Rivolta Araba: Insurrezione o Rivoluzione?

A beneficio dei pochissimi e sempre più rari interessati, rendo disponibile in formato pdf il mio ultimo saggio dedicato alla cosiddetta Rivolta Araba.

Per leggerlo, cliccare qui:

Rivolta Araba di Eugenio Orso_7 marzo 2011.pdf

Segue la breve premessa:

 

 Rivolta Araba: Insurrezione o Rivoluzione?        

di Eugenio Orso

Premessa

 

Coloro che vivono in occidente e nel nord del pianeta, in qualche misura soggetti alle lusinghe, alle manipolazioni ed alle illusioni capitalistiche, sono portati a credere che lo stesso Antagonismo, la critica al capitalismo, l’opposizione politica e sociale al potere vigente non possono che nascere in quella parte del mondo, nella quale ha avuto origine il modo storico di produzione dominante e dalla quale si sono irradiati, per almeno due secoli, modelli politici ed economici, aspetti culturali ed ideologie venduti come universali, forme di governo particolari, stili di vita e nuovi costumi.

Ma non è affatto scontato che in futuro sia l’occidente a guidare le trasformazioni del mondo, come non è scontato che le rivolte, le manifestazioni dell’Antagonismo, gli stessi processi rivoluzionari debbano per forza nascere nel centro del sistema e non nella sua periferia.

Il capitalismo contemporaneo ed i processi di mondializzazione economica hanno creato una vasta periferia vitale, in espansione demografica ed economica, apparentemente sottomessa alle loro logiche e alle loro dinamiche come il nord e l’occidente del mondo, ma lacerata da nuove contraddizioni che si sovrappongono alle antiche mai definitivamente sopite, ed è in questa periferia che si è sviluppata la cosiddetta Rivolta Araba.

La questione delle sollevazioni popolari del Maghreb, che hanno contagiato il resto del mondo arabo, l’Iran teocratico e sciita e la stessa Cina capitalista, merita di essere trattata con una certa attenzione, non soltanto per la sua complessità e i suoi possibili effetti sugli equilibri geopolitici mondiali, ma soprattutto perché questa catena di rivolte locali, che presentano qualche elemento in comune, potrebbe preludere all’avvio di un vero e proprio processo rivoluzionario.

Solo il futuro potrà rivelarci se la generale rivolta dei popoli arabi, che pare aver spiazzato nella sua prima fase sia gli occidentali sia gli islamisti, assumerà i lineamenti peculiari di una vera ed inedita Rivoluzione, oppure sarà destinata a rifluire progressivamente, dopo aver abbattuto i despoti locali ed aver prodotto, all’interno dei paesi interessati, qualche cambiamento politico non sostanziale.

 

 

 

Rivolta Araba: Insurrezione o Rivoluzione?ultima modifica: 2011-03-07T14:26:00+01:00da derosse
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3 pensieri su “Rivolta Araba: Insurrezione o Rivoluzione?

  1. Sposo in questo caso la visione di Paolo Bogni che giudica la geopolitica una disciplina fondamentale a ogni rivoluzione politica.
    Che piega prenderà domani la rivolta in nordafrica? Dipende da come andrà in Libia. Se in Libia gli occidentali riusciranno a mettere lo zampino, piazzandoci, dopo un intervento “umanitario” qualche base militare e un governo amico – democraticamente eletto, si intende – gli altri pezzi della scacchiera nordafricana se ne andranno in malora…

  2. Risposta a Simone

    E’ un grave errore ideologizzare la geopolitica, facendole assumere un ruolo che non le è proprio.
    La sopravvalutazione della geopolitica, e di conseguenza del solo conflitto fra le cancellerie delle potenze e le élite, escludendo totalmente la dimensione sociale – ed etica – e la lotta di classe, è tipica di una posizione che nella realtà si qualifica come filo-capitalistica.
    Non importa se si tratta di filo-capitalismo pro-russo, pro-cinese e/o pro-emergenti, in evidente contrapposizione a posizioni liberalcapitalistiche pro-americane, perché la sostanza del discorso non cambia.
    La distorsione della geopolitica ideologizzata, e utilizzata come unica lente per osservare la realtà, porta alla conclusione, inaccettabile e addirittura folle, che tutti i sommovimenti riassunti nell’espressione “Rivolta Araba” sono manipolati dagli americani e dai loro collegati occidentali.
    Questo perché i popoli, i subordinati, i dominati, in una simile visione, distorta fin dalla sua genesi, scompaiono completamente, diventando oggetti muti nel panorama sociale e politico, senza neppure la possibilità che possono essere animati da un “soffio di vita”, come è accaduto in questi ultimi due o tre mesi nel Maghreb.
    Per questo e molti altri motivi – che ho riassunto in “La distorsione geopolitica e i corsi ed i ricorsi capitalistici”, approvato dal filosofo francese Denis Collin e da qualche altro – non posso che rigettare l’ipotesi che la cosiddetta Rivolta Araba sia esclusivamente il frutto di manipolazioni esterne, liberalcapitalistiche filo-americane.
    Se si vuole “tirare l’acqua al proprio mulino”, essendo in totale malafede, come lo sono con tutta evidenza euroasiatisti e lagrassiani filo-capitalisti, allora si può affermare che non esiste rivolta di popolo e che tutto è indotto dagli americani, altrimenti l’analisi dei sommovimenti, per avere qualche senso [non propagandistico e di parte], deve procedere su ben altri binari, contemplando la dimensione sociale, quella culturale e quella etica.
    Fondamentale è comprendere, in relazione alla sollevazione tunisina ed alle manifestazioni in Egitto, essendo il caso libico molto diverso da questi, quanto segue:

    «In conclusione, i moti tunisini ed egiziani nel Maghreb rappresentano un tentativo, da parte di quelle popolazioni, non necessariamente cruento ma non escludendo l’uso della violenza come risposta alla repressione, di trovare una via per scardinare l’ordine costituito e superarlo.
    Gli obbiettivi razionalmente stabiliti sono sostanzialmente di breve-medio periodo, implicando l’abbattimento dell’autocrate locale e l’affermazione della sovranità popolare nei paesi interessati.
    Non essendovi alla base [purtroppo] riferimenti ideologici precisi, né, di conseguenza, un’ideologia di legittimazione, e non avendo questi sommovimenti [per fortuna] una chiara ispirazione religioso-teocratica, può sembrare che dominino lo “spontaneismo”, l’individualismo e la pura rabbia, ma nella realtà sono dei tentativi ben più articolati e motivati – nati in una situazione ancora pienamente pre-rivoluzionaria, dominata da confusione ed incertezza – di trovare “la strada giusta” per il cambiamento.
    Non si tratta, quindi, di una pura e semplice insurrezione, destinata a scatenare un effimero incendio senza produrre esisti rilevanti e trasformativi, ma non è ancora “l’occupazione strategica dei punti più importanti di Pietrogrado”, come avvenne il 6 novembre/ 24 ottobre del 1917, in seguito all’azione coordinata e finalizzata dei bolscevichi.
    Dovendo scommettere sull’esito finale di lungo periodo, nonostante tutte le incertezze del caso, lo scrivente azzarda che questi “tentativi” sicuramente continueranno, estendendosi ad altre parti del mondo ed investendo, alla fine, il centro capitalistico in cui pulsa il cuore del sistema.
    I tentativi saranno sempre meno confusi e gli obbiettivi sempre più ambiziosi, i metodi di lotta sempre meno improvvisati, fin tanto che la nuova Pauper class, da oriente ad occidente, dal meridione al settentrione, riuscirà a trovare finalmente la strada giusta.
    In questo caso, razionalità e speranza potrebbero non essere in contrasto.»

    Ho riportato la conclusione di un mio scritto dal titolo “Insurrezione e Rivoluzione”, che contempla anche la “Rivolta Araba”, uno scritto più articolato rispetto a quello che ho messo in rete nel mio blog.
    Spero di aver fornito ulteriori elementi per comprendere la mia posizione.

    Saluti

    Eugenio Orso

  3. Vediamo di chiarire Eugenio.
    Io non do alla geopolitica alcun primato. Semplicemente non la escludo dalle mie valutazioni.
    L’errore classico dei geopolitici sedicenti anticapitalisti, come La Grassa, è quello di considerare la partita a scacchi globale contro gli Usa senza rendersi conto che TUTTI i giocatori sono comunque capitalisti.
    In questo senso, politicamente, la partita geopolitica non ha per noi alcun senso e ti seguo nel discorso.

    Eppure dobbiamo prendere atto che qui e ora il gendarme del capitalismo è rappresentato dagli Usa e non possiamo esimerci da fugaci tatticismi – dico “fugaci” e “tatticismi”, non dico “durature” ne “strategie” -.
    Se è vero che il capitalismo americano verrebbe rafforzato da un intervento militare diretto degli Usa in Libia, che si risolverebbe con l’installazione di basi statunitensi in nordafrica, ebbene noi dobbiamo parteggiare per un esito diverso.

    In proposito ho espresso la mia opinione nel mio ultimo video. Lungi da me stare dalla parte di Gheddafi, politicamente parlando. Ma geopoliticamente è bene che la partita libica se la risolvano i libici e che una delle due fazioni vinca in totale autonomia e senza interventi esterni.
    In questo caso una sconfitta geopolitica equivarrebbe a una sconfitta politica.

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