NOTA SU GIANFRANCO LA GRASSA di Costanzo Preve

E’ passato appena qualche giorno dalla diffusione dello scritto del filosofo Costanzo Preve “Sulle recenti posizioni di Paolo Ferrero e Gianfranco La Grassa”, da me pubblicato il 17 c.m. in questo sito, che già c’è la risposta, un po’ sprezzante e supponente com’è nel suo stile, di Gianfranco La Grassa a Costanzo, mentre il politico di professione Ferrero ovviamente tace.

Avendo in passato attaccato La Grassa e il suo gruppetto, Conflitti e Strategie, su questioni teoriche molto serie, oggi non posso che stare dalla parte di Costanzo e condividere le sue critiche, per altro fin troppo moderate e garbate, alle posizioni teoriche lagrassiane.

Prima di lasciare spazio alla (breve) risposta di La Grassa ed alla successiva nota chiarificatrice di Costanzo, preciso che La Grassa ha per lungo tempo appoggiato l’esecutivo Berlusconi-Lega meramente “per ragioni teoriche” legate alla sua fuorviante teoria della ricorsività capitalistica, imbevuta di giochi strategici fra dominanti e geopolitica ideologizzata – nell’attesa dell’”avvento” del mitico Multipolarismo (potenza eurasiatica, Cina emergente e altre corbellerie da Risiko geostrategico delle élite) quale compimento destinale provvisorio della storia umana, e in seguito, complice la partecipazione italiana alle operazioni Nato in Libia, ha repentinamente cambiato posizione, togliendo l’appoggio a Berlusconi (anche se la cosa non ha avuto alcun effetto concreto …) e “dimenticandosi” in un istante, assieme ai suoi discepoli–scribi–sodali, di ciò che aveva scritto e propagandato fino ad allora, facendo da cassa di risonanza ad “organi di stampa” berlusconiani e leghisti, come Il Giornale, Libero e La Padania.

Le critiche di Costanzo a La Grassa si articolano a partire da due punti fondamentali: la presunta morte del Comunismo e del Marxismo, annunciata dal professore in quiescenza di Conegliano con grande sicumera, ed il ripudio della Lotta di Classe, perché per La Grassa il motore della storia è esclusivamente lo scontro fra gruppi di potere e “club” di dominanti, che manovrano sempre e comunque le masse inerti.
Un’ultima annotazione, non fuori luogo, prima di entrare nel vivo della polemica: Gianfranco La Grassa consiglia Costanzo Preve, riconosciuto come uno dei massimi conoscitori del pensiero di Marx in Italia (ed anche in Europa) di “studiare Marx a fondo”, a dimostrazione che alla carenza di valide argomentazioni da opporre al grande filosofo marxiano, il professore di economia quiescente supplisce con battutine e qualche insulto.

 

 

questa volta Preve ha superato se stesso. Mi dispiace, ma dovrebbe prima studiare Marx a fondo. Non pretendo invece che legga qualcosa di mio, ma almeno mi risparmi le deformazioni che fa subire a quanto scrivo. In particolare, ho chiarito mille volte che non ho più molto a che vedere con Althusser (che non aveva capito, alla stessa guisa degli operaisti, e di Preve, la teoria del valore di Marx). Quindi la smetta di raccontare ciance sul mio conto. Mi dispiace sembrare scortese, ma posso assicurare che non sono irritato; solo sono stufo di essere catalogato per quello che non sono. E adesso, prego di non inviarmi più queste chiacchiere del tutto fuori tempo. Forse non si è capito che siamo in un’altra epoca. Non discuto più così, mai più. Quindi tanti saluti

g.

 

 

 

NOTA SU GIANFRANCO LA GRASSA

di Costanzo Preve

            Come prevedibile, e da me ampiamente previsto, Gianfranco La Grassa ha risposto con pittoreschi insulti e con un’ennesima esortazione a non perdere più tempo in chiacchiere alle mie educate note di commento critico sul suo ultimo, notevole saggio pubblicato da Besa edizioni. Quella che segue non è un lamento indignato, ma una precisazione.

            Da tempo, anni oramai, non esiste più nessun sodalizio Preve-La Grassa, ed è per me imbarazzante che alcuni commentatori continuino ad associare i nostri due nomi, come se ci fossimo fermati agli anni Ottanta  e al defunto Centro Studi Materialismo Storico (CSMS). I nostri programmi di ricerca e i nostri codici teorici si sono allontanati a velocità della luce, ed è bene rammentarlo a chi non lo avesse ancora capito.

            Da anni quando La Grassa mi telefona parla dei nostri gatti con mia moglie e con me parla solo di salute o di banalità dell’attualità politica. Da anni non c’è più il minimo scambio scientifico o filosofico. E’ impossibile relazionarsi con chi ha come principale forma espressiva l’invettiva, l’insulto, il dileggio e il disprezzo.

            E tuttavia, rivendico il mio diritto assoluto di confrontarmi non con La Grassa, ma di commentare La Grassa, come se fosse un teorico ucraino, giapponese o malgascio. E’ un mio diritto cui non intendo certo rinunciare a causa di insulti pittoreschi e “fuori bersaglio”. Quando parlo di althusserismo di La Grassa qualunque lettore capisce che non alludo alla interpretazione althusseriana della teoria del valore (alla fine della vita di Althusser sostanzialmente negriana), ma della sua critica furiosa all’umanesimo filosofico. Solo un veneto furioso e autoreferenziale può non capire una simile ovvietà.

            Nell’ultimo saggio di La Grassa, insieme a una certa interpretazione di Marx che paradossalmente io stesso condivido in buona parte (ma per un settario se non la condividi tutta sei un analfabeta ignorante), ci sono due affermazioni: comunismo e marxismo sono morti, la prima; e la storia non è storia delle lotte di classe fra dominanti e dominati, la seconda. E’ possibile commentarle senza essere investiti di pittoreschi insulti e di accuse di non conoscere Marx, oppure no? Tutti capiscono che non appena alcune tesi vengono affidate alla carta stampata diventano “pubbliche”, ed esiste ancora il kantiano “uso pubblico della ragione”. Esiste per tutti, salvo che per La Grassa.

            Ripeto quello che per me è il punto essenziale: chi si mette sul terreno della falsificazione epistemologica del marxismo e del comunismo sceglie di interpretare Marx come il portatore di una semplice scienza previsionale non filosofica, che come tutte le scienze previsionali non filosofiche cade sotto il criterio popperiano della falsificazione. L’esempio di Colletti dovrebbe pur insegnare qualcosa. Ma il pensiero di Marx, che La Grassa mi accusa di non conoscere, a mio avviso non si riduce a un semplice insieme di ipotesi scientifiche non filosofiche, ma contiene anche una scienza filosofica (nel senso di Hegel) e una filosofia della storia (nel senso dell’idealismo classico tedesco).

            Ancora una volta: non mi rivolgo assolutamente a La Grassa. Egli ha scritto le due tesi ricordate (“posizioni”, le avrebbe chiamate Althusser), ma poi è impossibile commentarle senza essere insultati. Mi si dirà: “Ma lascialo perdere, non vedi che è impossibile discutere con lui senza essere inviati al manicomio?”. E’ vero, ma ci sono due problemi da risolvere.

            In primo luogo, c’è ancora chi per inerzia e ignoranza non si è ancora accorto che Preve e La Grassa non hanno più nulla in comune e continua ad associarli. Qualcuno deve avvertirli che l’URSS non esiste più e l’impero romano è stato sciolto da tempo.

            In secondo luogo, nessuno mi toglierà il diritto di commentare le tesi di un pensatore agitandomi lo spauracchio dei suoi smodati insulti. Io commento La Grassa con lo stesso diritto con cui commento Negri, Badiou, Harvey o Chomsky. Commento libri, non persone che sbraitano che “non possiamo più perdere tempo”, “i marxisti sono da manicomio”, l’umanesimo è schifoso, eccetera. Tanto doveva essere detto a presente e a futura memoria.

POST SCRIPTUM

            C’è però un aspetto del modo di esprimersi di La Grassa che temo sfugga a chi ha meno di trent’anni e non ha conosciuto il clima teologico e fanatico del dibattito marxista fra il 1956 e il 1978. Si tratta appunto del fanatismo teologico derivato da una forma di falsa coscienza appunto teologica, per cui il “dissenziente” deve essere insolentito perché è un “peccatore” nei confronti della sacra causa storica del comunismo.

            Si dirà: ma La Grassa non crede più nel comunismo, e quindi dovrebbero essere cadute le ragioni di questa violenza verbale. Errore. Un certo modo di concepire la polemica teorica resta, ed è del tutto indipendente dai contenuti teorici specifici. Si tratta di un fenomeno di “lunga durata” ideologica di un certo interesse, che segnalo soprattutto al lettore giovane, perché il lettore più anziano lo conosce benissimo. Il particolare sarebbe solo pittoresco, se non avesse conseguenze nel dibattito pubblico, in quanto nessuno è così masochista e autolesionista da confrontarsi con il rischio di essere insolentito. Cercando una genealogia di questa follia, sono portato a cercarla nel concetto staliniano di “nemico del popolo”, ma tutte indistintamente le correnti marxiste novecentesche ne sono affette, persino quelle che si considerano libertarie e democratiche.

            La Grassa intende uscire dal marxismo, ma decide sovranamente lui, da quale porta bisogna uscire. Ora, è chiaro che ognuno sceglie la porta che preferisce, oppure di restare dentro la stanza. E’ del tutto legittimo respingere, se lo si vuole, la centralità del conflitto fra dominanti e dominati, se si considerano questi ultimi degli incapaci strategici. Non ce lo ha mica ordinato il medico di essere “comunisti”. Semplicemente, chi scrive rifiuta la porta indicata da La Grassa, la traduzione integrale del vecchio conflitto di classe (alla cui centralità economicistica neppure io credo, peraltro) in conflitti e strategie fra dominanti.

            Tuttavia, fin qui saremmo ancora sul piano del confronto civile. L’inestimabile insegnamento del modo di rapportarsi linguistico di La Grassa non tocca i contenuti, ma la forma dell’invettiva e dell’insulto sistematico. Qui il “discontinuista” La Grassa riafferma una ferrea continuità, ed è questa appunto che volevo sottolineare. Come se ne esce? Se ne esce, se ne esce, ed è anche facile uscirne. Forma e contenuto sono sempre dialetticamente uniti. Riprendere una forma razionale nel confronto è il presupposto per un vero confronto fra contenuti, di cui oggi abbiamo bisogno come del pane. 

BREVE ALLEGATO FILOSOFICO

            Invettive, insulti e dichiarazioni di “ignoranza” di Marx gentilmente rivoltemi da La Grassa non possono impedirmi di commentare il punto cruciale che mi interessa, che non è in alcun modo personale: l’illegittimità di dichiarare “morto” il legato ereditario di Marx (al di là dei pretesti delle “porte di uscita”) sulla base di pure ragioni epistemologiche. Per questo sarà forse utile richiamare la dichiarazione di morte del marxismo fatta più di un secolo fa da Benedetto Croce, che al di là di particolari secondari assomiglia come una goccia d’acqua a quella di La Grassa. La differenza sta nel fatto che quel dibattito (Labriola, Croce, Gentile e Sorel) era ancora fatto con argomenti urbani, senza continue invettive. Credo che abbia giocato un ruolo negativo nel legittimare l’insulto filosofico la polemica di Lenin con gli empiriocriticisti, trattati come cani rognosi, ignoranti, idioti, eccetera. Ma torniamo ai “fondamentali”.

            Gli economisti, in generale, odiano la filosofia in quanto tale ritenendola una chiacchiera a ruota libera sulla “totalità”, e per questo preferiscono in genere la strategia di falsificazione in nome dell’impossibilità matematica di trasformazione dei valori in prezzi di produzione (donde neoricardismo, Sraffa, scuola di Modena, eccetera). Come tutti gli odiatori aprioristici della filosofia in quanto tale, essi dipendono da una filosofia, quella di David Hume, scettico odiatore della metafisica, negatore del diritto naturale e del contratto sociale, sostenitore della autofondazione dell’economia su sé stessa in base a una pretesa abitudine “naturale” allo scambio. Ecco perché l’idealismo ed Hegel ( e di conseguenza ogni interpretazione hegeliana o addirittura idealistica di Marx, come quella del sottoscritto) sono particolarmente odiosi agli economicisti, o almeno al 90% di loro, con pochissime eccezioni. Hegel afferma la legittimità del concetto qualitativo di totalità sociale, e questo non può che far venire l’orticaria all’economista medio (La Grassa, Gattei, eccetera), la cui fondazione filosofica è gira gira sempre basata sulla triade scetticismo, empirismo, utilitarismo; e che quando si avvicina a Marx lo considera necessariamente un “economista di sinistra” dalla parte dei salari contro le rendite e i profitti finanziari.

            C’è una seconda strategia di negazione di Marx, tipica non degli economisti, ma dei filosofi ferocemente anti-hegeliani e in Italia anti-crociani  e anti-gentiliani: quella di Lucio Colletti. Il marxismo viene dichiarato morto e sepolto sulla base della sua presunta confusione tra opposizione reale senza contraddizione e contraddizione dialettica, fatta derivare in genere da una secolarizzazione moderna del neoplatonismo di Proclo (Bedeschi, Albanese). Marx avrebbe pensato di “raddrizzare un mondo rovesciato” restaurando un’unità originaria nel frattempo decaduta, per cui il comunismo non sarebbe che la pretesa della restaurazione di un’origine nel frattempo perduta da ritrovare. Non c’è qui lo spazio (ma l’ho fatto ampiamente altrove) per mostrare che si tratta di una indebita interpretazione della dialettica (Cfr. C. Preve, Storia della Dialettica, Petite Plaisance, Pistoia 2006). Il marxismo è dichiarato morto in quanto insostenibile religione neoplatonica, sulla base della critica preventiva di Kant a Hegel, comune anche a Biobbio, Abbagnano e a gran parte del liberalismo azionista anglofilo italiano.

            Il congedo di La Grassa assomiglia invece come una goccia d’acqua a quello effettuato nel 1900 da Benedetto Croce, che fa anche lui coincidere (come La Grassa) la morte del marxismo con la sua personale critica. Le somiglianze sono tali da stupire chi ci si voglia accingere. Come La Grassa, Croce rifiuta la filosofia della storia perché essa “presuppone la possibilità di una riduzione concettuale del corso della storia” (se La Grassa lo sapesse, lo sottoscriverebbe, ma dubito che lo sappia). Che questo rifiuto della filosofia della storia venga fatto con argomenti althusseriani o crociani non è qui importante. Come La Grassa, Croce sostiene che il “Capitale è una ricerca astratta della società capitalistica”, anche se a quei tempi non si usava ancora il termine di “modo di produzione capitalistico”.

            Tuttavia, il punto più importante è un altro. Se si paragona l’opera di Croce del 1900 con l’ultima opera di La Grassa vediamo che in entrambe la dichiarazione di morte del marxismo viene fatta partendo dalla centralità della teoria del valore-lavoro, che per Croce è un “paragone ellittico” (sic!), e non certo una legge effettivamente operante nel modo di produzione capitalistico (esattamente la stessa posizione di La Grassa 111 anni dopo Croce). Come La Grassa parla di svelamento, Croce si esprime più o meno negli stessi termini, sostenendo che il modello di Marx si confronta con la società capitalistica reale, per far risultare chiaro ed evidente il grado di sfruttamento che caratterizza il capitale stesso.

            Che cosa intendo dimostrare, anzi meglio mostrare? In filosofia, a differenza che nelle scienze, non si dimostra niente, anche perché non si falsifica niente, ed è più che sufficiente mostrare, ovviamente a chi è disposto a guardare. Voglio mostrare che La Grassa, senza saperlo, dice più o meno le stesse cose di Croce, con la differenza che ai tempi di Croce la discussione avveniva in modo urbano e argomentato, e non con furiose invettive, figlie dello stile ideologico del marxismo novecentesco e delle sue derive teologiche autofagiche. Il fatto poi che Croce sia stato liberale e anticomunista, e La Grassa auspichi il multipolarismo anti-USA è puramente biografico-psicologico.

            Detto questo, sarebbe sbagliato perdere l’elemento razionale del pensiero di La Grassa. Il quale prende atto della terribile incapacità strategica delle classi dominate, e ne prende atto non nel modo consueto, l’elaborazione nicciana della teoria dell’invidia delle plebi cara alla cultura di destra, ma in modo originale, smontando e rimontando lo stesso apparato concettuale di Marx. La presa d’atto di questa incapacità strategica, già preconizzata da Sorel nel caso che le classi dominate non fossero riuscite a mantenere la loro estraneità alla cultura borghese e soprattutto all’influenza degenerativa del ceto intellettuale modernizzatore e anti-religioso di “sinistra”, porta La Grassa a limitare la sua attenzione ai conflitti e alle strategie dei soli dominanti. Ho già avuto modo di rilevare analiticamente altrove che questo rende il pensiero di La Grassa superiore e più interessante non solo rispetto al bla-bla sinistrese italiano alla “Manifesto”, ma anche rispetto a pensatori di moda come Badiou, Zizek e Negri.

            Si dirà: ma perché fai questi complimenti a un signore che non perde l’occasione per insolentirti, insultarti, dichiararti ignorante, eccetera? Ma è semplice. Uno studioso deve sempre porsi al di sopra del chiacchiericcio polemico personalistico, e mirare alla comprensione dei codici teorici, non importa se “lisci” o intorbidati da espettorazioni e insulti. Ho cercato di unificare metodologicamente forme diverse di “dichiarazione di morte” di Marx (Croce, Sraffa, Colletti, La Grassa, eccetera) per mostrare come in tutti questi casi ci sia un solo minimo comun denominatore, la pretesa di falsificazione epistemologica pura del marxismo.

            E poi ognuno la pensi pure come vuole.

Torino, 20 ottobre 2011

NOTA SU GIANFRANCO LA GRASSA di Costanzo Preveultima modifica: 2011-10-24T10:38:00+02:00da derosse
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