Dietro lo smottamento elettorale del 15 e 16 maggio 2011 di Eugenio Orso

E’ bene cercare di guardare dietro lo specchio, di tanto in tanto, il che metaforicamente equivale all’andare oltre le apparenze.

Così, in relazione alla prima tornata delle ultime elezioni amministrative che hanno riguardato circa tredici milioni di aventi diritti al voto, oltre mille e trecento comuni – fra i quali Milano, Napoli, Torino e Bologna – ed undici province, è bene andare oltre le apparenze per poter comprendere le ragioni dello “smottamento elettorale” che si è verificato, ed in particolare i fermenti sociali, culturali e politici visibili sotto la superficie.

Tre sono le questioni che meritano di essere trattate per prime, considerato che il loro impatto va ben oltre il semplice prevalere del centro-sinistra sul centro-destra e lo spostamento di consensi, o la concreta possibilità di vittoria delle opposizioni nello storico “feudo” meneghino di Berlusconi, che si è sorprendentemente materializzata oltre le più rosee previsioni.

Queste tre questioni, elencate in ordine decrescente di importanza, sono le seguenti e rappresentano altrettante novità emerse nelle ultime elezioni amministrative:

 

1)     Un’inedita alleanza fra componenti sociali molto diverse, che ha alimentato il voto milanese per Pisapia, con l’obbiettivo immediato e visibile di abbattere lo pseudoregime di Berlusconi a partire dalla simbolica roccaforte di Milano.

 

2)     L’assorbimento all’interno dei meccanismi elettorali e delle logiche liberaldemocratiche di una parte significativa della debole e frammentata protesta sociale, del malcontento dilagante, ma spesso generico, e di quel poco di critica intellettuale [“artistica”] non assorbita negli apparati culturali ed ideologici liberalcapitalistici durante decenni del post Sessantotto.

 

3)     Le ragioni vere, concrete del malcontento che investe la cosiddetta base leghista, ed anche quella pidiellina che presenta alcune caratteristiche comuni con la prima, due componenti fondamentali del cosiddetto blocco sociale berlusconiano, che sembrano oggi disorientate, in subbuglio, se non in fibrillazione.

 

Le tre domande da porsi, viste le questioni sollevate, sono rispettivamente:

 

a)     Qual è la ragione profonda del costituirsi di questa inedita alleanza, estensibile oltre i confini del comune di Milano, oltre le contingenze elettorali e la necessità del “superamento” di Berlusconi?

 

b)    L’assorbimento di parte significativa della critica al sistema all’interno dei meccanismi e dei riti elettorali, potrà neutralizzare il debole antagonismo esistente e nel contempo inibire la nascita di un nuovo antagonismo, diffuso e consapevole?

 

c)     Quali sono le vere e più profonde ragioni del malcontento della base leghista, ed anche di quella berlusconiana?

 

E’ importante cercare di dare una risposta a queste domande, senza cadere nell’equivoco che porta a confondere la superficie di un fenomeno, che è quella che appare e si può cogliere con qualche immediatezza, ma che può indurre a conclusioni parziali od erronee, con la sua profondità, la quale nasconde le vere ragioni della genesi del fenomeno stesso e consente, perciò, di spiegarlo.

 

Procedendo con ordine, è necessario concentrarsi sulla prima domanda, che è di gran lunga la più importante e riguarda i nuovi, possibili assetti sociali e politici che potranno affermarsi in futuro.

Nel voto di Milano all’outsider Pisapia si nota una strana convergenza di interessi fra gruppi sociali molto diversi, che una trentina o una quarantina di anni fa, in pieno Novecento, sarebbe stata quantomeno improbabile.

Il caso più emblematico di questa “convergenza d’interessi” fra una parte della vecchia borghesia, i ceti medi figli del welfare a rischio di impoverimento ed i cosiddetti centri sociali, che Pisapia dovrebbe rappresentare data la sua storia pregressa e soprattutto data la martellante propaganda berlusconiano-leghista, non è episodica, occasionale, o il frutto di una sconcertante ed imprevista deriva politica [che pure c’è], e non è neppure il prodotto di una società senza classi, come crede il noto Piero Bassetti, industriale milanese di vecchia generazione, borghese del secolo scorso ed ex presidente democristiano della regione Lombardia, il quale ha garantito il suo appoggio a Giuliano Pisapia, proveniente dal PRC ed oggi vicino al SEL, motivandolo come segue:

«Mi sono assunto la responsabilità di sostenere Pisapia nei salotti, dove qualcuno dice che non lo vota perché viene da Rifondazione, senza rendersi conto che i partiti non ci sono più, le classi non ci sono più, solo le istituzioni sono importanti. Attorno a Pisapia si possono costruire importanti alleanze sociali ed economiche. Ciò che è peggio è che quelli che credono di avere avuto dei vantaggi dalla giunta Moratti ma non si rendono conto che stanno scavando la loro fossa…»

[http://www.facebook.com/notes/giuliano-pisapia-sindaco-x-milano/bassetti-attorno-a-pisapia-alleanze-importanti-spiace-che-la-moratti-si-sia-mess/213573815328229]

E’ evidente che la mistificazione a-classista, che da tempo prepara il terreno all’affermazione dell’ordine sociale del Nuovo Capitalismo, ha colpito in profondità, inducendo un uomo d’esperienza come Piero Bassetti a parlare di “società senza classi” in cui sono possibili alleanze di fatto – sia pur rigorosamente all’interno, per ora, dei meccanismi elettoralistici liberaldemocratici – fra i “salotti buoni” della vecchia borghesia indigena, oggi in vistoso declino, ed i tanto vituperati [da Berlusconi e Moratti, che cercano disperatamente di risalire la china dopo il primo turno] “centri sociali”, i quali dovrebbero rappresentare l’antagonismo e l’anti-moderazione per antonomasia.

Se l’obbiettivo più immediato ed ovvio è il rovesciamento di Letizia Moratti, e come diretta conseguenza l’indebolimento o la caduta del quarto esecutivo Berlusconi, questa alleanza eterogenea fra gruppi diversissimi, che nel passato si potevano pensare come contrapposti, è il segnale più evidente che il quadro sociale [e politico] inizia lentamente a ricomporsi in forma diversa, dopo l’azione ultraventennale del Nuovo Capitalismo finanziarizzato, gli shock economici e la crisi strutturale che hanno scosso le fondamenta del sistema economico e dell’ordine sociale anche in Italia e a Milano.

La Classe Globale rampante si è “mangiata” in occidente la vecchia borghesia proprietaria, non più aderente alle esigenze riproduttive capitalistiche, e il vento ultraliberista della globalizzazione, in questo autunno europeo che tende ai rigori dell’inverno, disperde le tradizionali certezze borghesi come se fossero foglie rinsecchite staccatesi dall’albero della storia.

Se il mondo culturale borghese sta andando verso l’estinzione, continua il massacro dei ceti medi legati alla stagione keynesiana del welfare ed è quasi giunta a compimento la disintegrazione della classe operaia, salariata e proletaria, che non può più esprimere, se non in forme residuali e totalmente inefficaci, impegnandosi in qualche battaglia di retroguardia silenziata dai media, la “lotta di classe”.

Anzi, il monopolio della lotta di classe è finito nelle mani della Classe Globale, che lo utilizza a suo vantaggio contro le vecchie classi sociali ed il resto della società, riducendoli in poltiglia, e contro l’alta borghesia non “globalizzata” che perde il suo primato.

Questa nuova classe dominante non ha, come aveva la vecchia borghesia proprietaria, la possibilità di sviluppare una “coscienza infelice” e critica nei confronti di sé stessa, in quanto classe , e del capitalismo ultimo, in quando nuovo modo storico di produzione.

Se l’esempio massimo di coscienza infelice borghese che la storia pregressa ha prodotto è stato Karl Marx – il quale ha descritto in tutta la sua disincantata crudezza l’alienazione umana dovuta lavoro astratto, oggettivato, nei concreti rapporti di produzione della sua epoca, la formazione del valore di scambio ed il processo di produzione del capitale – i nuovi agenti della Classe Globale non hanno questo problema, perché non hanno neppure la possibilità di sviluppare una coscienza infelice e critica.

Ma Piero Bassetti, che è un vecchio borghese [per appartenenza e in senso anagrafico, essendo ottuagenario] è ancora capace di indignarsi – con un fondo di sincerità, si spera, e non del tutto strumentalmente – davanti al malgoverno di Milano espresso dalla Moratti in nome e per conto di Berlusconi, ed è perciò che ha affermato:

«Attorno a Pisapia si costruiscono alleanze sociali ed economiche importanti. Spiace che la Moratti si sia messa al servizio della disfunzione e della corruzione politica.»

[Ibidem]

Quello che probabilmente Bassetti non ha compreso è che dalla poltiglia del passato ordine sociale – come da un brodo primordiale – in una società apparentemente senza classi che è più che mai classista e squilibrata, stanno nascendo inedite alleanze, per ora di natura tattica, ma che in futuro potranno rinsaldarsi creando vincoli solidaristici più duraturi, e faranno capolino nuove forme di coscienza di classe, oggi in embrione, a partire dalla Pauper Class capitalistica del terzo millennio [della quale, però, l’attempato borghese Bassetti e i suoi sodali nei “salotti buoni” difficilmente faranno parte].

Se oggi parliamo al più di ceti, o di gruppi sociali come preferisce lo scrivente – dall’ex squatter del Leoncavallo “impegnato nel sociale” all’impiegato impoverito, dall’operaio flessibilizzato in odor di CIG al ricercatore precario – che a Milano hanno deciso di sostenere l’ex PRC Pisapia fianco a fianco con un pezzo di borghesia cittadina, forse domani parleremo di Classe Povera in un ordine sociale dicotomico e cristallizzato, con rarissime occasioni di promozione, e quella che fu la “Milano da bere” della stagione craxiana che preluse al berlusconismo, diventerà la Milano da ricostruire, assieme al resto del paese.

Ma sarà ancora possibile farlo, tornando agli antichi fasti?

Il fatto che gruppi sociali molto diversi – in cerca di rappresentanza – si sono scossi da un torpore ventennale ed hanno deciso di convergere sull’obbiettivo a breve termine, sul target “di prossimità” della liberazione di Milano da Berlusconi [e dal fallimentare berlusconismo, che pare aver esaurito la sua spinta propulsiva] è stato interpretato dal giornalista Michele Brambilla su La Stampa nel modo seguente:

«Qualcosa è cambiato, ed è un grave errore del centrodestra non capire che a Milano «moderato» non vuol dire elettore di centro destra ma vuol dire, appunto, moderato. Cioè il contrario di estremista. E per i milanesi gli estremisti – è quasi un gioco di parole, ma è così – sono quelli che hanno accusato Pisapia di essere un estremista. Roberto Lassini, il candidato del Pdl che ha tappezzato la città con i manifesti «Via le Br dalle Procure», nonostante abbia ricevuto l’entusiastico endorsement del Giornale ha preso 872 preferenze. Una miseria. E Berlusconi? Gli sono giovati i toni da guerra santa usati al Nuovo e al Palasharp? Aveva preso 53.000 preferenze cinque anni fa, ne ha prese 27.972 adesso.»

[http://www3.lastampa.it/focus/elezioni2011/articolo/lstp/402789/]

Anche questa interpretazione, come quella di Bassetti, non è corretta, o meglio lo è soltanto in parte, e così quella dell’ex sindaco socialista di Milano Carlo Tognoli, che è utile riportare:

«Sono convinto che certi toni e un certo involgarimento abbiano indotto una parte degli elettori a spostarsi dal centro destra al centro sinistra», ci dice Carlo Tognoli, ex sindaco socialista dal 1976 al 1986. «Pisapia è rimasto tranquillo, non ha nemmeno parlato troppo di politica, è rimasto sui problemi della città. E la gente lo ha premiato perché lo stile violento non è nelle corde di Milano.»

[Ibidem]

Quindi, l’ampio consenso elettorale “incassato” da Pisapia, che ha riguardato un gran numero di profili sociali, sarebbe conseguenza della scarsa moderazione di Berlusconi e dei suoi peggiori accoliti, dell’involgarimento e addirittura dell’imbarbarimento della campagna elettorale del centro-destra, fino al coinvolgimento in questa spirale negativa della stessa “moderatissima” Moratti.

S’invoca, per spiegare l’insperato successo del più tranquillo Pisapia, che è parso concentrarsi sui problemi della città, quello “spirito moderato” che avrebbe sempre pervaso la maggioranza dell’elettorato milanese.

Ma queste spiegazioni, che vorrebbero essere esaustive e chiudere definitivamente la questione, nascono da un fraintendimento, il quale spinge a confondere la superficie del fenomeno con la sua profondità, come se si affermasse che la genesi di un evento sismico è negli strati superficiali del terreno, senza considerare, nella ricerca della causa più probabile e verosimile, la tettonica delle placche che a maggiori profondità riesce a spiegare l’origine dei terremoti.

Per quanto riguarda la spiegazione del “moderatismo” che fa vincere, e dell’”estremismo” radicalizzante che penalizza, in linea generale non si tratta che del mascheramento propagandistico-mediatico di una precisa esigenza riproduttiva del sistema liberaldemocratico, il quale respingendo le “radicalizzazioni” e gli “estremismi” tende ad evitare, al suo interno, il coagulo di forze ostili e la nascita di alternative destabilizzanti, tali da pregiudicarne la tenuta.

Ciò che più importa, in questa sede, è rilevare che sotto i flussi di voti che hanno favorito Pisapia a scapito di Moratti, a ben maggiore profondità, si stanno spostando le “placche sociali” [si passi l’espressione mutuata dalla tettonica], in un primo ed ancora scarsamente visibile accenno di ricomposizione in forme nuove di un quadro sociale frantumato, fenomeno che si chiarirà meglio nel medio-lungo periodo, con la comparsa, anche in Italia, della Pauper Class capitalistica.

Certo, Berlusconi non è un globalista, lui ed il suo raffazzonato pseudoregime non sono troppo graditi ai veri decisori che stabiliscono le politiche monetarie, finanziarie ed economiche in occidente, agendo attraverso gli organismi sopranazionali, ma ciò non toglie – è bene ripetere un’ultima volta – che la “strana alleanza” antiberlusconiana fra le future componenti della Pauper class capitalistica e fra queste ed una parte della vecchia borghesia meneghina superstite, se ha come obbiettivo immediato quello di sloggiare Letizia Moratti e la sua giunta dalle poltrone che occupano per assestare un colpo mortale al berlusconismo [che è nato a Milano e … morirà a Milano], rappresenta nel contempo un primo annuncio dell’avvento di un nuovo ordine sociale, indotto dal capitalismo contemporaneo e dalle trasformazioni che ha imposto nell’ultimo ventennio.

Per quanto riguarda episodi minori di questa campagna elettorale che potrebbero confermare quanto qui si sostiene, è bene richiamare il caso di Trieste, in cui gli elettori sono stati chiamati alle urne per le elezioni comunali e per quelle provinciali.

Al primo turno, l’aumento dell’astensionismo ha rappresentato il dato più significativo, in specie per le comunali, e la crescita del non-voto è stata, in termini percentuali, superiore a quella registrata nel comune di Napoli.

Su 184.952 aventi diritto al voto per il comune di Trieste, ha deposto la scheda nell’urna soltanto il 56,69%, con un aumento delle astensioni di quasi il 18% rispetto alla tornata elettorale del 2006, mentre a Napoli su 812.450 elettori potenziali, ha votato il 60,32%, quindi una percentuale più alta di quella triestina.

A Milano i votanti sono stati, come ulteriore termine di confronto, il 67,56% degli aventi diritto.

Nella tranquilla e periferica Trieste non ci sono i gravi problemi sanitario-sociali che affliggono il capoluogo partenopeo – la pressione dei rifiuti non rimossi e i conseguenti rischi per la salute, un tasso di disoccupazione a due cifre, il controllo camorrista – e non ci sono le insurrezioni periodiche di interi quartieri, che bruciano le immondizie, i cassonetti, le macchine parcheggiate, talora scontrandosi con la polizia, ed allora perché l’astensionismo elettorale a Trieste ha registrato un picco superiore a quello di Napoli, andando ben oltre il 40%?

Se a Napoli l’astensionismo che avrebbe potuto assumere dimensioni “bibliche”, in conseguenza dei drammatici problemi vissuti quotidianamente nella capitale del sud, è stato contenuto in dimensioni più accettabili dalla presenza di un De Magistris, a Trieste si direbbe che molti profili sociali, fra i quali i numerosi pensionati in una città che è fra le più anziane d’Europa, non hanno trovato rappresentanza nei due politici di professione contrapposti, Antonione per il PdL e Cosolini per il Pd, né fra i numerosi candidati sindaco minori.

A Trieste, l’astensionismo in crescita esponenziale ed apparentemente anomala si deve al fatto che è mancato un candidato come Pisapia a Milano, o come De Magistris a Napoli, i quali presentano qualche tratto vagamente critico nei confronti del sistema pur essendo interni al sistema stesso, o comunque è mancato qualche candidato nuovo ed “atipico” che poteva polarizzare il voto dei diversissimi profili sociali vittime della crisi imperante, inducendo alla partecipazione una parte significativa degli scontenti e dei rassegnati ed alla formazione di un nuovo fronte, o “blocco” sociale.

Perciò, è mancata la polarizzazione dello scontento e della critica [politica, sociale, culturale] rappresentata a Milano da Giuliano Pisapia, non si è realizzata un’alleanza sociologicamente complessa – dai centri sociali ad alcuni “salotti buoni” della vecchia borghesia – e l’astensionismo è esploso come inevitabile conseguenza.

Anche qui, la sopraggiunta avversione, o in qualche caso la delusione nei confronti del berlusconismo e di Berlusconi, che si è espressa attraverso l’aumento dell’astensionismo ed ha investito molti gruppi della società triestina, nasconde un “movimento sociale” più profondo, sicuramente di lungo periodo, ed è forse il primo segnale, assieme a quello di gran lunga più importante che riguarda Milano, della ricomposizione della struttura di classe in nuove forme.

 

Per dare una risposta alla seconda domanda, che segue in un ordine di importanza la prima, è bene premettere che la capacità di indignarsi, lo schierarsi apertamente contro un sistema oppressivo ed antiumano, è inversamente proporzionale al grado di adesione a capitalismo e liberaldemocrazia.

Se manca o si riduce la capacità di indignarsi, che equivale a quello che è forse il bene più prezioso dell’uomo libero, cioè la propria capacità di critica e di giudizio, il “ritorno all’ovile” prima o poi è inevitabile, e quindi diventa possibile la supina adesione ai riti elettoralistici, da un lato, e l’assorbimento progressivo negli immaginari sistemici dall’altro lato.

Da poco, nella Spagna dello sboom economico capitalistico che ha fatto seguito alle “vacche grasse” alimentate dal crescere della bolla immobiliare, è nato il movimento spontaneo autoconvocato degli Indignados, come momento di rottura del quadro politico sistemico e del bipolarismo locale.

«Il movimento si ispira esplicitamente alle rivolte popolari nei paesi arabi. Un portavoce dei giovani antisistema, riuniti nella piattaforma “Democracia real Ya” (Subito una vera democrazia) e nel movimento ’15 M’, ha precisato che intendono restare accampati a Puerta del Sol fino alle elezioni amministrative e regionali di domenica prossima. Manifestazioni di appoggio ai giovani di Madrid si sono svolte in circa 40 città spagnole. A Barcellona alcune decine di giovani hanno occupato nella notte la centrale Plaza Catalunya. I giovani ‘indignados’ (indignati), come loro stessi si sono autobattezzati, denunciano fra l’altro le condizioni di vita sempre più dure create dalla crisi e dai successivi giri di vite decisi dal governo del premier socialista Josè Luis Zapatero, la disoccupazione oltre il 20%, soprattutto la “collusione” fra politici e banchieri, e chiedono un sistema di democrazia partecipativa.»

[http://www.contropiano.org/it/esteri/item/1382-spagna-dilagano-i-giovani-indignados]

Alcuni elementi costitutivi di questo movimento, che è generazionale ed extraparlamentare, ma diverso dal “grillismo” e dal vecchio movimentismo antagonistico dei centri sociali italiani, devono essere sottolineati: a) L’indignazione come base della critica sociale e politica [e ciò è indubbiamente positivo, per quanto scritto in precedenza], b) la richiesta di “democrazia partecipativa”, come scrive la Redazione di Contropiano nel brano riportato, in contrapposto alla democrazia liberale rappresentativa che costituisce il miglior compendio, sul piano politico, del liberalcapitalismo ultimo, ben sapendo, però, che la “democrazia partecipativa” è ancora uno slogan e non assume chiare forme istituzionali, c) la relazione diretta fra la protesta in atto e le reali condizioni di vita della popolazione, che riporta lo scontro sul terreno più importante, il quale è e rimane quello sociale, e d) l’ispirazione tratta dalle rivolte nei paesi arabi, a dimostrazione che un concreto antagonismo può nascere nella periferia del “sistema-mondo” economicizzato [o economia-mondo, secondo la definizione di Immanuel Wallerstein] e non al centro.

Tuttavia, pare che i giovani spagnoli autoconvocati, pur dialogando con il resto d’Europa ci tengano a sottolineare la dimensione nazionale della loro protesta:

«Gli studenti spagnoli all’estero hanno iniziato subito a organizzare una propria mobilitazione in appoggio ai coetanei connazionale in quel di Madrid (e altrove). E hanno trovato subito appoggi anche italiani entusiasti. Al punto da far temere un successo «eccessivo» e non «nazionale». Di qui la richiesta avanzata da Spanish Revolution Rome: «RAGAZZI ITALIANI, questa protesta è SPAGNOLA, degli SPAGNOLI ALL’ESTERO, che vogliamo dare sostegno a quelli che stanno a Madrid e nel resto della Spagna. noi vogliamo cambiare il nostro sistema politico e per questo è stata convocata. siete benvenuti se venite a darci appoggio, ma se avete altri slogan, dovete fare la vostra protesta.»

[http://www.contropiano.org/it/sindacato/item/1419-indignati-oggi-in-piazza-anche-in-italia]

Nonostante il superamento dei confini consentito dalla rete – grazie alla quale le future idee rivoluzionarie potranno viaggiare e diffondersi in tempo reale dal Messico alla Birmania – il limite rappresentato dalla dimensione nazionale, che limita l’efficacia delle lotte, è ben lungi dall’essere superato.

Vedremo quale sviluppo avrà il neonato movimento spagnolo degli Indignados, che pare estendersi rapidamente come un’onda d’urto ad altri pesi europei, fra i quali l’Italia, grazie al tam-tam consentito dal web e dalle tecnologie della comunicazione disponibili, ma nel frattempo non possiamo non rilevare che la società italiana è molto particolare, rispetto a quelle del resto d’Europa, in quanto caratterizzata da una fortissima atomizzazione, dalla frustrazione massima del lavoro, dall’impossibilità di un vero impegno civile, dall’idiotismo diffuso nella triplice forma del berlusconismo, del leghismo e dell’idiota acculturato “di sinistra”, e soprattutto da una passività sconcertante, che non consente estese mobilitazioni neppure davanti a questioni sociali drammatiche.

Sappiamo com’è finito il movimento dell’Onda studentesca, frangendosi contro gli scogli del particolarismo e dell’”anomalia italiana”.

Sappiamo che alla grande manifestazione di sabato 16 ottobre 2010, organizzata dalla Fiom a Roma e caratterizzata da una straordinaria partecipazione di movimenti e di lavoratori [più del doppio del totale degli iscritti alla Federazione], non sono seguite iniziative eclatanti e di conseguenza non si è alzato il livello dello scontro sociale, che in Italia continua a languire.

Sappiamo che dopo i disordini di Roma della fine del 2010, durati un solo giorno [il 14 di dicembre, per la precisione], non ci sono stati altri indizi significativi di una possibilità anche soltanto insurrezionale, destinata a spegnersi nel breve.

Al contrario, il debole e frammentato antagonismo superstite, sia di origine virtuale sia di origine politico-sociale, sembra che sia stato in buona misura assorbito nelle logiche e nei riti elettoralistici liberaldemocratici, come testimoniano il Movimento 5 stelle di Beppe Grillo, presente con propri candidati in molti comuni chiamati al voto, e l’appoggio dei “famigerati” centri sociali di Milano all’ex parlamentare del PRC Giuliano Pisapia.

La contraddizione che si può notare nei “grillini” è che da un lato hanno deciso di partecipare alla kermesse del voto liberaldemocratico per la rappresentanza, ponendosi nei fatti in posizione interna a questo sistema [non è un’accusa, ma una constatazione], mentre dall’altro lato rifiutano, a quel che sembra, ogni apparentamento elettorale per i ballottaggi, come se si trattasse di una “contaminazione”, di promiscuità con quel “sistema dei partiti” al cui rito loro stessi partecipano, chiamandosi così parzialmente fuori del sistema stesso.

Ma visto che il Movimento 5 stelle è nato dal basso, come affermano i suoi capi, per risolvere la contraddizione ed evitare una “contaminazione” completa, che si avrebbe nel caso di accordi fra la loro lista e le altre prima del ballottaggio, hanno deciso di lasciare libertà di voto agli elettori, che a Milano voteranno per Pisapia, sostenuto dal Pd, non essendo neppure ipotizzabile il voto alla Moratti, e quindi allo “psiconano”.

Sta di fatto che i “connessi” dialoganti sul blog di Grillo sono diventati elettori e sostenitori di specifiche liste elettorali nate dallo stesso blog.

L’origine virtuale e l’approdo elettorale caratterizzano il Movimento 5 stelle, che è passato da un originario “stato di network”, e di esternità conclamata al sistema elettorale dei partiti, allo spoglio delle schede contenute nelle urne.

Certo, in quelle liste ci sono molti giovani – il capolista milanese Matteo Calise è appena ventenne – e tante facce pulite, non compromesse con i cartelli elettorali della seconda repubblica e con lo scadimento progressivo della politica a “piccola politica”, politica minore, agenzia per l’impiego, familismo amorale ed anche immorale, ma le facce pulite possono sporcarsi molto presto, all’interno di un sistema “collaudato” come quello italiano, così come la novità che questi giovani indubbiamente rappresentano può esaurirsi in breve tempo.

Pur non avendo lo scrivente alcuna animosità contro il Movimento 5 stelle e i suoi supporter, che vorrebbero spingere il paese a percorrere una strada pur sempre migliore dell’attuale, certe cose devono essere dette e soprattutto scritte in modo chiaro.

Se nella penisola si diffonderà l’indignazione giovanile che si è manifestata una prima volta in Spagna, emergerà la contraddizione fra una protesta spontanea autoconvocata che invade le piazze, fuori delle logiche sistemiche ed elettoralistiche, ed un antagonismo, di matrice sociale, politica, e/o virtuale che invece è rientrato, seppur parzialmente, all’interno di quel sistema oggetto di critica.

La speranza è che in futuro il sistema non riesca ad assorbire integralmente la critica sociale, politica e generazionale nei suoi immaginari e nei suoi meccanismi elettorali, come sembra che sia riuscito a fare fino ad oggi.

Infine, spiace di non poter dare una risposta più precisa, e predittiva, alla seconda domanda, ma il gran libro del futuro, ed in particolare il capitoletto riguardante lo stivale, non è ancora stato scritto.

 

La risposta al terzo quesito è complessa perché riguarda quelli che potranno essere “i cattivi” nel futuro scontro sociale in Italia, in contrapposto ai “buoni” [pur con tutti i loro difetti e le loro contraddizioni] dei quali si è scritto diffusamente in precedenza.

E’ opportuno chiarire che le espressioni “buoni” e “cattivi” non hanno qui un rilievo morale, e non implicano un’assoluzione o una condanna dei singoli in termini moralistici, perché una donna di mezza età postcasalinga di Voghera che ha sostenuto Berlusconi, subendo il fascino del suo ologramma mediatico, considerata individualmente potrà non avere particolari “colpe”, mentre un borghese di Milano che attualmente sostiene Pisapia, per fare un “dispetto” a Gianmarco Moratti silurando la consorte Letizia, può nascondere molti scheletri nell’armadio, così come un epigono dell’estrema sinistra extraparlamentare che fa riferimento ad un collettivo milanese può avere compiuto azioni violente, in passato, o non aver mai usato la violenza in vita sua, mentre un “bottegaio leghista” [più raro a Milano di quanto non lo sia altrove in Lombardia] può essere mite nella sua quotidianità, non particolarmente feroce nei confronti degli immigrati e dissentire con le peggiori “sparate” dei suoi capi.

“Buoni” e “cattivi”, è bene precisare, esclusivamente in relazione alle potenzialità antagonistiche e trasformative dei gruppi sociali di appartenenza, che però potrebbero non trovare una compiuta e concreta espressione nello sviluppo storico futuro.

Ma per quale motivo reale e non apparente la cosiddetta base leghista, dopo il primo turno elettorale che ha segnato una sconfitta per la stessa Lega, ha sommerso di messaggi critici e proteste Radio Padania, al punto tale che i commenti sul forum sono stati bloccati?

E per quale motivo, al di là delle apparenze e delle contingenze, anche i “berluscones” sono finalmente usciti allo scoperto, ed hanno osato criticare l’impianto di potere che si sostanzia nello pseudoregime berlusconiano?

E’ la fine di un’epoca, o soltanto l’effetto della cosiddetta crisi di midterm, espressa nelle midterm elections, che investe un esecutivo giunto a metà strada e che quindi, fisiologicamente, deve vedersela con un certo numero di scontenti?

Procedendo con un po’ d’ordine, rileviamo che in occasione di questo evento elettorale, che è di natura squisitamente “amministrativa”, ma al quale è stata attribuita una valenza politica nazionale sia da un Berlusconi un po’ scricchiolante [invocando un plebiscito a suo favore] sia da una parte dell’opposizione [cercando un plebiscito contro Berlusconi], sembra che questa volta il blocco elettorale berlusconiano comprensivo della Lega, che somma all’evasione fiscale, ai furbi, agli impresari ed agli speculatori i socialmente idiotizzati [maggioritari nei quozienti], non abbia funzionato a dovere, esprimendo come è accaduto in altre occasioni un consenso acritico, generalizzato e granitico.

Persino l’”urlo di battaglia” degli idioti – Forza Silvio! – in questa occasione non si è levato alto su Milano e su molti altri fronti, come accadeva in passato.

Parimenti, l’”urlo di battaglia” del leghista delle origini – “Roma ladrona la Lega non perdona!” – non può più funzionare, essendo le burocrazie politiche della Lega perfettamente inserite nel sistema di potere romano, come possono facilmente osservare gli stessi idiotizzati di matrice leghista, ed il federalismo fiscale travestito da epocale e salvifica riforma dello stato, che secondo il rozzo e fastidioso Bossi [rozzo e fastidioso soltanto quando si rivolge alla sua base e ai suoi idioti] avrebbe dovuto essere “nel cuore” di tutti i popoli padani, con tutta evidenza non rappresenta l’esito più atteso e desiderato dalle popolazioni dell’immaginaria padania.

Di seguito un piccolo spaccato del malcontento della base leghista:

«RADIO PADANIA – Durante il filo diretto di Radio Padania Libera con gli ascoltatori, prevalgono da un lato la delusione per il risultato registrato al primo turno delle amministrative milanesi e un vero e proprio “terrore” che il ballottaggio possa confermare la preferenza del capoluogo lombardo a Giuliano Pisapia. “E’ stato bruttissimo – ha detto un’ascoltatrice, lo vivo come un lutto, sto male fisicamente”. La stessa donna non crede che al ballottaggio si possa determinare un cambiamento: “ormai e’ perso”, ha detto. “Sono disperata ma ottimista – ha invece fatto sapere una seconda -, ma bisogna che la Lega dica qualcosa a proposito di quello che sta arrivando”. Sono molti quelli che chiedono di tornare a parlare dei problemi dei cittadini condannando talvolta implicitamente, altre esplicitamente il piano di contenuti sviluppati da Silvio Berlusconi. “Direi di cominciare a parlare di programmi – ha detto un altro ascoltatore -. Si cominci a parlare di quello che si vorra’ fare se non vogliamo che Pisapia distrugga Milano”. “Noi risentiamo molto – ha fatto eco un altro – delle posizioni del nostro principale alleato. La genete e’ stanca di sentir parlare di vittimismo giudiziario. Non si parla di quello che la gente vuol sentire”. “La persone hanno pensato – e’ stato il ragionamento di un altro sostenitore del Carroccio – che i voti dati alla Lega sarebbero comunque andati al Cavaliere. Io penso che Berlusconi debba fare un passo indietro e lasciare la leadership a Tremonti”. Lo sgomento, comunque, regna sovrano: “io non so se i milanesi si rendono conto di aver votato un etremista, un fuori di testa, un ricco sfondato”, ha tuonato una signora; “non si puo’ rischiare una cosa del genere (la vittoria di Pisapia ndr) – e’ il commento di un altro -. Non si puo’ dare il voto per un sindaco di sinistra che rovinerebbe la citta’”. E c’e’ anche chi ha puntato il dito direttamente contro il sindaco uscente: “la Moratti non piace a Milano, si e’ disinteressata delle periferie e ha pensato agli affari suoi”.»

[http://affaritaliani.libero.it/politica/leghisti_processano_maroni_berlusconi170511.html?refresh_ce]

Le critiche all’impostazione politica bossiana, e ad altri esponenti illustri della Lega, per quanto variegate e confuse, od indirette nel senso che stigmatizzano l’insufficienza dell’argine creato per contenere il “pericolo [rosso] Pisapia”, spaziano fino ad investire lo stesso alleato Berlusconi:

«Ma i leghisti non si scagliano solo contro Bossi. Berlusconi ha la sua parte di insulti, soprattutto per quanto riguardano le leggi ad personam. “La lega paga il sostegno alle leggi ad personam e a tutte le altre schifezze che ha dovuto votare a Berlusconi. Non credevo che il mio voto sarebbe servito a far passare leggi vomitevoli”.»

[Ibidem]

Incapacità di contenere l’ascesa di Pisapia, sopraggiunta incapacità di “parlare alle gente dei problemi concreti” [cosa che la Lega è stata abile nel simulare per molti anni], condiscendenza eccessiva nei confronti di Berlusconi e accettazione delle sue “schifezze” [leggi ad personam], rappresentano alcune critiche mosse al gotha leghista, al punto tale che qualcuno invoca l’”avvento” del ministro dell’economia Tremonti – il miglior alleato della Lega, ma non una diretta espressione di quel partito – in sostituzione del pericolante Berlusconi.

Anche in tal caso esiste una superficie del fenomeno e c’è una sua profondità, ed è chiaro che non ci si può fermare alla superficie, limitandosi a prendere alla lettera queste variegate critiche espresse un po’ confusamente dalla base “padana” in subbuglio, per riuscire a cogliere l’essenza stessa del fenomeno.

Chi ha tentato un’analisi politica e sociale minimamente articolata del malcontento leghista, esploso con il voto amministrativo del 15 e 16 maggio, è stato, fra gli altri, Ilvo Diamanti sulle pagine di Repubblica, il quale ha tratto le seguenti conclusioni:

«La Lega fluttuante. Radicata, dal punto di vista organizzativo e dell’elettorato “fedele”, sale e scende sulla spinta degli elettori “infedeli”. Che la scelgono e la usano in base ai momenti. Per rivendicare e/o protestare. Perché è il sindacato del Nord e delle province produttive. Il partito del federalismo che garantisce meno tasse, più servizi, risorse e poteri. Non il contrario, come si comincia a temere. Di certo non è votata per difendere Silvio, i suoi interessi, le sue battaglie personali con i magistrati. Per questo il futuro della coalizione è difficile da decifrare. Perché Berlusconi, ormai, è prigioniero della propria sindrome autistica. Perché la Lega, senza Berlusconi, rischia di ritrovarsi fuori gioco. Lontana da Roma Improduttiva. Un amplificatore dei disagi e del malessere che finisce ai margini della scena politica. Perché insieme a Silvio rischia di apparire schiava di Roma, alleata del Sud …»

[http://rassegnastampa.mef.gov.it/mefnazionale/View.aspx?ID=2011051818694945-1]

Ilvo Diamanti, nei confronti del quale chi scrive non nutre particolari sentimenti di stima o di disistima, affronta la questione principalmente dal punto di vista delle contingenze, dell’opportunità politica e degli esiti elettorali nel breve, mettendo in rilievo una contraddizione che scuote la Lega, e disorienta il suo elettorato “fedele” [secondo la definizione data da Diamanti del nocciolo duro leghista], quando afferma che stando insieme a Berlusconi rischia di apparire “schiava di Roma” e alleata del meridione, ma senza Berlusconi non potrà più fare “il topo nel formaggio”, occupando i ministeri romani.

Il partito del federalismo, per quanto posticcio può essere il federalismo bossiano, nascondendo ben altre intenzioni, dovrebbe garantire meno tasse ai cosiddetti ceti produttivi del nord, ma oggi si comincia a temere il contrario.

Se qualche bottegaio o impresario, leghista della prima ora, si aspettava che il federalismo avrebbe potuto sostituirsi all’evasione fiscale tollerata e largamente praticata da queste figure, riassorbendola con sgravi fiscali ad hoc e “trattenendo i danè a nord”, può essere che si sia ricreduto, ed abbia cominciato a riflettere seriamente in proposito, dopo la doccia fredda del primo turno delle amministrative.

Potrà manifestarsi il rischio di maggiori tasse, di perdita progressiva dello status, non riuscendo più ad evadere il fisco a sufficienza per comprarsi il SUV da cinquantamila euro.

Sono queste le cose che veramente importano al “nocciolo duro” leghista, e per la verità anche a quello berlusconiano, perché vi possono essere differenti valutazioni sulla figura di Berlusconi e sulla sua leadership, ma certe paure, molto concrete, sono comuni e largamente condivise.

Nel contempo, riappare prepotente lo spettro di un’invasione “aliena”, quella degli immigrati – dalla base leghista che va per le spicce non distinti in regolari ed irregolari, ma considerati sempre e comunque come un pericolo – quegli stessi immigrati che la Lega, il governo in carica e Maroni agli interni, soprattutto dopo la rivolta araba e l’esplosione della Libia, non riescono a fronteggiare adeguatamente e ad espellere in massa.

Infatti, qualche leghista “incazzato” si è espresso molto chiaramente in proposito, senza tirare in ballo, per farsi bello e sembrare illibato, il malcostume berlusconiano penalmente perseguibile, con tutto il suo codazzo di escort, ruffiani e leggi ad personam;

«Clandestini, immigrati, richiedenti asilo. Al popolo della Lega non interessa come vengono chiamati, vogliono solo che se ne vadano dall’Italia. “Alla gente interessa che i clandestini vengano respinti e non distribuiti alle regioni da un ministro leghista (e a nostre spese). Interessa che la politica costi meno e che non si tirino fuori il calo dei deputati solo in campagna elettorale. Interessa ridurre le spese dello Stato e il debito, aggregando comuni ed eliminando province, invece di farne delle nuove. Parola di un leghista deluso”.»

[http://affaritaliani.libero.it/politica/leghisti_processano_maroni_berlusconi170511.html?refresh_ce]

Ed ancora, per rincarare la dose:

«Se la Lega cercava un modo per ridurre i consensi, ci stava riuscendo alla grande! Al di là delle sparate “Foera du Bal” i fatti raccontano di un ministro leghista indaffarato a concedere 30000 permessi di soggiorno a clandestini, a distribuirli in giro per l’Italia pagandogli (noi ) vitto, alloggio, ecc. Lamentarsi della Francia perché (giustamente) non li vuole…»

[Ibidem]

Questi ultimi due punti – A) il mantenimento a tutti i costi del proprio status economico e dei propri privilegi, se necessario evadendo più di prima, e B) il blocco dell’immigrazione con qualsiasi mezzo – sono le vere e più profonde ragioni di critica alla “nomenklatura” leghista, a Bossi e Maroni, a Berlusconi e al suo esecutivo, ancor più importanti e sostanziali dell’accusa di non aver saputo contenere l’ascesa “dei comunisti”, dei centri sociali, dei “matti” che vogliono trasformare Milano in una zingaropoli, simboleggiati dal moderatissimo Pisapia appoggiato opportunisticamente dal Pd [un partito scopertamente liberaldemocratico e liberista] e da Vendola [espressione politica di un comunismo individualistico postsovietico rifluito nel capitalismo].

Sull’immigrazione e sul trattamento da riservare agli immigrati, per la verità, c’è una differenza di vedute fra certi settori minoritari berlusconiani un po’ meno attaccati al soldo e non idiotizzati, che qualcuno definisce liberal con espressione politicamente corretta, ed i leghisti di base, ma ciò non toglie che la Paura dell’Allos, dell’estraneo, del diverso, e perciò del migrante, è in qualche misura una caratteristica comune.

Se berlusconismo e leghismo hanno fondato il loro successo in parte significativa sulla Paura, è chiaro che questa importante componente dell’”animo umano” può ritorcersi improvvisamente contro di chi la diffonde, dopo averlo gratificato attraverso il consenso.

 

Milano rappresenta simbolicamente l’ultima trincea prima del definitivo tramonto di Berlusconi, e per la Lega una ridotta del berlusconismo che è necessario difendere dagli attacchi dei “comunisti”, sostituendosi progressivamente a lui, nonostante le proposte dell’ultraliberista Bersani ai leghisti di un’alleanza in cambio del siluramento del Cavaliere.

Per tale motivo, nell’attesa spasmodica di un ballottaggio che chiarirà la situazione in termini di equilibri o disequilibri politici, di governi che restano o che se ne vanno, di comuni conquistati o persi da Milano a Napoli, gli attacchi mediatici e propagandistici di Bossi e soprattutto di Berlusconi sono diventati furibondi, oltre che scorretti e deliranti, con le menzogne e le false promesse che si sprecano, come quella del ministro dell’economia Giulio Tremonti che vorrebbe “moderare” i disgustosi strozzini-avvoltoi di Equitalia, nella loro brutale ed incessante azione di esproprio rivolta contro i più deboli, i pensionati, i precari, i lavoratori a reddito fisso, o quella bossiana del trasferimento di un paio di ministeri a nord.

Berlusconi compare in tutte le televisioni, ossessivamente, mostrando chi ne ha l’effettivo controllo e mobilitando i suoi numerosi sicari e giullari mediatici, nel tentativo di fermare la caduta e risalire la china.

Ma ciò potrebbe non bastare, questa volta, per tutto quanto affermato in precedenza, e comunque non potrà arrestare quel “movimento sociale” [e politico] di medio-lungo periodo che qui si è cercato di descrivere, o evitare il processo dissolutivo del blocco elettorale berlusconiano–leghista.

In conclusione, dietro lo smottamento elettorale del 15 e 16 maggio ci sono tre elementi “pesanti” da considerare: 1) il primo accenno, ancora sotterraneo, della ricomposizione di un ordine sociale frantumato in forme più aderenti alle dinamiche del Nuovo Capitalismo del terzo millennio, 2) l’ingresso di un certo antagonismo nel sistema, che potrà comportare un suo riassorbimento nelle logiche sistemiche e la sua sostituzione con nuove forme antagonistiche, nonché la nascita di forze “extraparlamentari” inedite mosse dall’indignazione e da richieste “giustizialiste”, in senso sociale e politico, 3) l’inizio di una rapida dissoluzione di quello che in passato è stato definito “il blocco sociale berlusconiano”, che oggi sembra tenuto insieme con lo sputo ed agitato da paure e fermenti scomposti.

Dietro lo smottamento elettorale del 15 e 16 maggio 2011 di Eugenio Orsoultima modifica: 2011-05-23T09:56:00+02:00da derosse
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato ma sarà visibile all'autore del blog.