L’Europa posticcia dell’Unione di Eugenio Orso

L’Europa posticcia dell’Unione

Ovvero la perdita della coscienza sociale e della sovranità nazionale

di Eugenio Orso

 

Quello che ha portato all’attuale stato di cose, nell’Europa sopraffatta dalla crisi neocapitalistica strutturale e dall’assoggettamento degli stati ad entità monetarie e finanziarie private, è stato un lungo processo di creazione e sviluppo delle istituzioni e delle strutture di potere cosiddette comunitarie, le cui radici affondano nel periodo della seconda guerra mondiale, un processo che si è accompagnato alle rilevanti trasformazioni culturali, socio-economiche e geopolitiche manifestatesi dagli anni quaranta del novecento fino ai giorni nostri.

Un processo che un giorno gli storici dovranno ricostruire fuori della retorica e dalle mistificazioni che l’hanno accompagnato in questi ultimi decenni, per far digerire agli europei ciò che loro non volevano, o volevano molto tiepidamente.

Un processo, inoltre, che ha proceduto di pari passo con quello di allargamento fisico e psicologico dei mercati che è alla base della globalizzazione neoliberista, contribuendo a rafforzare e ad estendere il potere dei Mercati & Investitori nel mondo, e la cosa non può essere frutto del caso.

La mano invisibile neoliberista, che altro non è se non la longa manu accaparratrice della una nuova classe dominante globale, ha voluto ed indirizzato fin dalla seconda metà degli anni ottanta lo sviluppo di questa Europa, così come oggi la conosciamo, ampiamente imposta dall’alto e non particolarmente amata né desiderata dalle popolazioni del vecchio continente, determinandone la sostanza di centro di potere sopranazionale, stabilito contro l’autonomia e l’indipendenza dei vecchi stati nazionali, nonché la sua funzione di apparato burocratico onninvasivo e di detentore del potere finanziario e monetario.

La retorica europeista, la cui inconsistenza è ormai scoperta particolarmente in paesi completamente assoggettati come l’Italia e la Grecia, vorrebbe far credere che un’Europa costruita intorno all’allargamento del mercato, e quindi di natura commerciale, ed in conseguenza dell’imposizione di un’unica moneta in mani private, e quindi monetaria, costituisca il presupposto indispensabile per realizzare, nel lungo periodo, una vera e libera unione politica dei popoli.

Se non si accetta questa Europa, commerciale, monetaria, soggetta interamente alle leggi del mercato e tassello (sempre meno importante, ma ancora utile ai dominanti) della globalizzazione neoliberista, la minaccia che si paventa, al fine di spaventare gli europei ed indurli ad accettare ciò che senza condizionamenti respingerebbero, è quella della riproposizione dei distruttivi conflitti fra le nazioni europee che hanno funestato il novecento, attraverso due guerre mondiali la cui origine era in questa parte del mondo, e che hanno contribuito in modo decisivo a far perdere al vecchio continente, forse per sempre, la sua preminenza a livello mondiale.

Così, nel caso collassi l’euro e si svuotino per logica conseguenza le istituzioni europee, abbandonate al loro destino, la propaganda europeista e neocapitalistica, a tutto vantaggio del potere della classe globale occidentale, prospetta scenari terrifici simili a quello già vissuto della “guerra civile europea” fra nazionalsocialismo e comunismo bolscevico, proposto a suo tempo dallo storico Ernst Nolte in una rilettura della storia del novecento (da bravo “revisionista” che rompe i tabù), e dispiegatosi funestamente fra il 1917 (Ottobre Rosso, nascita del potere bolscevico in Russia) e il 1945 (fine della seconda guerra mondiale, sconfitta del nazismo e smembramento della Germania), oppure minaccia disastri economici e sociali a catena, i quali, per la verità, sono già in atto almeno in quella una parte dell’Europa considerata economicamente più debole e più “spendacciona” – in termini di spesa pubblica, di welfare, di burocrazia statale, e questo a causa delle regole e delle misure recessive imposte per tenere in vita la moneta unica, nonché per effetto dello stessa natura e dei veri scopi che ha l’Unione.

La costruzione europea, intesa negli ultimi decenni quale strumento di potere e di controllo dei popoli (e delle risorse) da parte degli agenti neocapitalistici, non solo non ha permesso al vecchio continente di riacquisire una posizione preminente nel mondo, da un punto di vista geopolitico oltre che puramente economico (come avrebbe potuto accadere dopo la fine del bipolarismo USA-URSS), sviluppando politiche unitarie e riappropriandosi della propria indipendenza, ma non poteva che produrre, per gli europei e per le vecchie istituzioni statuali che li rappresentano, esiti maligni come quelli che ha concretamente prodotto e che viviamo drammaticamente sulla nostra pelle.

Le esigenze della riproduzione neocapitalistica allargata recepite dall’Europa posticcia dell’Unione, hanno imposto, da circa un trentennio a questo parte, l’allargamento fisico e psicologico dei mercati oltre ogni limite politico, culturale, di sostenibilità ambientale e sociale, il “declassamento” dei vecchi stati nazionali destinati a perdere irrimediabilmente la necessaria sovranità politica e monetaria, l’assoluta preminenza della produzione capitale finanziario derivato su quella del capitale produttivo di marxiana memoria, la flessibilizzazione all’estremo del fattore lavoro (compresso dalle controriforme giuslavoristiche) e la distruzione dei modelli capitalistici particolari, in cui si realizzava ancora, attraverso il welfare, le politiche neokeynesiane sopravviventi, l’intervento dello stato nell’economia per sostenere i consumi interni, quel patto fra Stato e Mercato (inteso come grande capitale in mani private) che ha connotato il capitalismo per buona parte della seconda metà dello scorso secolo.

L’Unione europea di oggi, dal suo cerchio interno e monetario al suo cerchio esterno, è una prova evidente che lo Stato non è più sovrano e il Mercato si è definitivamente affrancato dalla Politica.

Il calvario della Grecia e dell’Italia, paesi occupati per realizzare attraverso l’euro e le politiche imposte dalla BCE e dagli organi comunitari il grande sogno neocapitalistico di dominio assoluto, sono la dimostrazione più evidente che non è più il Mercato a dover sottostare alla Politica, ma è la politica (questa volta con l’iniziale minuscola) a dover sottostare al Mercato.

La vicenda europea ha avuto il suo inizio formale con i cosiddetti Trattati di Roma del 1957, istitutivi della Comunità Economica Europea (l’“antenata” dell’Unione più blanda e meno distruttiva della discendente) e di quella dell’energia atomica (Euratom), preceduti di qualche anno dal trattato istitutivo della Comunità del carbone e dell’acciaio (CECA).

Fra i primi obbiettivi di allora, vi erano quelli dell’abbattimento delle tariffe e dei dazi doganali, per l’allargamento definitivo del Mercato oltre i confini nazionali, e l’istituzione di un organismo finanziario come la Banca Europea degli Investimenti.

L’Allargamento capitalistico dei mercati e la finanza, ragioni commerciali ed energetiche, e non un vero “matrimonio” fra i popoli voluto dal basso con positivi riflessi geopolitici, sono comunque all’origine della cosiddetta Europa unita, ed è proprio per questo che la “fratellanza” fra i popoli europei è oggi lettera morta, mentre le istituzioni dell’Europa posticcia e totalitaria che conosciamo, calata dall’alto come un volere divino, la fanno da padrone, e ci impongono con la coercizione ed il ricatto le controriforme liberlcapitalistiche.

E’ però evidente che i trattati per l’istituzione di un mercato comune e per la realizzazione di progetti energetici condivisi, siglati dalla Germania ovest, dalla Francia, dall’Italia, dal Belgio, dall’Olanda e dal piccolo Lussemburgo negli anni cinquanta, sono il frutto di una maturazione storica, culturale, politica ed economica degli eventi, che ha le sue radici nel periodo della seconda guerra mondiale e negli anni trenta, nonché il risultato della sconfitta dell’Europa nel secondo conflitto mondiale, a vantaggio della potenza americana e di quella sovietica, e della conseguente divisione del vecchio continente in un due aree di influenza, prive di una vera autonomia, a sovranità limitata.

E’ altrettanto vero che il processo che ha portato alla costituzione, al consolidamento e allo sviluppo delle istituzioni europee sopranazionali si è accompagnato nel corso dei decenni alla “evoluzione capitalistica”, fino a aderire perfettamente alle dinamiche ed alle esigenze riproduttive del Nuovo Capitalismo finanziarizzato del terzo millennio.

Possiamo far risalire simbolicamente l’adesione dell’Europa “comunitaria” alle nuove dinamiche capitalistiche, ultraliberiste e globalizzanti, al 1992, che è l’anno della firma del Trattato di Maastricht da parte dei dodici paesi allora parte della Comunità Europea, il quale ha sancito la nascita dell’attuale Unione.

In seguito, attuando le nuove pattuizioni, si è proceduto a dare consistenza all’Unione economica e monetaria (UEM) creando la BCE (1999) e successivamente introducendo l’euro nella circolazione monetaria effettiva dei paesi aderenti (2002).

Ma l’Europa “comunitaria” prima, e dell’Unione dopo, considerando la sua genesi, oltre a seguire nella sua storia ultradecennale le linee dello sviluppo e delle trasformazioni capitalistiche, è innegabilmente figlia della decadenza, del declino del continente europeo prostrato da due conflitti e non più centro del mondo, ed è proprio questo esser figlia della crisi e della perdita di potenza che l’ha portata fin dalle origini ad una completa subordinazione al cosiddetto occidente americano, ed infine, a divenire ciò che è oggi nella veste di Unione commerciale e monetaria: un utile strumento di dominazione, attraverso le sue istituzioni, i suoi trattati e la sua moneta “straniera” e privata, della classe dominante globale.

E’ nel disastro del secondo conflitto mondiale, che ha completato il suicidio dell’Europa sancendo la definitiva perdita della sua preminenza, che l’irrequieto federalista Altiero Spinelli, espulso dal partito comunista prima della guerra e in quegli anni condannato al confino dal fascismo, ha scritto il celebre Manifesto di Ventotene del 1941 (proprio nell’isola dove trascorse la seconda parte del confino), quale anticipazione, e premonizione, dei tempi nuovi che di lì a poco, dopo la sconfitta della Germania nazista e il suo smembramento, sarebbero arrivati.

In questo celebre documento politico “protoeuropeista”, scritto da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, pubblicato e diffuso in clandestinità da Eugenio Colorni, emerge con estrema chiarezza l’ostilità nei confronti dello stato nazionale sovrano, confuso con i totalitarismi europei novecenteschi e con i disegni imperialisti delle grandi potenze, e ciò che si propone come alternativa è sostanzialmente una riorganizzazione federale (e sopranazionale) dell’Europa, nell’attesa che si creino le condizioni per l’unità politica dell’intero globo, ossia per un governo mondiale.

Internazionalismo, mutuato dai sogni comunistici otto-novecenteschi, e dimensione sopranazionale salvifica, per non ripetere gli errori e gli orrori del novecento, ai giorni nostri agitati come spauracchi dalla propaganda filo europeista e globalista, costituiscono la sintesi estrema del Manifesto di Ventotene.

Il mostro da sconfiggere, perché non si ripresenti più nell’Europa del futuro, assumendo le forme del totalitarismo e dell’imperialismo che hanno scatenato due guerre mondiali, per Altiero Spinelli è proprio la sovranità assoluta dello stato-nazione (senza la quale, però, si mette in discussione anche la sua concreta indipendenza da potentati esterni), ed infatti nel Manifesto si legge che La sovranità assoluta degli stati nazionali ha portato alla volontà di dominio sugli altri e considera suo “spazio vitale” territori sempre più vasti che gli permettano di muoversi liberamente e di assicurarsi i mezzi di esistenza senza dipendere da alcuno. Questa volontà di dominio non potrebbe acquietarsi che nell’egemonia dello stato più forte su tutti gli altri asserviti. [Manifesto di Ventotene, La crisi della civiltà moderna]

E’ molto importante, e addirittura profetica (detto con il senno di poi), questa presa di posizione “internazionalista” e sopranazionale, di totale ostilità nei confronti del vecchio (e oggi diciamo, con qualche nostalgia, protettivo) stato-nazione sovrano, al punto che sembra che lo Spinelli anticipi gli eventi di portata storica accaduti in seguito, ai nostri giorni, in cui drammaticamente si afferma uno strano “internazionalismo”, però sostanzialmente diverso da quello auspicato da Spinelli, che doveva emancipare le masse proletarie e popolari, far cessare le distruttive guerre elitistiche, realizzare il suo particolare ideale di socialismo, e ridare all’Europa dopo il conflitto un ruolo positivo nel mondo.

L’internazionalismo emancipativo dei popoli, dai lineamenti curiosamente socialistici ed egualitari, in salsa federalista, auspicato da uno dei più inquieti “padri dell’Europa” – quale è stato indubbiamente Altiero Spinelli, espulso dal partito comunista per il suo essere antistaliniano e piccolo borghese, carcerato dal fascismo per dieci anni, poi costretto al confino, e fondatore nel 1943, a Milano, del Movimento Federalista Europeo, in realtà ha assunto le forme minacciose della globalizzazione neoliberista, ed ha comportato la supremazia del Mercato e della finanza, la distruzione della coscienza sociale, oltre che dell’autonomia e della sovranità degli stati, informando, nel passaggio dal secondo al terzo millennio, la stessa costruzione europea.

E’ andata diversamente da come aveva auspicato questo “padre dell’Europa”, antemarcia della Comunità e della successiva Unione, e ai vecchi totalitarismi novecenteschi, nati nell’alveo degli stato-nazioni dotati di sovranità assoluta, si è sostituita – dopo i necessari passaggi storici, socio-economici e geopolitici e le forche caudine della “guerra fredda” fra i blocchi, le rilevanti trasformazioni capitalistiche, l’avvio della globalizzazione economica e finanziaria, una forma di totalitarismo neocapitalistico che ha demolito, con la coscienza sociale e le solidarietà di classe, le dimensioni politiche e sociali dell’esistenza, ha flessibilizzato le masse precarizzandole e idiotizzandole, ed ha sottomesso gli stati nazionali, investendo in pieno, con la sua onda d’urto espropriatrice, impoverente e de-emancipante, le popolazioni europee soggiogate dai trattati e dalla burocrazia di questa brutta copia, saldamente nelle mani elitistico-oligarchiche, dell’Europa stessa.

Mai come oggi l’Europa dell’Unione si configura come una “prigione dei popoli”, in prospettiva futura peggiore di quella zarista.

Eppure Spinelli scriveva, nel Manifesto di Ventotene del 1941, identificando I compiti nel dopo guerra della riforma della società: Un’Europa libera e unita è premessa necessaria del potenziamento della civiltà moderna, di cui l’era totalitaria rappresenta un arresto. La fine di questa era sarà riprendere immediatamente in pieno il processo storico contro la disuguaglianza ed i privilegi sociali. Tutte le vecchie istituzioni conservatrici che ne impedivano l’attuazione saranno crollanti o crollate, e questa loro crisi dovrà essere sfruttata con coraggio e decisione. La rivoluzione europea, per rispondere alle nostre esigenze, dovrà essere socialista, cioè dovrà proporsi l’emancipazione delle classi lavoratrici e la creazione per esse di condizioni più umane di vita.

Oggi sta accadendo esattamente il contrario, e quanto sta accadendo è la migliore (o meglio, la peggior) prova che non è stata sufficiente la caduta dei regimi totalitari europei, per giungere ad un mondo nuovo, di popoli federati in un’Europa unita, nell’attesa dello stabilirsi di un benefico governo mondiale, come credeva il povero Spinelli: La caduta dei regimi totalitari significherà per interi popoli l’avvento della “libertà” sarà scomparso ogni freno ed automaticamente regneranno amplissime libertà di parola e di associazione. [Manifesto di Ventotene, La situazione rivoluzionaria: vecchie e nuove correnti]

Se Altiero Spinelli, con i suoi compagni federalisti europei e “anti-sovranisti”, sognava l’avvento di un’Europa libera, unificata e federalista dopo la fine del secondo conflitto mondiale, ed auspicava come esito finale, di lungo periodo, la mitica e mai realizzata unità internazionale, la sola unità internazionale che si è realizzata è quella dello spazio globale per lo scorrimento libero – previo abbattimento degli ostacoli politici, sociali, culturali, dei grandi capitali finanziari, coerentemente con le caratteristiche del nuovo modo di produzione dominante, rappresentato dal Nuovo Capitalismo finanziarizzato del terzo millennio.

L’Europa non è mai stata veramente libera, dopo il secondo conflitto mondiale (non imputabile alla pura forma dello stato-nazione sovrano), il cui esito disastroso l’ha ridotta in una posizione ancillare rispetto alle potenze emergenti, USA e URSS, divisa territorialmente fra i due blocchi come se fosse “bottino di guerra” da spartire.

Dopo la fine dell’Unione Sovietica l’Europa non ha saputo, o non ha potuto, riacquisire la sua piena indipendenza dall’esterno, perché oltre agli scenari geopolitici (che rappresentano la superficie) sono mutati radicalmente gli scenari capitalistici (che rappresentano la profondità), e la costruzione europea – ancora fragile, ambigua, parziale, indeterminata sul piano della politica estera e su quello militare, è finita nelle mani della nuova classe dominante, la classe globale neocapitalistica, che sta provvedendo a “normalizzare” il capitalismo europeo con robuste dosi di liberismo economico, aprendo definitivamente al Mercato i paesi più riottosi, più esposti alle intemperie della speculazione finanziaria e più deboli.

Come possiamo facilmente comprendere, accade esattamente il contrario di quello che sognava Altiero Spinelli, e questa Europa posticcia, sopranazionale ed elitistica – nuova “prigione dei popoli” che non possono sfuggire agli appetiti neocapitalistici, sta distruggendo la coscienza sociale delle popolazioni e la sovranità degli stati nazionali, perché l’una e l’altra, lungi dall’essere incompatibili, sono presupposti indispensabili per la libertà e l’autodeterminazione.

L’Europa posticcia dell’Unione di Eugenio Orsoultima modifica: 2012-01-16T12:52:00+01:00da derosse
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