Total Market (Mercato Totale) di Eugenio Orso

«Venite, venite tutti nel mondo nuovo di zecca, e non crediate che sia un banale racconto di fantapolitica, o di fantasociologia, o di pura fantasia, non crediate, signori, che si tratti di una distopia come un’altra, nata dal genio di qualche scrittore che pazientemente ha elaborato il soggetto, e poi ha fatto i soldi vendendo i libri. Tutto ciò che vedete è reale. E’ il Mercato Totale.»

Potrebbe essere questo l’incipit di un racconto, o di un saggio decisamente atipico, su quello che oggi sta capitando nel mondo, fra i cinesi del dragone mercatista, che si infuriano con i politici americani di ogni colore, accusandoli di gestione allegra delle pubbliche finanze che potrebbe farli scivolare nella merda anche loro, in quanto grandi creditori degli USA con il maggiore debito del mondo, e l’America sulla difensiva, vecchia aquila solitaria, che sconta impotente il declassamento dei T-bond da parte di un supremo ufficio globalista – l’Agenzia di Rating – il quale si permette di decidere allegramente delle sorti della potenza americana e di tutti gli altri paesi.

Che poi si tratta di Standard & Poor’s o di qualche altra Suprema Agenzia Globale di valutazione più di tanto non ci importa, perché sappiamo che ce ne sono pochissime e tutte rigorosamente private, tre se ben ricordo, incaricate di diffondere ad esclusivo beneficio degli Investitori, su quei Mercati che sono il vero centro del mondo, assieme alle crisi periodiche la Voce del Padrone.

Per la verità, anche i globalisti “emergenti” di Pechino hanno un’Agenzia di Rating, che per ora non conta quasi niente, e la vecchia Europa dell’Unione, sotto attacco speculativo per il debito – ultima frontiera dell’esproprio capitalistico e della tirannia integrale di Mercati e Investitori, vorrebbe costituirne una, alternativa alle tre sorelle, bastarde e privatissime, che fanno il bello e brutto tempo, ma non è così semplice, per un’unione senza autonomia.

Il colpo di mannaia inferto dal boia, nelle esecuzioni medievali circondate da una sacralità rituale mista a bestialità, oggi si chiama con espressione esotica Downgrade, che vuol dire semplicemente declassamento per favorire gli appetiti della speculazione, perché i tempi da allora sono cambiati, molto cambiati, e il colpo di mannaia globale, destinato a separare la testa dal corpo, o ancor meglio i soldi dagli imbecilli, come disse Keynes buonanima, non riguarda più la singola vittima sacrificale, sia essa un villano o un barone, un servo o un signore caduto in disgrazia, ma un intero popolo, un’intera nazione, con donne, vecchi e bambini inconsapevoli e innocenti, quelli che prima se la cavavano e quelli che erano già nelle ambasce per conto proprio.

Il Rating, volendo continuare nei paragoni storici assolutamente liberi, è come la sentenza inappellabile del Tribunale della Santa Inquisizione, che alla fine condannava ad un rogo purificatore la vittima, non prima però di essere passati per la tortura.

E tortura significa, in questo caso, l’oppressione e il ricatto globalista esercitati sui popoli, attraverso le controriforme de-emancipatrici impostate, a livello nazionale, da gruppi politici di collaborazionisti, sempre e comunque interni al perimetro maledetto della democrazia liberale.

E’ soltanto la guerra di classe che si ripresenta in altre forme, per la verità, e loro la stanno vincendo, avendone acquisito il monopolio agli inizi dell’Era del Nuovo Capitalismo Finanziario e del Mercato Totale, che surroga la Politica, la Filosofia, la Religione, sottraendosi al loro controllo, e trasforma la vita in qualcosa di alieno, finalizzandola in tutte le sue forme a creare valore per i dominanti.

Mai come oggi potere effettivo, grande ricchezza e prestigio sociale sono stati così concentrati nelle mani di pochi.

E poi c’è un’ennesima paura, quella della “double-dip recession”, cioè di una spaventosa recessione-depressione, e si riaffaccia lo spettro della deflazione, la quale sarebbe dovuta, secondo i filocapitalisti che dominano e manipolano l’informazione, alla bassa crescita economica.

Ce n’è per tutti, anche per quelli che fino a poco tempo fa erano saldamente paesi “sviluppati”, con un PIL fra i più grandi del mondo.

E’ il caso della Francia, che da parte sua è molto preoccupata, perché sa che potrà essere il prossimo obiettivo degli appetiti speculativi della Classe Globale, una volta liquidata e spolpata fino all’osso la debole e inconsistente Italia, e conciati per le feste i potenti Stati Uniti.

Non c’è alcuna fretta, perché pur avendo confermato la tripla A al galletto bizzoso (vedi quello che ha combinato in Libia) la Suprema Agenzia di Rating potrà declassarlo con comodo nel prossimo futuro, quando i tempi saranno maturi e arriverà l’input dalla misteriosa speculazione.

Ed ecco che l’esecutivo francese per compiacere Mercati e Investitori annuncia manovre sui conti, entro il 24 di agosto, esattamente come fa il governo italiano (oltre 45 miliardi di euro), che però anticipa i francesi, sacrificando ai suddetti idoli del liberismo sanguinario, la stessa vita della popolazione e il futuro delle generazioni più giovani.

In Europa, quella dell’unione monetaria imposta furbescamente con il miraggio della creazione di una grande area del benessere, la vecchia Ghigliottina francese, o la Garrota spagnola che strangolava la vittima, hanno cambiato nome e sono diventate magicamente Lo Spread con il Bund, cioè i punti di differenza con quel titolo, con quella astrazione del debito pubblico tedesco che finanzia la relativa potenza economica dei crucchi, da decenni i primi della classe in continente.

Man mano che si allarga la forbice con il titolo tedesco, maggiori sono gli interessi da pagare sul debito, più stringente è il ricatto nei confronti degli stati e più difficile diventa piazzare i titoli.

Così è per il BTp decennale italiano e per il bonos spagnolo, ad esempio, ma tende a diventarlo anche per la Francia (fino a poco fa distante di soli 70 punti dal bund).

I mercati sono andati a ribasso bruciando risorse, poi hanno rimbalzato, ma si sa che la speculazione onnivora guadagna sia in un senso sia nell’altro, e si diverte a provocare le tensioni sui mercati finanziari, azionari e borsistici – strumento sotto il suo pieno controllo – che se ne vanno periodicamente sulle montagne russe, arricchendo gli sciacalli e gli assassini della Classe Globale.

«Voici le temps des assassins», scrisse in pieno ottocento Rimbaud nelle sue Illuminazioni, evocando la setta nizarita di sicari consumatori di hascisc del vecchio della montagna, e quel tempo oggi è arrivato, annunciato dal neoliberismo e dai monsoni della globalizzazione, solo che gli assassini non sono una setta esoterica, ma una nuova classe dominante che si è mangiata la vecchia borghesia proprietaria e si sta mangiando il mondo intero: quella globale.

Il gioco che fanno i mercati è un gioco truccato (e di morte per milioni e milioni di uomini) in cui il banco vince sempre, e tutti gli altri sono destinati a perdere.

Miracoli del Mercato Totale, o Total Market, per essere più aderenti con le espressioni esotiche che si usano diffusamente, nell’era del trionfo dell’economia liberale anglo-americana, che non è una scienza rigorosa, come si è fatto credere per oltre un secolo, ma l’unica Religione ammessa e da imporre a chiunque.

Infine, dopo i piccoli paesi, la Spagna, l’Italia e la stessa Francia nel prossimo futuro, toccherà anche a quei vigliacconi dei tedeschi pagarla cara, nonostante che ancora si sentano con il culo relativamente al sicuro, perché la speculazione non si fa scrupoli e non si fermerà nemmeno davanti al Bundestag, o ai resti ammutoliti della Porta di Brandeburgo.

I fuochi distruttivi dell’ultima guerra dei cent’anni, quella del Novecento, in cui il modello di capitalismo liberista di mercato ha fatto piazza pulita dei concorrenti, sono stati progressivamente sostituiti da quelli finanziari, economici e virtuali, ma così reali, dell’ultima guerra di classe.

Nel recente passato, i crucchi relativamente al sicuro hanno fatto la voce grossa con la povera Grecia, progressivamente ridotta alla fame e alla “schiavitù per debiti”, in difesa di quel marco mascherato che è l’Euro, ma anche lui saldamente nelle mani della Classe Globale come tutto il resto.

Hanno fatto ciò che hanno ordinato i globalisti, riformando il “capitalismo renano” per adattarlo ai nuovi scenari, hanno convertito progressivamente l’economia per l’esportazione (ad imitazione, in un certo senso, dei ligi cinesi, nell’ottica dei costi comparati, in ricordo degli insegnamenti di quel figlio di puttana che era l’agente di cambio David Ricardo), hanno pagato un po’ di meno gli operai e puntato sull’Innovazione, osservando da bravi sottomessi tutti e cinque i pilastri della fede liberista.

Ma anche questo non basterà, perché non basta mai, alle cavallette globali che spogliano in un istante i paesi come se fossero campagne ubertose, riunendosi in sciami e scomparendo poi all’orizzonte per altri obiettivi e saccheggi.

Si comprano il mondo, non solo le isole in Nuova Zelanda per andarci a vivere nel caso tutto collassi, e così fanno i loro imitatori e pari grado “emergenti”, a partire dagli stramaledetti cinesi (non i poveracci, i contadini, gli operai, le sottoclassi, bene inteso, ma i nuovi globalisti di Pechino).

Se l’America declinerà ancora, dopo l’abbassamento del Rating, potrà essere la Cina a subentrare, e a diventare il principale alfiere della Globalizzazione neoliberista e del Mercato Totale, il suo cane da guardia prediletto.

In una lettera recente, che parrebbe un po’ riservata, anche se si è avuta notizia della missiva attraverso i media, due loschi figuri al soldo dei globalisti, Trichet al vertice della BCE e Mario Draghi che lo sostituirà in novembre (agente di Goldaman Sachs, uomo di ghiaccio della Spectre globalista), hanno “consigliato” al pagliaccesco e surreale governo italiano in carica di privatizzare tutto – Eni, Enel, Finmeccanica, le poste, le scassate ferrovie nazionali, ogni cosa – di vendere ciò che rimane ancora in mani pubbliche fin da subito, sottratto al Mercato Totale, senza attendere il 2013 o data da destinarsi, di continuare rapidamente e diligentemente a distruggere lo stato sociale e di massacrare il lavoro senza pietà con la libertà di licenziamento, dopo la precarietà diffusa e la consistente perdita di reddito e di diritti già subita dai lavoratori.

Inutile dire che il “consiglio” vincolate è stato accolto senza fiatare.

Il buontempone di Arcore, quel vecchio ritinto e sempre sorridente che ancora puttaneggia, dopo aver partecipato all’attacco alla Libia battendo i tacchi davanti ai veri decisori, e boccastorta Bossi, sempre più insopportabile per i gesti volgari ostentati in pubblico (ad uso e consumo della suburra bottegaia padana, o per deriva senile), nonché l’astuto Tremonti che se ne sta opportunamente in disparte truccando i conti, hanno accettato di buon grado e obbedito alla Voce del Padrone, e lo farà anche il gioviale e confuso Bersani se arriverà al governo nel 2012, come spera (grazie al collasso dell’esecutivo attuale), con il suo misero e raffazzonato cartello elettorale di provincia.

E poco importa che la BCE abbia consentito l’acquisto di titoli del debito pubblico italiano e di bonos spagnoli, per alcuni miliardi di euro, riducendo di un po’ lo Spread con il Bund e il tasso d’interesse, perché la carota è molto più piccola del bastone, e non eviterà una serie infinita di manovre correttive, in Italia come in Spagna e altrove in Europa, tali da mettere con il culo per terra la maggioranza della popolazione, già provata dalla crisi precedente e da un buon ventennio di de-emancipazione feroce.

L’unica cosa che Bossi, Berlusconi e Tremonti sono ancora in grado di proteggere, è l’evasione fiscale, quella definita ipocritamente “piccola” (la grande, come sappiamo, si difende da sé e si impone), espressa dagli impresari, da certi professionisti, dai patrimonializzati e dai bottegai, che costituiscono una base elettorale essenziale, uno zoccolo duro originario, per la maggioranza “di governo”.

Ben sapendo che domani potrebbe toccare anche a loro, impresari, sedicenti professionisti, patrimonializzati, bottegai e commercianti, hanno sostenuto con il consenso questo sistema delinquenziale, e continuano a farlo mostrando ciò che veramente sono quei gruppi sociali.

Altro ché “ceti produttivi”, in grado di far ripartire l’economia del paese!

L’aumento delle imposte sui redditi da lavoro dipendente, sui pensionati e sui poveri, costretti a pagarle portandosi addosso quasi per intero il peso della spesa pubblica, si chiama con vigliacca ipocrisia “contributo di solidarietà”, e da questo saranno esentati, di fatto, i bottegai evasori, gli impresari, i furbi e gli imbroglioni, la teppaglia parassita bossiana.

Una “solidarietà” a senso unico, che fa il paio con la “coesione sociale”, imposte a chi non si può difendere con una pistola puntata alla tempia, e che significano semplicemente l’intensificazione della razzia e del saccheggio, la distruzione del futuro per moltissimi.

E’ chiaro che dietro lo slogan “libertà delle imprese e delle professioni”, si nascondono il furto, il saccheggio, la grassazione, il degrado della cosa pubblica, e dietro uno schermo di falsa legalità si malcela l’economia criminale, parallela a quella “legale” del Mercato Totale, a questa indissolubilmente legata e ben tutelata in tutte le sue sfaccettare, dal traffico di schiavi alla droga, dal commercio di armi a quello di organi umani.

La iena Marcegaglia, al vertice di quella Confindustria di stragisti e assassini che ha applaudito l’ad omicida di Thyssenkrupp, Harald Espenhahn, condannato a 16 anni e mezzo per omicidio volontario, chiede un’altra controriforma delle pensioni e l’ennesima cinghiata ai lavoratori, mentre si sviluppa un grottesco confronto fra Bossi boccastorta che ha piegato la testa davanti ai padroni globalisti, ma autoproclamatosi propagandisticamente difensore dei pensionati, e il giullare deforme Brunetta, contattato da Bankitalia per agire punitivamente, in sede di manovra governativa e di sua approvazione, contro lavoratori e pensioni.

Perciò, chiunque difende questo sistema (e sappiamo quali sono quegli spregevoli gruppi sociali, che fanno il gioco della Classe Globale, appoggiando governi fantoccio) è da considerarsi a sua volta un ladro, un criminale e uno stragista di innocenti, o comunque un loro complice, e come tale dovrà essere trattato pagando per intero i propri crimini, senza alcuna attenuante, quando la storia finalmente svolterà.

L’iniquità sociale è conclamata, ed anzi ostentata, difesa e promossa da ministri abbietti del “calibro” di Sacconi, incaricato di massacrare il lavoro e i lavoratori, o di Tremonti supremo ragioniere-mercenario al soldo dei Mercati, come se questa giustizia a rovescio fosse l’unica chiave possibile per il rilancio delle attività produttive, e per riacciuffare un benessere ormai perduto mentre se ne scappa altrove.

E il presidente della repubblica firma il decreto-capestro solerte, avallando così la manovra voluta dagli Organi della Mondializzazione standosene comodamente al Quirinale, anche lui tributario dei globalisti, anche lui piccolo Quisling liberaldemocratico, che svolge le sue “funzioni istituzionali” sempre più spesso contro gli interessi della grande maggioranza del popolo italiano.

Ecco la politica liberaldemocratica italiota, piegata come un fuscello dalla maggioranza di governo alla così detta opposizione parlamentare (ma non potrebbe essere diversamente) davanti alla classe dominante planetaria e al Mercato Totale, costretta a adottare, nelle linee guida essenziali, un unico programma imposto di tagli e vessazioni al quale non si può sfuggire.

Niente più spazi giuridici di difesa per i lavoratori, niente più intervento dello stato nell’economia, perché ci devono pensare i Mercati e gli Investitori a quella, massacrando i lavoratori e mangiandosi le attività produttive, e niente più incrementi della spesa pubblica per scopi sociali e redistributivi, vietati dalle logiche di rapina dominanti.

Ma in compenso aumenti dell’età pensionabile, divieti di promozioni, per i lavoratori, prima di entrare in quiescenza, accordi in deroga per licenziare, tagli alle pensioni, blocco degli stipendi e del turn-over nel settore pubblico, e tanta, tanta miseria e precarietà per tutti, qui come in Grecia, in Portogallo, in Spagna, e prossimamente anche altrove nella vecchia Europa che fu “del benessere”.

Sostenere i consumi aumentando i redditi, a livello di massa, ed inglobando tutti nel sistema, non è più un imperativo categorico capitalistico, e al profilo consumatore-produttore si sostituisce rapidamente quello del precario-escluso.

Questa è la sostanza del “consiglio” dato al governucolo italiano per ridurre debito e deficit dai compiti macellai sociali Jean-Claude Trichet e Mario Draghi, certi che per ora e per il prossimo futuro i popoli se ne staranno buoni, e nessuno potrà metterli al muro, con impeto rivoluzionario, giustiziandoli come meriterebbero.

Qualche scervellato in mala fede, in questo marasma foriero di drammi planetari – forse dimenticando che in passato sono scoppiate guerre ragioni simili, o anche per meno – s’illude che gli stramaledetti capitalglobalisti cinesi ci salveranno il culo, qui, in Europa, e cerca di farlo credere a tutti i poveri idioti che gli capitano a tiro.

Attraverso i vertici della banca centrale cinese, i membri rampanti della Classe Globale di Pechino, già da tempo avevano proposto un paniere di valute, come riferimento sul Mercato Totale in sostituzione del dollaro americano, ma è chiaro che questo non salverà l’Europa in declino, e che le élite cinesi vorranno comprarsi il vecchio continente, un giorno, a prezzi di saldo, come stanno facendo da qualche tempo con l’Africa.

Altri paraculi che da tempo mi paiono un po’ scervellati (e sono ancora poca cosa i “complimenti” che gli faccio), presenti anche qui, nella penisola, dentro e fuori la rete, scrivendo le stupidate peggiori e più deliranti spacciate come analisi hanno cercato negli ultimi anni di far credere ai villani contemporanei, cioè agli idiotizzati dal sistema che brancolano come fantasmi in questa Italia da fine della storia, che è tutta una questione di Geopolitica – il Supremo Risiko giocato da strateghi sopraffini sulla pelle dei popoli – e di Corsi e Ricorsi Capitalistici, nell’eterno ritorno delle stesse cose, un po’ modificate dal maquillage della storia.

Traducendo in linguaggio corrente, prima il monocentrismo, con una sola potenza che domina, dopo il policentrismo, con potenze in competizione e blocchi continentali, poi ancora il monocentrismo/ unipolarismo e il policentrismo/ multipolarismo a seguire, e fra mille anni sarà ancora così, perché non ci si deve illudere che il capitalismo possa morire, o collassare di schianto, ed altre minchiate di questo tenore per complicare inutilmente le loro teorie.

Si tratterebbe, insomma, di un gioco a scacchi fra potenti e fra capitalismi diversi, dal quale tutto il resto è escluso ed anche noi lo siamo, irrilevanti nella storia e nei giochi strategici del potere.

Si esclude in modo truffaldino la dimensione sociale, che è l’unica a contare, si blandisce il fantasma della Lotta di Classe (la vera Guerra decisiva per la Liberazione), condotta dagli sfruttati e dalle vittime di questo capitalismo, esattamente come fanno i globalisti, che ne hanno acquisito pro tempore il monopolio.

Si fa credere ai beoti ed agli idiotizzati che una volta messo a posto il Golem americano, togliendoli il foglietto dalla fessura (preminenza del dollaro, possibilità di finanziamento di un debito sempre più colossale, riduzione conseguente della potenza militare), ridimensionati o rifluiti gli States nella loro fortezza continentale grazie alla rinata potenza russa dell’”eroe” dagli occhi di ghiaccio Vladimir Putin, o grazie all’attivismo degli “emergenti” ultracapitalisti del(l’ex)partito comunista cinese, tutto potrebbe andarsene a posto come le tessere di un mosaico facile da ricomporre.

Con l’eclisse della potenza americana, tornerebbe a risplendere, su una Gaia sorridente, il Sol dell’Avvenir Multipolare, e potrebbe finalmente nascere l’immaginaria Eurasia, dalla Manciuria ad Oporto, dalla Cina mercatista al Portogallo in crisi.

Niente di più falso, perchè sappiamo bene, lasciando perdere questi piccoli imbroglioni, che il capitalismo è penetrato ovunque come un virus, da occidente ad oriente, ed è mutato fino a diventare il Mercato Totale che incombe su di noi come una piovra gigante, frutto dei sogni sbagliati dell’uomo trasformatisi in incubi molto concreti, e non è certo un incidente di percorso, una stortura prodotta dai processi di globalizzazione alla quale si potrà ovviare, o un mostro di origine extraterrestre come in certi film di seconda scelta.

Cambiando forma e paradigmi il capitalismo ha mutato l’essere umano, riducendolo in occidente – e tanto più nella fragile e insignificante Italia berlusconiano-leghista – ad una comparsa idiotizzata e precaria, ad un’ombra di se stesso che non riesce neppure a capire l’evidenza, e ad osservarsi allo specchio riconoscendosi, per come è ridotto.

E’ il grande esperimento, in dimensioni mai tentate prima nella storia umana, impostato da un buon ventennio per la creazione e la diffusione dell’uomo precario, adatto a vivere servendo il Mercato Totale e la classe dominante che si nasconde dietro di lui, ed è un elemento strutturale, permanente, decisivo, del modo di produzione del terzo millennio: il Nuovo Capitalismo Finanziario.

Un elemento strutturale decisivo, frutto della manipolazione antropologica e culturale, perché il Capitale è un Rapporto Sociale diffuso fra gli uomini, oltre le apparenze in cui si materializza, e necessita dunque di un ampio consenso, sia pur da creare artificialmente, sminuendo l’uomo e trasformandolo in una forma di vita altra da sé, altrimenti fin da subito, individuato facilmente il nemico, si sparerebbe ovunque per le strade, in occidente e persino nelle piazze finanziarie principali, e tutto sarebbe rimesso in discussione.

E’ per questo che nel breve, purtroppo, non ci sarà un’altra presa della Bastiglia, o l’occupazione dell’ufficio del telegrafo in Pietroburgo (come quel giorno d’autunno, in Russia, nel 1917), ma soltanto fuochi insurrezionali, simili a quello più recente di Londra e dintorni, e a tanti altri che si sono già accesi e poi spenti, a partire dagli anni novanta.

Si constaterà una frantumazione irrimediabile della protesta in mille rivoli locali, che quasi sicuramente non avranno la forza per provocare il collasso definitivo del sistema, o per agire in profondità inceppandone i meccanismi.

Per ora le insurrezioni sono appannaggio delle bande o di gruppi di marginali, ma in futuro non è escluso che coinvolgano diffusamente i ceti medi impoveriti e il nuovo lavoro operaio flessibilizzato.

Come mi ha rivelato un mio conoscente, che è un filosofo e un viaggiatore da poco partito per un lungo viaggio che lo porterà a perdersi in Indocina, nel Laos, dove vorrebbe andarsene a vivere fino alla sua dipartita, «Ormai qui non ci rimangono che due alternative: la fuga o la lotta armata».

Tutto vero, ma se la Lotta Armata non sarà il riflesso necessario di una Lotta di Classe e di Liberazione cosciente – la “guerra santa” del futuro – che potrà trovare adesioni nella nuova Classe Povera capitalistica, e resterà confinata dentro il perimetro della rabbia e dell’antagonismo di minoranze isolate, i suoi effetti non potranno essere decisivi.

Da parte loro, i supporter liberisti dei giornali, delle televisioni, delle università – una banda numerosa più dei funghi velenosi, del tutto interna a questo capitalismo – spergiurano ai quattro venti che il Mercato ci salverà in un impeto di ripresa, con o senza la stramaledetta Cina e gli altri “emergenti”, ma quasi certamente con.

Sostengono che la globalizzazione non si può fermare, che non si può più togliere il foglietto dalla fessura al Golem in corsa, in quella Praga surreale che è divento il mondo, ma che bisogna sottostarvi chinando il capo, e si fregano le mani perché la credono un processo irreversibile.

Gli stessi farabutti, sono quelli che suggeriscono di azzerare completamente lo stato sociale, di tagliare la spesa pubblica all’inverosimile, di privatizzare il privatizzabile (anche i governi ridotti a fantoccio), di pareggiare i bilanci pubblici o di andare in attivo come se fossero aziendali, di abbandonare vecchi, orfani, malati ed indigenti per le strade, al più soccorsi dalla fantomatica “carità privata” o da una chiesa trasformata interamente in refettorio per moltitudini di affamati e di derelitti.

Spiace contraddire il “compagno” Galapagos, che scrive sul Manifesto dell’undici di agosto «Paghiamo il disordine dell’economia reale», sostenendo che questa volta, a differenza del 2008, la crisi non affonda le sue radici negli imbrogli delle banche, bensì nel caos dell’economia reale, ma questo, che per l’articolista è disordine e caos, non è altro che il “corretto” funzionamento del capitalismo contemporaneo, che per sua stessa natura non può rinunciare alle crisi, agli espropri, e al massacro indiscriminato dei popoli.

Si deve puntare con decisione sui cinque pilastri della fede liberista, che trovano la loro sintesi venefica in quel Baal contemporaneo che è il Libero Mercato Totalizzante, e che esige quotidianamente sacrifici sanguinosi: Produttività, Efficienza, Efficacia, Competitività globale, Innovazione.

Instabilità generalizzata, crisi economica e insicurezza esistenziale dovranno perciò regnare sovrane, nei prossimi anni, non concedendoci un attimo di respiro.

«Diventa imprenditore di te stesso» – come suggerisce uno slogan truffaldino diffuso ad arte – e lavoraper tutto il tempo di vita cercando lavoro, autosostentati come lo schiavo abbandonato a sé stesso da un padrone invisibile, ma ben riconoscibile, che scarica sulla vittima i rischi e l’onere del mantenimento dopo avergli tolto la libertà e la dignità.

E intanto il pianeta se ne va a puttane, verso una nuova estinzione di massa come quella del Permiano di oltre 250 milioni di anni fa, o quasi, con decine di specie viventi che scompaiono ogni giorno, senza che quasi nessuno se ne accorga, o comprenda la portata del dramma che si svolge sotto i nostri occhi, eccezion fatta, forse, per qualche “piccola” catastrofe naturale, o indotta dalla fame di energia e di produzione, che non può passare inosservata (la New Orleans dell’uragano Katrina, le periodiche “onde del porto” in Asia, l’incidente nucleare di Fukushima).

Dilagano la fame e la malnutrizione, l’acqua è destinata a diventare un lusso da pagare sempre più caro, ma niente può fermare il Mercato Totale, e la Globalizzazione irreversibile che ne propaga l’ombra.

L’uomo sopravvive (ma per quanto ancora, come lo conosciamo?) nell’incubo matriaciale di un progresso che non gli porterà alcun benessere per il futuro, sia pur soltanto materiale con assoluta prevalenza dell’avere sull’essere, come si faceva credere nel tempo automobilistico di Ford o in quello moderatamente emancipativo di Keynes, dopo il secondo conflitto mondiale, ma soltanto schiavitù diffusa e declino inevitabile.

Morte le “aspettative crescenti” non restano che aspettative terrificanti, e tutta l’angoscia conseguente.

E’ dunque finita, nello schianto delle crisi capitalistiche, la grande illusione della modernità, che ci hanno narrato, pigliandoci per il culo per generazioni, fin dalla più tenera età?

E’ l’ultimo colpo di coda di un capitalismo che per riciclarsi e sopravvivere a sé stesso è diventato Nuovo Capitalismo Finanziario derivato, alle soglie del terzo millennio, innescando un nuovo modo di produzione e una nuova società?

E’ l’apogeo di una storia iniziata nel settecento, preparata fin dal cinquecento con il saccheggio del nuovo e del vecchio mondo (accumulazione originaria del capitale, secondo l’espressione di Marx) e destinata a finire male, molto male?

O è semplicemente l’inizio di una distopia non letteraria che i prossimi decenni trasformeranno definitivamente in una triste realtà, e che non ci lascerà più scampo?

«Chi vivrà, vedrà», suggerirebbe come risposta la saggezza popolare, ma il fatto è che vivere sarà sempre più difficile, e non lo sarà soltanto per quei miliardi di individui che arrancano in situazioni di schiavitù, di semischiavitù o di fame, per i figli dell’esodo che arrivano con le barche, a piedi, o nei cassoni dei camion in Europa, per gli operai cinesi implotonati dal regime capitalista fin dalle campagne, per i contadini indiani che perdono la terra e si tolgono la vita, per gli europei in declino (lavoro operaio, precari, ceti medi impoveriti e lavoro intellettuale declassato), ma per lo stesso popolo americano, che ha creduto in un grande sogno di libertà individuale, infarcito di frontiere e di padri pellegrini, di conquiste sanguinose ma stabili, pronto però a trasformarsi da un momento all’altro nel suo doppio, e cioè nel peggiore degli incubi che la storia umana abbia mai prodotto.

Il capitalismo liberista di mercato, nella forma contemporanea del Nuovo Capitalismo Finanziario, che attraverso i processi di globalizzazione contamina ogni angolo del mondo, come se fosse una peste planetaria immune a qualsiasi antidoto, destinata a travolgere ogni resistenza sul suo percorso, e non certo una panacea per il genere umano (paesi “emergenti” compresi) o il salvifico approdo della storia.

Perciò, che ci sia un furbastro di avvocato di colore appena cinquantenne alla Casa Bianca, che ha iniziato a “studiare” per presidente degli States subito dopo la laurea, piuttosto che un ottuso militare reazionario attento agli umori dell’”America profonda”, o in alternativa l’indimenticabile Cita di Tarzan, indubbiamente più simpatica e in buona fede degli altri due, non ha la minima importanza, perché tutto continuerebbe allo stesso modo.

Parimenti, se la scelta per l’Italia, che ormai non conta nulla e può esser tranquillamente vessata, si riduce a due “scartine di briscola” come Berlusconi e Bersani, con il contorno di Bossi boccastorta che fa il gesto dell’ombrello per sfotterci, Casini in Caltagirone che scalpita per la presidenza del consiglio, il poeta Vendola, declamante nei comizi, e il compassato ma inconsistente Fini, non ci si sposta di una virgola da questa situazione.

La politica ufficiale, dagli Stati Uniti all’Italia, ormai non è che il water closed della Classe Globale, il sanitario destinato a raccogliere le sue deiezioni e a soddisfare, per così dire (ma senza troppa ironia), i suoi bisogni più impellenti.

In questa ottica, che è quella corretta (ma non politicamente in senso liberaldemocratico, per fortuna), l’Unione Monetaria Europea e la BCE sarebbero il bidet dei globalisti, per non parlare, poi, della Banca Mondiale e del FMI che hanno un raggio d’azione più ampio.

Le Agenzie di Rating sono il lavandino, in cui la nuova classe dominante si lava le mani pilatescamente, dopo aver massacrato attraverso i meccanismi del Rating e del Downgrade, i titoli del debito pubblico di un intero paese e con loro la sua popolazione, e la vasca da bagno ben simboleggia i club (il forum di Davos, il Bilderberg group), in cui l’élite globale si rilassa, discute dei destini del mondo, e volendo essere ironici, muove le flotte e le portaerei (quelle americane, inglesi, francesi), come se fossero paperelle o barchette di gomma che galleggiano allegramente nell’acqua della vasca(sic!).

E’ possibile che il cesso (la politica liberaldemocratica) e il bidet (gli organi sopranazionali) della Classe Globale ci salvino dalle furibonde incursioni, sempre più ardite e devastanti, di “Mercati e Investitori”, i quali non altro non sono se non il diverso nome che hanno assunto, per terrorizzarci e ridurci all’impotenza, i nuovi dominanti globali?

Dove sono finiti gli Stati, come li conoscevamo un tempo, e dove sono i Popoli?

Che fine ha fatto la lotta di classe – ma quella sacrosanta dei dominati contro i dominanti – mi ripeto ancora una volta a distanza di anni?

La sola risposta possibile è la seguente: fagocitati dal Mercato Totale e neutralizzati dai suoi riti astrusi, ma nel contempo così chiari e finalizzati all’esproprio, alla rapina, al saccheggio indiscriminato, annullati nella potenza simbolica delle immagini che il nuovo potere produce, in sostituzione delle vecchie icone ormai svalutate, piegati al volere di dominanti estranei, per loro stessa genesi, ai paesi, alle nazioni, ai popoli.

Checché ne dicano gli intellettuali in malafede e i falsi anticapitalisti farneticanti (questi ultimi ridotti a minoranze innocue, ma fastidiose), o le schiere innumerevoli di giornalisti e accademici che spingono le masse, per meschino interesse personale e per carriera, a adorare il Mercato Totale e la sua terribile libertà di massacrarci, come se fosse l’idolo definitivo alla fine della storia.

Con altre chiavi di lettura, dal sapore mistico e religioso (che però io non adotto facilmente), Total Market potrebbe addirittura approssimare la bestia sdoppiata delle Apocalissi, il numero 666, la fine del mondo, l’esito della più infausta delle profezie.

Se in altre civiltà c’erano i profeti e i sacerdoti, incaricati di legittimare il potere vigente e di giustificarne le nefandezze, nell’evo del Mercato Totale ci sono gli economisti che li sostituiscono indegnamente.

E a che servono gli economisti se non a fare gli officianti della bestia contemporanea, cioè del Total Market da adorare a tutti i costi, senza alternative e vie di scampo, con la convinzione dell’idiota o con la paura del sottomesso?

Prendiamo, ad esempio, l’officiante-nobel Paul Krugman, che di recente sul New York Times ha spergiurato che i titoli del debito pubblico americani valgono la tripla A (e non solo le due A miserelle, di seconda schiera, seguite da un più), e che sono non gli USA del crepuscolo targati Clinton-Obama ad essere inaffidabili, ma è Standard & Poor’s che li declassa impunemente, perché ha assegnato la tripla A ai subprime contribuendo ad innescare la crisi del 2008 (alla quale fra poco ne seguirà una ancora più grave e profonda), ha valutato al massimo Leheman fino a poco prima del crollo (quella delle quattro sorelle un po’ bastarde che è stata cannibalizzata dalle altre) ed ora attacca gli USA, sbagliando clamorosamente i calcoli di qualche biliardino di dollari, come ha avuto modo di constatare il tesoro federale americano.

E ancora, che questa situazione è colpa non della pochezza e dell’incuria dell’amministrazione Clinton-Obama, ormai palesi, ma della destra americana (un variegato branco di fanatici ignoranti, fondamentalisti compresi), la quale è disposta a mandare a fondo il paese pur di liberarsi dell’odiato presidente nero.

Sarà vero, almeno in piccola parte, ma ciò che il nobel in mala fede Paul Krugman (officiante della bestia) non ci dice, pur sapendo tutto quanto alla perfezione come “addetto ai lavori” di alto livello, o come persona “informata dei fatti”, è che è il sistema deve funzionare così per continuare a reggersi, e che questa crisi, annunciata dal Downgrade USA e dall’instabilità europea, è un suo elemento strutturale imprescindibile, quanto lo fu la precedente del 2008.

Questo è l’ultraliberismo della globalizzazione, e la crisi è il suo vento, che soffia con sempre maggiore insistenza sul mondo, intensificando le raffiche là dove calano gli sciami di locuste della speculazione.

E che cos’è la speculazione, se non un altro elemento strutturale, e quindi imprescindibile, fondante, essenziale, del Nuovo Capitalismo Finanziario?

Un elemento che è opportuno chiamare, con un’espressione articolata per renderlo maggiormente riconoscibile ai più, creazione del valore finanziaria, azionaria e borsistica, destinata a sussumere nel tempo la vecchia estrazione marxiana del plusvalore.

Non si tratta della riproposizione su vasta scala del capitale usurario, sia pur in una forma più complessa, articolata e attualizzata, ma è qualcosa di nuovo e di originale, come lo è il modo di produzione sociale che si nasconde dietro al Mercato Totale, modificando l’uomo e i fondamenti della civiltà.

Al capitale industriale e produttivo, descritto da Marx nel primo libro del Capitale, si sostituisce in cima alla piramide il capitale finanziario derivato, che ho deciso di definire in tal modo perché sotto la miriade di prodotti derivati, frutto di un’astrazione, di calcoli, formule ed algoritmi, e presenti in ogni angolo del Mercato, si nasconde pur sempre qualcosa di reale, una ricchezza non illusoria, ma concreta, i complessi produttivi ancora concentrati in grandi unità o riorganizzati in forma reticolare, i bacini di risorse e i prodotti della terra, le automobili e l’elettronica, persino la vita, umana e non umana, in tutte le sue forme, che sanguina e si rinnova.

L’underlying asset (il cosiddetto sottostante), alla fine dei giochi e della fiera, è la vita stessa, in tutte le sue sfaccettature e i suoi aspetti, ben oltre il tempo di lavoro e la mera produzione di beni e di servizi, trasformati in merce capitalistica.

Si passa dalla vecchia espressione marxiana D – M – D’ che sintetizza la genesi del plusvalore (Denaro – Merce – ancora Denaro, ma accresciuto dall’estrazione del plusvalore dal lavoro), alla nuova espressione che descrive il capitale finanziario derivato D – [d – m –d’] – D’’, in cui è contenuta l’espressione originaria marxiana (riprodotta con le minuscole, ma non certo per mancanza di rispetto nei confronti del grande Marx), e dalla quale appare chiaro che il doppio apice sulla seconda D è l’incremento finale e decisivo del capitale, di natura finanziaria e speculativa, di tale importanza da sancire, e imporre, la doppia sussunzione del lavoro e la totale sottomissione delle classi subalterne.

Si velocizza così la spremitura degli organismi produttivi (flessibilizza il lavoro, ristruttura, usa e getta), e di conseguenza la creazione del valore a beneficio della classe dominante – in una “moltiplicazione dei pani e dei pesci” che non può avere una fine, o rallentare progressivamente fino a fermarsi – e con lei la distruzione delle risorse, comprese quelle non rinnovabili.

Le logiche di natura finanziaria hanno preso il sopravvento su tutto, e dominano la produzione, sottomettendo a sé il vecchio capitale industriale di Marx.

Il Mercato Totale e Unificato, indispensabile per la Creazione del Valore Finanziario, Azionario e Borsistico, ne è la risultante, e il “processo di flessibilizzazione delle masse”, tuttora in corso, ne costituisce una premessa indispensabile, quanto e più dell’ideologia capitalistica, che è un altro elemento strutturale, assieme a quello più tradizionale e più proprio, secondo l’impostazione marxiana, che unifica i rapporti di produzione dell’epoca e il conseguente sviluppo delle forze produttive.

Checché ne dicano in proposito i marxisti più ortodossi, sopravvissuti all’estinzione, o la triade di economisti-officianti di questo capitalismo Stiglitz, Krugman e Attali, che ha sostituito i grandi classici delle origini, Ricardo, Malthus e Say e che rappresenta soltanto un’economia politica timidamente (e falsamente) critica, ma sostanzialmente interna.

Ciascuno dei modi storici di produzione – a partire da quello comunistico-comunitario delle origini, definito da Marx nelle sue analisi “comunismo primitivo”, fino ad arrivare a questo capitalismo postborghese, postproletario e postmarxiano – è retto da elementi strutturali imprescindibili, la cui funzione è simile a quella delle fondazioni di un edificio che devono resistere nel tempo, e impedirgli di crollare su se stesso poco dopo la costruzione.

Sono questi elementi che “reggono il sistema” e lo caratterizzano, consentendogli di svilupparsi e di allontanare nel tempo i pericoli dissolutivi.

Volendo riassumere gli elementi della struttura del nuovo modo di produzione sociale, in un ordine che definirò cronologico, ci si accorge che sono sostanzialmente i seguenti:

 

1)     Rapporti di produzione e sviluppo delle forze produttive.

2)     Ideologia di legittimazione capitalistica.

3)     Processo di flessibilizzazione di massa e costruzione sociale dell’uomo precario.

4)     Creazione del valore finanziario, azionario e borsistico.

5)     Crisi come assetto strutturale del nuovo capitalismo.

 

Infine, nell’era del Mercato Totale e nel tempo della Classe Globale dominante, dopo il Downgrade dei bond americani, avremo sicuramente altre prove che la potenza statunitense è per le nuove élite cosmopolite semplicemente un mezzo e non un fine, uno strumento come un altro da utilizzare per i propri scopi privatissimi, e poi da gettare assieme al popolo americano, sostituendolo con strumenti nuovi, e non è certo l’imperialismo classico e autonomo rispetto ad ogni altra forza, caparbiamente sopravvissuto al novecento e alla guerra fredda, che cerca di mantenere la sua presa sul pianeta.

Gli Stati Uniti non sono un bastione geopolitico sovrano in rapido declino, che ha fallito il sogno di un ordine planetario unipolare, caduto il quale il mondo si avvierà verso il meglio – ma senza mai abbandonare il capitalismo – grazie al sorgere e l’affermarsi di nuovi poli d’attrazione guidati da potenze “buone” (Russia, Cina, India), come hanno cercato e cercano di farci credere tuttora certi buontemponi in mala fede.

La sostanza del problema è sociale e di classe, oggi come non mai, e non è di certo di natura geopolitica, nell’ottica puerile di un Risiko planetario, così come il Capitale è un rapporto sociale storicamente determinato, e non un riflesso dell’eternità, che ci abbaglia impedendoci di vedere, una volta giunti alla fine della storia.

Sarà quella Cina mercatista, nata con la globalizzazione e il Mercato Totale, il prossimo strumento prediletto dalla Classe Globale planetaria, in un inedito compromesso, che sa di grande business e di partnership fra le èlite orientali in ascesa e quelle occidentali che vorrebbero conservare la loro preminenza?

Potrebbe essere così, perché gli apostati del maoismo hanno aperto ai capitali globalisti occidentali i territori saldamente sotto il loro controllo, attraverso gli strumenti politici dello stato e del partito, da bravi compagni di merende hanno mantenuto partecipazioni del cinquanta per cento, collaborando con la Classe Globale (della quale sarebbero entrati a far parte a pieno titolo), ed hanno consentito lo sfruttamento della popolazione del vecchio impero di mezzo senza fare una piega.

La Lunga Marcia dal comunismo maoista al capitalismo globale delle esportazioni di prodotti scadenti, ha avuto la sua origine alla metà degli anni settanta, con le prime riforme “modernizzanti” di Zhou Enlai, allora prossimo alla morte (1976, commorienza, o quasi, di Enlai e Mao Zedong).

Le élite cinesi si sono trasformate, nel corso dei decenni successivi, da inflessibili guardiani della Rivoluzione Culturale maoista, e confuciano-marxista, a cani da guardia della globalizzazione e del Mercato Totale, ed hanno contribuito ad abbassare la “qualità della vita” in occidente e nel mondo intero.

Ci sarà in tempi brevi un paniere di valute in sostituzione del dollaro, ormai esausto, togliendo al pesce americano – che i globalisti alla fine si mangeranno in padella, la qualità di prestatore di ultima istanza, come se fosse l’acqua dello stagno?

Si allargherà ancora la Nato, ampliandone gli obiettivi, per mantenere in efficienza uno strumento militare di pronto impiego, a disposizione di lor signori?

Chissà.

Non sarò di certo io a profetizzare a vuoto, come fanno gli economisti molto ascoltati, o alcuni professori con le idee confuse e la spocchia dell’onnisciente, ma nel frattempo:

«Venite, entrate a milioni, a miliardi nel mondo nuovo di zecca. Inizia un evo della storia umana dagli esiti imprevedibili, destinato a durare più a lungo di tutti gli altri. Ciò che potete vedere è interamente reale, e non è finzione, è il Mercato Totale stracolmo di merci cinesi a basso costo e di nuove, rutilanti illusioni. Lasciatevi fagocitare come in un abisso, o in un sogno artificiale, e non abbiate alcun timore!»

Total Market (Mercato Totale) di Eugenio Orsoultima modifica: 2011-08-16T11:06:00+02:00da derosse
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