Pontida: cialtroni padani ed altri ricatti di Eugenio Orso

Da tempo sostengo che è necessario inchiodare la stramaledetta Lega – in potenza il principale pericolo futuro per un’Italia inesorabilmente in declino, sulla “linea del fuoco” del quarto esecutivo Berlusconi, in guisa tale che il Cavaliere trascini nella sua caduta anche le orde padane di un Bossi sempre più delirante, e in difficoltà.

Nella recente adunata folkoristica di Pontida, Bossi ha scoperto le carte diffidando il Tremonti “dai conti sempre in ordine” dal permettersi di colpire, con la pesante manovra finanziaria di 40 miliardi imposta dai globalisti, i comuni, gli artigiani e la piccola impresa.

Leggendo fra le righe, il riferimento localistico ai comuni ha principalmente un significato simbolico, sulla scorta dei miti leghisti, ad uso e consumo di un “popolino” entrato in fibrillazione dopo le elezioni e i referendum, miti che sono centrati sulla battaglia di Legnano del 1176, in cui un gruppo di comuni lombardo-veneti, all’epoca del tutto ignari dei deliri di Bossi e dei suoi accoliti, affrontarono in campo aperto l’imperatore.

Ma il Bossi postictus si guarda bene di affrontare in campo aperto, in una battaglia finale, quello stato centralista di cui lui stesso fa parte, come ministro della repubblica di un governo di Roma.

E c’è sempre Morfeo-Napolitano che si sveglia al momento giusto per tirargli le orecchie …

Il riferimento agli artigiani e alla piccola impresa – ivi compresi commercianti e bottegai, invece, ci riporta alla realtà, e precisamente a quella che è la necessità di un Bossi costretto ad arrampicarsi penosamente sugli specchi di preservare, attraverso questi proclami e i ricatti nei confronti del governo e dell’intero paese, lo “zoccolo duro” elettorale e di consenso della Lega.

Per tale motivo, e soltanto per questo, Bossi lancia un avvertimento all’alleato Tremonti: prova a toccare con le imposte, o con un’effettiva lotta all’evasione fiscale per recuperare risorse, questi gruppi sociali, e vedrai quello che succede!

Mentre il popolaccio leghista inneggiava apertamente alla secessione, Bossi fingeva di dettare le condizioni, con il solito, grottesco piglio “machista” che incanutito e malato mal gli si addice, ma in realtà cercava disperatamente di prendere tempo, sperando che il governo possa reggere, e così anche lo strapotere della Lega in “Roma Ladrona”, fino al 2013.

Non una parola sulle vere questioni dell’epoca – dato l’orizzonte ristretto del popolume leghista, non un accenno serio sulla condizione in cui versano i precari, i pensionati, gli operai, i giovani, il lavoro intellettuale economicamente e socialmente mortificato, non una parola sui lavoratori dipendenti, che sono maggioranza nella società, o sull’esigenza di preservare almeno qualche traccia di stato sociale e di giustizia distributiva.

Ma tutto ciò è perfettamente logico, perfettamente spiegabile, poiché il consenso del penoso baraccone leghista–padano “con scappellamento a Roma” viene da altre parti, e cioè dagli evasori fiscali, concentrati in quei gruppi che Tremonti non deve toccare (almeno a nord), e poi dalla massa di idiotizzati o da una instabile, da un punto di vista elettorale, e generica protesta politica antisistema.

Significativo il fatto che Bossi non sia andato a votare in occasione del referendum – per l’acqua pubblica, contro il nucleare e contro l’escamotage del legittimo impedimento, mentre alcuni leghisti ci sono andati ed hanno votato sì: un miglioramento antropologico che però non riguarda il leader storico?

Che dire poi del paio di ministeri – quello di Bossi, ministero per le riforme istituzionali, e quello di Calderoli, ministero per la semplificazione nominativa, eventualmente incrementabili in futuro fino a quattro, che Bossi vorrebbe portare (armi, bagagli e impiegati?) a Nord, e probabilmente a Monza?

Chiara la funzione penosamente propagandistica della cosa, criticata dagli stessi militanti leghisti più feroci e incrollabili, che non vogliono ministeri, e probabili costi aggiuntivi, ma soltanto trattenere i danè a nord e continuare ad evadere il fisco, per prolungare il più possibile i loro piccoli privilegi, e con questi lo stato comatoso dell’economia settentrionale, di questi tempi schiava non tanto di Roma, quanto dell’Unione monetaria, dell’euro e della classe globale d’occidente.

Il discorso incostituzionale di Bossi riguardante il trasferimento dei ministeri a nord, violando la norma costituzione che riguarda Roma capitale, ha il potere di spaccare il PdL e di far insorgere contro la Lega le sue fazioni romane (capeggiate da Alemanno e Polverini e pessime quasi quanto la Lega), creando ulteriori problemi ad un Berlusconi che non fa che ripetere, forse per autoconvincersi: “il governo va avanti”.

Se per ogni ministero sul quale un membro della burocrazia politica leghista mette il cappello, ci dovesse essere il trasferimento a Monza, o a Ponte di Legno, o a Comacchio, o a Gallarate, si potrebbe parlare – in Italia, unico stato al mondo, di “capitale diffusa” sul territorio nazionale.

E perché non, a questo punto in cui tutto e il contrario di tutto sembrano diventare possibili, almeno nei discorsi infuocati di Bossi, stabilire a Roma la “capitale d’inverno” e a Monza (o Gorgonzola,?) la “capitale d’estate”?

Ma tutti sanno, a partire da quella odiosa bestia della politica italiana del declino e del degrado che è Umberto Bossi, che vi potrà essere soltanto il trasferimento di qualche ufficio ministeriale “di rappresentanza” (e quindi costoso ma inutile) nel settentrione, come in più occasioni ha ripetuto il Cavaliere.

Poi, la questione della partecipazione italiana alla guerra di Libia, apparentemente e propagandisticamente osteggiata da Bossi e dai suoi gerarchi, ci rivela una volta di più quanto gli ultimatum leghisti (definiti ironicamente penultimatum da alcuni sostenitori molto critici del Carroccio) lasciano il tempo che trovano, se Bossi sa che deve imbonire la sua suburra a Pontida, dichiarando “celoduristicamente” ciò che non può e non osa fare, cioè mollare Berlusconi e questo esecutivo al suo destino.

Nella realtà il “celodurismo” leghista che l’invalido Bossi pateticamente ostenta, non avendone ormai le fisique du rôle, dovrebbe lasciar spazio alle voci bianche, quelle dei castrati, se la Lega minaccia, ricatta, millanta, abbaia ma non può mordere, essendo legato il Carroccio sempre più malconcio al traballante carro di Berlusconi, fino alla fine.

Speriamo che si vada rapidamente verso la commorienza dei due (ma il perché ve lo spiegherò in un prossimo post).

Ad infima!

Pontida: cialtroni padani ed altri ricatti di Eugenio Orsoultima modifica: 2011-06-21T12:30:00+02:00da derosse
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