I Topi di Tobruch di Eugenio Orso

Il titolo riecheggia una lunga e sanguinosa battaglia della seconda guerra mondiale, con gli anglo-australiani che fronteggiavano le forze dell’asse nel Nordafrica ed occupavano la strategica fortezza di Tobruch, in Cirenaica, posta fra Tripoli di Libia e l’Egitto.

I Topi erano quei militari delle forze alleate che resistettero per mesi, caparbiamente, e respinsero gli attacchi dell’asse, prima di cedere definitivamente a metà del 1942.

Ma i topi, a detta di un delirante colonnello Gheddafi, oggi sono gli insorti libici, coloro che hanno liberato la Cirenaica, con Bengasi e la stessa Tobruch, e che ora combattono per le strade di Tripoli contro gli sgherri del rais e le sue bande mercenarie.

Se durante la seconda guerra mondiale le popolazioni nordafricane subivano un conflitto fra potenze esterne, per ragioni a loro estranee, oggi sono in prima linea nella lotta ai despoti locali, e pagano per questo un tributo di sangue e di distruzioni, come è accaduto a Tunisi, in Piazza Takrir al Cairo, e sotto i bombardamenti in alcuni quartieri di Tripoli di Libia.

La catena delle sommosse – Tunisia, Egitto, Libia – sembra non arrestarsi e i sommovimenti, improvvisi, non previsti con sufficiente anticipo da alcuno, ma forse non del tutto imprevedibili, continuano, dall’Iran al Baharain, dall’Algeria al Marocco.

Nessuno sa dire con chiarezza chi sono esattamente gli insorti, cosa rappresentano, di quali idee e prospettive sono portatori, cosa faranno se potranno decidere del loro futuro, ma è certo che in grande maggioranza non sono né burattini filo-occidentali né sostenitori dell’oscurantismo islamista.

Del resto, l’Egitto non è l’Iran, e lo Yemen non è la Libia, e quindi ogni protesta si sviluppa secondo linee diverse dall’altra, l’una procede indipendentemente dall’altra, ma tutte sono legate da un sottile fil rouge che ci rivela l’instabilità di un ordine mondiale postbipolare il quale rapidamente, in vaste aree del mondo, può convertirsi in disordine.

Per i filocapitalisti pro-americani, i manifestanti e i rivoltosi sono principalmente dei “democratici” che vogliono cose come i diritti umani, la democrazia, naturalmente nella veste liberale, e una società più “aperta”, in contrapposto al potere del satrapo o al governo del rais locale, mentre per i filocapitalisti anti-americani [pro-russi, pro-cinesi, eccetera] coloro che si sono sollevati, dalle coste mediterranee del Nordafrica all’Iran e al Golfo Persico, stanno facendo il gioco dell’amministrazione Obama, che può così migliorare la sua immagine internazionale, appoggiando [a parole] i popoli e non i despoti anche se a lei favorevoli, e soprattutto può concretamente sperare che l’allargarsi dei disordini faccia cadere qualche regime ostile, come ad esempio quello teocratico-iraniano.

Queste le due ipotesi contrapposte, che vedono nei manifestanti rispettivamente una “speranza” [per l’occidente liberalcapitalistico] e una minaccia [per i filo-russi e/o i filo-cinesi].

Non è escluso, comunque, che il soft power obamiano che dovrebbe consentire ancora all’America di porsi come garante degli interessi liberalcapitalistici nel mondo, contempli anche queste “soluzioni” per dispiegare i suoi effetti geopolitici, quali alternative ad un dispendioso e ben più drammatico intervento militare diretto.

Ma le scosse telluriche che sconvolgono la superficie di una parte importante del pianeta, nascono nelle profondità della globalizzazione neoliberista, originate dalle ineguaglianze in termini di distribuzione delle risorse che questa amplifica, e dalla subalternità effettiva di molti dei locali regimi, nepotisti e corrotti, al Grande Capitale Finanziario e al suo gendarme americano [Iran teocratico escluso, naturalmente].

In questo senso, la rivolta di popolo contro il despota locale nasconde una rivolta, largamente inconsapevole, contro le dinamiche capitalistiche ultime, la globalizzazione, il dominio del Libero Mercato.

La domanda che ci si deve porre, a questo punto, è: chi sono coloro che partecipano alle manifestazioni ed alle sollevazioni, cosa vogliono e cosa rappresentano, quale futuro annunciano per il Nordafrica e forse per l’intero Medio Oriente?

Come affermato in precedenza, è fondata l’impressione che non si tratta di “rivoluzionari colorati” e sponsorizzati, pur indirettamente, dagli americani e dai loro collegati occidentali, e neppure di integralisti islamici che vorrebbero instaurare il dominio assoluto della Sharia [se ortodossi sanniti] o costituire una repubblica teocratica islamica su modello iraniano [se sciiti].

Infatti, in Egitto i fondamentalisti del movimento dei Fratelli musulmani nei primi giorni della rivolta contro Mubarak se ne sono rimasti nascosti, per evitare la repressione, e soltanto dopo sono “comparsi” nelle piazze e si sono uniti ai manifestanti che già le occupavano.

Se la profondità è quella di una rivolta [purtroppo largamente inconsapevole] contro il Nuovo Capitalismo Finanziarizzato e le sue spietate dinamiche, la superficie del fenomeno ci mostra, più che l’innesco di un vero e proprio processo rivoluzionario, una sollevazione del Popolo contro il Despota – il Dittatore Ben Alì, il Faraone Mubarak, l’Eroe della Rivoluzione Gheddafi – simile alle rivolte dei popoli europei, nell’Ottocento, contro i sovrani, da quelle del 1830 al sanguinoso epilogo, nel maggio del 1871, della breve ed eroica esperienza della Comune di Parigi.

Vi è poi qualche somiglianza con i vecchi “moti del pane”, in cui si rivendicava un po’ di giustizia sociale, si chiedeva pane e lavoro, come nel caso della sollevazione della popolazione di Milano nel maggio 1898, repressa a suon di cannonate per ordine di re Umberto I di Savoia dall’ottuso generale Bava Beccaris.

Accanto all’antica “ira popolare”, in queste sommosse hanno avuto un ruolo le nuove tecnologie per la comunicazione, i blog come quello di Zenobia in Egitto e i programmi per telefonare come skipe, a dimostrazione che accanto alle ombre del passato e all’atavica fame di libertà dei popoli si materializza un futuro in cui virtualità e tecnologie influenzano la vita reale, gli scontri sociali e quelli politici.

Ma non si può parlare di vere Rivoluzioni, purtroppo, in relazione ai moti di Tunisia, di Egitto e di Libia, poiché l’obbiettivo cosciente e immediato è quello di liberarsi del despota e del suo regime, non di sovvertire completamente l’ordine costituito, di trasformare le istituzioni occupate per l’instaurazione di un nuovo socialismo e di cacciare, assieme al despota, le multinazionali, i comitati d’affari e il capitale finanziario globalista.

Tutto ciò potrà forse verificarsi in futuro, se i militari che occupano il potere in situazioni di emergenza non restaureranno una forma di dispotismo senza il despota, la tirannia senza il tiranno ormai morto, moribondo o fuggito, o se gli integralisti islamici non approfitteranno dell’occasione per installarsi saldamente al potere e stabilire la loro legge arcaica e liberticida.

Quale sarà l’effetto sugli equilibri planetari di questi grandi sommovimenti, di questi moti di popolo dal Mediterraneo al Golfo Persico, non ancora conclusi, e forse, appena iniziati?

Questo lo potrà rivelare soltanto il futuro, ma una cosa è certa: all’attivismo vitale delle masse arabe e nordafricane si contrappone l’inerzia di molte popolazioni europee, prima fra tutte quella italiana, che avrebbe numerose ragioni per seguire l’esempio egiziano o quello libico.

Davanti all’entusiasmo, alla rabbia e al sacrificio dei nordafricani, gli italiani dovrebbero provare almeno un po’ di vergogna e trovare il coraggio per sussurrare: Evviva i Topi di Tobruch!

 

I Topi di Tobruch di Eugenio Orsoultima modifica: 2011-02-23T18:28:00+01:00da derosse
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