Imperialismo Finanziario Globale di Eugenio Orso

Il passaggio concettuale dal Capitalismo all’Imperialismo operato da Vladimir Lenin, ha implicato all’esordio dello scorso secolo un salto qualitativo nella lotta rivoluzionaria – oltre che un’evidente deviazione dal codice marxista ottocentesco, ed ha consentito alle forze della Rivoluzione di identificare meglio il nemico, nella sua sostanza, nelle sue potenzialità offensive e nei suoi punti deboli.

L’Imperialismo europeo d’inizio novecento legato ai vecchi stati nazionali sovrani, con il quale Lenin aveva a che fare, ha condotto il mondo nella fornace del primo conflitto mondiale, ha prodotto come reazione rivoluzionaria l’Ottobre Rosso e la nascita dell’Unione Sovietica, ed ha portato alla nascita di un sistema collettivista, però con forti lineamenti capitalistici (persistenza di una strutturazione classista nella società, sopravvivenza della piccola proprietà privata, differenze di reddito fra i gruppi sociali, pur se non accentuate come in occidente, eccetera, eccetera).

Anche oggi, in una realtà culturale, economica e sociale completamente diversa da quella novecentesca, ed alla presenza di assetti geopolitici non confrontabili con gli assetti d’inizio novecento, molti discutono di Imperialismo, in certi casi come se fossimo ancora ai tempi di Lenin buonanima, identificandolo tout court con le sanguinose proiezioni di potenza statunitensi e Nato che potrebbero investire, nel prossimo futuro, l’Iran e la Siria.

Ma poi ci sono, per dirla con una suggestiva espressione komeynista (Ruhollah Khomeyni è stato un grande rivoluzionario e un moderno “emiro dell’Afghanistan”, al di là degli aspetti religiosi e folcloristici), i Piccoli Satana come la Francia e la Gran Bretagna, in prima fila nel promuovere il recente intervento militare occidentale in Libia e sempre disposti a massacrare e saccheggiare altri paesi europei, se pensiamo al caso dell’Italia e al suo completo assoggettamento alle regole dettate dalle sedicenti istituzioni europee e sopranazionali.

Fra i Piccoli Satana imperialisti c’è anche la Germania, molto attiva contro i paesi dell’Europa mediterranea, e fra tutti è quello che in questa porzione del mondo domina, in quanto a parametri macroeconomici, dimensioni del PIL e tassi di crescita.

Non a caso, l’escrescenza capitalistica maligna dell’euro è cresciuta sul marco, ritagliata sulla moneta tedesca con una spruzzata di franco francese.

Quindi, secondo non pochi osservatori e commentatori, sarebbe l’Imperialismo, in tale caso riconducibile alla potenza economica tedesca, che nell’Europa posticcia dell’Unione ha stabilito il suo dominio attraverso le sedicenti istituzioni europee e l’euro, occupando la Grecia e l’Italia ed imponendo a questi paesi governi fantoccio.

La Germania ha fatto questo in quanto stato e potenza del tutto sovrana, se si crede che esistono ancora i vecchi imperialismi, e lo ha fatto allo scopo di stabilire saldamente per gli anni a venire, nel mondo globalizzato ed ipercompetitivo che non concede sconti ai più deboli, una propria “area vitale” di influenza e di dominio.

I paesi europei del mediterraneo diverrebbero, così, il “cortile di casa” della potenza economica tedesca, e ne subirebbero in pieno, senza fiatare, le imposizioni.

Qualcuno ha persino scritto che fra dieci anni, in Europa, saremo tutti o quasi “giardinieri dei tedeschi”.

Secondo altri, invece, la cosiddetta crisi dell’euro che si accompagna a quella del debito di molti stati europei, in particolare nell’area mediterranea, costituirebbe il prodotto di abili manovre del Grande Satana planetario, cioè dell’imperialismo americano (o anglo-americano, considerando l’appendice britannica che funge da testa di ponte in Europa), il quale ha agito attraverso la Federal Reserve, la finanza, le banche d’affari e i giochi valutari, per salvare la superiorità del dollaro a scapito dell’euro e scaricare gli effetti della crisi economico-finanziaria strutturale sui paesi del vecchio continente, profittando dell’occasione per distruggere i loro sistemi economici peculiari ed imporre a tutto campo il modello capitalistico neoliberista.

L’impero americano cercherebbe a tutti i costi di sopravvivere ai grandi cambiamenti geopolitici che già si prospettano, seminando intorno a sé morte e distruzione, con il tradizionale strumento della guerra, come è accaduto in Afghanistan ed in Iraq, o con la finanza, la valuta, i ricatti e le imposizioni del suo modello di società, fatto di liberaldemocrazia e ultraliberismo.

Se scendiamo, invece, su un terreno più prettamente sociale ed economico, ciò che sta accadendo potrebbe essere interpretato, a parere di chi scrive più correttamente rispetto alle visioni precedenti, come il riflesso di una lotta trentennale fra il Nuovo Capitalismo – e quindi il Capitale, ed il Lavoro da troppo tempo soccombente, una lotta che implica pesanti effetti sociali e ridistributivi, nonché lo “sterminio” di interi gruppi sociali, inghiottiti nella fornace della de-emancipazione e dell’abbattimento dei redditi.

E’ fin troppo chiaro che il Capitale sta vincendo la storica contesa con il Lavoro, e per questo porta i suoi affondi finali, riuscendo ad imporre governi “tecnici” ai paesi più vulnerabili e non ancora del tutto “aperti al Mercato”, escludendo in quei paesi fastidiose ed inopportune consultazioni popolari (dai referendum alle elezioni), imponendo alla luce del sole propri governi, attivando politiche esplicitamente antisociali ed antinazionali.

La pax sociale, la “coesione”, la fine della lotta di classe (di cui il Capitale detiene saldamente il monopolio), oggi si impongono con le armi – idiotizzazione della popolazione, precarietà di lavoro e di vita, continue decurtazioni di reddito, cibo-spazzatura, ricatto del debito collettivo ed individuale, eccetera, e non sono frutto di compromessi come accadeva, quando a dominare in occidente era il capitalismo del secondo millennio, approdato al keynesismo e soggetto alla stringente “concorrenza” sovietica.

Il Capitale agisce, per imporre il suo dominio totale, attraverso i trattati internazionali, il controllo delle politiche degli stati esercitato di entità sopranazionali – e il controllo sulla moneta, che diventa privata e “straniera” nel caso specifico europeo, nonché attraverso l’azione devastante e impoverente di esecutivi da lui stesso imposti, e in primo luogo dei suoi “impiegati di concetto” come Papademos e Monti, che guidano i “gabinetti del Capitale”.

I Mercati, che solitamente si accompagnano ai grandi Investitori, per effetto dell’affermazione della nuova “lex de imperio” neocapitalistica stabiliscono le regole alle quali gli stati e i governi non devono permettersi di derogare, pena il commissariamento o la vera e propria occupazione.

Il prossimo futuro confermerà quanto precede, a meno che l’euro non collassi nel giro di pochi giorni, come prevedono alcune fonti, provocando l’inevitabile frana delle istituzioni europee, perché allora le politiche imposte a livello nazionale, senza neppure la finzione del consenso popolare, non basteranno più, non saranno più giustificabili (“salviamo l’euro”, “restiamo in Europa”, “riduciamo il debito”, ed altre corbellerie del genere), e la situazione potrà diventare beneficamente esplosiva.

In questa ultima ipotesi, il re sarebbe nudo, e ciò potrebbe consentire l’avvio, in vaste aree del vecchio continente, della tanto attesa Guerra Sociale di Liberazione, cioè l’avvio di una vera e propria Guerra – ben oltre la lotta di classe d’altri tempi fra Borghesia e Proletariato, fra la classe globale dominante neocapitalistica (Global class) supportata da alcuni gruppi sociali tributari, ma sempre più minoritari avanzando l’impoverimento generale, e la nuova classe povera che esprime il Lavoro (Pauper class), oggi penalizzata e quasi completamente assoggettata.

Si tratterà di una Guerra culturale, politica e sociale spietata, che investirà la totalità delle dimensioni dell’esistenza, e che potrà concludersi soltanto con la schiavitù di massa e l’affermazione di un ordine sociale ultraclassista e neofeudale, oppure con l’annientamento completo della Global class e dei suoi mercenari, perché questo capitalismo non può e non potrà accettare compromessi.

Secondo l’approccio che postula la tenace sopravvivenza dei vecchi imperialismi, da quelli europei otto-novecenteschi a quello statunitense subentrato come potenza planetaria egemone ai primi, una volta sconfitti il Grande Satana americano e/o i Piccoli Satana del vecchio continente, quali la Germania e la Francia, ogni cosa tornerebbe al suo posto e i popoli sarebbero finalmente liberi di governarsi come meglio credono.

A parte il fatto che ad un imperialismo declinante può sostituirsene un altro (ad esempio quello globalista-postcomunista cinese), e rimettere le catene ai popoli, l’errore di fondo che commette chi accetta questa impostazione è quello di credere (e soprattutto far credere) che da questo punto di vista tutto sia rimasto uguale a ciò che era nel novecento, e che la classe dominante è sempre la Borghesia, del tutto interna agli stati e alle potenze di riferimento.

Oggi siamo davanti ad una nuova classe dominante, che ha ben altri strumenti a disposizione rispetto alla vecchia borghesia proprietaria, non ha un concorrente insidioso come quello sovietico, in grado di esprimere un’alternativa di sistema praticabile, può sacrificare i sub-dominanti politici che governano per suo conto e si muove con disinvoltura nell’era del Nuovo Capitalismo finanziarizzato e dell’Imperialismo Finanziario Globale, che non ha le caratteristiche dell’imperialismo indagato a suo tempo da Lenin, quale fase suprema del capitalismo.

Non si tratta certo dell’impero negriano senza centro e in continua espansione, o del trust ultraimperialista mondiale, che secondo Kautsky doveva inghiottire tutte le imprese e tutti gli stati, ma di un superamento del vecchio ordine che “imprigionava” ancora il capitale entro confini nazionali, consentiva alla politica di limitare gli eccessi dell’economia liberista e della finanza, e legava indissolubilmente gli appetiti imperiali alle bandiere di stati potenti e sovrani.

Per realizzare la piena illimitatezza capitalistica, e il completo dominio di economia e finanza sulla politica, sugli stati, sui popoli, sui governi e su ogni altra cosa (religione, tradizioni, filosofia, eccetera), oltre alla genesi di una classe dominante deterritorializzata, esterna al mondo culturale borghese e ai suoi legami con gli stati e i paesi di appartenenza, questo capitalismo ha avuto necessità di spostare altrove i centri decisionali strategici e di ridurre i preesistenti stati e governi a semplici dépendances dei predetti centri e degli organi sopranazionali, a catene di trasmissione finali di decisioni cruciali sottratte completamente alla volontà popolare.

Lo strumento dello stato, che ai tempi di Lenin era di sostanziale importanza per realizzare ed estendere la potenza dei dominanti, è stato quindi “declassato”, è sceso di rango e di importanza, proprio perché quello che è stato definito, in questa sede, l’Imperialismo finanziario globale (e privato) è strutturato in modo diverso, con respiro sopranazionale, rispetto ai vecchi imperialismi otto-novecenteschi.

Così, a differenza di quanto accadeva dopo la seconda metà del novecento nel mondo bipolare USA-URSS, gli Stati Uniti d’America, potenza economica, militare e nucleare ancora senza uguali, sono uno strumento (di una certa importanza, ma pur sempre uno strumento), dell’Imperialismo finanziario globale che ha come agente strategico irrinunciabile non più la Borghesia ma la Global class.

I sedicenti pilastri dell’Europa monetaria e finanziaria, Germania e Francia, sono altrettanti strumenti, e non espressioni imperialistiche di stati completamente sovrani, prova ne è che si inizia a parlare sibillinamente dell’evoluzione della situazione tedesca, in relazione al debito e alle prospettive di crescita, e la Francia da qualche tempo è in odor di downgrade da parte delle famigerate agenzie di rating, il che costituirebbe l’inizio dell’attacco e dell’”invasione” finale globalista anche in quel paese.

Possiamo già azzardare che “ristrutturazioni” del debito, concreti rischi di default, massicci attacchi speculativi non riguarderanno, in futuro, soltanto i vituperati PIIGS, ed in particolare i paesi dell’Europa mediterranea.

La dimensione privata (e sopranazionale) di questo nuovo Imperialismo è testimoniata dalla supremazia di Mercati & Investitori, la cui lex (sed lex) è ormai legge suprema ed inviolabile, alla quale tutti devono sottostare, poiché la vera costituzione, quella materiale, nasce al di fuori dei singoli stati nazionali e prevale sempre sulla costituzione formale degli stessi.

Non si tratta forse di palesi violazioni della sovranità nazionale, a riprova che i governi sono ridotti al rango di semplici burocrati destinati ad evadere (con sollecitudine e puntiglio, come dovrà fare il nuovo esecutivo italiano) le “pratiche” globaliste?

Se Marchionne, con i suoi progetti di assoggettamento completo del lavoro in Italia, arriverà fino al punto di violare i diritti costituzionalmente concessi, ciò non avrà più alcuna importanza, ed anche l’”impiegato di concetto” della classe globale posto alla guida del nuovo esecutivo nazionale, Mario Monti, nel recente passato non ha perso occasione per elogiare le innovazioni contrattuali (e disciplinari) marchionniste.

Già Lenin aveva rilevato con grande chiarezza nel suo saggio L’imperialismo, fase suprema del capitalismo (1916) la “Concentrazione della produzione; conseguenti monopoli; fusione e simbiosi delle banche con l’industria”, quali trasformazioni che condussero all’imperialismo e all’esaltazione del capitale finanziario, ma ciò avveniva in un mondo in cui gli stati nazionali avevano completa sovranità e la classe dominante, a loro legata nelle dimensioni del potere e del suo esercizio, era borghese, contrapposta alla classe subalterna del proletariato.

Per concludere, l’affermazione di un nuovo modo storico di produzione, diverso da quello che connotava il capitalismo del secondo millennio, ha comportato il passaggio dal tradizionale imperialismo all’Imperialismo finanziario globale, un cambiamento non da poco e da pochi avvertito, perché per molti critici del capitalismo e del sistema l’Imperialismo è ancora quello del novecento, le proiezioni di potenza sono espresse da stati sovrani che decidono del loro destino, e la classe dominante è ancora la Borghesia, agente capitalistico in via d’estinzione e ancora legato alla dimensione nazionale.

Imperialismo Finanziario Globale di Eugenio Orsoultima modifica: 2011-11-28T12:23:00+01:00da derosse
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