Cavalcare la tigre oggi di Eugenio Orso

Nel lontano 1961, quando l’Italia appena uscita dalla fase della ricostruzione postbellica era in pieno boom economico e teneva il posto, nel mondo capitalistico dell’epoca, che al presente occupa la Cina, uscì un libro strano, che si poteva definire controcorrente, scritto da un filosofo che i più consideravano sbrigativamente un fascista e che aveva fatto della difesa di una tradizione remota, completamente perduta già agli inizi del novecento, lo scopo della sua esistenza.

Questo filosofo era il barone Giulio Cesare Andrea Evola, più noto come Julius Evola e per il suo libro – che andava contro l’evidenza (e le illusioni) di uno sviluppo economico trasformativo dei costumi e degli assetti società di allora, e contro la nuova integrazione di massa che già si prospettava, aveva scelto il titolo di Cavalcare la tigre.

Lo scrivente, per quanto da molti anni abbia aderito ad una visione anticapitalistica di tipo comunistico e collettivistico, conosce un poco l’opera di Julius Evola, a partire dalla fondamentale Rivolta contro il mondo moderno, pubblicata in Italia per la prima volta nel 1934, a Gli uomini e le rovine comparso dopo il disastro della seconda guerra mondiale, fino agli ultimi suoi scritti del filosofo, prima della morte, avvenuta nel giugno del 1974 in quella Roma che lo vide nascere.

Evola l’antipatico, l’”anarco-fascista” dell’individuo assoluto, lo snob con il monocolo fuori moda, che da giovane portava per distinguersi da quelli del suo tempo, il sostenitore pentito, in epoca fascista, delle leggi razziali e del Manifesto della razza (ma non fu certo l’unico), merita comunque rispetto per quella coerenza che non lo abbandonò fino alla fine.

Una coerenza che lo portò a diventare il cantore e il custode di una tradizione dai tratti largamente indeterminati, oscurata fra le macerie della civiltà, senza alcuna efficacia fra gli uomini suoi contemporanei, e che lo rese estraneo sia allo storicismo italiano della prima metà del novecento sia alle suggestioni del mondo postbellico.

La sua era la “torre d’avorio” dalla quale il pensatore e filosofo, ex pittore dadaista ed esoterico, osservava la realtà restando al di sopra di lei, senza impegnarsi direttamente e attivamente – o ancor meglio, senza “sporcarsi le mani” nella lotta politica, evitando con cura di scendere su un piano d’immanenza, in quella “sabbia calda” della storia dove gli scontri avvengono e i cambiamenti concreti si manifestano, fra le masse in movimento e le forze in lotta (a parte, forse, il suo coinvolgimento nel processo contro i FAR, in cui ebbe assoluzione piena, e un breve soggiorno di sei mesi nel carcere di Regina Coeli).

Cavalcare la tigre è un’opera complessa, da ponderare attentamente – o almeno così mi ha detto a suo tempo un noto attore del Sessantotto, coinvolto negli scontri alla Sapienza di Roma fin dagli inizi e figlio della generazione precedente alla mia, che mi ha anche confessato di non averla capita.

In questa opera Evola si muoveva come avrebbe potuto fare un superstite di un evo lontano, e ormai remoto, costretto a vivere “nel mondo dove Dio è morto”, e ne tratteggiava dal suo angolo visuale i connotati inquietanti, discutendo a modo suo del nichilismo, del relativismo, della dissoluzione dell’individuo e nel dominio sociale, mettendo in evidenza l’anomia e l’apolitia dell’epoca, concepita come epoca (appunto) di dissoluzione e di rovine, in cui apparivano soprattutto quelle invisibili, accanto a quelle visibili lasciate dal secondo conflitto mondiale, che hanno cambiato radicalmente l’uomo e la sua società.

Evola, a suo modo, era un anticapitalista che rivolgeva lo sguardo irrimediabilmente indietro, verso il passato più lontano, quello irricostruibile ed anteriore alla “Rinascenza” e all’”Umanesimo”, un passato la cui origine è talmente remota, e vaga, da sembrarci indeterminata.

Ed è proprio questo il grande problema di chi ha fatto riferimento alla tradizione, per contrastare l’onda dissolutiva e nichilistica del mondo moderno, cioè quello dell’indeterminatezza della tradizione e della sua origine, destinate a restare vaghe e smarrite in un passato lontanissimo, le cui dimensioni culturali sono ormai irriproducibili.

Come ha scritto il filosofo marxiano Costanzo Preve, che ha messo bene in evidenza l’indeterminatezza dell’origine della tradizione, e perciò la relativa inefficacia della critica tradizionalista al capitalismo e alla modernità, la sorgente alla quale si fa riferimento non è mai ben individuabile, e l’origine della tradizione che dovrebbe informare i comportamenti umani e la resistenza contro le seduzioni del mondo moderno, può essere progressivamente spostata all’indietro, fino ad arrivare ai tempi pre-storici, che tendono a sfumare nelle nebbie di un passato anteriore e irricostruibile, destinato a sconfinare nel mito e nelle ombre che avvolgono la leggenda.

Inoltre, secondo il Preve di Filosofia del presente, se è vero che il modello tradizionale con cui la società del vecchio continente ha potuto pensare sé stessa è quello che fa riferimento alla religione, e a Dio, questo modello non è unico, e non può esserlo, perché ad esempio, facendo riferimento al cristianesimo che ha segnato la storia dell’Europa per molti secoli, non si tratta un paradigma unico come superficialmente si è fatto credere, ma sono esistiti sei o sette modi diversi di viverlo, e quindi sei o sette paradigmi che hanno configurato altrettante religioni, e per conseguenza altrettante tradizioni tutte egualmente legittime, ma l’una diversa dall’altra.

Il riferimento evoliano non era propriamente il cristianesimo, come ben sappiamo, ma l’esempio portato è comunque illuminante, in relazione a ciò che qui si sostiene.

La tradizione soffre di questo “vizio” di fondo riguardante la sua indeterminatezza, e la sua sorgente non è mai chiara ed individuabile con precisione, ma può sempre essere rimessa in discussione spostandosi indietro nel tempo.

Se così è, anche il tipo d’uomo molto particolare, e diverso dal tipo umano prevalente, al quale si rivolgeva Evola e che sarebbe dovuto appartenere al mondo della tradizione – metastorico, in qualche modo e pur paradossalmente contrapposto a quello storico, non poté che soffrire dello stesso “vizio” di indeterminatezza.

E’ esistito, nel dopoguerra od anche prima del secondo conflitto mondiale, un uomo in carne ed ossa che approssimava l’”idealtipo” di uomo tradizionale al quale Evola si è rivolto, in Cavalcare la tigre e in tante altre opere e saggi che egli ha scritto, a partire dalla fondamentale Rivolta contro il mondo moderno?

E’ possibile, con tutto il dovuto rispetto che si può nutrire per Julius Evola, in quanto pensatore e filosofo di buon livello, dai lineamenti originali e fortemente caratterizzanti, che questo tipo umano non sia mai esistito, e che quindi Evola ha parlato a vuoto per anni, mentre “cresceva il deserto” intorno a lui, nella grande maggioranza degli altri uomini – quelli reali, fatti di carne e di sangue, costretti a muoversi, inconsapevoli, fra le rovine ammutolite di un mondo anteriore, ben nascoste o comunque illeggibili per i più, che soltanto il filosofo tradizionalista e pochi altri vedevano e riuscivano ancora ad interpretare.

Ma quello che importa, in questa sede, in cui non si intende fare l’ennesima recensione di un libro di Julius Evola (sarebbe persino inutile, e si potrebbe dire ben poco di nuovo), o discutere diffusamente della filosofia evoliana che oggi è quasi dimenticata, è fare diretto riferimento al primo capitolo del libro apparso nel 1961, Orientamenti, in cui il filosofo ha delineato un’idea, una “prospettiva speciale” per i pochi resistenti al mondo moderno, i quali sceglievano di starsene ritti fra le sue rovine o in esse si aggiravano senza aderire alla modernità.

Un’idea che è anche una splendida ed utile metafora e un detto antico estremo-orientale: “Cavalcare la tigre”.

Nelle intenzioni dell’autore, l’intera opera in questione è stata scritta non tanto per i pochissimi disposti a battersi su posizioni perdute, e di fatto indifendibili, determinati com’erano, fin dall’inizio, a sacrificare sé stessi, e neppure per i pochi “privilegiati” che potevano (e possono, se ve ne sono ancora) isolarsi completamente, date le loro “disposizioni interne” e le condizioni materiali di vita privilegiate di cui potevano godere, ma per coloro che erano (e sono) impossibilitati ad “estraniarsi” dal mondo moderno (che rappresentava il vero nemico, o Nemico Principale per Julius Evola) e che perciò dovevano fare i conti con la vita contemporanea, decidendo la linea di comportamento da assumere nell’esistenza, a partire dal quotidiano e dalle relazioni interpersonali.

Evola mostrava di essere, nelle sue riflessioni, già di un passo oltre alla civiltà ed alla società propriamente definibili borghesi, oggetto a loro volta di crisi dissolutiva, e se le interpretava come una prima negazione del mondo della tradizione «a loro anteriore e superiore», adottando una terminologia hegeliana definiva la crisi (quella della società e del capitalismo del secondo millennio, traducendo con altre espressioni) una «negazione della negazione», cioè dello stesso mondo borghese.

La crisi del mondo borghese, che oggi si è compiuta ed ha fatto scivolare le civiltà umane verso un nuovo capitalismo e verso il dominio incontrastato della Global class, per Julius Evola avrebbe potuto aprire a quel nulla che «prorompe da forme molteplici del caos, della dispersione, della ribellione», ma avrebbe potuto riservare sorprese positive, liberando spazi per gli uomini fedeli alla tradizione e costituendo «la premessa per una successiva azione formatrice».

Il filosofo tradizionalista interpretava quegli anni come anni di sconvolgimenti inseriti in un’epoca di transizione, o meglio, data l’adesione alla dottrina tradizionale dei cicli, come la fase terminale di un ciclo, che per Evola corrispondeva al Kali-yuga o “età oscura” degli indù, caratterizzata da una serie di fenomeni (dissolutivi, di trasformazione) del tutto peculiari, e nel seguito dell’opera trattava persino della «gioventù bruciata» postbellica e della «contestazione», in un quadro nichilistico, quali espressioni di vite allo sbando sottratte a precetti più alti.

Conviene riportare un passaggio dal primo capitolo di Cavalcare la tigre, Orientamenti, per fare chiarezza ed esplicitare la concezione e gli intenti evoliani, prima di impossessarsi di questa idea e di adattarla ai nostri tempi, ben al di fuori e al di là del mito della tradizione:

«Il passaggio da quanto si è detto fin qui a quest’ordine d’idee può esser dato dalla formula scelta come titolo del presente libro: «Cavalcare la tigre». E’, questo, un detto estremo-orientale, esprimente l’idea che, se si riesce a cavalcare una tigre, non solo si impedisce che essa ci si avventi addosso, ma, non scendendo, mantenendo la presa, può darsi che alla fine di essa si abbia ragione. A chi interessi, si può ricordare che un tema analogo lo si trova in scuole della sapienza tradizionale, quali lo Zen giapponese (le varie situazioni dell’uomo col toro); mentre esso ha un parallelo nella stessa antichità classica ( le vicende di Mithra che si fa trascinare dal toro furioso e non lascia la presa, finché l’animale si arresta: allora Mithra lo uccide).»

Questo simbolismo adottato da Evola, per sua stessa ammissione, non vale soltanto nella vicenda individuale e interiore del tradizionalista “resistente”, che la tigre del nichilismo e della dissoluzione potrebbe travolgere, e sbranare, ma ci mostra la sua validità ed “applicabilità” anche ad un livello collettivo.

Ha scritto di seguito, e non a caso, il filosofo Julius Evola:

«Lo si può riferire anzitutto ad una linea di condotta per la vita interiore personale, ma anche all’atteggiamento da assumere proprio dinanzi a situazioni critiche, storiche e collettive.»

Nelle dimensioni culturali, sociali e politiche del Nuovo Capitalismo Finanziarizzato del terzo millennio, in cui oggi viviamo, i Veri Resistenti sono quasi altrettanto pochi degli immaginari tradizionalisti (e mi perdoni Evola per l’espressione “immaginari”) ritti fra le rovine, ma a differenza di questi sono drammaticamente reali e in nessun caso possono permettersi di “isolarsi”, di astrarre dalla realtà che li circonda inseguendo i paradisi perduti di un mondo morto e anteriore.

Costoro, infatti, non provengono dal mondo perduto di una tradizione millenaria, inabissatosi come la misteriosa Atlantide all’inizio della “modernità”, ma bensì dalla critica residua al capitalismo, dall’antagonismo sociale vecchio e nuovo, dalle situazioni, sempre più profonde e diffuse, di disagio emotivo e più nel concreto di risorgente bisogno economico.

Sono coloro che non accettano, volendo dirla un’ultima volta con Evola, il nichilismo, il relativismo e la conseguente dissoluzione, anche se per nichilismo, in tal caso, si intende più propriamente la morte dell’etica e della coscienza di classe, per relativismo si intende la relativizzazione di tutto, di ogni aspetto della vita umana, alla Creazione del Valore del Nuovo capitalismo, e la dissoluzione alla quale assistono riguarda l’ordine sociale precedente, con la conseguente discesa negli inferi della de-emancipazione e dell’impoverimento per moltissimi (ceti medi riplebeizzati, operai flessibilizzati, lavoratori precari, persino alcuni borghesi della vecchia classe dominante).

Dopo l’orgia novecentesca della fallita “contestazione” sessantottina, che anzi, ha contribuito a premere sull’acceleratore della trasformazione ultraliberista del capitalismo, e dopo l’estremo, ma fallace tentativo di resistenza dal vago sapore moltitudinario del variegato movimento no-global, del quale constatiamo il completo declino, sembra che l’unico dato moderatamente destabilizzante, in una società che tende sempre di più a diventare la società del Mercato Totale, sono le periodiche insurrezioni che di tanto in tanto investono qualche angolo dell’occidente, da Los Angeles nel 1992 (non volendo andare più indietro nel tempo) alla Gran Bretagna di queste ultime settimane.

Queste insurrezioni spontanee, spesso riferite al disagio delle sotto classi urbane, o di immigrati semischiavizzati, di gruppi etnici più o meno radicati nel tessuto sociale e nel degrado delle metropoli, o di giovani esclusi dal lavoro e dai consumi, e di altri soggetti ancora colpiti dalle nuove dinamiche capitalistiche, rappresenteranno in occidente, nei prossimi anni, l’unica forma di rivolta concretamente praticabile dai sottomessi, ma di natura squisitamente insurrezionale e non certo rivoluzionaria.

E questo sarà fin tanto che non si formerà, palesandosi in una nuova e decisiva stagione di scontri sociali e politici, la coscienza della Pauper Class capitalistica, ridando consapevolezza (e combattività) a tutta quella molteplicità di soggetti sociali duramente penalizzati dal Nuovo Capitalismo Finanziarizzato – dagli operai e dai ceti medi impoveriti ai giovani precarizzati con elevato livello di scolarizzazione, che da almeno un paio di decenni stanno scivolando progressivamente, nella nuova classe povera del futuro.

Ma le rivolte di matrice insurrezionale, unidimensionali perché mosse esclusivamente dalla rabbia degli esclusi, prive di uno scopo definito e politicamente traducibile, potrebbero estendersi pericolosamente, pur in quadro di frantumazione che esclude la possibilità della loro sintesi e unificazione oltre i confini nazionali e gli interessi egoistici dei singoli gruppi, danneggiando gli stessi, sparuti gruppi anticapitalisti e antagonisti che cercheranno di ricostruire un più ampio movimento extrasistemico.

Altri pericoli si affacciano all’orizzonte, connessi alla frantumazione dell’ordine sociale precedente, al declino dell’organizzazione statuale e dello stesso “spirito nazionale”, che affonda in una pericolosa dimensione regionale, tendente a chiudersi in sé stessa ed a velocizzare i processi dissolutivi.

La crisi di credibilità della Lega, in Italia, rappresenta un esempio dei futuri pericoli che potranno svilupparsi, in occidente e in Europa, e potrà aprire inquietanti scenari a livello nazionale.

Se il cosiddetto “partito di lotta e di governo”, un cartello elettorale di fatto venduto ai globalisti di UEM e BCE, disposto a tutto pur di mantenere le poltrone che occupa nell’attuale esecutivo, non riuscirà più a rappresentare (o dare l’illusione di rappresentare) gli interessi molto concreti di alcune “corporazioni” privilegiate del nord – evasione fiscale tollerata, controllo dell’immigrazione nei limiti dei loro precisi interessi a fruire del lavoro schiavo, autonomia amministrativa e fiscale più ampia per evitare ridistribuzioni territoriali della ricchezza, questi gruppi potranno risolversi a rivoltarsi per motivi “di pancia”, in un conato insurrezionale alimentato da mire scopertamente secessioniste, non più frenato dalle menzogne e dai vuoti slogan dell’imbroglione politico Umberto Bossi.

Come dire che ciò che potrà arrivare dopo Bossi e la Lega, ambedue ormai in aperto declino e in caduta di credibilità, potrà essere peggiore della stessa Lega e di Bossi.

E fenomeni analoghi, in quanto legati alla frantumazione regionalista (verso il basso) degli stati, o allo scardinamento dell’ordine costituito senza intaccare la sostanza dei processi capitalistici in atto, potranno accadere altrove nel vecchio continente, se i partiti razzisti e xenofobi saranno in grado di far leva sulla crescente irrequietezza di alcuni gruppi sociali autoctononi, non necessariamente quelli più colpiti dalle nuove dinamiche del capitale.

Lo faranno allo scopo immediato di ottenere maggiori quozienti elettorali, ma rivolgendo come risultato pratico la furia egoistico-xenofoba, suscitata dalla paura del futuro e indotta da questo capitalismo, verso i milioni di “ospiti” che i flussi migratori di un mondo in caotico movimento hanno spinto fino in Europa, o verso minoranze etniche credute ostili che fungeranno da capro espiatorio.

In tal caso, non si tratterà di manifestazioni spontanee, senza capi ed autoconvocate (con l’uso più o meno intenso degli strumenti informatici), ma di moti fra l’insurrezionale ed il golpista-eversivo, guidati e diretti verso obbietti “paganti” da caporioni provenienti dalle varie leghe e partiti xenofobo-razzisti, che cercheranno di mantenersi in sella e di emergere localmente come nuovi leader.

La grande differenza con Los Angeles 1992, con la Banlieue parigina del 2005 e con la Londra di oggi, sarà che gli attori delle insurrezioni secessioniste, dei moti a sfondo eversivo e golpista saranno in buona misura gli appartenenti a quegli stessi gruppi sociali che fino ad ora, per ragioni “di pancia”, hanno retto con il consenso questo sistema, e mantenuto in vita il pallido, truffaldino fantasma della democrazia liberale.

Quindi si tratterà dell’azione di gruppi spregevoli – scorie e cascami generati da questo capitalismo, nel processo di frantumazione/ trasformazione del vecchio ordine sociale.

Si tratterà di “corporazioni” che portano già sulle spalle una drammatica responsabilità storica (il consenso garantito al sistema con il voto di scambio) e che agiranno, se si metteranno in movimento, per infliggere nuovo e maggior male, che i singoli ne siano e non ne siano pienamente coscienti.

Potrà verificarsi l’assurdo, da un punto di vista sociale e politico (ma assurdo soltanto in apparenza), che coloro i quali avrebbero potuto costituire le squadre anti-riots in collaborazione con la polizia e i poteri istituzionali, a Los Angeles, a Parigi, a Londra, si troveranno coinvolti nei riots dalla parte dell’insorto, di fatto, contro lo stesso sistema che fino al giorno prima hanno appoggiato, e retto con il consenso, per mere questioni di privilegio sociale ed egoismo individualistico.

Mercato Totale e globalizzazione economico-finanziaria non spingeranno verso l’unione, ma verso la divisione, e potranno provocare frantumazioni di stati e instabilità geopolitica, con pesanti riflessi anche nell’Europa dell’unione monetaria, in cui all’indebolimento di stati nazionali e governi potrà corrispondere un deleterio “rafforzamento” della dimensione regionale.

Ma tutto questo potrà avere qualche risvolto positivo, nonostante le distruzioni e i morti che causerà, poiché se questo sistema (e il capitale che lo determina, dandogli vita) si regge in primo luogo sul consenso, per quanto manipolato, indotto, idiotizzato, estorto con il ricatto, o conseguito con il più sordido mercimonio, anche il pilastro del consenso inizierà a sgretolarsi, mettendo in discussione la sostanza del rapporto sociale capitalistico e rischiando di far crollare tutta la struttura.

I futuri rivoluzionari, oggi isolati e ai margini della società del Mercato Totale, se mai riusciranno a non estinguersi, a riorganizzarsi, a procedere alla fondazione di un nuovo movimento extrasistemico, dovranno tener conto di questo duplice pericolo, che però potrebbe aprire per loro nuovi spiragli: le insurrezioni spontanee dei gruppi marginali, senza un preciso disegno politico e trasformativo, alle quali potranno partecipare o dar vita anche elementi provenienti dalla vecchia classe operaia o dal ceto medio declassato, e le sollevazioni a sfondo eversivo di natura xenofoba, razzista e/ o secessionista.

Questa sarà la tigre da affrontare, la belva sulla quale bisognerà salire in groppa mantenendo saldamente la presa, per sfiancarla e poi ucciderla, quando si fermerà stremata, nel caso dei moti postleghisti, separatisti, a sfondo razzista, oppure per dirigerla verso obbiettivi rilevanti, trasformandola in un’arma contro il Nemico Principale (la Global Class) e i suoi proconsoli locali, nel caso di moti insurrezionali spontanei generati dal disagio sociale e dall’impoverimento.

Una tigre molto diversa da quella evoliana, che comparirà non nella fase terminale del Kali-yuga, alla fine di un grande ciclo, ma all’inizio dell’era del Nuovo Capitalismo Finanziarizzato e del Mercato Totale, suscitata dalle forze e dalle logiche che animano il nuovo modo di produzione sociale.

“Cavalcare la tigre”, dunque, in una prospettiva storica di caos e insurrezioni, e non certo in un universo metastorico, tenendo conto che tale prospettiva storica potrebbe essere abbastanza vicina, e la tigre potrebbe già prepararsi a spiccare il suo balzo verso di noi.

Si tratterà, in tal caso, di una forza sociale, e non di una forza della natura come le splendide tigri indiane o quelle siberiane, e non sarà la “belva” suscitata dal compimento della discesa dell’uomo dagli stati superiori a quelli inferiori dell’esistenza dopo il “ritiro” di Dio (Bernanos), secondo un’interpretazione evoliana, ma la belva suscitata dall’impoverimento generale, dall’esclusione di fasce sempre più ampie della popolazione e dalle rapine del Nuovo Capitalismo.

I potenziali quadri rivoluzionari sono oggi confinati nelle catacombe, quelle virtuali della rete, quelle delle pagine più interne (in qualche caso) nei giornali, o quelle in cui si arriva perché “non si è fatta carriera” non avendone i requisiti, nel caso della politica addomesticata, nel sindacato autoreferenziale e subordinato al capitale, nelle università del politicamente corretto e dell’interdizione del nuovo.

Il movimento non esiste ancora, ma esistono alcune strutture che potranno essere utilizzate per costituirlo e dargli diffusione sull’intero territorio nazionale, una volta “bonificate” dai burocrati, dagli opportunisti, dalle quinte colonne sistemiche che ormai sono presenti ovunque.

Un tempo chi scrive ha creduto (un po’ ingenuamente ed entusiasticamente) che queste strutture potevano essere, in Italia, quelle della Fiom, e forse quelle dell’intera CGIL che avrebbe accolto le posizioni della Federazione dei metallurgici, ma trascorsi dieci mesi dalla grande e partecipata manifestazione Fiom di Roma dello scorso anno, alla quale non ha fatto seguito nulla, e dopo l’azione della segreteria “gialla” della Camusso, che ha firmato l’accordo interconfederale contro i lavoratori del 28 giugno di quest’anno, approvato con grande maggioranza dal direttivo nazionale CGIL, i dubbi sono cresciuti e quella relativa fiducia è sfumata, rischiando di trasformarsi in aperta sfiducia.

La Fiom, dato l’ampio consenso che si stava coalizzando spontaneamente intorno alle sue posizioni, che erano e sono di semplice ma tenace resistenza davanti agli attacchi capitalistico-globalisti contro il lavoro e la socialità, avrebbe potuto unificare il movimento in Italia, dandogli coesione, “disciplina di campo” e una comune prospettiva futura di lotta, ma questa strada, che era l’unica possibile per non restare schiacciati dal Nemico Principale e dai suoi spregevoli “proconsoli” locali, non è stata seguita, tanto che a Roma, il 14 dicembre del 2010, i movimenti sono stati abbandonati a sé stessi, nell’unico vero accenno di rivolta che si è avuto in Italia in quei mesi.

Forse si sarebbe anticipata d’un soffio la cosiddetta “rivolta araba” e i primi fuochi consistenti si sarebbero avuti in Europa, ben oltre la sequenza abbastanza recente degli scioperi generali francesi, con riflessi più seri sulla tenuta sistemica complessiva.

Si sarebbe dato un segnale, e offerto un esempio da seguire, al resto dell’Europa che soffre sotto il tallone globalista e sconta il ricatto del debito.

Ma così non è stato, e l’occasione storica che avrebbe potuto concretarsi fra il 2010 e il 2011 è completamente sfumata.

D’altra parte, se si resta all’interno degli immaginari capitalisti e liberlademocratici, prigionieri di quelle regole che impongono ai subordinati manifestazioni testimoniali, inani, “non violente”, in nome di una democrazia inesistente per neutralizzarli e farne fallire a priori le lotte, l’esito che si otterrà sarà sempre e soltanto questo.

Uscendo per un attimo dalla suggestiva metafora della tigre, delle tre grandi ondate che potrebbero lambire fra non molto l’Europa e l’Italia, la benefica onda rivoluzionaria e trasformativa ci pare al momento la più improbabile, mentre maggiori probabilità di manifestarsi hanno l’insidiosa onda insurrezionale e quella distruttiva della guerra civile.

Ciò non toglie, però, che gli sconvolgimenti sociali del prossimo futuro, derivanti dall’azione di “Mercati e Investitori”, e l’impoverimento di massa che continuerà a travolgere l’Italia e buona parte dell’Europa, potranno rendere improvvisamente disponibili quelle strutture – liberate da burocrati, da opportunisti, dalle quinte colonne e dalla Camusso, per costituire il nuovo movimento e dargli concretezza operativa, con degli scopi del tutto esterni al sistema e quindi di natura potenzialmente rivoluzionaria.

Esiste ancora una possibilità in tal senso, anche se è molto piccola, e il tempo che passa rischia di renderla insignificante.

L’ombra della tigre che già si profila all’orizzonte, invece, potrà riuscire a materializzarsi con una certa facilità nei prossimi due o tre anni, e se ci troverà impreparati, dispersi e divisi come siamo ora, senza alcuna prospettiva degna di questo nome, travolgerà anche noi, neutralizzandoci per sempre.

 

@ 20 agosto 2011

Cavalcare la tigre oggi di Eugenio Orsoultima modifica: 2011-08-22T10:31:00+02:00da derosse
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