Necessaria la violenza rivoluzionaria, pericolosa la violenza insurrezionale di Eugenio Orso

Che dire dell’uso della violenza nelle lotte e nelle manifestazioni di piazza?

Certo non quello che impone il politicamente corretto, sempre più spesso agli stessi manifestanti e organizzatori di proteste, e cioè che la violenza non è ammissibile, in nessuna circostanza, anche se ti stanno facendo letteralmente a pezzi togliendoti il lavoro, il reddito e una prospettiva di vita minimamente decente per il futuro.

Gli stupidi, gli idiotizzati e coloro che sono in mala fede ripetono ad ogni occasione “No alla violenza!”, e lo fanno coralmente soprattutto quando si verificano incidenti durante manifestazioni di protesta che si vorrebbero “democratiche”, “ordinate”, “pacifiche” (tradotto in altri termini: totalmente inefficaci), in modo da neutralizzarle facendole passare sotto silenzio.

Un frainteso e diffuso “ghandismo”, del tutto privo ed immemore dell’intelligenza politica del Mahatma, universalizzato senza tener conto delle nuove condizioni storiche e sociali, inibisce qualsiasi risposta efficace alle azioni distruttive del nemico, ed esclude persino la legittima difesa.

L’unica violenza ammessa dal sistema è quella della spietata classe globale e dei suoi proconsoli locali, ed è questa la violenza peggiore, che produce rilevanti effetti sociali ed antropologici, rischiavizzando i lavoratori, distruggendo il futuro di intere generazioni e spingendo alle soglie della disperazione i soggetti sociali più deboli.

Ma questo è nel contempo il miglior disvelamento di ciò che nel concreto significano liberaldemocrazia, mercato, iniziativa economica privata, libera concorrenza, globalizzazione, eccetera, eccetera.

Il sistema esercita la sua violenza in dosi crescenti e impedisce che a questa si risponda con la dovuta durezza, anzi, ha agito preventivamente e capillarmente, con grande intelligenza, flessibilizzando ed idiotizzando i sottoposti, fino ad assicurarsi il monopolio della Lotta di Classe.

Gli agenti sistemici che propagandano da anni il “pacifismo strumentale” ed inquinano le menti dei sottoposti, lo fanno rispondendo al comando della nuova classe globale dominante, ed in certi casi agiscono in modo “scientifico”.

Se ciò non basta, entrano in gioco immediatamente gli apparati repressivi tradizionali e si sfrutta, in seguito, ogni azione dei subalterni definita “violenta”, anche se dettata dall’esasperazione e dalle continue provocazioni ricevute – come, ad esempio, i lanci di sassi, di estintori e di altri oggetti, qualche cassonetto dell’immondizia incendiato, qualche vetrina sfondata, per innescare la spirale della repressione, e per rendere più difficile manifestare in futuro, anche per tutti quelli che “protestano liberamente e democraticamente”, sfilando senza colpo ferire.

La stessa protesta “civile”, ordinata e pecoresca – priva di qualsiasi effetto significativo, ormai disturba e si vuole evitare anche quella, perché il Nuovo Capitalismo, che tira i fili delle camarille politiche locali, è sempre più forte e invasivo e sa che può osare di più, inibendo persino gli innocui belati delle pecore condotte alla tosatura.

Chi scrive ammette l’uso della violenza nella sacrosanta Lotta di Classe, che fra un po’, se ci saranno gli auspicati ed improvvisi risvegli delle masse, dopo un lungo sonno artificiale funestato dagli incubi diffusi da questo capitalismo, potremo finalmente chiamare Guerra Sociale di Liberazione.

La risposta ad un potere invasivo e criminale, che uccide l’uomo e distrugge l’ambiente, non può essere che violenta e militare, e la futura protesta, per sperare di sopravvivere in contesti difficili e per poter avere qualche efficacia, non potrà che militarizzarsi.

E’ quello che hanno cercato di fare anticipando i tempi, a Roma il 15 ottobre, i tanto vituperati Black Bloc, e l’hanno fatto con gli scarsi mezzi a loro disposizione, sfruttando l’organizzazione che intelligentemente si sono dati, nonché le precedenti esperienze di lotta come quelle della Val di Susa, a supporto dei No-Tav.

In occasione dei recenti scontri di Roma, gli “street fighter”che hanno combattuto per le strade dell’Urbe erano praticamente tutti italiani e molto determinati, smentendo anche la menzogna, diffusa fino ad ora, che i violenti vengono “da fuori”.

Chi si schiera contro il Nuovo Capitalismo finanziarizzato e la piccola politica liberaldemocratica al suo servizio deve condannarli per questo?

Deve cedere alla propaganda sistemica, chiamandoli criminali, “neri” (alludendo alle squadre fasciste dello scorso secolo), oppure addirittura “terroristi”, aiutando le polizie mercenarie ad arrestarli, se li ha visti in azione?

Certo che no, e chi lo fa o è un idiota (colpito dalla stupidità sociale e politica), o un vigliacco che non ha il coraggio delle sue idee, oppure un individuo in mala fede, schierato con il sistema.

Tuttavia, comprendiamo che se la protesta “non politicamente corretta” – quella vera, per intenderci, resterà confinata in ambienti assolutamente minoritari, non potrà avere né una sia pur minima speranza di successo né l’effetto di alzare progressivamente il livello dello scontro, facendo “salti di qualità” futuri.

Inoltre, se la violenza esercitata dai dominati, per quanto sacrosanta e giustificabile, è di natura insurrezionale, priva di precisi obbiettivi politico-strategici, suscitata interamente dalla rabbia e non dalla consapevolezza, frammentata sul territorio in episodi indipendenti e slegati l’uno dall’altro, è destinata a divampare all’improvviso e poi a spegnersi senza troppe conseguenze per il potere vigente, danneggiando, in molti casi, soprattutto i soggetti più deboli.

La propaganda pacifista, il politicamente corretto, l’illusione che questo sistema può essere riformato per giungere ad una vera democrazia (ma cosa significa?), corbellerie come il “capitalismo democratico” o “compassionevole”, non sono altro che strumenti di dominazione delle élite globali e delle sub-élite locali tributarie, per evitare, appunto, che la protesta diventi veramente incisiva ed estenda la base di consenso alle masse, fino ad ora quasi completamente inerti.

Tanto peggio: il far credere che basta liquidare l’attuale “classe politica”, in paesi come l’Italia dove è particolarmente scandalosa e degradata, perché l’orizzonte torni a rasserenarsi e migliorino le prospettive future, sposta l’attenzione dei subordinati, e le energie che potrebbero essere riversate in una vera lotta per la Liberazione, verso un obbiettivo del tutto secondario, che per i globalisti è sicuramente sacrificabile.

Ai potentati finanziari che detengono il potere effettivo (su interi popoli e nazioni) non gliene frega niente se qui si impiccano – in senso figurato od anche concretamente, nel nome della legalità e della giustizia, i vari Berlusconi (soprattutto lui, con i suoi nani e ballerine), l’invalido Bossi e Bersani (con i suoi lari e Penati, perché la cosa non metterebbe in pericolo, nella sostanza, la sorgente del potere.

Anzi, se ci si limitasse a questo, gli si darebbe la possibilità di cogliere un’occasione d’oro per sostituire i piccoli Quisling locali, ormai “bruciati” e impresentabili, con altri più affidabili, ancor più servili ed apparentemente “illibati”.

Unificazione delle lotte, chiari obbiettivi politico-strategici, creazione di strutture politiche extrasistemiche, estensione della base militante e di consenso, rafforzamento progressivo su un piano militare, sono altrettanti elementi che possono riaccendere la speranza di vittoria sul sistema, ma sono elementi che appartengono interamente ad un processo rivoluzionario.

La Rivoluzione è un fenomeno sociale e politico molto diverso dall’insurrezione, può richiedere tempi lunghi (se non storici) e non dipende dalla casualità.

Ma piccoli gruppi di giovani (e meno giovani), per quanto volonterosi e determinati – come quelli che hanno affrontato le forze repressive a Roma lo scorso 15 di ottobre, non potranno mai farsi interamente carico del processo rivoluzionario, né avranno mai sufficiente “respiro strategico” per elevare il livello dello scontro, e se la vera protesta, che non rifugge dall’uso della violenza e che spesso non può evitarlo, resterà confinata in ambienti del tutto minoritari (e socialmente marginali, senza offesa per quei coraggiosi), non potrà avere alcuna speranza di successo, e sarà destinata inevitabilmente al fallimento.

Necessaria la violenza rivoluzionaria, pericolosa la violenza insurrezionale di Eugenio Orsoultima modifica: 2011-10-19T13:10:00+02:00da derosse
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