A cosa è servita la manifestazione di Roma di sabato scorso? di Eugenio Orso

A cosa è servita la manifestazione di Roma di sabato scorso?

Rispondiamo andreottianamente con un’altra domanda.

A “misurare” per l’ennesima volta la partecipazione o a scatenare la repressione profittando di incidenti marginali, provocati da qualche piccolo gruppo, che può esser stato infiltrato o manovrato indirettamente da “uffici di polizia”?

O più probabilmente, in relazione a coloro che hanno scelto di reagire e di non sfilare pecorescamente senza dar fastidio, si è lasciato fare, per poi sfruttare feriti, danni e disagi “pro domo” del potere.

L’aver ridotto buona parte della protesta contro gli spietati meccanismi del capitalismo contemporaneo a “pacifici” cortei senza efficacia che al più disturbano un poco il regolare scorrere del traffico, evidentemente non basta più, e allora si cerca comunque di criminalizzare chi si oppone, seppur in molti casi blandamente, alle logiche sistemiche.

Ieri (17 ottobre) si leggeva sulla home del sito dell’Ansa un titolo che suonava così: “Maxi operazione contro anarco-insurrezionalisti”, a riprova che è tornato lo spauracchio dei Black Bloc, diffuso ad arte dai media e drammatizzato dai politici di professione per giustificare la repressione sistemica e per deformare la realtà.

Qualche bomba carta contro i cassonetti dell’immondizia, o contro elementi dell’arredo urbano del Comune di Roma, a cosa e a chi può servire?

Può interrompere i meccanismi riproduttivi sistemici?

E poi, chi ha lanciato quelli che sono poco più di petardi, di botti abusivi dei festeggiamenti di capodanno, e perché?

Colpiti, secondo il podestà berlusconiano Alemanno mezzi dei trasporti pubblici, l’arredo urbano, con danni anche al selciato per oltre un milione di euro …

Tutto qua?

E giù a dire, tutti, compresi quelli che hanno organizzato la manifestazione, che i violenti vanno isolati, che tutto deve svolgersi secondo le regole del pacifismo testimoniale e strumentale, da buoni pecoroni soggetti al dominio capitalistico …

La stessa Fiom, ad un certo punto, si è ritirata dal corteo per ordine della segreteria.

In liberaldemocrazia sono ammessi (ed anzi, favoriti) gli innocui belati, ma ai subalterni si nega anche la possibilità di una vera lotta.

Sappiamo che la partecipazione, anche se è oceanica, non conta nulla perché nel peggior sistema totalitario e repressivo di tutta la storia umana, che è la liberaldemocrazia capitalistica, conta soltanto ciò che può interrompere la riproduzione sistemica e falcidiare gli agenti strategici capitalistici.

Anche l’occupazione di spazi significativi o simbolici, come Piazza Takrir o Wall Street, non serve a granché, se non forse ad acquisire qualche consenso in più e a svegliare qualche addormentato, ma non ferma il nuovo sfruttamento capitalistico, e la crescita del capitale finanziario.

Con Costanzo Preve abbiamo fatto, telefonicamente, delle considerazioni di una certa importanza, e cioè che il movimento transnazionale degli Indignados – in tutte le forme che ha assunto in occidente, dalla Madrid delle origini a Occupy Wall Street, è probabilmente destinato al fallimento, o comunque ad incidere poco sui meccanismi riproduttivi sistemici, anche se è un po’ migliore dell’ormai finito altermondismo, in quanto i manifestanti hanno compreso che il Nemico Principale non è la “classe politica” locale, per quanto corrotta, vile e degenerata come quella italiana (che rappresenta pur sempre un nemico secondario con il quale fare i conti), ma il Capitale Finanziario.

E’ bene precisare subito che questa consapevolezza da sola non basta, se non si riporta lo scontro con decisione sul terreno sociale, sul quale, forse, un giorno si combatterà la battaglia decisiva.

Di seguito cercherò, in breve, di riassumere la mia personale posizione in merito alle proteste dei cosiddetti indignati.

La manifestazione del 15 è prima di tutto un segnale che le questioni sociali, quelle veramente rilevanti, non trovano né voce né rappresentanza all’interno del sistema liberaldemocratico, e questo vale sia per l’Italia sia per gli Stati Uniti d’America e per molti altri paesi d’occidente. Non a caso proteste, cortei e simili iniziative hanno interessato la Spagna come il Giappone.

Parimenti, la manifestazione e l'”indignazione” di molti sono state usate dal sistema per (a) scatenare una piccola ondata repressiva in tutta Italia, con perquisizioni e denunce di militanti anticapitalisti (non importa se anarchici, autonomi o altro, e se non del tutto consapevoli del ruolo a loro attribuito), per (b) bloccare per un mese intero le manifestazioni e i cortei a Roma (inibendo la manifestazione Fiom prevista per il 21 c.m., se non sbaglio), per (c) agitare lo spettro di una nuova Legge Reale (Di Pietro in sintonia con il leghista Maroni) mostrando che il sistema politico ufficiale è compatto nel soffocare le proteste (per ora blande) della nuova Pauper Class capitalistica, e per (d) propagandare ancora una volta il “pacifismo strumentale”, che è strumento di dominazione nell’esercizio del potere elitista. Indignarsi non è sufficiente, ed è forse soltanto un timido passo, molto incerto, nella direzione giusta, perché è necessario “uscire” completamente dal sistema e dai suoi immaginari, che non si possono cambiare da dentro e che sono nemici della socialità e dell’Etica. Affermo quanto precede senza accusare di alcunché chi ha partecipato alla manifestazione, perché mi rendo conto che nelle condizioni attuali le masse hanno ben poche alternative concrete, ma, per ora, gli aspetti negativi superano i risultati positivi acquisiti (se ci sono). Repressioni e divieti in vista in Italia e numerosi arresti negli Stati Uniti.

Peggio ancora, gli stessi organizzatori e molti partecipanti alla manifestazione hanno esternato il fermo proposito di voler “isolare i violenti”, hanno ceduto alla delazione (aiutando ad individuare i cosiddetti “neri”), mostrando così di essere ancora interni agli immaginari sistemici e di fare il gioco dei dominanti. L’unica cosa che hanno compreso – e qui sta l’aspetto positivo, che poi è quello che Costanzo Preve ed io abbiamo compreso da anni (chi ha letto Nuovi signori e nuovi sudditi, i libri e i saggi di Costanzo e i miei modesti lavori lo sa bene), e cioè che il vulnus della questione è la supremazia del capitale finanziario che sussume il capitale produttivo e con lui il lavoro, soggetto così ad una doppia sussunzione e alla conseguente rischiavizzazione integrale. Ma coloro che protestano non hanno capito, o almeno così sembra allo scrivente, che dietro lo schermo del capitale finanziario, il quale non è una mera astrazione, una serie di algoritmi sfuggiti al controllo umano che vivono di vita propria e dominano il pianeta attraverso le reti, si nasconde una ben precisa classe dominante non più culturalmente borghese, completamente deterritorializzata (come il capitale finanziario del quale è agente strategico) e irresponsabile nei confronti del resto delle comunità umane: la Global Class. E’ sul terreno sociale che dovrà essere riportato lo scontro, anzi, la Guerra, intendendo la Guerra Sociale, che sarà ancora più aspra ed estesa, in futuro, della Lotta di Classe otto-novecentesca del Proletariato contro la Borghesia, innescata dalla principale contraddizione capitalistica di allora. Ma perché ciò si concreti, si rimetta in movimento la storia e si riattivino vere forze rivoluzionarie e trasformative, sarà necessario che (1) precipitino verticalmente le condizioni di vita della maggioranza, nei paesi occidentali, in seguito ad ulteriori espropri neocapitalistici indotti dal debito pubblico o da qualche altra crisi suscitata ad arte, e che (2) la nuova classe Pauper “maturi”, “cresca”, raggiunga la “maggiore età”, nel senso che acquisisca coscienza di sé e della propria forza.

Sui giornali del media system leggiamo tanti editoriali ed articoli in cui, in accordo con gli interessi dominanti di stabilità del potere vigente e di estensione della presa neocapitalistica nella società, si condanna la violenza, si elogiano le manifestazioni pacifiche (a quali risultati tangibili, in ordine all’inibizione dello strumento della guerra, hanno portato le innumerevole marce di Assisi?), si cerca di ridurre la protesta ad una serie di innocui belati di pecore destinate alla tosatura, o peggio, al macello. L’ipocrisia non ha più fondo, e l’arroganza del potere è massima. Si nascondono così le ragioni più profonde di una protesta che sarà pure largamente inefficace, impostata in modo blando, ma che sono reali e immediatamente tangibili. Per quanto riguarda il riconoscimento che il capitale finanziario onnivoro sta divorando, con la sua inesauribile fame di Creazione del Valore azionario, finanziario e borsistico, il futuro di intere generazioni e i beni delle collettività, è opportuno precisare, a differenza di quanto affermano quasi tutti gli economisti “di grido” e i giornalisti del sistema, che non è possibile assoggettarlo a riforme e controlli, nei contesti economici, sociali e culturali in cui viviamo, perché così funziona e si riproduce il capitalismo contemporaneo. Per quanto riguarda la piccola politica liberaldemocratica, imputridita completamente da anni di servaggio nei confronti della classe globale (ne sappiamo qualcosa, qui, in Italia), le dichiarazioni contro la piazza di sabato scorso si sprecano. Secondo l’ormai patetico Romano Prodi, ad esempio, nonostante le sofferenze inflitte a buona parte della popolazione la violenza non è ammissibile. Bisogna soffrire in silenzio, essere schiavizzati, torturati e tacere, o sfilare composti con palloncini, volantini e striscioni (come vorrebbero i nuovi padroni), consentendo così che i privilegi concessi ai sub-dominanti politici locali continuino ancora per un po’ di tempo, fino al collasso. Questo il vero senso delle parole della scamorza politica liberaldemocratica Prodi. Per non parlare poi dei barbari e macellai sociali filo-governativi, del PdL e della Lega, che auspicano repressioni a tappeto e un rigido controllo sulla società, in questo confortati da un Di Pietro che vorrebbe resuscitare la Legge Reale del 1975.

 

Infine, per quanto mi riguarda non mi sogno neppure di condannare tutti quei giovani che sabato scorso, organizzatisi come hanno potuto e divisi in falangi, hanno partecipato agli scontri di Roma. Loro sono soltanto il segnale che i drammatici vuoti della politica, trasformatasi in messa in scena ad uso e consumo dei dominanti, attendono di essere occupati da qualcosa di nuovo. Un nuovo movimento? Una nuova forza popolare con potenzialità rivoluzionarie? Oppure nuove falangi organizzate di antagonisti, destinate a crescere e ad alzare progressivamente il livello dello scontro?

Chissà … ma scordiamoci pure i cortei ordinati, addirittura mansueti, i palloncini, i volantini e gli slogan innocui come i cori nelle parrocchie, perché fra un po’ apparterranno interamente al passato.

A cosa è servita la manifestazione di Roma di sabato scorso? di Eugenio Orsoultima modifica: 2011-10-18T16:44:00+02:00da derosse
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