Uscire dall’euro! (Ma come si può fare?) di Eugenio Orso

Da più parti, in qualche caso timidamente, in qualche caso con più decisione, nelle catacombe virtuali della controinformazione o altrove, si avanza la proposta dell’uscita dell’Italia dall’euro.

Chi scrive ha sempre pensato, fin da prima dell’introduzione dell’euro nella concreta circolazione monetaria avvenuta nel 2002 spazzando via per sempre le vecchie, ma solide monete nazionali, che la moneta unica si sarebbe comunque rivelata maligna, sia nel caso di rifiuto della sua adozione sia nel caso dell’introduzione della nuova valuta sopranazionale, ed in particolare in relazione all’Italia della buona, vecchia liretta.

Se l’Italia se ne fosse rimasta fuori, nel breve la lira avrebbe subito pesanti attacchi speculativi, svalutazioni, perdita di potere d’acquisto internazionale, e tutto ciò avrebbe inciso negativamente sulla “bolletta energetica”  (già allora salata) a carico del paese e più in generale sulla cosiddetta economia reale, in termini di prodotto e di occupazione.

Entrando nell’euro – grazie a figuri del calibro di Romano Prodi, il quale si è vantato a lungo di averci portato in Europa, le cose sono andate come sappiamo, e i “benefici” sul reddito e sull’occupazione li possiamo osservare ogni giorno.

Oggi, per sfuggire alla morsa globalista che attraverso gli organi della mondializzazione europei vuole espellere dal lavoro e lasciare senza reddito milioni di italiani, oppure costringerli a lavorare a condizioni sempre peggiori fino alle soglie dei settanta anni, la fuga dall’euro sembra una necessità impellente per evitare un processo di impoverimento nella penisola destinato a durare (almeno) per tutto il decennio.

Niente più pensioni di anzianità, masse di disoccupati alla disperazione, liberalizzazioni selvagge, privatizzazioni orchestrate per impossessarsi del patrimonio pubblico, sembrano oggi il nostro destino futuro, restando nell’euro e nell’Europa dell’Unione.

Anche se non sempre vi è piena consapevolezza in chi propone la fuga dall’euro, per questa via si vuole mettere al riparo il paese dalle strategie criminali della classe globale, che da New York a Londra, e da tutte le piazze finanziarie nelle sue mani, sta volgendo la sua rapace attenzione verso l’Italia, aspettando il momento giusto e il passo falso per “spolpare l’osso”, dopo averci ricattato con il debito ed averci lanciato una serie di ultimatum attraverso le sue disgustose marionette europee (alcune delle quali italiane, come i rinnegati Draghi e Monti).

In Patria, personaggi ambigui ed inconsistenti della fatta di Giorgio Napolitano, apostata comunista “migliorista” e neoliberista arrampicatosi fino alla presidenza della repubblica, od anche l’intera “sinistra” asservita ai globalisti ed inneggiante ai macellai sociali per conto terzi Draghi e Monti, sono pronti a mettere in atto in un istante, punto per punto, i diktat europoidi-globalisti, se solo il riottoso e pluri-inquisito Berlusconi si fa finalmente da parte (come vorrebbe persino il New York Times).

Dietro i Van Rompuy, i  Draghi, i Trichet, i Monti, i Napolitano, dietro i sorrisetti anti-italiani delle inezie politiche liberaldemocratiche Merkel e Sarkozy, dietro le spalle della “sinistra” nostrana, apostata del comunismo e serva della classe globale – però nel nome sputtanato dell’Europa (non più Dio lo vuole!, ma l’Europa lo vuole!), si mal cela la nuova, spietata classe dominante del terzo millennio, la Global class deterritorializzata, nomade quanto i capitali finanziari che peregrinano senza sosta nel mondo, e le masse di denaro in continuo spostamento, per lo più virtuali, che ne simboleggiano il grande potere.

La sottomissione ai processi di globalizzazione economica ed alla supremazia del capitale finanziario passano, per l’Italia, sotto le Forche Caudine delle misure atte a favorire la Crescita neocapitalistica, che sotto la superficie nascondono controriforme epocali rivolte direttamente contro la popolazione e contro il lavoro.

Eppure una “sinistra” menzognera, vile, priva di programmi politici (che tanto non servono perché si decidono altrove), e soprattutto serva dei globalisti, non perde occasione per santificare la Crescita, come se fosse non una via per rischiavizzarci (cresceranno soltanto il Valore finanziario, la sotto-occupazione e la disoccupazione), ma la soluzione di tutti i nostri problemi e la strada per la salvezza.

Ed ecco che un Berlusconi riottoso, ma alla fine anche lui prono, presenta la sua “lettera d’intenti” di sedici paginette, con tanto di premessa, a coloro che ci stanno tenendo sotto assedio – dalle cosiddette istituzioni europee alle principali piazze finanziarie, e come avvoltoi se ne stanno sul ramo, attendendo l’occasione giusta per calare sul paese e dilaniarlo.

Una lettera che Silvio il discolo ha iniziato (chissà se proprio di suo pugno) con “Caro Herman, caro José Manuel”, che sono poi gli amatissimi Van Rompuy e  Barroso, rispettivamente presidente del consiglio dell’unione e capo della commissione che nessuno di noi ha eletto.

Se 60 miliardi di euro di manovre finanziarie in rapida sequenza non sono bastati, finora, a placare la fame globalista, forse non basterà neppure la letterina di Berlusconi.

In questa lettera, simile da una missiva che contiene la resa, l’età pensionabile innalzata a 67 anni è stata parzialmente neutralizzata “diluendola” fino al 2026 (voluntas Lega, per mere ragioni elettoralistiche), ma in compenso ci sono altre misure, agghiaccianti sul piano sociale, che ci si poteva attendere da un vigliacchetto come il Cavaliere, solo un po’ riottoso davanti ai poteri forti (anzi, davanti al Vero Potere, come scriverebbe un Paolo Barnard).

Dal maggio del 2012 licenziamenti più facili per espellere dalle aziende che invocano lo stato di crisi i lavoratori con contratto a tempo indeterminato (e tanti saluti all’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori ancora in vigore).

Nei confronti degli statali regime duro con mobilità obbligatoria, cassa integrazione e annesse riduzione salariale e del personale, poi, il progetto dal suggestivo dal nome di “zone a burocrazia zero” che forse si rivelerà aria fritta,eccetera, eccetera.

Berlusconi – ancora e sempre (fino alla fine, sempre più vicina) fianco a fianco con l’alleato Bossi in una ridotta, ha difeso soltanto impresari, bottegai e commercianti (libertà di orario per i negozi dal 2012), e gli ordini professionali privilegiati (i privilegiatissimi notai, ad esempio, che non sono stati ancora “liberalizzati”).

Il tanto atteso piano per lo Sviluppo – che assicurerà la Crescita devastatrice neocapitalistica, il Cavaliere giura che spunterà fra poco, entro novembre.

Il clima è quello del Trattato di Versailles del 1919, solo che le dure condizioni oggi le deve scontare l’Italia assediata da speculatori e sciacalli globali, non la Germania sconfitta.

A questo punto, l’uscita dall’euro sembra la cosa più urgente, assieme alla contestuale denuncia di tutti i trattati-capestro europei, a partire da quello fondativo di Roma (ironia della sorte) del 1957.

Chi scrive è forse uno degli ultimi eurocentrici in circolazione, ma il disprezzo che nutre per la cosiddetta Europa dell’Unione, l’Europa sottomessa alla classe e al mercato globali, L’Europa senza più dignità ed indipendenza che ha sostituito l’Etica con l’euro e la sua grande cultura con la finanza, lo spinge a desiderare la catartica fine della moneta unica e delle istituzioni europee (BCE, commissione, parlamento e tutto il carrozzone burocratico annesso), per poter ricominciare a dare all’Europa  – all’intero continente, da ovest a est senza esclusioni, una vera speranza futura e la possibilità di ricostruirsi su ben altre basi, che dovranno poggiare su un consenso popolare non estorto e non simulato.

Ci si deve chiedere, però, se in questo momento è realistico ipotizzare un’uscita dalla moneta unica e l’abbandono dell’Unione, almeno per paesi come l’Italia, la Grecia, la Spagna e il Portogallo, che sono i più colpiti dagli effetti della crisi strutturale neocapitalistica e dal ricatto globalista del debito.

No, purtroppo non lo è.

La strada sarà lunga, perchè nessun politico liberaldemocratico cresciuto all’interno di questo sistema, sia che si definisca “conservatore” sia che si definisca “socialista” (o in qualsiasi altro modo), oserà fare un simile passo, anche se i due terzi della popolazione del paese dovessero essere favorevoli.

Inoltre, anche se più del 60% della popolazione di un paese dovesse esprimersi per l’abbandono dell’euro e l’uscita da questa Europa, non ci saranno estese proteste, tali da essere efficaci, fino ad indurre i politici locali a mutare posizione e a non servire più i globalisti mettendo in atto le politiche da loro imposte.

Il “pacifismo strumentale”, che è uno strumento di dominazione neocapitalistico cruciale in momenti di diffuso malessere sociale (momenti come quello attuale in cui può alzarsi il vento della rivolta), provvederà a neutralizzare le manifestazioni di massa, che saranno – a parte qualche isolato episodio di guerriglia urbana dovuto a piccole minoranze, “democratiche”, “politicamente corrette” e non-violente, quindi totalmente inefficaci e non pericolose.

Restando interni al sistema, e giocando secondo le sue regole, non si otterrà nulla.

Prima di rivolgersi direttamente contro l’euro e le istituzioni europee, abbandonandole e sconfessandole, sarà necessario far cadere i regimi liberaldemocratici in Europa e ripristinare la tanto vituperata dittatura (rivoluzionaria) come stato di eccezione.

Il materializzarsi della possibilità di uscita dall’euro e l’inizio del collasso della falsa Europa globalista non potranno che avvenire per gradi, o meglio, per fasi successive.

Le fasi saranno essenzialmente quattro, esposte di seguito sinteticamente:

 

1) Il prevalere progressivo, con il diffondersi del malessere sociale e degli espropri globalisti, delle proteste violente su quelle “pacifiche” sostanzialmente interne al sistema e a lui funzionali, nonché il prevalere di quelle che oggi si demonizzano come “frange violente” sulla massa di pecoroni inerti che ripetono stanchi slogan, srotolano striscioni e gonfiano palloncini, il che potrebbe ridurre “a più miti consigli” le stesse forze della repressione che fino ad ora hanno spadroneggiato nelle piazze, bastonando gli inerti, gli studenti giovanissimi o i lavoratori disarmati che manifestavano per il posto di lavoro. Altro punto importante sarà che dopo l’autoconvocazione della protesta di piazza all’acqua di rose, sullo stile indignati, la protesta vera dovrà strutturarsi e gerarchizzarsi, diventare permanente ed organizzarsi meglio, con agguerriti servizi di sicurezza o addirittura in falangi, sullo stile del Blocco Nero, per evitare di essere sbaragliata.

 

2) Estese manifestazioni con l’uso della violenza in tutto il paese, che concretamente e simbolicamente romperanno le catene del “pacifismo strumentale” e del “politicamente corretto”, mettendo seriamente in discussione la stabilità del regime liberaldemocratico e la stessa sicurezza fisica delle sub-oligarchie politiche locali. Blocchi delle attività produttive e dei trasporti, occupazioni permanenti di spazi e edifici pubblici importanti. Si sentiranno i primi scricchiolii dell’impianto di potere vigente, si noterà la paura sui volti dei politici di professione (in sostituzione degli insopportabili sorrisi di circostanza) e l’aria, per loro, diventerà pesante.

 

3) Con il crescere della forza di piazza e del numero dei gruppi sociali in rivolta (lavoro intellettuale sottopagato e costretto ad emigrare, lavoro impiegatizio, lavoro operaio, lavoro immigrato, giovani precari, eccetera) sarà possibile la costituzione di movimenti di vera opposizione politica e/o l’occupazione di preesistenti organizzazioni sindacali (Fiom, CGIL)  e politiche (PRC), bonificate da burocrazie interne e incapaci sdraiate da troppo tempo sui loro piccoli privilegi. Soltanto alla fine di questa terza fase ci potrà essere il collasso del sistema liberaldemocratico e l’occupazione delle sue (screditate) istituzioni da parte quelli che ormai saranno diventati veri e propri rivoluzionari. Se ciò accadrà, per evitare il caos e la dissoluzione dello stato, si renderanno necessari l’autoritarismo e la centralizzazione rivoluzionari, riportando in vita la tanto demonizzata dittatura come stato d’eccezione, l’unica forma di governo in grado di gestire efficacemente la transizione e di consolidare le conquiste rivoluzionarie. Sarà una fase spietata in cui non si potrà andare per troppo per il sottile, ma ancora legata alla lotta contro il nemico secondario (politico e sociale) nella dimensione nazionale.

 

4) La quarta fase, con l’uscita dall’euro e la denuncia di tutti i trattati europei, costituirà un salto di qualità nella lotta, perché ci si rivolgerà direttamente contro il Nemico Principale globalista e i suoi interessi, ma soltanto dopo aver sconfitto, riducendolo all’impotenza, quello secondario e interno. Se ciò accadrà in più di un paese europeo, solo a quel punto si potranno interrompere i meccanismi riproduttivi neocapitalistici e i processi di globalizzazione, ottenendo una vittoria di rilievo, perché l’area europea è (e sarà ancora per un po’, in futuro) un’area fra le più importanti del mondo globalizzato.

 

La classe globale che sorveglia gli stati e le nazioni dall’alto, già fin dalla fase 3 e prima che collassi il sistema liberaldemocratico nel paese europeo in rivolta, potrebbe impiegare lo strumento militare della Nato, a sua completa disposizione, oppure potrebbe farlo nella fase 4, subito dopo il ripudio dell’Europa monetaria, dell’euro e la minaccia portata alle sue istituzioni sopranazionali, e questo costituirà un grande problema per i rivoluzionari mettendo in forse l’esito della loro Lotta di Liberazione.

Afghanistan, Iraq e Libia insegnano, e quanto finora è accaduto in paesi extraeuropei, o nell’area balcanica, potrebbe benissimo accadere in Europa occidentale e centro-orientale perché il potere globalista non è legato a nessuna specifica area del mondo, a nessuna nazione e a nessun popolo in particolare (neppure a quello americano).

 

La conclusione è che dall’euro si uscirà soltanto con la Rivoluzione.

Uscire dall’euro! (Ma come si può fare?) di Eugenio Orsoultima modifica: 2011-10-27T10:15:00+02:00da derosse
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Un pensiero su “Uscire dall’euro! (Ma come si può fare?) di Eugenio Orso

  1. Qualche mese fa scrissi un articolo sul processo di integrazione europeo facendo particolare attenzione al Trattato di Lisbona, da poco entrato in vigore. Riporto i due punti principali della mia brevissima analisi.

    1. Il Trattato di Lisbona è un tentativo di assestamento sovrastrutturale forte, dato che si tratta della prima Costituzione Europea. E’ un testo lungo la bellezza di 2800 pagine, che nessun giurista o politologo si è preso la briga di spiegare. Cerco di essere più preciso.
    Il Trattato di Lisbona non è propriamente una Costituzione, mancando la ‘’ratifica’’ popolare, ma ha tutti i poteri di una Costituzione. Il testo è estremamente complesso, pieno di termini tecnici e inaccessibili ai non addetti ai lavori. In Italia è stato ratificato, all’insaputa di tutti, l’8 agosto 2008, mentre in Europa abbiamo avuto una eccezione per l’Irlanda, dove ci fu un referendum popolare che, inizialmente bocciò il Trattato. Questo ‘’trattato’’ porta alla massima realizzazione il disegno di Eigen: ci sarà, quindi, un nuovo governo sovranazionale a cui dovranno attenersi gli stati membri. La Commissione, che poi ha una ramificazione burocratica oggettivamente complessa, e il Consiglio saranno l’esecutivo, il Parlamento non avrà nessun potere effettivo, e la Corte di giustizia si premurerà, tramite sentenze vincolanti, l’esecuzione delle direttive.
    La nuova Unione avrà frontiere esterne, e deciderà a maggioranza chi potrà entrare nei nostri territori. Insomma si pongono le basi per la precarizzazione del processo produttivo.
    Ancora due parole sulla nuova macchina burocratica: le leggi verranno emanate da Commissioni e Consiglio, mentre il Parlamento, di fatto, non ha nessun compito. Il Trattato stabilisce che se i parlamentari vorranno contestare una legge, dovranno ottenere una maggioranza qualificata nel Consiglio dei Ministri e una maggioranza assoluta dei deputati. Interessante come dietro lo stato borghese-liberale si allunga sempre di più l’ombra della svastica.
    Un’altra cosa: il Principio di Sussidiarietà. Nel caso ci sia confusione fra gli organi della UE su chi deve eseguire un compito, in questo caso si fa riferimento all’organo che garantisce maggiore efficienza, e quindi il Consiglio dei Ministri.

    2. In campo internazionale si stabilisce la cittadinanza europea, e si inizia a creare un esercito europeo, attraverso il ricorso alle società per azioni. Secondo me, è chiaro che siamo davanti ad un blocco imperialista continentale.
    In Francia questa ‘’costituzione’’ fu bocciata nel 2005 perché ritenuta ‘’socialmente frigida’’. Per dirla tutta uno dei suoi principi fu ‘’libera concorrenza senza distorsioni’’, interpretiamo la neo-lingua: pluralismo nel mercato, carta bianca alle multinazionali, schiacciamo i diritti dei lavoratori. Il Trattato, ad esempio, aumenta la produzione agricola, sovvenzionata con un miliardo di euro al giorno, ma non tutela i diritti dei braccianti. La sanità pubblica viene totalmente distrutta, e i diritti dei pazienti vengono inseriti fra le normative per il funzionamento del Mercato Interno. Cosa c’entra la sanità con il mercato? Mercificazione dei corpi? Ormai la svastica si vede chiaramente. Il Trattato non prevede nessun modo per finanziare il Capitolo Sociale, e la Banca Centrale Europea può imporre a tutti la stabilità dei prezzi contro la piena occupazione.
    Per finire: il sistema giudiziario. Il Trattato adotta la Carta dei diritti Fondamentali che verrà imposta a tutti gli stati membri dell’unione. L’organo che interpreta questa carta è la Corte di Giustizia che ha sede a Lussemburgo. Ora – e qui è chiara la bestialità della macchina imperialistica – chi elegge questi giudici? Semplice, li eleggono i governi, mettendo in chiaro la brutale coercizione del nuovo nazismo comunitario.

    Questo è il link del mio testo: http://zecchinellistefano.blogspot.com/2011/09/il-vero-volto-della-comunita-europea-da.html

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    Inoltre bisogna tenere conto delle armi di cui si è dotato il Vero Potere, a partire dai monopoli mediatico-informativi. Il ”linguaggio fluido dell’anti-ideologia”, per dirla con Guy Debord, mira a creare dei veri e propri modelli antropologici (di Dominati), rendendo -ora più che mai- opprimenti i meccanismi di dominio.
    Penso che nel mondo occidentale, dove questa ideologia (neo-liberistica) ha avuto una così forte presa sui ceti subalterni, per gli anti-capitalisti inizi (o debba iniziare) una gramsciana ”guerra di posizione”. Una lunga (e dura) lotta per riconquistare l’egemonia etica (etica rivoluzionaria, per l’appunto) e culturale.
    L’attacco frontale contro la ”macchina burocratica” è molto più pertinente fuori dal mondo occidentale, dove il neo-liberismo (inteso come ideologia) non ha attecchito sui dominati. Per questo è opportuno (alla faccia dell’eurocentrismo) un po’ di sano terzo-mondismo.
    La considerazione conclusiva che faccio, è questa: Antonio Gramsci nelle ”Note su Machiavelli” contrappone la ”guerra di posizione” (egemonia civile) alla ”guerra di manovra” (rivoluzione permanente) di Trotsky; penso che l’approccio gramsciano sia più che attuale in rapporto ai tardocapitalismi in crisi (per il motivo su accennato), mentre ”l’attacco frontale” di Lev Davidovic conservi una sua attualità nei paesi del terzo-mondo, dove il dominio si esercita (storicamente) in modo molto diverso.

    Un saluto, Stefano Zecchinelli

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