Riots e Lotta di Classe (sempre sui fatti di Roma del 15 ottobre) di Eugenio Orso

Dissento totalmente e fermamente con quanti considerano i giovani che hanno partecipato ai disordini di Roma del 15 ottobre “compagni che sbagliano” o addirittura (secondo qualcuno, vedi il sito Bentornata Bandiera Rossa) nemici di classe.

 

Le manifestazioni pacifiche, ordinate, quelle in cui ti arrestano se scendi dal marciapiede (ne sanno qualcosa gli indignati americani di Occupy Wall Street) sono soltanto imposizioni dei dominanti (della classe dominante, si intende) per neutralizzare la protesta.

 

Le manifestazioni avvolte nel bozzolo del “politicamente corretto” e del “pacifismo strumentale”, oltre ad essere totalmente inefficaci, come spesso intuiscono gli stessi organizzatori e qualche partecipante fin dall’inizio, fanno soltanto il gioco del sistema.

 

I giovani che hanno lanciato bombe carta, estintori ed altri oggetti, in quel di Roma il 15 di ottobre, fanno parte a pieno titolo della nuova classe povera quanto i metalmeccanici della Fiom, che hanno sfilato in corteo e che sfileranno ancora nell’Urbe il 21 dello stesso mese (nonostante la minaccia di divieto del pagliaccio Alemanno).

 

Quei giovani non possono perciò essere considerati nemici di classe.

 

Anzi, quei giovani (in prevalenza venti-trentenni, con qualche elemento più anziano fra loro) sono stati gli unici ad uscire dal solco del “politicamente corretto” e del “pacifismo strumentale” – che rappresentano altrettanti strumenti di dominazione capitalistici, come dovrebbe essere chiaro a tutti, giunti a questo punto, e, per quanto pochi numericamente, hanno cercato di portare una manifestazione testimoniale, inane, rispettosa delle regole imposte dal sistema, sul terreno della lotta vera.

 

Hanno fatto quello che hanno potuto, forse confusamente, ma con una determinazione che accende qualche timida speranza per il futuro.

 

Sappiamo che un frainteso e diffuso “ghandismo”, a protezione dei meccanismi riproduttivi del Nuovo Capitalismo e degli assetti politici subordinati liberaldemocratici, inibisce qualsiasi risposta efficace alle azioni distruttive del Nemico Principale e di quello secondario (Bce, Fmi, classe globale dominante come pincipali nemici, sub-dominanti politici locali tributari dei primi come nemico secondario), ed esclude persino la legittima difesa, disarmando milioni di esseri umani destinati a diventare gli schiavi del Nuovo Capitalismo.

 

Se il nemico ha il monopolio della legalità, e lo usa contro i subordinati per tenerli a bada e “flessibilizzarli” a piacimento, e se ha acquisito anche il monopolio della Lotta di Classe dopo la fine del mondo bipolare e del blocco sovietico, è necessario uscire dagli schemi imposti (manifestazioni pecoresche, stanche e ripetitive, senza alcun risultato tangibile, troppo simili alle inutili marce per la pace di Assisi) e cercare altre strade per affrontare il nemico, che non escludono l’uso della violenza, ma, anzi, in questa drammatica situazione sociale lo propagano nella società nel tentativo di destabilizzare il sistema.

 

Certo è che la violenza rivoluzionaria ha contenuti ed obbiettivi diversi dalla mera violenza insurrezionale, che in molte circostanze è unidimensionale perché mossa esclusivamente dalla rabbia dei dominati e che colpisce nei riots “senza guardare in faccia nessuno”, in modo cieco ed indiscriminato.

 

Uno fra i principali problemi che oggi scontiamo è la mancanza di una visione politico-strategica alternativa, nonché di una buona consapevolezza dell’identità del nemico e della sua forza, che sono altrettante caratteristiche delle forze rivoluzionarie e non certo di quelle insurrezionali.

 

In conclusione, chi scrive ritiene quanto segue:

 

1) I giovani che hanno partecipato agli scontri con le forze della repressione sistemica non sono nemici di classe né “compagni che sbagliano”, ma piccole e provvisorie avanguardie, per quanto confuse e piuttosto “grezze”, della nuova Pauper class capitalistica, ed hanno agito, isolati da una piazza debordante di pecorelle destinate alla tosatura, con una fuga in avanti non però inopportuna.

 

2) Il pacifismo imposto, come il cosiddetto politicamente corretto, sono strumenti di dominazione neocapitalistica, e i pacifisti che condannano i cosiddetti violenti, schierandosi, di fatto, con le forze della repressione neocapitalista, sono da considerarsi alla stregua di “utili idioti” (cioè socialmente e politicamente idiotizzati), come si sarebbe detto un tempo.

 

3) E’ necessario passare dall’azione “rivoluzionaria” individuale e collettiva, tipica della propaganda del fatto anarchica di matrice kropotkiniana, lasciata alla “buona volontà” di singoli soggetti (esempio storico in Italia: Gaetano Bresci, esecuzione di re Umberto I nel 1900) o di singoli gruppi, all’azione rivoluzionaria vera e propria, inserita in un percorso di lotte, in crescendo, caratterizzate dalla “profondità storica”, da una visione politica veramente alternativa e antagonista e animate dalla coscienza dei rivoluzionari (che si lega indissolubilmente all’aspetto soggettivo della classe, quello coscienziale). Ma affinché ciò accada devono maturare le condizioni storiche e la Pauper class, che sta rapidamente sostituendo il vecchio Proletariato di marxiana memoria ed anche i ceti (inter)medi, deve arrivare alla piena coscienza di sé e della propria forza.

Riots e Lotta di Classe (sempre sui fatti di Roma del 15 ottobre) di Eugenio Orsoultima modifica: 2011-10-20T12:29:00+02:00da derosse
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2 pensieri su “Riots e Lotta di Classe (sempre sui fatti di Roma del 15 ottobre) di Eugenio Orso

  1. Condivido in generale le considerazioni espresse.
    Rimango dubbioso sulle vetrine spaccate e quant’altro peraltro stigmatizzate sempre da Preve quando giudica le manifestazioni del movimento no-global.
    Sono anche un pò perplesso sul processo di autocoscienza della pauper class.
    Al di là delle distorsioni volute dall’informazione di regime, la figura del ragazzo che avrebbe lanciato l’estintore assomiglia più a quella di un succube del processo di idiotizzazione di cui spesso parli (capi firmati e quant’altro) più che ad un soggetto che sta maturando un processo di autocoscienza.

  2. Risposta a Roberto.
    Capisco le tue perplessità, e in parte anche le condivido.
    Ma non c’è soltanto il ragazzo che lancia l’estintore contro le forze di repressione.
    La realtà fortunatamente è varia, e la nuova omologazione flessibilizzante e idotizzante realizzata con uso (sovr)abbondante di strumenti massmediatici per fortuna non è ancora penetrata ovunque e in chiunque.
    Credo che ci sia ancora qualche spazio “non contaminato” (o non del tutto contaminato).
    L’altro giorno ho letto un’intervista sul Manifesto a quelli del collettivo Acrobax di Roma, e la loro analisi della situazione concreta mi è sembrata molto buona, anzi, in alcuni punti vicina al pensiero di Costanzo ed anche al mio.
    Ti dirò che con Costanzo abbiamo discusso al telefono della questione “movimento no-global” (inesorabilmente fallito), in rapporto alla novità degli indignati, e abbiamo concluso che rispetto ai no-global gli indignati hanno una (sola) marcia in più, perché almeno hanno compreso che il vero nemico, o Nemico Principale (espressione di Preve), è il capitale finanziario, non i politici locali, per quanto incapaci, corrotti e impresentabili.
    Ammetterai che è già qualcosa.
    L’avanzamento successivo, per gli indignati ad ogni latitudine, sarebbe quello di capire (e questo lo dico io, Costanzo qui non centra) che quello che io definisco “pacifismo strumentale” è, nella realtà, un potente strumento di dominazione capitalistico – cruciale per far fallire sul nascere proteste e rivendicazioni, ma dell’importanza di questo strumento, che “sterilizza” e “pastorizza” le manifestazioni (comprese quelle degli indignati), sembra che nessuno se ne sia accorto, attribuendogli la dovuta importanza, a partire da Noam Chomsky in America, fino ad arrivare a Marco Della Luna in Italia.
    Eppure è cruciale.
    Il fatto che in trecento (altre fonti dicono cinquecento, altre duecento, altre ancora novecento, ma non importa) abbiano rotto il tabù, a Roma sabato scorso, è un fatto che ha qualche importanza.
    E’ già qualcosa, ancora poco, ma qualcosa è.

    Saluti

    Eugenio

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