Manifestazioni e scioperi pacifici e testimoniali, occupazioni simboliche di Eugenio Orso

Anni di scioperi e manifestazioni, in Italia ma anche altrove in Europa, non sono serviti a nulla, non hanno invertito la tendenza neocapitalistica alla compressione materiale e psicologica dei subordinati, attraverso la progressiva demolizione dello stato sociale, i tagli ai servizi pubblici, la riduzione dei diritti dei lavoratori e del costo del lavoro.

Scioperi e manifestazioni, in qualche caso oceanici, non hanno fermato la precarizzazione del lavoro dipendente, e le occupazioni simboliche di spazi e edifici pubblici, di sedi e sportelli bancari, di piazze, piazzette e parchi metropolitani non hanno diminuito il potere espropriatorio delle “banche”, della grande finanza internazionale “con licenza di uccidere” l’etica e il sociale, e questo è semplicemente un dato di fatto.

Anzi, il processo de-emancipatorio di massa negli ultimi mesi, qui in Italia, ma anche in Grecia, in Spagna, in Irlanda e in altri paesi europei ha subito un’inquietante accelerazione.

Limitandoci all’Italia, abbiamo notato che in occasione della controriforma del lavoro montiana, che passerà in parlamento con il voto favorevole della maggioranza dei parlamentari (corrotti, comprati, ricattati, opportunisti, trasformisti, eccetera) la UIL, ad esempio, ha dichiarato 4 (quattro!) ore di sciopero, come se si trattasse di una bazzecola, di una questione di secondaria importanza, e abbiamo notato come quella che avrebbe dovuto essere una grande manifestazione, il 31 marzo a Milano, cioè Occupy Piazza Affari, rivolta contro le solite banche e lo strapotere del capitale finanziario, non è stata un “momento di rottura” dell’inerzia di massa, della diffusa “passività sociale”, e quindi l’inizio di una vera lotta, ma semplicemente un’ennesima sfilata pacifica di pecoroni belanti (mi impossesso di un’espressione tipicamente previana) destinati comunque alla tosatura, e come previsto non ha raggiunto alcun obiettivo concreto, né impensierito il potere vigente.

Prima di rispondere sinteticamente alla domanda «Perché si insiste con forme di lotta che non portano alcun risultato concreto, né lasciano alcun segno?», è bene, per chiarirci le idee, analizzare un paio di manifestazioni importanti, partecipate, non “oscurate” dai media, svoltesi in Italia negli ultimi due anni.

 

1) La grande e riuscita manifestazione della Fiom a Roma, nell’ottobre del 2010, alla quale ha partecipato forse un milione di persone (gli iscritti alla federazione sono meno di quattrocentomila), avrebbe dovuto preludere ad un crescendo di iniziative contro la ristrutturazione Fiat operata con violenza da Marchionne (investimenti promessi e non realizzati, chiusura di Termini-Imerse, il progetto Fabbrica Italia, l’idiosincrasia marchionnista nei confronti del CCNL, eccetera), contro le politiche dell’allora governo Berlusconi e contro i continui attacchi ai lavoratori di Confindustria e della Marcegaglia, ma la Fiom avrebbe potuto anche estendere il suo ruolo, trasformandosi in un “catalizzatore” ed assumendo la guida di quella dispersiva galassia di movimenti, partitelli, collettivi ed associazioni, moderatamente antagonista, che aveva sfilato a Roma sotto le bandiere del sindacato dei metalmeccanici.

A Roma, la Fiom era anche riuscita a strappare la promessa di uno sciopero generale di tutte le categorie all’allora segretario generale della CGIL, Guglielmo Epifani (un po’ migliore dell’attuale segretario Susanna Camusso, nemica giurata ma non dichiarata dei lavoratori e in totale combutta con il Pd), ed aveva raggiunto pienamente il primo obbiettivo, il cui raggiungimento era propedeutico per poter iniziare una vera lotta anticapitalista, che avrebbe avuto inevitabilmente obiettivi politici: aveva finalmente verificato l’ampio consenso e seguito di cui poteva disporre nella società italiana, dentro e fuori i cancelli delle fabbriche.

Come se non bastasse, a titolo d’incoraggiamento per incamminarsi con decisione sulla strada di una dura e fattiva opposizione sociale e politica, intere parti delle altre federazioni della CGIL erano disposte a riconoscere il ruolo guida della Fiom, e molti fra i loro aderenti approvavano la linea del sindacato dei metalmeccanici, benché risultata minoritaria nell’ultimo congresso CGIL.

Ma come spesso accade c’è sempre un ma, ed in quel caso il ma consisteva nella doppiezza e nella mancanza di coraggio dei vertici della federazione (dal segretario al presidente del comitato centrale), nella loro volontà, non dichiarata, di starsene seduti aspettando gli eventi (la sedia fa sempre comodo) e di non agire, nel fatto che non soltanto i dirigenti di vertice, ma anche molti quadri intermedi e rappresentanti di base, erano ormai perfettamente interni a questo sistema, calati nell’angusto ruolo del sindacalista che non deve “fare politica”, o che deve farlo il meno possibile, convinti che il sindacato non può mai trasformarsi in partito o movimento, frenati non solo dai problemi finanziari che investivano la struttura, ma dal politicamente corretto, da un’adesione implicita alla liberaldemocrazia e da una robusta dose di pacifismo strumentale, legati se non al Pd, quantomeno a RC e PdCI (Federazione della sinistra) e sempre in maggior numero all’osceno SEL vendoliano.

I risultati sono evidenti a tutti: è stata persa una grande occasione storica (se colta al volo con coraggio e determinazione, avrebbe forse anticipato d’un soffio la rivolta nei paesi arabi nordafricani, Tunisia e Egitto), si sarebbe potuto arrestare l’attacco ultraliberista al lavoro dipendente, esteso dagli operai ai ceti medi da ri-plebeizzare, e l’invasione dei poteri esterni, completata con la nomina di Monti alla carica di presidente del consiglio verso la fine dello scorso anno.

Si sarebbero potute dare, finalmente, voce e rappresentanza a quei molti milioni di pauperizzati, stretti fra precarietà, incertezza del futuro, crescenti insufficienze di reddito, scarsità di lavoro, continui espropri neocapitalistico-finanziari, che costituiscono la maggioranza assoluta della popolazione italiana.

Così si può riassumere, in breve, l’esito della grande manifestazione Fiom di Roma del 16 ottobre 2010, sicuramente pacifica, rispettosa dell’arredo urbano, senza incidenti, in una sola battuta, testimoniale e con il senno di poi apparentemente inutile, ma in verità dannosa per le masse pauperizzate.

Marchionne, i Mercati & Investitori, i vertici UE, la Classe Globale tutta, e persino la nostrana Confindustria ringraziano sentitamente.

 

2) Volendo continuare nell’esemplificazione, la manifestazione di sabato 15 ottobre 2011, a Roma, che ha visto la partecipazione di sindacati (Fiom), di collettivi, movimenti, associazioni varie e dei soliti “indignati”, nelle intenzioni degli organizzatori doveva essere come sempre una manifestazione pacifica, rispettosa dell’arredo urbano, delle saracinesche dei negozi, delle auto parcheggiate lungo il percorso come la grande adunata Fiom dell’anno precedente.

Doveva essere, insomma, una sfilata pecoresca, per dare l’impressione, ma soltanto per dare l’impressione agli armenti di pecorelle belanti convocati di contare qualcosa, di avere qualche voce in capitolo, di poter “cambiare le cose”, ma bene inteso, restando all’interno degli steccati sistemici a brucare un’erbetta sempre più scarsa.

La manifestazione era diretta contro le politiche economiche antipopolari e antisociali dell’esecutivo (approvazione scontata) e contro il grande Capitale Finanziario, simboleggiato in modo icastico dalle solite Banche, che tali politiche ispira e riesce ad imporre ai governi (come sopra).

L’unico merito che si può ascrivere al movimento Indignados/ Occupy, seppur parziale, non troppo rilevante, destinato a perdersi nella genericità, è quello di aver compreso che il primo nemico non è una classe politica locale corrotta, parassitaria, degradata, sempre più disposta al mercenariato nei confronti dei centri di potere esterni in cambio della perpetuazione dei suoi privilegi, ma proprio il grande Capitale Finanziario, o più semplicemente, nell’immaginario naif degli indignati, le Banche, come generica ed estrema semplificazione del problema.

Già si pregustava l’incanto di un’ennesima manifestazione “democratica” (invocando a gran voce, come sempre, una democrazia dai contorni vaghi, utopica, inesistente), “pacifica” (rispettosa, in sé e per sé, dell’arredo urbano di Alemanno, delle saracinesche dei negozi e delle auto in sosta), a testimonianza di un educato “dissenso di massa” che il potere puntualmente può permettersi di ignorare, ma purtroppo, in quella occasione un manipolo di giovani, definiti dal sistema Black Bloc e puntualmente criminalizzati, ha deciso di guastare la festa ed ha colto l’occasione per esternare, in un modo non pacifico e non politicamente corretto, tutta la sua rabbia per l’esclusione che subisce, per la marginalità alla quale è costretto, per l’iniquità sociale che il sistema esprime senza contrasti.

Il conato insurrezionale, che polizia, carabinieri e una parte degli stessi manifestanti hanno cercato di reprimere, è stato utile per mettere a nudo la dannosità, la sostanziale acquiescenza nei confronti delle dinamiche neocapitalistiche di queste manifestazioni, e soprattutto per cercare di rompere il tabù del “pacifismo strumentale” con un’azione antagonistica moderatamente violenta.

Indignata per l’uso della violenza, contrariata dall’azione di questi giovani “brutti, sporchi e cattivi”, la Fiom-CGIL con una fulminea decisione di vertice ha sciolto il suo corteo, mostrando di non voler “sporcarsi le mani” e di voler procedere, anche per il futuro, nel solco del più assoluto rispetto della (liberal)democrazia, parlamentare e non, della pace (invocazione generica di resa) e sostanzialmente dei meccanismi della riproduzione allargata neocapitalistica.

Contro i giovani “terroristi” organizzati paramilitarmente in falangi, che hanno usato come munizionamento i soliti sampietrini ed estintori, che almeno hanno mostrato di avere un po’ di coraggio e di voler trovare una strada per combattere la classe dominante, i suoi servitori, i suoi apparati repressivi, si è immediatamente scatenata una campagna mediatico-criminalizzatrice che ha enfatizzato i danni prodotti dalla loro azione (almeno 1,6 milioni di euro, secondo l’arrabbiato sindaco di Roma Alemanno che come tale si è “costituito parte civile” per i danni materiali e morali) e che non ha mancato di cogliere l’occasione per sottolineare che il morto non ci è scappato per un pelo.

L’allora ministro degli interni Maroni, dopo aver ringraziato ritualmente le forze dell’ordine, il prefetto ed il questore di Roma per la loro azione repressiva (cinque ore di scontri e più di cento feriti), ha definito i giovani resistenti veri e propri criminali, che si sono fatti scudo del corteo e che avrebbero dovuto pagare per i loro crimini in modo esemplare.

E dire che tutte le altre manifestazioni degli Indignados, in giro per il mondo, quel giorno si sono svolte praticamente senza incidenti!

Perché tanto accanimento, e perché questi giovani, che non esito a definire coraggiosi anche se confusi politicamente, sono stati isolati e condannati dagli stessi manifestanti e dai vertici delle organizzazioni che avevano indetto la manifestazione che loro, sgraditi guastafeste, si sono permessi di funestare?

Proprio perché stavano violando un tabù essenziale per il controllo sistemico di massa, ben introitato da moltissimi manifestanti e rispettato dagli organizzatori dell’evento, e quindi necessario per preservare il neocapitalismo del ventunesimo secolo consentendogli di prosperare: il tabù del “pacifismo strumentale”.

Non solo i loro capi smaliziati, ma persino le stesse pecorelle sfilanti a centinaia di migliaia, divise in armenti, lo hanno intuito, senza però comprendere, ed alcune, dimenticando persino di essere pacifiche pecorelle da condurre alla tosatura, si sono scagliate fisicamente contro quei pochi giovani (trecento, cinquecento? Comunque meno di mille) che hanno cercato lo scontro e prodotto il breve conato insurrezionale.

Ma quei giovani altro non erano se non un primo, timido abbozzo di avanguardia rivoluzionaria, pur in numero scarso ed in buona misura inconsapevoli da un punto di vista politico, tal che ho osato definirli “avanguardia rivoluzionaria provvisoria”, utile per cercare di infrangere il tabù sistemico del “pacifismo strumentale”, il cui vero significato ed esito concreto è: lasciarsi massacrare impunemente senza reagire in modo efficace.

Si potrebbe chiudere con un po’ di necessario cinismo, affermando con i romani «Si vis pacem, para bellum».

 

Comprendiamo, o dovremmo comprendere dopo le numerose prove che abbiamo avuto, che gli organizzatori di questi scioperi e di queste manifestazioni, sia che si tratta di sfilate “pacifiche” sia che si tratti di occupazioni simboliche, sono sempre in malafede, e il loro obiettivo è semplicemente la difesa a qualsiasi costo della posizione di sotto-potere che occupano, nonché il mantenimento dei loro ridicoli benefit e dei loro (tutto sommato piccoli) privilegi.

Volendo essere ironici, se la rabbia umana può non avere limiti, e in uno sfogo distruttivo può far vacillare il sistema di potere dell’epoca, compromettendone il regolare funzionamento, la meschinità umana, la doppiezza conseguente, soprattutto se espressa da chi può avere influenza in un’organizzazione e qualche potere sugli altri, può furbescamente contenere questa rabbia e fare in modo che non esploda, ma che si esaurisca su un binario morto, come accade nel caso di treni in corsa sui binari, deviati dall’addetto agli scambi per arrestarne la corsa e fermarli.

Questo è ciò che stanno facendo capi sindacali, politici fintamente antisistema, leader di movimenti e movimentini, quando indicono simili scioperi, manifestazioni, occupazioni simboliche, o vi partecipano in prima fila, e lo fanno in totale malafede, sapendo che non solo gli scioperi, le manifestazioni, le occupazioni pacifiche da loro indetti, organizzati o “presenziati” saranno completamente inutili, ma che, anzi, produrranno un effetto contrario a quello che dichiarano pubblicamente di voler ottenere: l’effetto (negativo) di esaurire la protesta impedendo che monti la rabbia, al solo scopo garantire la stabilità e la sopravvivenza di quel sistema di potere del quale loro stessi sono “beneficiari”, non di rado in una posizione di secondo o di terzo piano.

In conclusione, questa è la mia risposta alla domanda «Perché si insiste con forme di lotta che non portano alcun risultato concreto, né lasciano alcun segno?», con l’avvertenza che partecipare a tali kermesse, indette dagli organizzatori per “uccidere nella culla” la protesta ed impedire dilaghi, che assuma le forme di una vera (e cruenta) lotta sociale con speranza di vittoria, non solo è perfettamente inutile (se così fosse, si potrebbe perdere un po’ di tempo senza alcuna conseguenza), ma è addirittura dannoso, e puntualmente si ottiene un effetto esattamente contrario a quello che pubblicamente si dichiara di voler ottenere.

Manifestazioni e scioperi pacifici e testimoniali, occupazioni simboliche di Eugenio Orsoultima modifica: 2012-04-16T11:22:52+02:00da derosse
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2 pensieri su “Manifestazioni e scioperi pacifici e testimoniali, occupazioni simboliche di Eugenio Orso

  1. Stasera 16 Aprile dell’anno del Signore 2012 l’on. Fausto Bertinotti, già Presidente della Camera dei Deputati e segretario per parecchi anni di Rifondazione Comunista (dico: RIFONDAZIONE COMUNISTA), partecipa alla festicciola mondana di Alda Fendi, la signora che confeziona borsette et similia (assai poco partecipate dagli ex elettori di RIFONDAZIONE COMUNISTA: dico RIFONDAZIONE e dico: COMUNISTA).
    Bertinotti già intercettato due giorni prima a Via della Scrofa con moglie laccata, autista e scorta.
    Certo, occorre mirare al bersaglio grosso e non perdere tempo denigrando una classe politica volgare, laida, sciocca e ladra, ma se avessimo licenziato da tempo tali figuri (quanti anni sprecati!) la situazione non sarebbe a questo punto: IRREVERSIBILE, almeno a medio-lungo termine.

  2. Per Vlad

    Bertinotti è stato l’antemarcia di Vendola e il suo mentore.
    Il cosiddetto bertinottismo ha preceduto Vendola, SEL e compagnia quanto alla diffusione “comunismo individualistico liberale postsovietico” svuluppatosi nella totalità globale neocapitalistica, in posizione di completa subalternità nei confronti delle Aristocrazie globaliste e di supinità nei confronti delle dinamiche del capitale.
    Significativo l’episodio che citi: Bertinotti “presenzialista” (alla sua veneranda età!), partecipe degli eventi mondani “che contano”, perso nelle “mille e una notte” riservate ai VIP del sistema.
    In un passato ormai lontano, Bertinotti ha visitato una sezione di rifondazione comunista (le minuscole sono volute) nell’isontino, se non sbaglio e ben ricordo (Friuli Venezia Giulia, la regione in cui vivo io), e avendo notato un quadro, un’immagine di Giuseppe Stalin buonanima bellamente esposta dai rifondaroli locali (che credevano, nella loro sconfinata ingenuità, che ci fosse ancora il comunismo, nonostante Bertinotti!) Fausto si è infuriato … Stalin, per lui, era un criminale, un sanguinario che aveva fatto uccidere moltissimi innocenti, molti “bravi compagni”, e perciò ha fatto mettere l’immagine in ripostiglio, per nasconderla alla vista.

    Ti faccio notare, caro Vlad, che la degenerazione della politica non è la causa prima di tutti i nostri mali (come fecero credere con La Casta iperpubblicizzata i due imbroglioni/ pennivendoli Stella e Rizzo) ma è un effetto, importante ma solo un effetto, dell’affermazione di un nuovo modo storico di produzione: il Nuovo Capitalismo Finanziarizzato del ventunesimo secolo.

    Saluti

    Eugenio Orso

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