Strumenti di dominazione violenta e nonviolenta di Eugenio Orso

Presento un mio scritto dedicato agli strumenti di dominazione neocapitalistici non economici, non finanziari e non monetari, che è il primo capitolo (introduttivo, necessario per delineare il quadro entro il quale dovranno muoversi future forze rivoluzionarie) del saggio Lineamenti e forma delle azioni rivoluzionarie future, parte integrante del progetto di lungo periodo Insurrezione e Rivoluzione che da tempo ho deciso di sviluppare.

Non credo che potrò pubblicare liberamente, qui e altrove, i successivi capitoli del saggio che sto scrivendo, eccetto forse uno, il secondo, data la “delicatezza” della materia trattata.

Per ora, gli interessati si accontentino di questo scritto.

 

Buona lettura

 

Eugenio Orso

 

 

Strumenti di dominazione violenta e nonviolenta

di Eugenio Orso

 

Ci sono strumenti di dominazione neocapitalistica che in momenti di gravi tensioni sociali possono diventare più importanti della finanza creativa di rapina o addirittura della stessa moneta. Questi strumenti servono a controllare le masse, a plasmarle demiurgicamente rendendole inoffensive, e a prevenire gli incendi sociali, le rivolte, i conati insurrezionali dei dominati che subiscono espropri e violenze da parte dei dominanti.

Nei vasti territori della violenza simbolica esercitata su un agente sociale con la sua complicità al fine di perpetuare sfruttamento ed oppressione, come teorizzato nel novecento dal grande sociologo francese Pierre Bourdieu, al presente rivelano tutta la loro crucialità:

 

1)     Il “politicamente corretto”, che indirizza pensieri ed azioni nel senso voluto, plasma i soggetti rendendoli adatti a vivere in queste dimensioni culturali, sociali ed economiche, stabilisce tabù inviolabili che favoriscono la riproduzione sistemica allargata. Ricordo che nel recente passato il filosofo Costanzo Preve ha scritto, in proposito, un eccezionale saggio intitolato “Elementi di Politicamente Corretto” del quale consiglio la lettura o la rilettura a tutti. Se il novecento, descritto come il secolo delle dittature, dei grandi conflitti e degli olocausti, è per il potere, le sue università, i suoi apparati ideologici e mediatici un giacimento inesauribile di risorse simboliche, ecco che allora, come ha scritto Preve, l’anticomunismo può sopravvivere senza che vi sia traccia di comunisti, e parimenti, l’antifascismo in assenza dei vecchi fascisti. La religione olocaustica con venature sioniste, che sfrutta ideologicamente il dramma della Shoah, può eternare il senso di colpa di molte popolazione europee. Americanismo secondario (cioè rivolto ai non americani), teologia dei diritti umani liberaldemocratica e dicotomia politica destra/sinistra non più operante, ma utile per simulare la competizione politica democratica in occidente, completano il quadro, con l’avvertenza che questi sono soltanto i principali elementi, ma se ne possono individuare altri. Si tratterebbe della tarda elaborazione razionalizzata del sistema di tabù che ha retto le società primitive, e quindi della rielaborazione con l’uso di strumenti sempre più potenti di ciò che esiste da millenni. Il “politicamente corretto” è quindi un sistema di interdizioni e di tabù per flessibilizzare le masse, rendendole del tutto interne al modo di produzione dominante e non pericolose per la sua riproduzione.

 

2)     Il “pacifismo strumentale” (secondo una mia definizione) che tende a prevenire la vera protesta ed ammette soltanto una protesta innocua, testimoniale, priva di effetti rilevanti e trasformativi, sostanzialmente funzionale alla stabilità del sistema di potere vigente. E’ una sorta di “gandhismo senza Gandhi”, in condizioni storiche e sociali molto diverse da quelle in cui si muoveva il Mahatma, che poi erano quelle del subcontinente indiano in procinto di diventare postcoloniale e indipendente. Ma se Mohandas Karamchand Gandhi, profeta disarmato e quindi vulnerabile, non è stato sconfitto o ucciso, ciò è dovuto a condizioni storico-geopolitche favorevoli e irripetibili, poiché la Gran Bretagna si preparava a sciogliere il suo impero coloniale e a concedere l’indipendenza all’India. Di questi tempi, tutti i profeti disarmati si uccidono con facilità nella culla, pur soltanto con il silenzio o simbolicamente. Questo è il vero lascito del fallimentare movimento pacifista in occidente, un lascito oggi utilizzato dal potere neocapitalistico imperante quale strumento di dominazione, nell’esercizio diffuso della violenza simbolica, e perciò rappresenta un’eredità negativa degli allora “utili idioti” che veneravano una pace impossibile. Oggi, dopo che si è consumato il fallimento del movimento pacifista, ormai estinto e quasi dimenticato, rituali marce d’Assisi replicate ogni anno a parte, moltissimi Indignados/ Occupy – gli attuali “utili idioti” che occupano a casaccio parchi, piazze, sportelli bancari, inveendo genericamente contro le banche – si vantano del fatto che la loro protesta è “pacifica”, respinge l’uso della violenza, è bene educata e perciò molto “digeribile” dal sistema, che ha mostrato di non temerla o addirittura furbescamente di approvarla. I suddetti non si sognano neppure di fare un passo oltre la linea rossa stabilita da questo capitalismo, al di là della quale, come sappiamo, ci potrebbe essere la Rivoluzione. Quali risultati concreti hanno ottenuto coloro che hanno occupato Puerta del Sol, a Madrid, o si sono accampati nel Zuccotti Park di Manhattan, a New York, dormendo all’addiaccio come in un campeggio, confortati dall’appoggio entusiastico di pensatori come Naomi Klein, o del calibro di Chomsky? E i loro emuli, in Italia e in molti altri paesi europei cos’hanno “portato a casa”? Fino ad ora, si deve tristemente riconoscere, non hanno conseguito nessun risultato apprezzabile. Quali segni lasceranno, quali cambiamenti si potranno osservare, una volta che questa ondata di proteste si sarà completamente esaurita? Probabilmente nessuno, se non un paio di righe, o una nota a piè di pagina nei libri di storia.

 

Esiste un terzo, importante strumento di dominazione, necessario per indebolire la massa, isolare e spegnere in modo efficace i focolai di rivolta, uno strumento derivato, come abbiamo modo di sospettare, dall’antico divide et impera dei romani: la “frammentazione delle rivolte”, atomizzate quanto le società neocapitaliste di mercato, la loro parcellizzazione in spazi sempre più angusti, da ridurre a vasi non comunicanti, sia dal punto di vista del territorio sia dal punto di vista delle categorie-gruppi di dominati pauper.

Frammentazione delle proteste e atomizzazione sociale hanno rispettivamente lo scopo, molto concreto:

 

1)     di far sì che non ci sia alcuna connessione, né la possibilità di un coordinamento fra le lotte di popolo, dei lavoratori e dei dominati in generale, isolate con cordoni sanitari invisibili, in modo tale da poter intervenire, se necessario, con gli apparati repressivi, spegnendo i focolai ad uno ad uno ed incontrando, così, molte minori difficoltà;

 

2)     di sciogliere i precedenti vincoli comunitari e di classe che legavano gli uomini, di interdire comportamenti solidaristici, e di favorire la perdita, per i dominati da flessibilizzare, della dimensione politica e sociale, riducendoli a idiotai privati della sofia, o peggio, a neoplebi innocue, disintegrate, senza alcuna possibilità di riscatto e di coscienza (sociale, di classe), perfettamente inserite nella nuova struttura di classe del capitalismo contemporaneo.

 

E’ evidente che un’efficace parcellizzazione territoriale e categoriale delle lotte dei dominati presuppone l’atomizzazione sociale e la riduzione dell’uomo, comunitario, animato da solidarietà classista, cittadino cosciente, a individuo manipolato, isolato e privato degli originari contesti culturali e sociali.

Il 25 e 26 gennaio dell’anno in corso, mentre i pescatori – categoria colpita dagli aumenti delle accise sui prodotti energetici, e quindi dall’aumento vertiginoso dei prezzi dei carburanti alla pompa (il cosiddetto caro gasolio), subivano le cariche della polizia a Roma, nei pressi di Montecitorio, e contavano nelle loro file cinque feriti, solo per aver lanciato qualche innocua bomba carta verso il palazzo del potere, a Caserta scattava l’arresto per cinque camionisti partecipanti ai blocchi stradali di protesta, accusati di aver inseguito un tir “crumiro” entrato sull’A30, stringendolo sulla carreggiata destra e costringendolo a fermarsi.

I due episodi rivelano proteste non proprio coordinate, indipendenti pur se accomunate dai motivi scatenanti (caro gasolio, aumento delle accise, costi di trasporto insostenibili), anche se in Sicilia, ma sostanzialmente isolati nella dimensione locale rispetto al resto del paese, agricoltori, trasportatori, allevatori, pescatori, operai, disoccupati e altri colpiti dalle azioni del governo fantoccio di Monti- Napolitano, univano il Movimento dei Forconi (agricoltori) a Forza d’Urto (trasportatori) cercando di bloccare l’isola, le attività produttive locali, le vie di comunicazioni insulari, e riuscendovi per un breve periodo.

Sempre in quel mese, e precisamente all’alba del 26 di gennaio, a dimostrazione della frammentazione di lotte importanti, ma indipendenti le une dalle altre e non coordinate né per territorio né per categoria, scattava un’operazione repressiva poliziesca, mirata, che ha portato all’arresto (ipocritamente definibile, nel linguaggio politicamente corretto e nel falso rispetto dei diritti individuali liberaldemocratici, “esecuzione di ordinanze di custodia cautelare”) di 26 resistenti del movimento valsusino No-Tav, in relazione agli incidenti avvenuti il 6 di luglio 2011 in Val di Susa, nel cantiere di Chiomonte, per fermare i lavori sulla futura linea ferroviaria Torino-Lione.

Gli agricoltori, i trasportatori, i pescatori, gli operai, i disoccupati non si sono mossi, in aiuto ai resistenti della Valle di Susa, per liberare i prigionieri del sistema, per fermare i lavori della Torino-Lione, così come i valsusini, assediati, arrestati e periodicamente caricati da polizia e carabinieri, se ne sono rimasti arroccati nella loro ridotta.

Qui non si intende certo colpevolizzare agricoltori, trasportatori, operai, resistenti valsusini, e gli altri, ma soltanto mettere in rilievo che le divisioni fra i dominati, come è chiaro da quando mondo è mondo, favoriscono soltanto chi detiene veramente il potere.

In questi casi si marcia sempre separati, ma purtroppo non per colpire uniti.

Così, si è esaurita la rivolta del Movimento dei Forconi in Sicilia, che non ha potuto estendersi, nei fatti, al resto del meridione e del paese, sono stati tolti i blocchi stradali di Forza d’Urto e dei trasportatori colpiti dall’aumento delle imposte indirette sui prodotti energetici (aumento che resta, ed anzi, si aggrava in tutta la penisola), i tassinari confluiti a Roma in seguito alla liberalizzazione montiana dei taxi sono tornati ad un lavoro sempre più difficile e incerto, i militanti del No-Tav Torino-Lione e le popolazioni della valle sono tuttora isolate e monitorate dagli apparati repressivi tradizionali che servono il sub-potere locale, mentre le lotte e gli scioperi degli operai Fiat, vessati da Marchionne che fa il paio con Monti, hanno proceduto su un altro binario, senza ottenere alcun esito positivo, senza riuscire a fermare l’attacco al lavoro, a tutto vantaggio del sistema rappresentato da Marchionne e Monti.

Siamo nella condizione in cui, non soltanto il coordinamento e la sincronizzazione delle lotte in ampie aree geografiche del mondo globalizzato non sembra (ancora) possibile, ma neppure la coordinazione e l’unificazione delle lotte a livello nazionale, entro i confini degli stati nazionali sottomessi, privati della necessaria sovranità politica e monetaria e monitorati costantemente dagli organismi sopranazionali, come nel caso dell’Italia.

Oggi possiamo agevolmente osservare i seguenti fenomeni culturali, politici e sociali, che costituiscono altrettanti punti di forza sistemici:

 

a)     L’imposizione di una neolingua più efficace di quella orwelliana in 1984, per la quale “l’ignoranza è forza”, ma ad esclusivo beneficio dei dominanti e della loro presa sulla società.

 

b)     La perdita che pare irrimediabile e definitiva di un alfabeto alternativo, politicamente rivoluzionario, che consente di chiamare le cose non con il nome datogli dai dominanti, ma con espressioni alternative, svelando così gli inganni e favorendo i “risvegli” delle coscienze.

 

c)      Il sistema di interdizioni e tabù del politicamente corretto per un’autocensura dei soggetti.

 

d)     Il pacifismo strumentale che castra le lotte fin dall’origine imbrigliandole entro gli steccati sistemici.

 

e)      La frammentazione delle lotte e delle proteste in piccoli focolai indipendenti, da isolare, contenere e spegnere facilmente.

 

f)       L’atomizzazione, o frammentazione individualistica, della società, destinata a trasformarsi capillarmente in società di mercato al servizio di Mercati & Investitori.

 

g)     Le guerre fra poveri, mettendo gli uni contro gli altri specifici gruppi di dominati, di “minus habentes”, affinché si incolpino a vicenda della loro condizione di minorità, di perdita di diritti, di crescente difficoltà economica (lavoratori privati contro lavoratori pubblici, ad esempio, o lavoratori autoctoni contro lavoratori immigrati, o ancora, lavoratori del settentrione contro quelli del meridione).

 

E in ultimo, ma non ultimo per la sua importanza:

 

h)    Il grande esperimento manipolatorio, culturale e antropologico, per la costruzione sociale dell’uomo precario, un essere umano diminuito nelle sue possibilità, ma adatto a vivere senza poter ribellarsi, senza poter esprimere pericolose visioni alternative del mondo, negli attuali e futuri contesti neocapitalistici. Piccola notazione in proposito: la precarizzazione dei dominati è partita dal lavoro, dalla sua flessibilizzazione “just in time” nell’industria e nei servizi, dalla proliferazione dei cosiddetti contratti della precarietà (ormai una cinquantina o quasi, in Italia, che nessuno si sogna di abrogare), investendo inevitabilmente tutte le dimensioni dell’esistenza, espandendosi come un tumore inarrestabile in ogni recesso della vita quotidiana dei singoli, e perciò è naturale che il Quisling della classe globale Mario Monti, coadiuvato dalla sua segretaria Fornero ed appoggiato da Napolitano, insista tanto sulla precarizzante controriforma del lavoro che sta per essere varata in Italia (più che sulle parziali e raffazzonate liberalizzazioni), con annessa manomissione della precedente norma antilicenziamenti.

 

Molti ricorderanno le dieci strategie manipolative del potere, messe in campo grazie ad un abbondante uso dell’apparato massmediatico, e denunciate con lucidità e precisione dal filosofo nordamericano Noam Chomsky.

Tali strategie consistono nella distrazione di massa con diluvi informativi per distogliere l’attenzione dai problemi importanti, nel trattare i dominati come bambini, o come degli autentici deficienti, rivolgendosi a loro nei messaggi pubblicitari come se fossero sempre tali, nell’educazione di bassissimo livello imposta agli strati inferiori, per limitare la loro capacità di comprensione e promuovere la mediocrità, nell’uso (politicamente corretto? Certamente sì!) degli aspetti emozionali per cortocircuitare l’analisi razionale, nel suscitare il senso di colpa nell’individuo per impedirgli di agire contro il sistema (favorendo così l’autocolpevolizzazione del soggetto e l’insorgere di stati depressivi), eccetera, eccetera.

Ebbene, è ovvio che queste strategie manipolative, veicolate dai media e dalla pubblicità (che secondo lo scomparso sociologo francese Pierre Bourdieu sarebbe diventata il sostituto capitalistico della politica, quella vera) integrano validamente gli strumenti di dominazione collettiva ed invidiale prima elencati, ed un’ulteriore integrazione, utile per comprendere quale livello di “potenza di fuoco” possono esprimere i dominanti, è l’”imbecillità socialmente organizzata” di Costanzo Preve.

Costanzo definisce chiaramente l’imbecillità organizzata dal sistema come una struttura ideologica di dominio che favorisce la riproduzione di quello che lui chiama, non di rado, il capitalismo assoluto (questo capitalismo, bene inteso, non quello otto-novecentesco), ormai individualizzato all’estremo e liberato dalle vecchie forme ideologiche.

Smesse le vecchie forme ideologiche di legittimazione utilizzate per il controllo sociale, comprese quelle caratteristiche del capitalismo del secondo millennio, grazie alla prevalenza della società di mercato, all’incorporazione della democrazia nella struttura politica liberaldemocratica, alla nascita e l’affermazione della nuova classe dominante globale, postborghese e totalmente autoreferenziale, alla distruzione delle comunità e del solidarismo classista necessaria per una capillare “individualizzazione” dell’uomo (da qui la mistificazione a-classista, la società senza classi, ed il comunitarismo considerato sempre e comunque reazionario), ecco fare la sua comparsa questa novità storica, strutturata essenzialmente su due basi antropologiche e psicologiche che sono (a) l’invidia nicciana, intesa da Costanzo in tutte le sue forme – mimetica-imitativa del modello e distruttiva di annientamento – come una passione eminentemente distruttiva, quindi negativa per l’uomo, e soprattutto (b) l’incompetenza del generale, che attraverso la specializzazione e la sola competenza del particolare, serve per rendere i dominati del tutto incapaci di comprendere la totalità neocapitalistica.

In verità, il sistema si difende fin troppo bene ed elimina quelle che per lui sono minacce ancor prima che si manifestino, uccidendo i nemici nella culla o provocando preventivamente aborti, e così, anche se qualcuno, violando le regole del gioco e sfuggendo al controllo, riesce a comprendere la sostanza sistemica e i meccanismi di funzionamento del complicato marchingegno, a meno che non faccia parte della classe neodominante, o delle sub-oligarchie politiche, accademiche, massmediatiche, a meno che non sia un decisore, o un suo collaboratore dotato di qualche potere effettivo, di buone possibilità comunicative, di una certa influenza sugli altri (ma in tal caso non avrà alcun interesse ad assumere atteggiamenti antagonisti), si trova in una condizione desolante di totale impotenza politica, tal che è lecito affermare che “comprendere” non significa “cambiare”, se non c’è la volontà di farlo, di impegnarsi per il cambiamento, di rompere il muro di interdizioni e tabù, come nel caso del sub-oligarca, o se mancano gli strumenti per poterlo fare, come nel caso dell’antagonista reso politicamente impotente, non di rado isolato in un contesto di individualismo anomico, di generalizzata impotenza politica e di diffusa “passività sociale”.

Oscillare fra una condizione di effettiva impotenza politica (vivendo nello “stato di eccezione liberaldemocratico”, in piena sospensione della democrazia, come accade in Italia) e di onnipotenza virtuale (si pensi alle possibilità virtuali offerte a chi naviga in rete), o ancora fra una specializzazione indotta dalla divisione del lavoro capitalistica (che consente di vedere il particolare, ma non il generale) e la stravaganza (purché inoffensiva per il sistema), rappresenta una condizione umana già indagata, a suo tempo, dal filosofo marxista ungherese György Lukács, e destinata ad aggravarsi quanto a riduzione della coscienza sociale e dello smarrimento di sé.

Il filosofo tedesco Günther Anders ha sollevato nel novecento il problema dell’inadeguatezza dell’uomo davanti alle tecnologie da lui stesso create, davanti all’espansione della produzione, un uomo che nonostante tutto continua ad impegnarsi in una rincorsa a lui sfavorevole, ma che resta sostanzialmente “antiquato”.

Vi sono echi heideggeriani in tutto ciò (l’uomo imprigionato in un meccanismo anonimo e impersonale, rappresentato dalla Tecnica, in qualche misura vittima delle sue stesse creazioni) e vi è la paura, oggi più che mai diffusa ad arte dal sistema per stimolare la competizione e fagocitare completamente le soggettività, di essere inadeguati, di non riuscire a stare al passo.

Ma restando indietro, secondo Anders, si può restare sé stessi, e questa potrebbe essere già una vittoria, o in altri termini, un punto di partenza nuovo e antagonistico.

In conclusione, se questo è il quadro generale entro il quale ci si dovrà muovere, quanto a strumenti di dominazione utilizzati dal nemico di classe e di civiltà per il controllo sociale ed individuale, per flessibilizzare le masse e prevenire il nascere di alternative sistemiche, quali forme potrà assumere, e quali tecniche potrà utilizzare la futura, auspicabile lotta rivoluzionaria contro il Nuovo Capitalismo e i suoi agenti per essere veramente efficace, per poter sperare di conseguire obiettivi rilevanti?

L’ardua risposta, per quanto parziale e insufficiente, nei prossimi saggi.

 

 

Strumenti di dominazione violenta e nonviolenta di Eugenio Orsoultima modifica: 2012-03-26T12:42:00+02:00da derosse
Reposta per primo quest’articolo

3 pensieri su “Strumenti di dominazione violenta e nonviolenta di Eugenio Orso

  1. Preambolo chiaro e condivisibile.
    Io -mi permetto- vedo inerente un’altro aspetto importante, uno degli strumenti di controllo e addormentamento delle masse di maggior efficacia risiede nello stesso modus di esistenza all’interno del sistema. Tutti gli esseri umani costituiscono il mercato stesso, e consumano, e desiderano possedere i beni “simbolo” (di tipo grande serie, non parlo di aerei privati o yacht) imposti dalle società possedute dalla Global Class (penso ad Iphone, smarthphone, pc, high teconology in genere, auto, ecc. fino alla stessa rete), arrivando addirittura ad idolatrare i grandi sfruttatori mondiali (vedi caso Steve Jobs, e tutti sanno i meccanismi globalistici parossistici di sfruttamento con cui produceva e produce). In certo qual senso nessuno, almeno per qualche piccola parte, non è “venduto” alla Global Class, non ne è sostenitore in certo qual senso, e questo è anche uno dei metodi più efficaci di controllo. E, aggiungo, e penso a me stesso prima di tutto, per quanto uno sia critico, contrario al sistema, denunciante i vari soprusi, rivoluzionario quanto si sente di essere in grado di poter rinunciare, abiurare a tale contesto? In certo qual modo, volenti o nolenti, siamo tutti globalisti, per quanto poco sia. Spero di essere riuscito a spiegarmi…
    Saluti

  2. Come scrivo nel saggio, richiamando Bourdieu, la violenza simbolica si esercita sull'”agente sociale” proprio con la sua complicità, ed è ben diversa, più sottile, della costrizione fisica che riduce lo schiavo in catene contro la sua volontà.
    Posto che il mercato nei termini in cui viene propagandisticamente descritto dall’apparato ideologico-massmediatico ed accademico non esiste (come non esiste il paradiso promesso a cristiani ed islamici), il discorso sui consumi è stato affrontato in molte salse da nomi illustri.
    Bauman ha costruito sul discorso del consumo di massa la fortunata serie “liquida”.
    Nella vita liquida, il suddetto precisa che la vita liquida è una vita di consumi, e i beni di consumo sono come frammenti inanimati di un “universo” che ci imprigiona.
    La violenza simbolica del potere penetra ovunque e corrompe le coscienze, anche attraverso il consumo.
    Un potente veicolo “d’infezione” è la pubblicità, che non vende tanto un singolo bene, come superficialmente molti credono, ma uno stile di vita, un mondo.
    Però il consumo non è che un aspetto, un lato, importante fin che si vuole ma non l’unico, della dominazione neocapitilistico-globalista.

    Saluti “anticonsumisti”

    Eugenio Orso

  3. il mio punto era più o meno questo, in sintesi:
    “chi critica e combatte nello stesso tempo sostiene”.
    Un consumo diverso, ben organizzato e alternativo, potrebbe creare non pochi problemi alla Global Class, oltre ad aiutare i “consumatori” a vivere meglio.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato ma sarà visibile all'autore del blog.