Profitto e creazione del valore di Eugenio Orso [dal saggio Rendita, profitto e creazione del valore, capitolo secondo]

Posto che la Nuova Rendita capitalistica è qualitativamente diversa dalle forme storiche che ha assunto la rendita nelle epoche passate [feudale, capitalistica “marxiana”, eccetera], si rende necessario tentare di ridefinire il ruolo del profitto nei nuovi contesti culturali, economici e sociali, in rapporto alla Creazione del Valore di cui beneficiano i membri della classe globale.

Politiche monetarie decise a livello sopranazionale, strumenti finanziari ad alto rischio, fabbricati e negoziati fuori dei mercati ufficiali, dipendenza delle politiche ambientali, sociali e produttive dai rating stabiliti da agenzie elitistiche definite indipendenti, che esprimono giudizi inappellabili sulla “qualità” dei titoli del debito pubblico, sulla solvibilità degli stati emittenti, e concretamente sul loro grado di adesione ai precetti neolibersiti e dell’economia di mercato, impongono di rivedere il ruolo giocato dal profitto in questo primo scorcio del terzo millennio.

Se Marx nella sua epoca ha previsto un graduale assorbimento della rendita capitalistica nel profitto, e lo ha fatto correttamente date le caratteristiche del modo storico di produzione da lui osservato, oggi, al contrario, il tradizionale profitto capitalistico, che nasce con l’estorsione del plusvalore dal lavoro collettivo nei recinti della fabbrica, ci appare come interamente subordinato alle esigenze della creazione del valore elitistica, ed in particolare a quella finanziaria, fino ad esserne completamente sussunto.

E’ per questo che operando una Nuova Critica dell’Economia Politica globalista non si può prescindere dal rapporto fra rendita, profitto e creazione del valore né da una loro ridefinizione integrale, così come la Critica dell’Economia Politica borghese di Marx ha indagato efficacemente l’origine del profitto e della rendita capitalistici, nei concreti rapporti di produzione dell’epoca, ponendo in evidenza per la prima volta l’intimo nesso fra alienazione e sfruttamento dei subalterni, necessari per ottenerli, tanto che possiamo affermare – sia in relazione al capitalismo dello scorso millennio sia in relazione a questo capitalismo, qualitativamente diverso dal primo – che rendita, profitto e creazione del valore hanno una comune origine nello sfruttamento del lavoro dei subalterni unito indissolubilmente alla loro alienazione.

Ma è alla merce ed alle sue trasformazioni nello scambio che un Karl Marx più maturo ha riservato “un posto d’onore”, nel Libro I de Il Capitale, a distanza di molti anni dai Manoscritti economico-filosofici del 1844, in cui l’ancor giovane filosofo tedesco ha indagato [e denunciato] l’alienazione umana nei concreti rapporti di produzione ottocenteschi.

Il fondamento della commensurabilità delle merci capitalistiche, che sappiamo essere cosa diversa dai semplici beni e servizi utili all’uomo in ogni epoca storica, Marx lo individua come segue:

«Non è il denaro che rende commensurabili le merci. Al contrario, le merci possono rappresentare collegialmente i loro valori nella stessa merce specifica, elevandola così a comune misura del valore, cioè denaro, in quanto come valori sono tutte lavoro umano oggettivato e quindi sono in sé e per sé commensurabili. Il denaro come misura del valore è la necessaria forma fenomenica della misura immanente del valore delle merci: il tempo di lavoro.»

[Karl Marx, Il Capitale, Libro I, Sezione Prima: Merce e Denaro, Capitolo III: Il denaro o la circolazione delle merci]

La precedente citazione non è oziosa, non è soltanto doverosa [è necessario e “legittimante”, per un antagonista come lo scrivente, citare ad un certo punto il grande Marx …], ma chiarisce molto bene, per l’ennesima volta, che il fondamento di tutto non può essere che il lavoro umano, il quale rende possibile la commensurabilità delle merci, consente di attribuirgli un prezzo – in quanto semplice «nome monetario del lavoro oggettivato nella merce» [Ibidem] – ed è all’origine del profitto capitalistico.

Se questo cruciale aspetto è stato ben compreso da Marx, altrettanto cruciale diventa la sottomissione dei lavoratori per attivare i meccanismi di produzione/ esproprio della ricchezza e di dominazione, tipici del modo di produzione indagato dal filosofo idealista tedesco, in un’unità indissolubile di sfruttamento e alienazione che solo il capitalismo ha potuto raggiungere nell’intero corso della storia umana, come ha sostenuto il filosofo comunista e comunitarista Costanzo Preve.

I quattro elementi che hanno contribuito a ridurre il mondo ad una rete di scambi commerciali – preparando il terreno per le rilevanti trasformazioni culturali, economiche e sociali dell’ultimo trentennio, quale presupposto per una “società di mercato” globale – sono costituiti, perciò, dal lavoro capitalistico e dalla divisione sociale dello stesso, dallo sfruttamento dei lavoratori e dall’alienazione dei subordinati, dalla forma-merce in tutte le sue metamorfosi nello scambio, e dal profitto quale frutto del capitale.

E’ della merce nello scambio e del plusvalore capitalistico che Marx si è occupato, con particolare attenzione, nella sua opera più celebre – il Libro I de Il Capitale, dedicato alla produzione dello stesso – quali elementi qualificanti di quel monstre originario rappresentato dal capitalismo proprietario e borghese, affermatosi in seguito alla prima “rivoluzione industriale” inglese.

Se le merci entrano nel processo di scambio così come sono – «né indorate, né inzuccherate», ha scritto Marx [Ibidem] – è questo stesso processo ad operare una duplicazione della merce in denaro, poiché in esso si realizza la loro metamorfosi, rivelandoci la peculiarità del modo di produzione capitalistico fin dalle sue origini:

«Il processo di scambio, nella misura in cui trasferisce delle merci dalla mano nella quale sono non-valori d’uso a quella in cui sono valori d’uso, è ricambio organico sociale. […] Giunta là dove serve come valore d’uso, la merce cade dalla sfera dello scambio di merci in quella del consumo. Poiché qui ci interessa soltanto la prima, dobbiamo considerare l’intero processo dal lato formale, dunque soltanto il cambiamento di forma, la metamorfosi delle merci, che media il ricambio organico sociale.»

[Ibidem]

Il processo di scambio, avverte Marx, non risolve le contraddizioni, in quanto le merci esprimono valori d’uso che si oppongono al valore di scambio rappresentato dal denaro, ma lo sviluppo delle merci crea una forma in cui le contraddizioni reali possono muoversi, ed in qualche modo risolversi.

La prima metamorfosi della merce nello scambio, individuata dal filosofo tedesco [il celebre “salto mortale”], avviene con la vendita – espressa come M – D – in quanto la divisione del lavoro sociale ha operato la trasformazione del lavoro in merce rendendo necessaria la sua trasformazione in denaro.

Trattandosi di un unico processo, ancorché bipolare, la trasformazione successiva non può esser che D – M, quale metamorfosi conclusiva rappresentata dall’acquisto.

«Le due fasi inverse di movimento della metamorfosi delle merci descrivono un cerchio: forma merce, abbandono della forma merce, ritorno alla forma merce.», ha scritto Marx [Ibidem].

Per questo l’unico processo della circolazione delle merci è descrivibile come M – D – M, e l’esempio portato del tessitore di lino che vende la tela per comprarsi la bibbia, sulla “scena del crimine”, cioè sulla scena del processo di scambio intermediato dal denaro, è significativo delle due metamorfosi complementari M – D [vendita] e D – M [acquisto].

Se lo sviluppo della circolazione delle merci in senso capitalistico è alle origini del capitale, e secondo Marx ne costituisce il presupposto storico, è chiaro che tale sviluppo serve in primo luogo al capitale, alla sua formazione e riproduzione ed alla sua remunerazione, e i suoi “agenti storici” sono quelli che inevitabilmente ne hanno tratto maggiore, se non esclusivo beneficio, a scapito del resto dell’umanità.

Ma il sistema osservato da Marx era il primo capitalismo proprietario-borghese, fondato sull’estorsione del plusvalore dal lavoro irreggimentato nella fabbrica, un sistema che coincideva largamente e comprensibilmente con lo specifico modello inglese, il primo ad imporsi ed il più “qualificante” in tal senso, un modello peculiare di capitalismo che l’esule tedesco a Londra ha potuto indagare, con i risultati e le implicazioni storico-politiche che ben conosciamo, da un osservatorio privilegiato.

Il capitalismo di Marx era, in buona sostanza, il capitalismo borghese anglosassone ottocentesco – uno dei “capitalismi possibili”, ma non il solo concretamente affermatosi – il quale nel secolo successivo ha subito trasformazioni “di fase” rilevanti, fino ad arrivare all’autentico punto di rottura storica dell’ultimo trentennio, che ha visto il sorgere del Nuovo Capitalismo, da intendersi come un nuovo modo di produzione sociale.

Fin dai Grundrisse, i noti Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica [una serie di quaderni scritti fra il 1857e il 1858], Marx gettò le basi del libro I de Il Capitale, trattando della merce e del denaro, del valore d’uso e del valore di scambio, nonché della circolazione delle merci e della trasformazione del denaro in capitale.

Se in un sistema di scambio non sviluppato dominano i rapporti personali, come quelli fra il feudatario e il vassallo o fra il membro di una casta dominante e il subordinato, in un sistema di scambio sviluppato, nei rapporti di denaro esattamente come quelli imposti all’uomo dal capitale, i vincoli di dipendenza [ed interdipendenza] personale si spezzano, perdono la loro consistenza, ed il contatto fra gli individui – in apparenza non più persone propriamente dette e storicamente determinate, nei loro reciproci rapporti di dominazione/ dipendenza/ interdipendenza – sembra diventare libero ed indipendente, dove l’indipendenza secondo il filosofo tedesco è sinonimo di indifferenza.

Ma la libertà dai precedenti vincoli personali che tali rapporti paiono suggerire, secondo il Marx dei Grundrisse, è tale soltanto astraendo dalle condizioni concrete di esistenza nel cui quadro si stabiliscono i rapporti, prescindendo cioè dalle condizioni effettive, indipendenti dagli individui e da loro incontrollabili, al punto da poter essere credute naturali.

Posto che il capitale è in primo luogo un rapporto sociale e di dominazione, i rapporti esterni capitalistici, nella realtà, non rappresentano la rimozione progressiva, ed alla fine completa, dei precedenti vincoli di dipendenza, ma la loro risoluzione in una forma generale [più efficiente ed efficace che quelle passate, per usare espressioni economiche], onde consentire il dominio delle astrazioni su individui apparentemente indipendenti.

Concependo ed esprimendo i rapporti in forma di idee, la cui “universalità” è finalizzata a farle credere eterne, si diffonde la fede nell’eternità di tali idee fra i dominati, a beneficio dei dominanti e della riproducibilità sistemica, favorendo così l’accettazione acritica dei rapporti di produzione in essere.

Da qui – dall’imposizione del rapporto di capitale, “evolutosi” ed approfonditosi attraverso significativi passaggi storici che portano fino a noi – l’origine degli inganni della democrazia liberale, dell’emancipazione umana attraverso il mercato, della libera individualità, del progresso che dovrebbe migliorare, all’infinito, le condizioni d’esistenza dell’uomo sulla terra.

In questo quadro ben delineato da Marx ai tempi del primo capitalismo, cioè nell’epoca dell’imposizione di un nuovo rapporto sociale e della sua “ideologizzazione sovrastrutturale”, al fine di legittimarlo, si inseriscono pienamente i discorsi relativi alla circolazione delle merci, con l’intervento del denaro, ed alla trasformazione del denaro in capitale.

Come scrive con estrema chiarezza il filosofo tedesco «La circolazione delle merci è il punto di partenza del capitale.» [Karl Marx, Il Capitale, Libro I, Sezione Seconda: La trasformazione del denaro in capitale, Capitolo IV: Trasformazione del denaro in capitale], ed è proprio il denaro, capace di trasformarsi in qualunque merce, che costituisce l’indispensabile trait d’union fra il mondo delle merci e il capitale, rendendo possibile il passaggio logico ed effettivo da M – D – M a D – M – D’, dal quale scaturisce quel plusvalore che solo può dare un senso compiuto a tutti gli scambi, a tutte le transazioni, ed in termini generali all’intero sistema del primo capitalismo borghese, osservato nell’ottocento da Marx.

Ma prima di arrivare all’analisi della formula generale del capitale marxiana, espressa sinteticamente da D – M – D’, con lo scopo di “adattarla” alle logiche ed alle dinamiche del Nuovo Capitalismo del terzo millennio, è necessario accennare brevemente al denaro – in un modo non tecnico, al di fuori della cosiddetta economia monetaria – ed al ruolo che ha giocato in tutta questa vicenda.

La moneta è apparsa nella storia umana in forme originarie e rudimentali come quelle della moneta cosiddetta naturale, rappresentata dai capi di bestiame [dai quali deriva l’espressione capitale], e successivamente della moneta strumentale [oggetti di uso comune, come gli spiedi o le piastre di metallo], ma è soltanto da due millenni e mezzo che ha assunto forme da noi più riconoscibili, e più vicine al denaro che ha generato il capitale di Marx, in un’epoca in cui gli scambi commerciali erano ancora poco sviluppati, e l’autoconsumo, con un grande numero di piccoli produttori indipendenti quale “ossatura” dell’economia antica, prevalente sulle grandi produzioni a scopo di lucro.

Da allora, dall’Atene che coniava monete metalliche con il simbolo cittadino della civetta, o dalla splendida moneta corinzia con il Pegaso, il cavallo alato, gli scambi commerciali si sono sviluppati di pari passo con lo sviluppo della moneta, in un mondo – quello mediterraneo, dominato prima dai greci e poi dai romani – in cui appariva e si diffondeva la prassi di far denaro con il denaro, di arricchirsi attraverso l’intermediazione, o con la diffusione sistematica [e conseguente] dello schiavismo.

Lo sviluppo degli scambi commerciali è proceduto di pari passo con quello del denaro, fin dalle prime forme di capitale, segnate dall’intermediazione commerciale e dall’usura per arrivare, alla fine di un lungo percorso di trasformazione storica, al capitalismo vero e proprio.

Posto che l’economia è stata creata, anzi, inventata, a partire dalla moneta e al suo sviluppo che ha condotto al capitale, Serge Latouche ci avverte che l’argomento “scienza economica” può essere affrontato da tre diversi punti di vista, indipendenti e complementari, e cioè l’invenzione teorica [dell’economia], quella storica e quella semantica.

Latouche si è occupato in modo particolare dell’invenzione semantica dell’economia – adottando un angolo visuale ben poco praticato ma rivelatore – ed ha trattato la questione della moneta in rapporto ai concetti definitori ed auto-referenziali dell’economia, giungendo alla seguente conclusione:

«La moneta sfugge pressoché totalmente al circuito auto-referenziale dei concetti definitori, e costituisce una specie di vicolo cieco nel dispositivo economico. La moneta è l’economia par excellence, e tuttavia essa è fuori dell’economia come mostra bene la visione classica e neo-classica della moneta come “velo”. Istituzione essenziale all’economia concreta, la moneta è fondamentalmente esterna all’economia teorica, e piuttosto rappresenta una sorta di cordone ombelicale tra il mondo reale e il mondo incantato dell’homo oeconomicus. A dispetto di ogni tentativo di confinarla a un mero livello funzionale, la moneta tocca l’essenza stessa del sociale: il desiderio mimetico, il prezzo del sangue, il debito di vita e di morte. Interfaccia tra l’economia e la società, la moneta consente all’economia di funzionare, mentre all’economia essa appare come funzionale. In realtà la moneta non nasce dall’economia, ma fa nascere l’economia.»

[Serge Latouche, L’Invenzione dell’Economia, La costruzione dell’immaginario economico, Parte II – L’invenzione semantica dell’economia]

Se si opera una vera Critica dell’Economia Politica, mettendo a nudo le caratteristiche salienti del sistema osservato e scoprendone i fasci di nervi, le questioni della moneta e del denaro non possono essere trascurate, per la loro centralità, e così è accaduto con Marx, in pieno Ottocento, che uscendo dalla circolazione interna ed arrivando fino a quella mondiale ha individuato alcune importanti funzioni del denaro:

«Il denaro mondiale funziona come mezzo di pagamento generale, come mezzo generale di acquisto, e come materializzazione assolutamente sociale della ricchezza in genere (universal wealth).»

[Karl Marx, Il Capitale, Libro I, Sezione Prima: Merce e Denaro, Capitolo III: Il denaro o la circolazione delle merci]

Anche se il filosofo tedesco ha riservato un “posto d’onore” alla Merce ed alle sue metamorfosi nello scambio, nei quaderni dei Grundrisse e nel Libro I de Il Capitale l’ombra del denaro è sempre presente in queste opere, ed è proprio il denaro, quale astrazione molto concreta, alle origini del capitale e del plusvalore.

Moneta come “cordone ombelicale” fra la realtà e il mondo fiabesco dell’uomo economico, secondo Latouche, e denaro quale materializzazione sociale della ricchezza in ogni suo aspetto, secondo Marx, rivelano la centralità, ed anche la concretezza, di quella ”astrazione” che chiamiamo comunemente denaro, o moneta, e che siamo adusi ad utilizzare quotidianamente.

Il denaro ha una “prodigiosa” capacità autogenerativa, che moltiplica il valore ed alimenta il capitale, come ci ha insegnato Marx, e questo aspetto è evidente nella genesi del plusvalore capitalistico, che ha avuto il potere di trasformare il mondo dei rapporti sociali, di divederlo in nuove classi e di modificare i lineamenti della civiltà umana.

Se il capitalista, proprietario dei mezzi di produzione, non è altro che una maschera, un ruolo sociale che tende all’impersonalità, dietro il quale può nascondersi agevolmente il denaro che diventa capitale, il capitale industriale di Marx nasce dall’estorsione del plusvalore, ed è la risultante, si potrebbe affermare con il senno di poi – ad oltre cento e venti anni dalla morte del padre dell’idea del comunismo moderno e “scientifico” – dell’imposizione del lavoro coatto e alienato, ma formalmente ed ipocritamente libero, e delle potenzialità espresse dal denaro.

La circolazione semplice delle merci, da sola, non permette la creazione del plusvalore indagata dal filosofo tedesco, ed anche se il denaro si inserisce fra le merci scambiate come mezzo di circolazione, se l’atto dell’acquisto è nettamente distinto da quello della compra, si verifica una semplice sostituzione dei valori d’uso, che si accompagna al cambiamento di forma della merce [la sua metamorfosi nello scambio].

La vera fonte del cambiamento del valore del denaro che alimenta il capitale è un’altra, ed è per i possessori dei mezzi di produzione e del denaro la disponibilità, in quanto merce, della forza lavoro venduta da chi non ha altro da scambiare per procurarsi i mezzi di sussistenza, una forza che esiste, come rileva Marx, soltanto nella corporeità vivente dell’uomo.

Infatti, ogni prezzo di quel grande emporio di merci [non di rado inutili o addirittura nocive] che è diventato il mondo, altro non è che il nome, espresso in moneta, del lavoro umano oggettivato nelle merci stesse.

Il fatto che ci siano coloro che possiedono denaro e [quindi i] mezzi di produzione – i veri ed i soli “operatori economici” dell’economia liberale, membri della classe dominante, liberi di scegliere – contrapposti a tutti quelli che posso fidare soltanto sulla loro “corporeità vivente”, mettendo forzatamente in vendita il lavoro per poter sopravvivere, «non appartiene alla storia naturale, né, tanto meno, è un rapporto sociale comune a tutti i periodi storici: è chiaramente esso stesso il risultato di uno sviluppo storico antecedente, il prodotto di tutta una serie di rivolgimenti economici, del tramonto di una lunga catena di più antiche formazioni della produzione sociale.» [Karl Marx, Il Capitale, Libro I, Sezione Seconda: La trasformazione del denaro in capitale, Capitolo IV: Trasformazione del denaro in capitale]

Il risultato della trasformazione storica nei rapporti economici e sociali, così come la osservava Marx in relazione al primo capitalismo, è racchiuso nella semplice espressione D – M – D’ che sintetizza la genesi del plusvalore, che ci parla del profitto capitalistico e del “capitale industriale” nascente, con tutto il conseguente portato di problematizzazioni riguardanti l’uomo, il suo stesso habitat naturale e la sua organizzazione sociale.

L’apice sulla seconda D, quella “decisiva”, simboleggia il plusvalore estorto ai lavoratori, e simboleggia, perciò, la sottomissione del lavoro al capitale industriale indagato da Marx, lo stabilirsi, sul piano della strutturazione sociale, della dicotomia Borghesia/ Proletariato, quale ordine imposto dal capitale alla società e quale principale contraddizione capitalistica.

Dopo la critica dell’economia politica “borghese” operata da Karl Marx, è universalmente chiara la differenza quantitativa fra i due estremi dell’espressione, identificati con la lettera D, in quanto:

«La forma completa di questo processo è perciò D – M – D’, dove D’ = D + ΔD, cioè la somma inizialmente anticipata più un incremento. Questo incremento, cioè questa eccedenza sul valore originario, io la chiamo – plusvalore (surplus value). Dunque, il valore inizialmente anticipato non solo si conserva nella circolazione, ma modifica in essa la propria grandezza di valore, le aggiunge un plusvalore, cioè si valorizza. E questo la trasforma in capitale.»

[Ibidem]

Se la circolazione semplice delle merci, la vendita per la compra, non ha un simile potere e rivela un fine esterno alla circolazione stessa, che è la soddisfazione di bisogni appropriandosi i valori d’uso, «La circolazione del denaro come capitale è invece fine a se stessa, perché la valorizzazione del valore esiste solo all’interno di questo movimento che non conosce tregua. Il movimento del capitale, perciò, non ha confini.» [Ibidem]

E’ qui che Marx richiama in nota l’Aristotele della Repubblica, nella contrapposizione antica fra economia e crematistica [da cremata, che è appunto la ricchezza, il denaro], poiché la prima è fondata sui valori d’uso e sulla soddisfazione dei bisogni, e non esprime alcuna illimitatezza, mentre la seconda abbatte i predetti limiti e trova la sua sorgente nella circolazione, o più esattamente nell’estensione del commercio dovuta all’invenzione del denaro, che è diventato il perno dell’illimitatezza nella conservazione e nell’accrescimento delle ricchezze.

Oltre a riaffermare la centralità del denaro nel passaggio [già completamente consumatosi] da un’idea più umana, a misura d’uomo nel soddisfacimento dei bisogni materiali della vita sociale, e per altri versi più “burocratica” dell’economia, quale buona amministrazione della casa e dello stato, alla crematistica che “scardina” il limite e trova il suo principio nel denaro stesso, ciò spiega il movimento del capitale descritto da Marx nella sua opera principale, e spiega, di conseguenza, i fondamenti del capitale industriale alimentato dell’estrazione del surplus value dal lavoro.

Due millenni separano Aristotele da Marx, e la vittoria della crematistica – che postula l’illimitatezza della conservazione e dell’accrescimento della ricchezza monetaria come fine, rendendo possibili le infinite sequenze del valore che genera valore – è ormai chiara «Giacché il movimento in cui il valore genera plusvalore è il suo proprio movimento; quindi, la sua valorizzazione è autovalorizzazione. Esso ha ricevuto l’occulta proprietà di creare valore, perché è valore; partorisce figli, o almeno depone uva d’oro.» [Ibidem]

La dinamica innescata da questo progressivo cambiamento culturale e materiale può essere descritta, efficacemente, disegnando una curva che tende all’infinito senza mai raggiungerlo.

L’autovalorizzazione di natura crematistica, fondata sull’invenzione del denaro [entità astratta con pesanti riflessi concreti trasformativi sull’uomo e la socialità], sulla prevalenza del valore di scambio rispetto ai valori d’uso ed ai concreti bisogni umani [proliferazione di merci e bisogni indotti], sull’illimitatezza dell’arricchimento [sviluppo economico identificato con il progresso], ha comportato la subordinazione totale del lavoro umano alle ragioni della conservazione e della moltiplicazione [all’infinito] della ricchezza.

Plusvalore, saggio di plusvalore, massa del plusvalore sono concetti, formalizzatati da Marx con l’uso di formule ed equazioni, che riportano alla divisione del lavoro capitalistica, alla separazione del produttore dal prodotto della sua opera lavorativa e all’imposizione dei tempi di lavoro.

La nascita del plusvalore – tenuto conto che il pluslavoro, inteso come estorsione precapitalistica di quote del prodotto non monetizzate da parte dei dominanti, ha riguardato epoche storiche lontane – e l’accumulazione del capitale descritte da Marx, non sono frutto di “magia”, e non sono certo l’invenzione di un irriducibile critico del capitalismo, ma trovano il loro fondamento nell’”evoluzione” della crematistica attraverso i secoli, nell’irreggimentazione in fabbrica del “fattore lavoro”, nell’imposizione degli schemi lavorativi e nel lavoro eccedente del produttore subordinato [o coatto, il cui insieme costituisce la forza lavoro], cioè nel tempo di lavoro non remunerato ed eccedente la produzione dei mezzi di sostentamento del singolo.

La parte del capitale anticipato, definita costante e costituita dagli strumenti di lavoro, dagli impianti e dalle macchine [che a sua volta è prodotto del lavoro, lavoro cristallizzato], cede soltanto una parte del suo valore, in quanto i mezzi di produzione trasferiscono valore al prodotto nella misura in cui perdono valore nel processo, ma «La parte del capitale convertita in forza lavoro, invece, modifica il suo valore nel processo di produzione: riproduce il suo proprio equivalente e, in aggiunta, produce un’eccedenza, il plusvalore, che a sua volta può variare, essere maggiore o minore. Da grandezza costante, questa parte del capitale si trasforma continuamente in grandezza variabile. Perciò la chiamo parte variabile del capitale o, più brevemente: capitale variabile.» [Karl Marx, Il Capitale, Libro I, Sezione Terza: La produzione del plusvalore assoluto, Capitolo VI: Capitale costante e capitale variabile]

E’ da lì che origina l’apice della seconda D dell’espressione D – M – D’, accrescendo il capitale anticipato per la produzione nel processo di valorizzazione crematistica [da C a C’], che ha informato, fin dal primo capitalismo, la sussunzione reale e successivamente formale del lavoro al capitale, l’alienazione marxiana dell’operaio di fabbrica, l’imposizione del tempo di lavoro eccedente che valorizza il capitale generando il surplus value, e dato che ciò che comunemente si definisce “il capitale” è, in primo luogo, un rapporto sociale stabilitosi fra gli uomini, «il capitale si è sviluppato in un rapporto di coercizione che obbliga la classe lavoratrice a compiere più lavoro di quanto lo prescriva la cerchia angusta dei suoi bisogni elementari di vita. E, come produttore di operosità altrui, pompatore di pluslavoro e sfruttatore di forza lavoro, supera per energia, sfrenatezza ed efficienza tutti i sistemi di produzione che l’hanno preceduto e che poggiavano direttamente sul lavoro forzato.» [Karl Marx, Il Capitale, Libro I, Sezione Terza: La produzione del plusvalore assoluto, Capitolo XI: Saggio e massa del plusvalore]

La forma del capitale industriale marxiano è una forma storicamente determinata, non certo l’unica possibile e soprattutto non quella definitiva, da qui alla scomparsa della specie umana [la vera fine della storia], e come vi è stato il “superamento” delle forme precapitalistiche di capitale commerciale e usurario, per una più efficiente ed accelerata autovalorizzazione del capitale, così oggi, in un panorama culturale ed economico inedito, in vista dell’affermazione definitiva di un nuovo rapporto sociale, è nata una nuova forma di capitale, qualitativamente diversa da quella descritta a suo tempo da Karl Marx:

Il capitale finanziario derivato, frutto di una metamorfosi “evolutiva” della crematistica, che lo scrivente riassume nell’espressione “Creazione del Valore azionario, finanziario e borsistico”, per renderne riconoscibile il senso.

La premessa indispensabile è che oggi siamo davanti ad un nuovo modo storico di produzione sociale, il quale, adottando l’[insuperata] ottica strutturale marxiana nell’analisi dei modi di produzione, presenta i seguenti elementi strutturali, elencanti di seguito in un ordine “cronologico”:

 

I] I rapporti di produzione e lo sviluppo delle forze produttive, quale elemento originario qualificante [secondo l’analisi marxiana] di ogni modo di produzione storicamente esistito, con lo sviluppo delle forze produttive che dipende dai rapporti di produzione in essere.

II] L’ideologia di legittimazione sistemica, che per la sua crucialità è elemento strutturale e non sovrastrutturale, tenendo conto di ciò che concretamente significano espressioni come Progresso, Libero Mercato, Investitori, e della funzione ideologica [non di rado a sfondo messianico] che concretamente svolgono nella vita sociale.

III] Manipolazione antropologico-culturale dei subalterni su vasta scala, attraverso l’uso di strumenti mediatici, attraverso il lavoro precarizzato e flessibilizzato, l’alimentazione, la farmacologia e la chimica, l’elettronica e l’informatica, la diffusione della droga oltre i confini di classe, l’imposizione di stili e modelli di vita in funzione del riproducibilità del dominio elitistico, con le nuove forme di alienazione umana nei rapporti sociali – oltre lo schiavismo classico di matrice precapitalistica e l’alienazione marxiana dell’operaio di fabbrica – che lo scrivente ha definito in altra sede neoschiavismo precario e meta-alienazione [Eugenio Orso, Alienazioni e uomo precario, 2011].

IV] Creazione del Valore azionario, finanziario e borsistico, sua imposizione e sua progressiva accelerazione, quale ultima metamorfosi dell’arte di far denaro con il denaro superando, rimuovendo o travolgendo qualsiasi limite, un’arte indagata una prima volta da Aristotele nel mondo antico, nelle forme ancora “arcaiche” come il piccolo commercio, reso possibile dall’invenzione della moneta, e poi da Marx in età capitalistica, attraverso l’analisi della genesi e delle dinamiche riguardanti il capitale industriale.

V] Crisi come assetto strutturale assunto dal Nuovo Capitalismo del terzo millennio, che rappresenta un efficace strumento, con respiro planetario [la prima crisi globale del 2007/ 2008 né è l’esempio], di dominazione dei subordinati e di estrazione/ creazione del valore.

 

Il capitale finanziario derivato, che si afferma come forma prevalente ed originale del nuovo modo di produzione sociale agli inizi del terzo millennio, e tende a “dilagare” nel mondo come ultimo tentativo di colonizzazione integrale dell’occidente, nasce dalla sussunzione del capitale industriale di marxiana memoria – e concretamente degli organismi produttivi, delle fabbriche, dei bacini di materie prime, degli impianti industriali [il capitale costante], della Merce e della stessa forza lavoro impiegata [il capitale variabile, all’origine del plusvalore] – alla rendita di natura finanziaria, in un processo di subordinazione della cosiddetta razionalità economica, o strumentale, e dello stesso profitto indagato da Marx, alle accelerazioni imposte dalla Creazione del Valore azionario, finanziario e borsistico, che costituisce la punta più “avanzata” della crematistica espressa dal nuovo capitalismo.

Il commercio alimentato dalla comparsa della moneta, ai tempi di Aristotele, e il capitale industriale nella produzione del capitale indagata da Marx, costituiscono espressioni storicamente determinate della travolgente avanzata della crematistica, ed anche il capitale finanziario derivato è un frutto dell’arte di creare ricchezza – potenzialmente illimitata, ma riservata a pochi – che deve essere riferito ad una precisa dimensione storica e sociale, quella attuale, in cui si superano i limiti di tolleranza dell’ambiente e della stessa economia “reale”, contrapponendo in modo esasperato, parossistico, l’assenza del limite che caratterizza la nuova Creazione del Valore alla finitezza delle risorse naturali ed alla tolleranza dell’uomo, che deve essere manipolato con ogni mezzo per adattarlo ad un nuovo e più intenso sfruttamento.

In particolare, l’accelerazione dell’autovalorizzazione del capitale, concentrata nel periodo breve grazie all’uso di strumenti finanziari e di supporti informatici – dopo la caduta del saggio di profitto dal 1960 al 1980, che ha segnato uno storico punto di svolta e la “crisi” del capitale industriale – entra in aperto conflitto, come mai è accaduto nelle società della crescita che si sono succedute dal 1500 ad oggi, con i tempi geologici richiesti per la ricostituzione di risorse naturali ed energetiche, indispensabili a questo livello di sviluppo, che non a caso si definiscono “risorse non rinnovabili”.

La dimensione finanziaria, capace di generare rendite illimitate e di sopravanzare di decine di volte i volumi del P.I.L. mondiale, ha offerto una miriade di strumenti per quella “moltiplicazione dei pani e dei pesci” che è la risultante della Creazione del Valore azionario, finanziario e borsistico nel breve termine, ma per assicurare questo risultato non si è limitata ad intercettare il valore prodotto in uscita, ma ha sussunto completamente la produzione, e quindi il capitale industriale.

L’espressione che può sintetizzare questo nuovo processo di produzione della ricchezza, partendo dal Marx de Il Capitale, è la seguente: D – [d – m –d’] – D’’.

La produzione del capitale finanziario derivato, come si nota nell’espressione generale proposta, contiene la formula del capitale [industriale] marxiana, e l’ultima D, quella cruciale con doppio apice, mostra come l’autovalorizzazione del “capitale anticipato” in tale caso dipende sia dall’effetto finanziario [aumento delle quotazioni di borsa, reenginering e vendita di organismi produttivi attraverso la cessione di pacchetti azionari, incasso di dividendi, operazioni speculative sui titoli attraverso compravendite nel breve o l’uso di prodotti derivati] sia dall’estorsione classica del plusvalore, che però è sussunta, anzi, addirittura immersa nel nuovo processo di Creazione del Valore.

Un valore creato che alimenta la rendita finanziaria e si rende disponibile, dopo la realizzazione, per nuove accumulazioni nel breve, con ulteriori incrementi della rendita finanziaria.

Quello che conta non è neppure la ricerca del più basso costo di produzione, se la produzione in sé non è più un fine, ma è il diktat finanziario dei Mercati e degli Investitori, che sono i primi beneficiari di questa autovalorizzazione.

Se il plusvalore, per il Marx del capitale industriale, inteso quale «valorizzazione del valore capitale anticipato C, si rappresenta in primo luogo come eccedenza del valore del prodotto sulla somma dei valori degli elementi della sua produzione.» [Karl Marx, Il Capitale, Libro I, Sezione Terza: La produzione del plusvalore assoluto, Capitolo VII: Il saggio di plusvalore], ed è rappresentabile come C’ = (c + v) + p, con C’ il capitale originario trasformato, c il capitale costante, v il capitale variabile e p il plusvalore, in relazione alla trasformazione del capitale finanziario derivato vale la seguente espressione: C’’fd = Cfd + [(c + v) + p] + f, dove Cfd è il capitale finanziario originario disponibile per le speculazioni, la parte centrale è quella relativa al capitale industriale anticipato marxiano accresciuto dal plusvalore [c’, questa volta in minuscolo], mentre f è il guadagno finanziario che alimenta [assieme a p, il tradizionale plusvalore] l’accresciuto C’’fd.

Si può supporre, per pura ipotesi, che qualche “grande prenditore” della classe globale acquisti il pacchetto di controllo di Fiat auto, influendo sulla gestione dell’azienda [e quindi sulla produzione di auto, che dovrebbe essere ancora la “competenza distintiva” Fiat], ricapitalizzandola, quando serve e soltanto se serve, in vista di futura vendita e conseguenti guadagni, riservando però una parte rilevante del suo capitale originario alle speculazioni finanziarie sul titolo attraverso i derivati.

In questo caso, beneficerebbe sia dell’estrazione classica del plusvalore [massacrando più o meno come Marchionne la forza lavoro italiana e degli altri paesi] sia dei guadagni finanziari dovuti ai movimenti del titolo in borsa [e soprattutto di questi], relativamente indipendenti dall’andamento delle vendite di auto Fiat in Italia, per considerare un paese a caso, o altrove in Europa.

Anzi, se dotato di grandi capitali “da anticipare” in senso finanziario, potrebbe determinare nel senso voluto i movimenti del titolo e dei prodotti derivati che lo hanno come sottostante.

Si è definita l’ultima forma assunta dal capitale “capitale finanziario derivato” – che ha come formula generale D – [d – m – d’] – D’’ – in quanto è chiara la sua origine finanziaria, esterna alla razionalità strumentale che dovrebbe governare il “vecchio” capitale industriale, ed in quanto nella finanza derivata [future, opzioni su titoli, swap, prodotti “over the counter” personalizzati fuori dei listini di borsa, eccetera] esiste sempre un sottostante, con espressione esotica underlying asset [attività sottostante, dalla quale discende il diritto di acquistare o vendere], che ci riporta a beni concreti, ad attività produttive e complessi aziendali, a situazioni di debito-credito e a stock di materie prime.

Ma nell’accelerazione dell’autovalorizzazione del capitale caratteristica di questi anni, il sottostante è sempre subordinato all’esigenza di creare valore, sia che si tratti di azioni G.M. o Fiat sia che si tratti di mutui-casa concessi ad “incapienti” e cartolarizzati, così come non ha importanza se si tratta di titoli farmaceutici o del settore elettronico, oppure di sacchi di patate.

Infine, se la formula generale marxiana della forma capitale industriale compare nella parte centrale dell’espressione con lettere minuscole, mantenendo la seconda lettera d un apice simboleggiante il plusvalore, non è per uno sfregio gratuito al grande Marx [i cui “strumenti”sono in parte ancora utilizzabili per la comprensione della realtà], ma essenzialmente perché l’estrazione del plusvalore è qui subordinata alle logiche di natura finanziaria, che governano la produzione e sottomettono, oltre al lavoro, lo stesso capitale industriale, con una doppia sussunzione del lavoro al capitale.

Ciò comporta, come scritto in precedenza, la sussunzione dell’estorsione marxiana del plusvalore alla Creazione del Valore azionario, finanziario e borsistico, anzi, la sua completa “immersione” nel processo, quasi che sia una corrente che scorre in un vasto oceano, come ad esempio la corrente del golfo nell’Atlantico.

Bisogna però ricordare che se un interruzione della corrente del golfo, accelerata dall’azione antropica, potrà comportare mutamenti climatici rilevanti, tali da cambiare la vita in una parte del mondo – in tal caso l’Europa, che subirebbe in pieno ed in profondità i rigori dell’inverno – così il progressivo degrado, e la riduzione sotto una certa soglia in occidente, della produzione industriale, permanendo l’accelerazione finanziaria della Creazione del Valore, potrà forse inceppare il meccanismo, poiché l’origine della ricchezza, per quanto mediata e derivata come accade nei nostri tempi, è pur sempre riconducibile al lavoro sociale e collettivo, alle produzioni concrete.

Si torna sempre, volenti o nolenti, alla centralità del lavoro, vittima di una doppia sussunzione che oggi fa scomparire persino i drammatici problemi sociali scatenati dalla nuova crematistica, e conviene ricordare, giunti a questo punto, la definizione che diede Karl Marx del lavoro umano:

«Il lavoro è in primo luogo un processo fra uomo e natura; un processo nel quale l’uomo media, regola e controlla con la sua attività il ricambio organico con la natura. Egli agisce nei confronti della stessa materia naturale come una forza della natura.»

[Karl Marx, Il Capitale, Libro I, Sezione Terza: La produzione del plusvalore assoluto, Capitolo V: Processo di lavoro e processo di valorizzazione]

Anche il lavoro è dunque una forza della natura [non un’astrazione pura], ma se questa forza è mal diretta, o è prigioniera in una camicia di forza creata da un sistema feroce ed assurdo per contenerla e sfruttarla, può generare disastri, cambiamenti drammatici e improvvisi, autentici cataclismi, come quelli che talvolta ci riserva l’ambiente naturale.

Il lavoro coatto, precarizzato e impoverito, migrante e doppiamente sussunto, potrà diventare la principale contraddizione nell’era del capitale finanziario derivato, così come lo fu il lavoro proletario e operaio per il capitale industriale analizzato da Karl Marx.

Si può andare oltre Marx, tentare di superarlo definitivamente per comprendere una nuova realtà, ma alla fine, per qualche motivo, si è sempre costretti a tornare a Marx.

 

 

Profitto e creazione del valore di Eugenio Orso [dal saggio Rendita, profitto e creazione del valore, capitolo secondo]ultima modifica: 2011-04-26T10:12:00+02:00da derosse
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