I peggiori anni della nostra vita di Eugenio Orso

Stanno per arrivare almeno sette anni di “vacche magre”, come direbbe un Bettino Craxi – politico di un’altra epoca storica, quando il capitalismo era ancora quello più ruspante del secondo millennio, se soltanto fosse ancora in vita e potesse vedere ciò che sta accadendo oggi, nell’Italia dal quale a suo tempo è fuggito, in parte significativa dell’Europa ed anche in America.

Ma questa volta le vacche saranno addirittura scheletriche, e sarà un repentino, annunciato impoverimento di massa, al di là di qualsiasi forma di “indignazione” e di protesta civile a pancia ancora relativamente piena, a provocare dure ed estese reazioni da parte della popolazione.

Questo perché avere difficoltà a fare la spesa alimentare per il giorno dopo o per il giorno stesso, l’aver perso il lavoro e con lui l’unica fonte di sostentamento, non poter più pagare a tariffe crescenti il metano per scaldarsi, con l’inverno alle porte, il dover rinunciare all’auto privata perché i costi sono ormai insostenibili, e arrivare anche al punto di perdere l’alloggio, suonano la sveglia a chiunque, per quanto addormentato da decenni (almeno due, se non tre) di idotizzazione di massa, di manipolazione culturale e antropologica, di ludi neocapitalistici e nuovi circences.

Formula uno e squadre di calcio, culi e tette non basteranno più ad arginare un malcontento fondato su ragioni drammaticamente concrete.

Infatti, gli imperatori romani che erano un po’ meno dissennati (nonostante Nerone e Caligola) degli attuali sub-dominanti politici locali, avevano cura, di tanto in tanto, di distribuire il pane alle plebi urbane largamente inoperose ma potenzialmente pericolose, poiché capivano che i giochi sanguinosi e gli spettacoli truculenti nei circhi da soli, in certe condizioni, non sarebbero bastati a “placare” i subordinati, evitando rivolte improvvise e violenze diffuse.

Oggi il Nuovo Capitalismo non solo non provvede alle necessarie distribuzioni di pane (alimento base qui utilizzato simbolicamente, intendendo il mantenimento di un’adeguata spesa sociale, che ridistribuisce i redditi), ma continua con gli espropri nei confronti della massa di  sottomessi grazie alle crisi che contribuiscono a tenerlo in vita, ad alimentarlo, a consentirgli di riprodursi per i tempi a venire.

La crisi, anzi, le crisi neocapitalistiche che si sono susseguite in questi ultimi due decenni, dalle “bolle” finanziarie relative ai titoli informatici ai subprime, fino a quella che riguarda il debito degli stati, consentono agli agenti strategici di questo capitalismo di (1) espropriare risorse pubbliche (privatizzazioni, riduzione della spesa sociale, tagli spietati all’impiego pubblico) e private (aumenti dell’imposizione fiscale, riduzione dei redditi dei subalterni, precarietà del lavoro sottopagando i lavoratori), (2) di impossessarsi di grandi aziende “sane” ancora in mano pubblica estraendo, da queste ultime, valore per scopi privati, (3) di dare un contributo per velocizzare e completare la distruzione del vecchio ordine sociale (rischiavizzazione a spron battuto degli operai, impoverimento rapido del ceto medio) e (4) di sottomettere integralmente con l’imposizione di politiche economiche e monetarie “ad hoc” gli stati nazionali e le tradizionali federazioni (prima o poi la mazzata finale toccherà a tutti, anche alla vile Germania che oggi si sente relativamente al sicuro).

Quanto precede in ordine casuale di esposizione e non necessariamente in un ordine di importanza, ma il raggiungimento di tutti questi target globalisti è determinate per l’affermazione definitiva del nuovo modo di produzione sociale.

La crisi che ci porterà ad (almeno) sette anni di vacche scheletriche, non soltanto magre – come disse con una memorabile battuta a sfondo biblico, negli anni ottanta, il quasi compianto(!) Bettino Craxi, è perciò un elemento strutturale, irrinunciabile del capitalismo contemporaneo.

Anche se questa ultima crisi – la “bolla” del debito pubblico che investe direttamente l’Italia e pone interrogativi sulla sopravvivenza dell’euro, si risolverà miracolosamente e di botto e tutto finirà a tarallucci e vino (è solo una battuta, perché la cosa è del tutto improbabile), seguirebbero a stretto giro di posta un’altra crisi ed un altro saccheggio neocapitalistico, reso possibile da una nuova ondata di difficoltà e di crack.

In questi giorni, data l’aria che si respira, destinata a diventare in breve ancor più pesante, alcuni fra i migliori esponenti dell’informazione alternativa in rete si sono cimentati sul tema, risolvendosi a fare qualche previsione, immancabilmente fosca, sul futuro che ci attende.

In questo post ne citiamo soltanto due, fra i più noti, e soprattutto fra i più critici ed intelligenti presenti nella penisola: Franco Berardi “Bifo”, Marco Della Luna.

Per la verità, ci sarebbe anche un autentico “pezzo da novanta” della controinformazione, e cioè Paolo Rossi Barnard con la versione rivista del suo Il più grande crimine, un saggio di quasi novanta cartelle che richiederebbe un commento articolato, ma in questa sede interessano in modo particolare gli ultimi scritti di Berardi e Della Luna.

In un suo report dedicato ad una giornata di protesta studentesca di piazza contro il potere vigente, le banche e il capitale finanziario, Franco Berardi – oltre a stigmatizzare i comportamenti di una polizia che attacca con brutalità psicopatica, nelle cariche “di alleggerimento” preventive ormai consuete, giovani che manifestano pacificamente, definisce questo sistema, letteralmente, «un sistema che non ha più nessuna idea, nessuna energia, nessun futuro. »

E ancora: «Negli anni settanta ci battevamo contro un sistema cattivo e criminale, che però aveva idee ed energie. Oggi ci battiamo contro un sistema che è ancor più cattivo e criminale, ma soprattutto non ha più alcuna idea alcuna energia ed alcuna speranza

Il giudizio che “Bifo” ci porge di questo sistema di potere, volendo presumere che si sia riferito non tanto e non soltanto all’asfittico sub-potere locale, ma alle strutture che servono il capitalismo contemporaneo in generale, non è condivisibile quanto lo è, invece, il resto del suo intervento.

Il “sistema” contro il quale si batteva il movimento del Settantasette era profondamente diverso quello attuale, perché il capitalismo nel frattempo è cambiato, ed oggi i nuovi dominanti hanno idee, energie, speranze, ed anche una notevole dose di cinismo, un’arroganza senza pari e una certa sicurezza di sé e dell’efficacia delle loro armi.

Fra le altre cose, i nuovi dominanti globali hanno anche acquisito il monopolio della lotta di classe, inibendola ai subalterni.

Il “sistema” dello scorso secolo, ancora dominato dalla vecchia borghesia, era meno peggiore dell’attuale ed essendo negli anni settanta alla fine dei suoi giorni (così come la stagione del welfare, della relativa emancipazione sociale, dell’inclusione capitalistica di massa nei suoi immaginari e delle aspettative crescenti) aveva sicuramente meno idee, energie e speranze di questo.

Violenza indiscriminata, esercitata da polizie vili, mercenarie, in cui tendono a prevalere esaltati e psicopatici, contro manifestanti inermi costretti a manifestare pacificamente da un diffuso pacifismo strumentale, e le proteste ed il disagio alimentati da crisi economico-finanziarie ricorrenti, vanno a braccetto e non rappresentano che altrettanti effetti (si potrebbe persino dire scontati) dell’affermazione del nuovo modo di produzione dominate e del potere della nuova classe alta, la Global class.

Verrebbe da dire, per essere chiari fino in fondo, “caro Berardi, un sistema che è agli inizi della sua ascesa di idee da mettere in campo per schiavizzare i subordinati e neutralizzare le proteste ne ha fin troppe, ed ha energie a profusione, che utilizza non soltanto per reprimere le manifestazioni e per picchiare selvaggiamente studenti e lavoratori che scendono in piazza pacificamente, disarmati, ma soprattutto per idiotizzare e flessibilizzare parte significativa della popolazione, rendendola innocua e predisponendola ad accettare come destino inevitabile, senza neppure comprenderne la portata storica, le controriforme, la de-emancipazione e una nuova stagione di sfruttamento di massa.”

Magari sia come ha scritto Berardi detto “Bifo”, e cioè che il sistema è alla frutta, privo di idee, di energia e di (speranze per il) futuro, perché le prevedibili lotte che si svilupperanno fra non molto, quando la situazione precipiterà definitivamente, avrebbero così buone possibilità di vittoria.

In un paio di post scritti in questo mese, Marco Della Luna, che è il principale esperto in Italia di cratesiologia ed il principale esponente sul suolo nazionale della cosiddetta “teoria delle élite”, prospetta l’imminente uscita dell’Italia dell’eurozona e la possibilità che si vada incontro, in questo paese, ad un disastro senza precedenti storici (ipotesi non certo peregrina).

Per la fuga dal cimit€uro (così il titolo di un suo post), in cui ci porterà l’azione congiunta delle autorità monetarie globaliste d’Europa e la casta politica locale, che avverrà in un contesto globale funestato dalla recessione, Della Luna presenta un suo piano alternativo (iniziativa per altro lodevole), da contrapporre a quelli ufficiali della casta politica, che nella realtà sono manovre finanziarie “suggerite” (si legga imposte) ai sub-dominanti locali dai proconsoli europei dei globalisti (Draghi e Trichet, in modo particolare).

In questo piano alternativo, che è di salvaguardia di condizioni di vita minime ed anche anti-casta, cioè opposto a ciò che vorrebbero i sub-dominanti per mantenere il più a lungo possibile la loro posizione di privilegio e per rastrellare le ultime risorse, da mettere al sicuro nei paradisi fiscali, Marco Della Luna prospetta di tornare ai vecchi sistemi, in uso all’epoca di Craxi e durante la cosiddetta prima repubblica, e fra questi alla svalutazione della moneta, dopo l’uscita dall’euro, per riacquistare competitività sui mercati e per poter “investire sul futuro”.

Secondo Della Luna, la causa prima dello stato in cui versa oggi l’Italia, misurato in negativo da un debito pubblico enorme e preludio del disastro prossimo venturo, è la casta partitocratica tutta, «ladra e incompetente, e che, ciononostante, la popolazione la conferma al potere».

Certo, la partitocrazia in forma di casta ha delle responsabilità storiche per ciò che accade e accadrà all’Italia, e continuerà, anche in situazioni estreme di collasso economico e disastro sociale a far man bassa di risorse, a svendere il patrimonio pubblico, a colludere con la malavita organizzata, a legiferare per sé stessa, a riempirsi le tasche togliendo a salari e stipendi, alle pensioni e ai servizi pubblici.

Ma non è questa la vera ragione per cui oggi un intero paese si sta avvicinando pericolosamente all’orlo del burrone.

L’accanimento contro un unico obiettivo ben visibile, considerato l’origine di tutti i mali, è funzionale soltanto al mantenimento del potere della classe globale ed alla continuazione dei suoi espropri, perché i globalisti si servono delle sub-oligarchie politiche locali e possono “buttarle a mare” in qualsiasi momento – essendo sacrificabili per assicurare la riproduzione sistemica, sostituendole con altre e non mettendo in pericolo il potere e le fortune dei veri dominanti.

Anzi, quello che si deve comprendere, per poter analizzare correttamente la situazione, è che lo sprofondo della politica in Italia, e la conseguente degenerazione dei suoi attori, è anch’essa conseguenza dell’affermazione del Nuovo Capitalismo, dell’entrata in scena, sul palco più alto del potere effettivo, della classe globale (che ha divorato la vecchia borghesia proprietaria) e della conseguente perdita di autonomia politica e monetaria degli stati nazionali, posti sotto ricatto e strangolati dal debito.

Una politica che non decide delle grandi questioni, che ha un’autonomia sempre più limitata, che deve tenere la scena per perpetuare la dicotomia destra/ sinistra ormai priva di significato, perché il programma è unico e imposto, fotocopiato e poi trasmesso, ripiega su sé stessa, apre alla corruzione, materiale e spirituale, ed alle ruberie di chi raccatta le briciole sotto il tavolo della mensa dei suoi padroni.

I valvassini si sono chiusi nei palazzi e nelle zone rosse, imitando i loro padroni globali, e vivono una vita separata disprezzando e truffando la nazione e il popolo, e così è anche nella più profonda provincia, nelle regioni, nelle province (diventate improvvisamente enti inutili, da sopprimere) e nei comuni.

Sbaglia Della Luna se crede, sia pur in buona fede, che le amministrazioni locali sono diverse e meno corrotte dell’amministrazione centrale, saldamente nelle mani della casta, e potranno rappresentare, nel pieno della crisi che arriverà fra poco, isole felici che danno ricetto alla popolazione ed hanno cura dei suoi bisogni, perché il sistema è unico e il degrado si diffonde dal centro alla periferia, con gli appetiti degli “occupati in politica” che invadono tutti gli spazi utili.

Non solo, ma nel programma di Marco Della Luna si riflettono purtroppo un paio di parole d’ordine di questo capitalismo, che sono “Competitività” e “Innovazione” (l’equivalente dell’investire sul futuro), usate regolarmente da politici, economisti del sistema, giornalisti per giustificare qualsivoglia porcata

Per affrontare di petto la situazione, e preparare il terreno per un vero cambiamento, è necessario uscire completamente dagli immaginari e dalle logiche capitalistiche, dismettendo per prima cosa le parole d’ordine (truffaldine) – come appunto “Competitività”, “Innovazione”, o ancora “Crescita”, che puntualmente accompagnano le manovre finanziarie strangolanti, e i piani globalisti di sterminio della socialità.

Quanto precede non vuole essere una critica personale a Della Luna, della cui buona fede non si può dubitare, ma soltanto un rammentargli che il sistema si potrà sconfiggere e il disastro si potrà (seppur solo parzialmente) evitare soltanto se (a) si riesce ad individuare correttamente il Nemico Principale da combattere, che non è la casta partitocratica (quella esiste, è pericolosa, però viene dopo), ma è la Global class capitalistica, (b) il sistema è unico ed è marcio anche a livello di amministrazioni locali, sulle quali non si dovrebbe riporre grande fiducia, contaminate come sono dalla “degenerazione della politica” e penalizzate dal taglio dei trasferimenti di risorse dal centro, e infine (c) non bisogna cadere nella trappola capitalistica della “Competitività”, della “Crescita” e della “Innovazione” (nella realtà, investimento di capitali su un futuro da incubo), perché così si arricchisce soltanto la classe dominante, si penalizzano ulteriormente i subordinati, costretti a lavorare di più con redditi inferiori, e si consente una più agevole riproduzione sistemica.

Concludendo, stanno per arrivare i peggiori anni della nostra vita, che saranno sette (o più anni) di vacche scheletriche, parafrasando il Bettino Craxi dei vecchi tempi che aveva rubato la battuta alla Genesi biblica, ma l’unica via da imboccare per uscirne sarà quella della “critica delle armi” e della Rivoluzione, che purtroppo oggi non sembra essere neppure una prospettiva, qui e altrove in occidente.

Lo diventerà soltanto dopo che si sarà verificato un ulteriore, drammatico e repentino impoverimento di massa, in accordo con la spietatezza del “tanto peggio, tanto meglio”, ultima ratio per la salvezza.

 

Ad infima!

I peggiori anni della nostra vita di Eugenio Orsoultima modifica: 2011-10-14T11:16:00+02:00da derosse
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