioso ostacolo delle elezioni politiche, tranciando questo inutile, fastidioso “cordone ombelicale” fra il sub-potere politico liberaldemocratico e le masse pauperizzate nello spazio nazionale.

Sappiamo che non esiste attualmente un’alternativa nel sistema, e non può esistere perché tutti i cartelli elettorali (dal SEL e dal Pd alla “destra” scompaginata), tutte le centrali sindacali (dalla Fim alla Fiom, dalla Cisl e dall’UGL alla CGIL e alla UIL, senza eccezioni), moltissimi movimenti e associazioni (“utili idioti” soggetti al mito della democrazia liberale, al politicamente corretto e al tabù pacifista) sono del tutto interni al sistema stesso.

Il loro compito non è quello di elaborare un’alternativa politica, o di impostare un’azione efficace di difesa dei lavoratori, ma è semplicemente di imbrogliarci, simulando un’opposizione di facciata, organizzando proteste in forma di “supplica al sovrano”, mai accolte, quali supporti e rinforzi della Dittatura della classe globale e del governo di occupazione Monti-Napolitano, che ne è l’espressione concreta e drammaticamente tangibile.

Sappiamo che una nuova “critica delle armi”, pur essendo oggi necessaria come mai in precedenza, nella storia moderna, pur rappresentando l’unica, concreta possibilità di riscatto e di opposizione al sistema, giunti a questo punto sembra impossibile, perché manca completamente l’humus nella società, non esiste il “terreno di coltura” necessario affinché i gruppi armati possano radicarsi nei quartieri, nelle fabbriche superstiti, nelle scuole, assicurandosi appoggi, sostegno sociale e politico, nuove leve e “truppe fresche”.

Ho scritto che “sembra impossibile”, in quanto la “critica delle armi”, per poter sperare di avere successo e conseguire obiettivi rilevanti, deve essere “ripensata” integralmente rispetto a ciò che fu nel dopoguerra (fra i sessanta e i settanta, in modo particolare), tenendo in debito conto le articolazioni della nuova catena di comando e di potere globalista, e soprattutto individuando con precisione il suo anello debole.

Lasciamo perdere, poi, le pulsioni neo o post keynesiane, dirigiste e protezionistiche (Modern Money Theory, Marine Le Pen, posizioni politiche minoritarie o solo elettoralistiche antieuro e anti-UE), che distinguono fra un capitalismo “buono” – quello novecentesco keynesiano, ad esempio, ancorato agli stati nazionali, a una certa idea del ruolo della moneta e al sostegno dei consumi interni – dal capitalismo “cattivo” del ventunesimo secolo, nomade, spietato, con un’anima esclusivamente finanziaria.

Questa critica interna al capitalismo, che vorrebbe un improbabile ritorno al passato, per trasformarsi in politiche strategiche concrete, per invertire la tendenza in atto, richiederebbe l’adesione e l’impegno di gruppi politici di vertice saldi e determinati, disposti a “rimettersi in gioco”, a rischiare anche personalmente (ad esempio di fare la fine di Gheddafi), ed un ampio consenso cosciente nella società.

La società sembra essere sotto il pieno controllo della «tecnocrazia», dell’«eurocrazia» e della «burocrazia», che riportano all’Aristocrazia globale dominante, e la nostra stessa esperienza quotidiana ci suggerisce che purtroppo lo è.

E allora veniamo alla «tecnocrazia» che impone il dominio dei tecnocrati, spesso e sbrigativamente definiti “tecnici” da televisioni e giornali.

Quello di Monti-Napolitano, per come lo ha venduto fin dall’inizio ed anche da prima del suo insediamento “golpistico” l’apparato ideologico-massmediatico, dovrebbe essere un governo risolutore composto esclusivamente da tecnici (o meglio, da tecnocrati) e non già un’espressione propriamente politica, che si relaziona in modo diretto con specifici blocchi sociali, effettivamente esistenti nella società italiana.

Le uniche coordinate possibili di questo esecutivo sono i “conti a posto”, fino al pareggio di bilancio costituzionalmente imposto, una riduzione socialmente insostenibile del debito e del deficit, in presenza di aumenti del peso della spesa per interessi, tutte cose che si sostanziano nel Rigore neocapitalistico e significano ingenti trasferimenti di risorse dagli stati e dal popolo all’Aristocrazia globale finanziaria, più spesso mascherata dai media con espressioni come Mercati & Investitori, oppure, apparentemente in negativo dato un certo gioco delle parti – del poliziotto buono e del poliziotto cattivo – denunciata come pura Speculazione Finanziaria.

Poi c’è il miraggio della Crescita neocapitalistica, che deve accompagnarsi sempre al Rigore, e su questo sono tutti d’accordo, senza eccezioni, da Obama negli USA, dalla Merkel e da Mario Monti in Europa fino al neoeletto Hollande in Francia, che è la “matricola” fra i sub-dominanti politici che contano.

Si omette di spiegare, però, che questa “crescita” verso la quale si dovrà tendere, accompagnandola con tagli e rigore, si tradurrà in un puro miglioramento dei parametri di “competitività” nello spazio globale, in una nuova occasione di impiego, di creazione e di moltiplicazione del valore per i grandi capitali, e in alcun modo potrà riguardare i redditi dei dominati-pauper, i posti di lavoro disponibili, le condizioni di vita delle masse assoggettate (fattore-lavoro a sconto, o massa d’esclusi), destinati fatalmente a ridursi con l’aumentare della “competitività” sistemica.

Inoltre, la violenza delle politiche globaliste è tale da incidere in profondità anche sul dato antropologico-culturale, provocando cambiamenti di rilievo in tal senso, sostituendo progressivamente le vecchie classi sociali, disintegrate, disarticolate, frammentante, atomizzate, con gruppi di pauperizzati (dal punto di vista materiale e culturale), preludio di una nuova classe dominata, la Pauper class.

Questi e soltanto questi sono i compiti assegnati ai tecnocrati imposti all’Italia, come governo direttoriale dell’Aristocrazia globalista che non si impegna direttamente, “mettendoci la faccia”, non si sporca le mani in prima persona nel massacro sociale, ma controlla e tutela i suoi interessi attraverso l’azione di gruppi sub-dominanti nazionali (Monti, Napolitano) e sopranazionali (se pensiamo ai vertici UEM e BCE).

Cosa significa allora «tecnocrazia», a quale tipo di società e di potere fa riferimento, e qual è la genesi di questa espressione?

Chi ha dato un senso compiuto a questa espressione, anche se probabilmente non è l’unico e il solo, è l’economista americano non ultraliberista, non monetarista John Kenneth Galbraith, che una quarantina di anni fa ha definito la Tecnostruttura, dalla quale deriva l’espressione «tecnocrazia», indagando il nuovo stato industriale.

Il punto di svolta, che ha determinato la nascita dei tecnocrati e della Tecnostruttura, è stato il cambio di fase capitalistica, ben visibile negli Stati Uniti fin dagli anni trenta, che ha comportato il progressivo allontanamento della proprietà borghese, individuale, familiare, dalla gestione delle attività produttive, e la progressiva sostituzione, soprattutto in presenza di grandi dimensioni, ingestibili dai singoli o dai nuclei familiari proprietari, del classico “padrone delle ferriere” (per intenderci meglio), con gruppi di manager portatori di adeguate conoscenze tecnico-economiche, ma non proprietari.

La spaccatura fra i Rentier che staccavano cedole dai titoli azionari, non più attivi in prima persona nella gestione, e il management, parte della Tecnostruttura, che invece assumeva il comando dell’impresa ed acquistava un ruolo di rilievo nella società, si è approfondita nei decenni successivi, oltre la fine della seconda guerra mondiale.

Gli effetti del vero e proprio passaggio di fase capitalistico che ha visto il trionfo dei manager, della Tecnostruttura per J. K. Galbraith, sono arrivati fino a noi.

Anche se oggi non è più così, perché quello era un altro capitalismo, strutturalmente diverso dall’attuale, questa lettura, per quanto semplice e ridotta all’osso nella mia esposizione, sembra sostanzialmente corretta.

E’ bene precisare che fra il manager, ai livelli più alti, e il tecnico propriamente detto ci sono differenze di rilievo, e le due espressioni non dovrebbero essere usate come se si trattasse di sinonimi secondo il costume dei media, perché il primo ha una visione più ampia del “puro tecnico”, specializzato e dotato di competenze parcellizzate, legate a specifiche tecnologie nelle quali è esperto, mentre le decisioni e le azioni del primo, di più ampio respiro, hanno una sostanza strategica ed un rilievo politico.

Secondo Galbraith, nel nuovo stato industriale la decisione non compete più ad un singolo, quale era il “padrone delle ferriere”, Le maître des forges come nel romanzo sentimental-romantico di Gorges Ohnet, ma ad una collettività, invero composita e dai contorni un po’ vaghi e indefiniti (collettività di “esperti”, dai ricercatori ai manager), che rappresenta la spersonalizzante Tecnostruttura.

Questo fenomeno ha interessato non soltanto le economie capitalistiche occidentali, ma com’è ovvio, in situazioni di proprietà pubblica diffusa, le economie pianificate socialiste.

Da qui hanno origine la «tecnocrazia» e i tecnocrati, ed uno di loro dovrebbe essere proprio Mario Monti, non da solo, ma con i suoi accoliti governativi non eletti.

Se è vero, come mi sembra sostenessero Galbraith e i suoi interpreti, che spesso il tecnocrate ha dei margini decisionali individuali abbastanza stretti, limitati, influenzati da forze esterne, è naturale che Monti e i suoi tecnocrati, talora definiti imprecisamente tecnici dalla stampa, obbediscano a “direttive esterne” vincolanti, del tutto funzionali alla riproduzione sistemica complessiva.

Ma vi è un imprescindibile aspetto politico che la presenza del tecnocrate nei centri di potere e di sub-potere non elimina.

Sì, perché tutto, comprese le tecnologie, la cosiddetta tecnoscienza, le applicazioni delle teorie economiche, di quelle comunicative, della teoria dei giochi, e via elencando, è sempre e comunque sottomesso ad una decisione politico-strategica, collocata a monte del processo.

Non è la tecnoscienza in quanto tale, non sono le singole tecnologie, per quanto potenti ed invasive, che modificano il legame sociale, preservano il sistema, che consentono a questo di riprodursi e svilupparsi, ma sono le decisioni politico-strategiche prerogativa della classe dominante, dell’Aristocrazia globalista che nomina i tecnocrati sub-dominanti, nel nostro caso storico.

E’ vero che nella visione neocapitalistica, che modifica il legame sociale in profondità (o meglio, trasforma i rapporti sociali di produzione vigenti), lo stato si concepisce come un’azienda, e nel nostro caso un’azienda dominata da tecnocrati se si accetta la definizione di Galbraith, ma la razionalità puramente economica – in quella mostruosità che è lo stato-azienda costretto a tenere in ordine i bilanci, a qualsiasi costo sociale ed umano – è subordinata ad una decisione politico–strategica che compete, a monte di ogni processo, al livello strategico della nuova classe dominante globale, da me definito Aristocrazia globalista.

In questo senso va interpretata, in tutte le sue implicazioni, quella lettera-programma del 5 agosto del 2011, che la popolazione italiana sta ancora pagando con “lacrime e sangue”, scritta dagli eurocrati BCE Draghi e Trichet – eurocrati sì, ma nel senso di tecnocrati alla testa degli organi europei della mondializzazione neoliberista – ed inviata al debole e raffazzonato esecutivo italiano di allora.

In quella lettera si rendevano noti i contenuti della decisione politico-strategica, tradotta in programma di “governance nazionale”, che doveva essere applicato allo stato-azienda italiano, pena la rimozione del vecchio esecutivo “politico”, troppo riottoso ed inaffidabile, e la sua sostituzione nel breve con affidabili tecnocrati.

E così è stato.

Si è già rilevato che «tecnocrazia», Tecnostruttura, tecnocrate sono definizioni limitate, perché non contemplano, come invece dovrebbe essere, l’aspetto politico (e sociale, o sociopolitico secondo una vecchia espressione) della questione trattata.

In verità, più che parlare di pura e semplice «tecnocrazia», legata all’affermazione di quella Tecnostruttura che origina i tecnocrati, contemplando l’imprescindibile aspetto politico e sociale a monte del problema, possiamo scomodare la Struttura Tecnico-Burocratica di Raymond Aron, che ha indagato la società industriale postbellica, nei suoi caratteri comuni, condivisi dal capitalismo occidentale di allora e dalle economie pianificate, come quella sovietica.

Ecco che allora i tecnocrati diventano tecnocrati-burocrati o tecnoburocrati (che è meglio di tecnico-burocrati, per le considerazioni fatte in precedenza), dando il giusto rilievo alla dimensione politica e sociale del problema, con la sua ineliminabile componente umana e irrazionale, contrapponendo alla “spersonalizzazione” che informa i sistemi autoregolantisi – sempre più popolati, si vorrebbe far credere, da automi e non da uomini con tanto di coscienza e possibilità di critica – un riconoscimento della natura politica di certi processi, ed assegnando il peso che le compete alla componente umana.

Processi decisionali influenzati non tanto dallo sviluppo della “tecnica”, dall’inevitabilità delle decisioni assunte e veicolate, dalla necessità di auto-preservarsi in quanto sistema privo di alternative, ma dagli interessi “di parte” che emergono sempre nelle decisioni politico-strategiche, a monte dei processi decisionali, e dalla stessa irrazionalità dell’uomo.

La considerazione degli aspetti sociali e politici, dei conflitti effettivi o soltanto potenziali nella società, contestuale al riconoscimento di una natura umana mai completamente riconducibile ai puri ruoli sociali, a “maschere di carattere” spersonalizzate, ci impedisce di scivolare in deliri “postmoderni”, la cui funzione è di scaricare tutte le colpe su un impersonale ed inevitabile autoregolazione sistemica, di porre furbescamente in ombra le responsabilità individuali, gli interessi privati della classe dominante, i crimini commessi da individui determinati (o comunque determinabili) nei confronti delle classi dominate, soggette alle loro azioni ed agli effetti socialmente dirompenti della decisione politico-strategica.

Il tecnocrate-burocrate ha una sostanza politica – oltre che un nome, un cognome, un indirizzo e una storia personale diversa da quella di qualsiasi altro – e nel suo ruolo è incaricato di mettere in pratica la decisione strategica dell’Aristocrazia globale, realizzando politiche economiche, finanziarie, sociali “adeguate” agli scopi, ignorando le conseguenze sociali e le sofferenze diffuse che la sua azione provoca.

Agisce così per opportunismo, carriera, egoismo, calcolo, viltà, non essendo un automa debitamente programmato, e non può essere in alcun modo assolto, perché la natura umana consente sempre un’alternativa, quella della critica e del rifiuto, sia pur contro i propri interessi contingenti e la propria classe di appartenenza.

Costui, se particolarmente apprezzato e “fedele al padrone”, talora partecipa in prima persona alla decisione (Mario Draghi, molto stimato, parrebbe, dal Gotha globalista? Lo stesso Monti, buon impiegato “fedele alla ditta”?), ma più spesso si incarica, per così dire, di sub-decidere, come nel caso di Mario Monti posto a capo del governo, completando e approfondendo un programma politico già definito, vincolante nelle sue linee strategiche essenziali.

In altre parole, non ci sono solo vincoli “tecnologici”, o tecnoeconomici, con brutta espressione, ma esistono anche quelli politici, intimamente connessi non tanto agli “interessi sovrani” dello stato – ridotto ad azienda, puro bilancio, dare e avere, proprietà immobiliari e industriali da alienare per mostrare “i conti a posto” – bensì a quelli privati della classe dominante.

Da questo punto di vista, che è quello corretto e non mistificato, «tecnocrazia» e «burocrazia» non sono che facce della stessa medaglia, ed espressioni di un unico sistema di potere, generato da un nuovo modo di produzione (il Nuovo Capitalismo) che modifica il legame sociale.

Ne consegue che l’«eurocrazia», in questo ordine di idee, comprende quei tecnocrati-burocrati incaricati di tutelare gli interessi della classe dominante globale – questi sì veramente sovrani – attraverso il controllo delle cosiddette istituzioni europee dell’Unione, ed anche Monti, ex commissario europeo, molto solerte ed apprezzato dai suoi “superiori”, è stato in tal senso un eurocrate.

Ne consegue, inoltre, che «tecnocrazia», «eurocrazia» e «burocrazia» sono per noi ostili ed agiscono sempre contro i nostri interessi vitali, in quanto veri e propri emissari dell’Aristocrazia globale dominante, incaricate come sono di far valere i suoi interessi sia a livello nazionale sia a livello sopranazionale, manovrando le istituzioni europee, l’euro e gli stati.

Il caso dell’Italia, affidata al tecnoburocrate/ (ex)eurocrate Monti e ai suoi collaboratori, lo dimostra in pieno.

Per capire come ragionano questi individui, insensibili davanti ad ogni questione sociale e ai guasti che la loro azione provoca, possiamo scomodare un “nemico teorico”, nella persona del filosofo francese Jean-François Lyotard, ex di Socialismo o Barbarie, deluso dalla Grande Narrazione marxista di liberazione dell’uomo e fine della storia attraverso il comunismo, ridottosi a “cantore” della cosiddetta postmodernità, che per quanto mi riguarda (e per come viene usata) è semplicemente un altro nome, o meglio un mascheramento, di quel neocapitalismo che ai tempi di Lyotard era ancora in embrione.

Nel suo celebre Rapporto sul sapere della fine degli anni settanta, più noto come La condition postmoderne, ad un certo punto, in relazione alla natura del legame sociale, Lyotard cita lo struttural-funzionalista Talcott Parsons, autore negli anni cinquanta di Essays in Sociological Theory Pure and Applied: «Un processo o un insieme di condizioni o “contribuisce” alla conservazione (o allo sviluppo) del sistema, oppure è “disfunzionale” nel senso che attenta all’integrità e all’efficacia del sistema.»

E subito dopo Lyotard scrive «E’ un’idea che anche i “tecnocrati” condividono», sprofondati come sono in una sorta di «realismo dell’autoregolazione sistemica», che tradotto in altri termini, meno impersonali e più comprensibili, è un riflesso dalla loro dipendenza dall’Aristocrazia globale, in funzione delle carriere e delle fortune personali, e una prova dei limiti posti alla loro autonomia decisionale, anche se chiamati a governare uno stato.

Ma cosa fanno Monti e il suo gruppo di tecnoburocrati (adattando liberamente la definizione di Raymond Aron, Struttura Tecnico-Burocratica), che in verità sono anche dei politici, se non garantire a qualsiasi costo sociale ed umano “l’integrità del sistema” (come chiarito da Lyotard, che cita Parsons), e precisamente di quel sistema neocapitalistico, ultraliberista e globalista, che li ha ingaggiati per preservarsi e per colonizzare totalmente l’Italia?

Nel nostro caso storico, ben diverso da ciò che fu negli anni sessanta e settanta del novecento, la collettività dei tecnocrati, richiamando il Galbraith della Tecnostruttura, o ancor meglio, dei tecno-burocrati aventi una sostanza sociopolitica, secondo l’Aron della Struttura Tecnico-Burocratica, è dominata dall’Aristocrazia globale – che rappresenta il vero decisore – coadiuvata dai gruppi sub-dominanti nei contesti nazionali e sopranazionali, sub-dominanti eurocrati, secondo l’espressione usata dai giornalisti, quando si trovano ai vertici delle istituzioni unioniste europee.

E’ chiaro che la questione non riguarda puri automi che nei processi soggiacciono interamente al «realismo dell’autoregolazione sistemica», ma ci riporta con prepotenza alla “spaccatura” della società in classe dominante e classe dominata, mai come ora aventi interessi contrapposti e inconciliabili (nonostante la passività delle masse-pauper), e quindi richiama il conflitto verticale, la “lotta di classe” (oggi monopolizzata dai dominanti), il Polemos più che l’”agonistica” che informa la teoria dei giochi, o in altri termini, una contraddizione insanabile di natura dialettica che in futuro potrà esplodere con estrema violenza.

“Disfunzionali”, non miranti alla conservazione sistemica (e della catena di comando e potere globalista) potrebbero essere, per fare chiarezza portando un paio di esempi, l’introduzione in Italia di un reddito di cittadinanza per tutti, oppure l’abrogazione delle norme relative ai contratti di precarietà del lavoro, mentre “contribuisce” sicuramente alla conservazione (e allo sviluppo) del sistema la vendita sui Mercati del maggior numero possibile di assets ancora in mano pubblica, dalla Fincantieri alle municipalizzate, ad esclusivo beneficio degli Investitori.

Così la “postmodernità” neocapitalistica si sostanzia in politiche strategiche che colpiscono le classi dominate e le masse pauperizzate, spostando ingenti risorse dal lavoro al capitale, dalla socialità alla finanza, dallo stato al privato, ed è proprio questo il compito assegnato al tecnoburocrate Mario Monti.

Il governo dei sub-dominanti tecnoburocratici, referenti dell’Aristocrazia globalista, è la prova più evidente che i processi innescati per garantire l’integrità del sistema neocapitalistico e la sua riproduzione, le sue stesse regole di funzionamento, il modello di società che ci impone, le direttive di politica economica che veicola attraverso i suoi canali gerarchici, sono contrari ed opposti ai nostri interessi di vita, alle esigenze vitali di gran parte dell’umanità, e minacciano direttamente la nostra stessa sopravvivenza, individuale e collettiva.

 

Scritto fra il 19 e il 20 maggio

Tecnocrazia, eurocrazia, burocrazia di Eugenio Orsoultima modifica: 2012-05-21T12:33:00+02:00da derosse
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2 pensieri su “Tecnocrazia, eurocrazia, burocrazia di Eugenio Orso

  1. mai come adesso il nemico e’ di nuovo evidente,non si nasconde piu’ dietro a parole quali democrazia,legalita’,le usa,queste parole,solo a senso unico per i dominati,per l’aristocrazia tecnocratica dei professori e banchieri non hanno alcun senso

  2. Si potrebbe arrivare fino all’estremo affermando che l’aspetto tecnologico/ tecnoeconomico è assolutamente minore e conta esclusivamente quello politico, afferente alle decisioni strategiche.
    Anche la globalizzazione (della quale qualcuno addirittura nega l’esistenza) è il risultato di una sequenza di decisioni politico-strategiche prese molto in alto, e non un destino ineluttabile dell’umanità, in un percorso storico obbligato.

    Saluti

    Eugenio Orso

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