Accordo interconfederale fra Confindustria e CGIL, CISL e UIL del 28 giugno 2011 di Eugenio Orso

Che la situazione in cui versa il lavoro in Italia è molto grave, tutti se sono accorti, soprattutto dopo l’innesco della prima crisi economica globale, che ha cominciato a mordere duramente dalla seconda metà del 2008, ma tutto il decennio precedente, dal punto di vista delle cosiddette relazioni industriali, si è sviluppato nel segno della de-emancipazione del lavoro e di quella inversione nella distribuzione del prodotto sociale – a vantaggio del capitale e a scapito dei lavoratori, iniziata negli ormai lontani anni ottanta.

Gli obbiettivi globalisti nella penisola, come altrove nell’occidente e nel nord del mondo, si sono concretizzati nella svalutazione del lavoro, sia dal punto di vista culturale sia da quello economico e dei diritti, sotto il segno della sostituzione del lavoro tutelato, riconducibile alla persona come sua qualità fondamentale e non separabile da essa, con la merce-lavoro, “scorporata” dalla persona e considerata un servizio come qualsiasi altro, da utilizzare liberamente nel processo produttivo.

A riprova di quanto è decisivo questo attacco al lavoro, e di quanto è consustanziale all’affermazione delle logiche del nuovo capitalismo, è sufficiente riportare le parole di Luciano Gallino, tratte dal primo capitolo del libro Il Lavoro non è una merce:

Nel nostro paese come in altri dell’Unione Europea, Francia e Germania in testa, organizzazioni e personaggi autorevoli chiedono ogni giorno, ormai da alcuni lustri, che sia accresciuta la «flessibilità del lavoro». La richiesta si presenta in ogni contesto immaginabile. La avanzano o la difendono, nel corso dell’intero periodo, i saggi dei maggiori centri di ricerche economiche; i discorsi del governatore della Banca d’Italia, non importa se quello in carica o quello di prima; le dichiarazioni dei presidenti della Confindustria; gli articoli di fondo dei maggiori quotidiani, le pagine dei più reputati organi economici, a partire dal «Sole-24 Ore»; le interviste tv degli uomini politici del centro-destra come del centro-sinistra; le dichiarazioni di ministri economici e di presidenti del Consiglio d’una dozzina di governi almeno.

La lunga citazione che precede, oltre a segnalarci che il professor Gallino è un indomabile avversario della flessibilità e della precarietà del lavoro imposta dal nuovo capitalismo, e che ha ben compreso l’ampiezza dell’attacco de-emancipatore in corso, ci chiarisce come in questa operazione storica contro il lavoro e le classi subalterne tutti sono coinvolti, dagli esponenti della politica liberaldemocratica di ogni schieramento ai giornalisti, dagli ambienti bancari alle associazioni industriali e persino, dobbiamo aggiungere, una parte del sindacato, trasformatosi in utile supporto alla classe globale, ai suoi referenti politici ed economici locali e quindi al capitalismo finanziarizzato contemporaneo.

Alla fine di giugno di quest’anno, dopo i continui ricatti di Marchionne, i referendum ultimativi fra i lavoratori Fiat che hanno votato con la pistola alla tempia [nella via crucis che porta da Pomigliano all’ex Bertone, passando per Mirafiori], dopo gli accordi separati escludenti la Fiom e la CGIL, dopo i ripetuti attacchi al Contratto collettivo nazionale di lavoro attraverso le deroghe, sembra che si sia consumato il blitz definitivo, che a causa della segreteria Camusso e del suo agire contro gli stessi rappresentati, oltre che contro la Fiom per isolarla e “normalizzarla”, ha coinvolto l’intera Confederazione.

Erano quarant’anni che si attendeva un accordo del genere, hanno scritto giubilando sul Sole-24 Ore, e pressoché tutti i gruppi ed i soggetti che secondo Gallino chiedono quotidianamente, da anni, più flessibilità del lavoro – e quindi più precarietà e meno diritti, hanno espresso soddisfazione in proposito.

La lunga marcia capitalistica contro il lavoro, contro la democrazia in fabbrica e la praticabilità del diritto di sciopero, e perciò diretta contro la stessa persona umana, le sue esigenze di vita e le sue imprescindibili qualità, sembra trovare un approdo importante, qui, in Italia, dove la distruzione dei diritti dei lavoratori è in fase avanzata, e questo grazie all’accordo del 28 di giugno fra Confindustria, CGIL, CISL e UIL, che impone la visione del capitale nelle relazioni industriali.

E’ chiaro che l’adesione della Camusso all’accordo è volta a superare la resistenza, fino ad ora mostrata dal principale sindacato italiano, nei confronti delle generali politiche contro il lavoro e delle controriforme che sono in atto, ed è un azione a sorpresa che ci rivela fino in fondo il ruolo di “quinta colonna” svolto dalla pessima Camusso, al vertice della confederazione sindacale resistente, palesando finalmente i suoi veri scopi, che sostanzialmente si possono così riassumere:

1)     Trasformare la Confederazione in una centrale sindacale gialla, esattamente come lo sono da tempo CISL e UIL, nel nome di una ritrovata ma ambigua “unità sindacale” che è soltanto un’unità fra segreterie in combutta, il che implica la neutralizzazione dell’opposizione interna ed in particolare di quella Fiom che è irriducibilmente “ribelle”.

2)     Aderire in posizione subordinata alla visione del lavoro come merce, espressa dal nuovo capitalismo del terzo millennio, mandando in soffitta definitivamente conflittualità ed antagonismo per imporre ai lavoratori la resa, e cioè, secondo gli slogan funzionali a questo capitalismo, “coesione sociale” e “collaborazione”.

Il moderato e per qualche verso attendista Guglielmo Epifani, segretario CGIL di matrice socialista che ha preceduto la Camusso, non avrebbe avuto sufficiente “pelo sullo stomaco” per condurre una simile operazione, trattandosi comunque di persona onesta e in qualche modo coerente.

L’adesione di Camusso all’accordo in questione, che sembra dettato da qualche board capitalistico dell’epoca nonostante alcuni riferimenti retorici al lavoro e all’occupazione, ha scatenato salutari reazioni all’interno della CGIL [ad esempio quelle di Rinaldini], ed in particolare la forte opposizione della Fiom, nelle persone di Landini e di Cremaschi, ed impone a tutti i lavoratori – non soltanto Fiom, che vogliono conservare l’autonomia e le capacità antagonistiche del sindacato letteralmente di insorgere, per fare pressioni sul direttivo, mettere in minoranza la Camusso, costringerla alle dimissioni, e per andare infine ad un congresso straordinario, che potrà liberare l’unico sindacato rimasto in Italia dal pericolo di una rapida “normalizzazione capitalistica”.

Soltanto la Fiom, a quanto sembra, sottoporrà questo accordo a referendum, interpellando i diretti interessati, ma è chiaro fin d’ora che Susanna Camusso, per ciò che sta facendo sulla pelle dei lavoratori italiani, deve andarsene al più presto, perché altrimenti, questa volta, se ne andrà l’intera Fiom.

I lavoratori italiani, di ogni settore e in ogni condizione professionale, non hanno certo bisogno nell’attuale situazione storica di un nuovo Bonanni [questa volta in gonnella], ma di rappresentanti veri, di delegati eletti e non imposti, di un rafforzamento della democrazia di base e di una difesa a spada tratta delle tutele ancora esistenti, a partire dal Ccnl.

Particolarmente vergognosa, ma in qualche modo rivelatrice, è stata la segretezza che ha circondato per qualche giorno in CGIL il testo dell’intesa, e in ciò è evidente la cattiva coscienza di Susanna Camusso, che ha fatto il blitz di vertice senza alcuna volontà di discutere ed informare, mantenendo la sostanza dell’accordo il più a lungo possibile riservata.

Indipendentemente dall’esito che avrà la battaglia interna alla CGIL per sventare le devastanti manovre di vertice della segreteria Camusso, che con buona probabilità non ha una maggioranza di base in molte federazioni, per rendersi conto del rischio al quale saranno esposti tutti i lavoratori italiani è necessario considerare la sostanza dell’accordo, leggendolo fra le righe.

L’intesa fra la Confindustria, la Camusso e i gialli, che in realtà è un’imposizione da far digerire al mondo del lavoro, rivela di essere tale fin dalla premessa, in cui si chiarisce che è obiettivo comune l’impegno per realizzare un sistema di relazioni industriali che crei condizioni di produttività e competitività tali da rafforzare il sistema produttivo, e poi che la contrattazione deve […] favorire le diversità della qualità del prodotto e quindi la competitività dell’impresa, e la strada maestra per aumentare “produttività” e “competitività” squisitamente capitalistiche è quella del superamento, con un’ulteriore manovra di aggiramento, del contratto collettivo nazionale, poiché fermo restando il ruolo del contratto collettivo nazionale di lavoro, è comune l’obiettivo di favorire lo sviluppo della contrattazione collettiva di secondo livello, e quindi diventa necessario rimuovere progressivamente, o aggirare astutamente, la garanzia rappresentata per i lavoratori dal contratto nazionale stesso.

I modi e le forme che possono portare al predetto risultato sono descritti di seguito nel testo dell’accordo ed implicano, in estrema sintesi: A) il ricorso alle deroghe al Ccnl ed alla contrattazione aziendale come utile “cavallo di troia” per flessibilizzare il fattore-lavoro, B) la rimozione di una fastidiosa democrazia di base che consentirebbe ai lavoratori di dire la loro sugli accordi che li riguardano, mentre invece la merce-lavoro deve essere muta e non interferire nel processo produttivo, e C) la limitazione del diritto di sciopero, che però è pur sempre un diritto costituzionalmente garantito.

Pur nella persistenza del contratto collettivo nazionale, al quale, secondo le parti, resterebbe la funzione di garantire la certezza dei trattamenti economici e normativi comuni per tutti i lavoratori ovunque impiegati nel territorio nazionale, si conviene che i contratti collettivi aziendali per le parti economiche e normative sono efficaci per tutto il personale in forza e vincolano tutte le associazioni sindacali firmatarie del presente accordo operanti all’interno dell’azienda se presenti le rappresentanze sindacali di natura elettiva [le RSU], mentre soltanto se sono presenti le rappresentanze sindacali costituite ex articolo 19 della Legge n. 300 del 1970 [nota come Statuto dei Lavoratori], e quindi non di natura elettiva [le RSA], i contratti collettivi aziendali approvati da tali rappresentanze non elette devono essere sottoposti al voto dei lavoratori.

Si cerca, con tale accordo, di evitare il più possibile che i diretti interessati ai contratti aziendali – i quali diventeranno uno strumento importante da utilizzarsi contro i lavoratori e i loro diritti – possano votare ed esprimersi.

Ma ciò non basta, perché in seguito le parti, fra le quali vi è purtroppo Susanna Camusso, precisano che tutti i contratti collettivi aziendali approvati in un simile contesto, i quali definiscono clausole di tregua sindacale finalizzate a garantire l’esigibilità degli impegni assunti con la contrattazione collettiva [di secondo livello, n.d.s.], hanno effetto vincolante per i sindacati firmatari dell’accordo, nell’intento di impedire gli scioperi.

Sono due i “buoni” risultati che la Camusso ha portato a casa, per fare una sorpresa a tutte le federazioni della CGIL e non soltanto alla combattiva Fiom:

1)     Limitazioni del diritto di voto per i lavoratori.

2)     Limitazioni del diritto di sciopero costituzionalmente garantito.

Già questi aspetti sono tali da scatenare le proteste dei lavoratori e dei loro rappresentanti di base, ma non è finita qui, in quanto nel prosieguo del testo si affronta la delicata questione delle deroghe al Ccnl, aprendo la strada a specifiche intese modificative delle regolamentazioni contenute nei contratti collettivi nazionali di lavoro, le quali, come è facile immaginare fin d’ora, non potranno essere che peggiorative.

Il tentativo, che potrà riuscire in pieno se non si sventerà la manovra all’interno della CGIL, è quello di superare, aggirare, neutralizzare il contratto nazionale, approfittando della crisi strutturale capitalistica che sta colpendo in molte parti del mondo, nonché della disoccupazione/ sotto-occupazione dilaganti, e per tale motivo si stabilisce quanto segue:

Ove non previste ed in attesa che i rinnovi definiscano la materia nel contratto collettivo nazionale di lavoro applicato all’azienda, i contratti collettivi aziendali conclusi con le rappresentanze sindacali operanti in azienda d’intesa con le organizzazioni sindacali territoriali firmatarie del presente accordo interconfederale, la fine di gestire situazioni di crisi o in presenza di investimenti significativi per favorire lo sviluppo economico ed occupazionale dell’impresa, possono definire intese modificative con riferimento agli istituti del contratto collettivo nazionale che disciplinano la prestazione lavorativa, gli orari e l’organizzazione del lavoro.

Dal precedente passo dell’intesa si comprende che vi sarà la più ampia possibilità di deroga, a vantaggio delle direzioni aziendali, con significative modifiche, rispetto alle tutele del Ccnl, che metteranno in discussione tutto, dalle turnazioni alle pause, dagli orari alle mansioni lavorative, e se si è cercato in questo modo di compiacere Marchionne [deroghe in presenza di investimenti significativi, si legge con chiarezza nel testo], questo si è dichiarato subito insoddisfatto, giudicando l’accordo ancora insufficiente, perché ai suoi unici referenti, cioè agli Investitori ed ai Mercati, non basta mai.

E’ chiaro che il contratto nazionale, il quale ancora per un po’ continuerà ad esistere, rappresenterà la condizione di miglior favore per i lavoratori, mentre il dilagare delle deroghe ai suoi istituti creerà situazioni di nuova e maggiore flessibilità unicamente a vantaggio del capitale.

Infine, le parti si appellano al Governo [maiuscola orwelliana nel testo] perché incentivi con riduzioni di tasse e contributi la contrattazione di secondo livello e, di conseguenza, le voci variabili stipendiali defiscalizzandole, mostrando così di aderire, in un certo qual modo, ad una visione “berlusconiana” degli sgravi, che trascura completamente la questione sociale e redistributiva, legando l’incentivo fiscale alla produttività, alla redditività, all’efficienza e all’efficacia, ed in definitiva all’arbitrio delle direzioni aziendali, in un’ottica squisitamente aziendalistica a vantaggio esclusivo della proprietà d’impresa.

Come dire: tutto agli Investitori ed ai Mercati e niente ai lavoratori, e dato il tenore dell’accordo interconfederale letto fra le righe, anche su questo le parti sembrano convenire in pieno.

Un bel accordo ha firmato Susanna Camusso, con un blitz che cancella le precedenti posizioni della CGIL, ed ora il problema che abbiamo davanti è duplice, in quanto è necessario e urgente sia liberarsi di questo accordo, per salvare la garanzia rappresentata dal contratto collettivo nazionale, sia liberarsi di Susanna Camusso prima che possa fare danni irreparabili.

 

2 luglio 2011

Accordo interconfederale fra Confindustria e CGIL, CISL e UIL del 28 giugno 2011 di Eugenio Orsoultima modifica: 2011-07-04T10:01:09+02:00da derosse
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato ma sarà visibile all'autore del blog.