L’insostenibile leggerezza del capitalismo. Testi sacri capitalistici. Secondo capitolo: Milton Friedman e il Nuovo Testamento di Eugenio Orso

 

 

 

Pubblico il quarto ed ultimo capitolo del saggio L’insostenibile leggerezza del capitalismo. Testi sacri capitalistici con la precisazione che si tratta del più importante.

Il Nuovo Capitalismo del terzo millennio è strutturalmente diverso dal capitalismo dello scorso secolo, e si muove secondo nuove linee evolutive, poiché la Creazione del Valore finanziario, azionario e borsistico è di alcuni passi oltre la classica estorsione marxiana del plusvalore nella fabbrica e nei tradizionali circuiti produttivi.

Le peculiarità del capitalismo contemporaneo, in quanto nuovo modo di produzione sociale, sono presenti, in una forma più che embrionale, nel libro Capitalism and Freedom di Friedman, che non è una delle tante opere di economia  politica o monetaria del Novecento, ma principalmente un testo politico con importanti riflessi ideologici e la vera e propria bibbia del Nuovo Capitalismo.

 

 

 

 

L’insostenibile leggerezza del capitalismo

Testi sacri capitalistici

 

 

 

 

Milton Friedman e il Nuovo Testamento

 

Esiste un libro non troppo noto in Italia – edito nel 1967 da Vallecchi editore di Firenze e pubblicato per la prima volta negli Stati Uniti da The University of Chicago nel 1962, in anni in cui il keynesismo riscuoteva indubbi successi e la riforma capitalistica era in pieno corso – che non è un testo “tecnico” di economia politica, che non si vale dell’algebra e non contiene rappresentazioni grafiche o articolati modelli matematici, che non discute della curva di Phillips e delle sue implicazioni, del pieno impiego capitalistico, dell’impresa negli aspetti puramente economici o dell’aggregato della domanda e delle sue componenti.

E’ un’opera squisitamente politica, pur con dirette implicazioni economiche e sociali, poiché ci parla del liberalismo, nel senso europeo assegnato a questo termine, in un periodo in cui la visione liberalcapitalista non era ancora dominante come lo è stata in questi ultimi due o tre decenni, ma in cui, a detta dello stesso autore, i suoi propugnatori non erano più “uno sparuto manipolo prossimo all’estinzione”, rappresentando nell’occidente del mondo una forza intellettuale in progressiva crescita [come purtroppo abbiamo avuto modo di constatare, soprattutto in questi anni].

Questo libro è Capitalism and Freedom [Efficienza economica e libertà, nella versione italiana edita da Vallecchi] e l’autore non può essere che il “solito” Milton Friedman, da chi scrive già definito ironicamente – ma non troppo – l’”anima nera” del Nuovo Capitalismo.

Il preteso nesso fra l’efficienza economica, nel solco dell’ideologia capitalistica del progresso che esalta in tutti i suoi aspetti la cosiddetta tecnoeconomia, e la libertà dell’uomo, da intendersi in senso “liberale classico”, è il filo conduttore che pervade tutti i capitoli dell’opera friedmaniana, offrendoci una visione del mondo ed una concezione dell’uomo destinata a connotare il Capitalismo del Terzo Millennio e ad informare la sua classe dominante, quella globale.

Se tutto si diparte dalla concezione della libertà umana di matrice liberale, è su questo punto che la critica al Friedman di Capitalismo e Libertà deve iniziare, prima ancora di investire la questione dell’Efficienza Economia garantita dal “capitalismo concorrenziale”, che costituirebbe una conseguenza desiderabile dell’adozione del punto di vista liberale, o meglio, il suo principale effetto storico positivo.

Si può partire, per operare questa critica, dalla fine, ed in particolare dal capitolo dodicesimo, dedicato all’alleviamento della povertà, in cui, discutendo di liberalismo ed egualitarismo come due visioni diverse e sostanzialmente contrapposte, Friedman scrive le seguenti ed apparentemente belle parole:

Il fondamento della filosofia liberale è la fede nella dignità dell’individuo, nella libertà di trarre il massimo vantaggio dalle sue capacità e opportunità conformemente alle sue possibilità, alla sola condizione limitativa che non interferisca nella libertà di altri individui di fare lo stesso.

[Milton Friedman, Efficienza economica e libertà, Capitolo dodicesimo]

Dopo questa “sviolinata” che esalta genericamente la libertà individuale, da tutti teoricamente fruibile in un contesto politico liberale, arriva subito la doccia fredda, che ci riporta alle effettive durezze della realtà sociale liberalcapitalistica ed alla scissione, sommamente ipocrita, fra la libertà formale – che non significa nulla, poiché non è da tutti fruibile, ma è garantita soltanto ad una minoranza di dominanti – e quella effettiva, che è negata, per i risvolti rivoluzionari che potrebbe comportare, dallo stesso Friedman:

Ciò implica, per un verso, la fede nell’eguaglianza degli uomini; ma, per un altro verso, la fede nella loro disuguaglianza. Ogni uomo ha un eguale diritto alla liberà [formale e non effettiva come si comprenderà meglio in seguito, n.d.s.]. Questo è un diritto importante e fondamentale [esattamente come i fantomatici e generici “diritti umani” che oggi giustificano le azioni militari della potenza americana, n.d.s.], proprio perché gli uomini sono differenti [giustificazione pelosa delle ineguaglianze sociali basata sul riconoscimento dell’unicità dei singoli, n.d.s.], perché l’uno desidera fare, con la sua libertà, cose diverse da quelle che desidera fare l’altro, e in codesto processo può contribuire più che un altro alla cultura generale della società nella quale molti uomini vivono.

[Ibidem]

Ed infine, il “colpo da maestro” che ci rivela dove vuole andare a parare Friedman:

Il liberale, quindi, distingue nettamente tra eguaglianza di diritti ed eguaglianza di opportunità, da una parte, ed eguaglianza materiale o eguaglianza di risultato dall’altra.

[Ibidem]

L’eguaglianza, nella concezione liberale friedmaniana, può costituire semmai un prodotto secondario della “società libera” da lui auspicata, in cui dominano capitalismo concorrenziale, iniziativa economica privata e meccanismi di mercato, e pur approvando la privatissima carità dei singoli, quale primo e più accettabile veicolo per alleviare le sofferenze dei poveri e dei subalterni nella “società libera capitalistica”, o persino un limitato interventismo statale atto allo scopo, il vero liberale non può tuttavia che rammaricarsi del fatto che in questo modo si sostituisce l’azione forzata all’azione volontaria. [Ibidem]

Infatti, destinando risorse all’assistenza dei subalterni più poveri si viola la libertà formale, considerata dal liberale intangibile perché rappresenta niente altro che il riconoscimento della libertà delle élite dominanti di spadroneggiare su tutto e su tutti, senza vincoli etici, politici, religiosi ed imposizioni governative per la ridistribuzione della ricchezza.

In ciò vi è una condanna senza appello dello stato sociale e del riformismo socialdemocratico, oltre che, naturalmente, di tutte le forme di collettivismo, a partire da quella sovietica, che negli anni cinquanta e sessanta rappresentava un’alternativa insidiosissima al capitalismo occidentale.

E’ chiaro che se si adotta questo punto di vista, teso a nascondere la realtà sociale capitalistica e le sue pesanti implicazioni in relazione all’effettiva praticabilità della libertà e dei diritti per moltissimi, “egualitarismo” diventa un’espressione sommamente negativa, poiché l’egualitario è colui che intende togliere ad alcuni [la classe dominante capitalistica] per dare agli altri [il resto del genere umano, largamente maggioritario].

Così, secondo l’ultraliberista Friedman, l’eguaglianza entra nettamente in conflitto con la libertà, e bisogna scegliere [Ibidem], perché non si può essere nello stesso tempo egualitario e liberale.

Su questa ultima, chiara affermazione del professor Friedman lo scrivente, che è un irriducibile egualitario, antiliberaldemocratico, anticapitalista ed antiglobalista, concorda in pieno e senza riserve, riconoscendo l’esistenza di due fronti contrapposti ed inconciliabili, perché informati da un’opposta concezione dell’uomo e del suo ruolo nel mondo.

Volendo fare un po’ d’ironia attraverso una metafora apparentemente ingenua, l’egualitario stigmatizzato da Friedman quale portatore di idee e di istanze da respingere, è come il Robin Hood che rubava ai ricchi per dare ai poveri – costretto a nascondersi nella foresta di Sherwood, come sono costretti alla “clandestinità politica”, oggi, i veri egualitari ed anticapitalisti –, mentre quel tristo Sceriffo di Nottingham che voleva neutralizzarlo in nome di una pretesa legalità, ma nella realtà in nome dei privilegi e dell’arbitrio dei potenti, è simile ad un “agente” del liberalismo friedmaniano.

Per correggere questa spietata visione, che in concreto imporrebbe di abbandonare al suo destino la parte povera della società, lasciandola in balia del Libero Mercato autoregolantesi [che Friedman nella sua opera chiama “capitalismo concorrenziale”], l’autore propone il palliativo di un’imposta negativa sul reddito, a vantaggio degli “incapienti”, che corrisponderebbe ad un piccolo sussidio concessogli, ma lo fa controvoglia, perché la sua prima cura, in quanto liberale estremista ed ultracapitalista [esattamente il contrario dello scrivente: Zenit e Nadir], è che tutti i programmi dovrebbero passare sotto le “Forche Caudine” del Mercato, per non distorcerlo e comprometterne il funzionamento.

Saltando dal penultimo capitolo di Capitalismo e libertà all’introduzione, notiamo che vi è un’intima [e per certi versi ammirevole] coerenza fra i concetti che l’autore esprime alla fine e all’inizio dell’opera, in quanto la “libertà” di matrice liberale, difesa a spada tratta dalla prima all’ultima pagina, nell’avvio del libro si confronta con l’ingombrante presenza dello stato.

Per discutere della funzione riservata all’entità stato dai veri liberali, del ruolo del pubblico nell’economia e, in definitiva, del cruciale rapporto fra Stato e Mercato, Friedman prende le mosse da un celebre passo del messaggio inaugurale del presidente J. F. Kennedy alla nazione, che conviene riportare di seguito:

Non bisogna chiedersi che cosa il nostro paese può fare per noi, ma chiedersi che cosa noi possiamo fare per il nostro paese.

[Milton Friedman, Efficienza economica e libertà, Introduzione]

Questo passaggio del discorso kennedyiano è giudicato da Milton Friedman negativamente, poiché nessuna delle due proposizioni dell’alternativa rispecchia gli ideali dell’uomo libero [o meglio, del vero liberale, per il quale conta esclusivamente la libertà economica], essendo la prima – cosa il nostro paese può fare per noi – una formula paternalistica e deresponsabilizzante nei confronti dell’individuo, che a taluni oggi può ricordare lo “stato-mamma” dei tempi della loro giovinezza e del welfare [lo scrivente, nato nel 1958, è fra questi], mentre la seconda proposizione, preferita da Kennedy – cosa noi possiamo fare per il nostro paese –, sarebbe una formula organicistica, da respingere quanto la prima, poiché in tal caso il governo diventerebbe il signore e il cittadino il servo.

Ma quale è allora la formula “magica” proposta dal liberale friedmaniano per scongiurare sia il pericolo dello stato paternalistico sia quello dello stato organicistico?

Il vero liberale non ammette l’esistenza di un obiettivo nazionale che non sia la convergenza degli obiettivi che i cittadini individualmente perseguono [Ibidem], e quindi la riformulazione corretta in senso liberale della celebre frase di J. F. Kennedy sarebbe: che cosa io e i miei concittadini possiamo fare per mezzo del governo? [Ibidem]

Questa formulazione, che superficialmente potrebbe essere giudicata suggestiva, democratica e addirittura condivisibile, nasconde l’obiettivo politico concreto e prioritario della limitazione dell’ambito di attività del “governo” [l’espressione governo è utilizzata nel libro come sinonimo di stato, ed in particolare di stato e di amministrazione federale, essendo Friedman un americano], di una conseguente riduzione delle competenze e dell’autonomia statale ai minimi termini, ponendo l’organizzazione statuale al completo servizio del Libero Mercato, che è l’altro nome del capitalismo concorrenziale friedmaniano.

La frase “che cosa io e i miei concittadini possiamo fare per mezzo del governo?” dovrebbe perciò essere interpretata alla luce dei veri scopi che animano i liberali e andrebbe letta nel modo seguente:

Come possiamo usare lo stato, noi, che siamo proprietari dei mezzi di produzione, che muoviamo i capitali finanziari, che non gradiamo la redistribuzione delle risorse e il controllo dei mercati, per perseguire i nostri interessi economici privati e i nostri scopi di potere?

Secondo il Friedman di Capitalismo e libertà, fondando lo stato sull’intrapresa privata – sorgente del potere della classe dominante mascherata da cooperazione volontaria fra gli individui – il settore privato può tenere a freno l’autorità del “settore governativo”, ma per smantellare progressivamente questa autorità esterna alle logiche del capitalismo concorrenziale, ed evitare che interferisca con il Libero Mercato, è auspicabile che oltre alla riduzione di competenze vi sia la deconcentrazione, con un trasferimento di decisioni verso il basso, al livello locale.

La limitazione della sovranità politica e monetaria degli stati è diventata una realtà in Europa, grazie all’Unione Europea che sorveglia per conto delle élite i governi, alla moneta unica gestita da un organismo sopranazionale privato come la BCE, alle regole imposte dall’alto ai paesi membri, con gli stati europei che hanno perso progressivamente autonomia nel definire le politiche economiche, finanziarie e sociali da adottare, trasformandosi in sponsor o puri testimoni dell’espansione del Mercato.

Se la decisione politica su materie essenziali è trasmigrata verso l’alto, sottratta al controllo politico nazionale, si è manifestata in questi ultimi anni nella stessa Europa una certa tendenza al decentramento fiscale e amministrativo, che implicata il trasferimento verso il basso, in una dimensione regionale, locale o municipale, delle decisioni che riguardano questioni importanti ma non strategiche.

Alla luce di quanto sta accadendo nel nostro presente, in relazione al prevalere del Mercato sullo Stato ed alla riduzione dell’autonomia e delle competenze dei “governi”, possiamo affermare che mezzo secolo fa l’estremista liberale Milton Friedman è stato addirittura profetico, e il suo “consiglio” di indebolire lo stato, limitandone attività e funzioni con il fine del rafforzamento del Libero Mercato, è stato pienamente accolto dalle nuove élite globaliste.

Per motivare adeguatamente la necessità dell’indebolimento di stati e governi e del contestuale rafforzamento dei mercati, il professor Friedman tira in ballo democrazia e libertà politica, sostenendo che se la libertà economica è desiderabile in quanto rappresenta un fine in sé, e costituisce una parte rilevante [la più rilevante, nell’ottica liberalcapitalistica] della libertà totale degli individui, la stessa è anche un indispensabile mezzo per la realizzazione della libertà politica. [Milton Friedman, Efficienza economica e libertà, Capitolo primo]

Soltanto il capitalismo concorrenziale – non certo l’economia pianificata o quella mista – può favorire la libertà economica e quindi la libertà politica, nonché la deconcentrazione del potere politico-amministrativo, rendendoci tutti più liberi e più felici, come infatti constatiamo nel nostro presente, in cui crisi economica, disoccupazione, precarietà e sotto-occupazione, riduzione dei redditi e dei diritti dei subalterni la fanno da padroni …

Se è vero che Il Mercato Rende Liberi, Friedman sostiene che il capitalismo costituisce senz’altro una condizione necessaria, ma purtroppo non sempre sufficiente per favorire la libertà politica, e che non tutte le combinazioni fra assetti politici e assetti economici sono possibili, auspicabili e desiderabili.

Con la chiarezza che lo contraddistingue, quello che possiamo simbolicamente definire il padre del Nuovo Capitalismo del ventunesimo secolo, pone in rilevo l’intimo nesso esistente fra economia e politica, contrariamente alla credenza diffusa che si tratta di campi distinti e non correlati, stigmatizzando in chiave negativa [guarda caso] i socialdemocratici della sua epoca, che promuovevano le libertà politiche ed individuali ma accettavano alcuni tratti essenziali dell’assetto economico sovietico, non certo favorevole all’iniziativa economica privata.

Pur apprezzando il riconoscimento, da parte di Friedman, dell’intima connessione fra politica ed economia e il conseguente disvelamento dell’inganno accademico [da lui definito “credenza diffusa”] che le separa artificiosamente in teoria politica liberale e teoria economica liberista, essenzialmente per non farci comprendere la sostanza del capitalismo, seguendo questa via il nostro ha semplicemente voluto affermare che il miglior compendio del capitalismo concorrenziale, sul piano politico, è la democrazia di matrice liberale, la quale non potrebbe esistere senza il capitalismo.

In questi anni di passaggio dal capitalismo del secondo millennio a quello del terzo – vissuti sotto il segno di Capitalismo e libertà –, per “esportare” il rapporto sociale capitalistico [e la cosiddetta economia di mercato] in aree del mondo estranee alla sua genesi e alla sua affermazione, si è fatto largamente ricorso allo strumento bellico, giustificando la guerra con la necessità di abbattere regimi dittatoriali, liberare popoli, far trionfare i diritti umani e, per l’appunto, la democrazia liberale come la intendeva Milton Friedman.

La libertà individuale, formalmente riconosciuta a tutti, senza distinzioni di censo, di sesso, di opinioni politiche o di religione, ma nel concreto identificata come la libertà d’iniziativa economica, e quindi intimamente legata ai diritti intangibili riconosciuti alla proprietà privata, è assunta come supremo criterio di valutazione degli assetti economici, e quindi non può che legarsi indissolubilmente al liberalcapitalismo e al dominio dei mercati.

Il matrimonio ineguale fra l’assetto politico liberaldemocratico e l’assetto economico liberista, o meglio, ultraliberista globalizzato, in cui dominano le ragioni di Mercati e Investitori, è una caratteristica dell’ultimo ventennio, ed è assolutamente coerente con il discorso friedmaniano, sviluppato nella fondamentale opera Efficienza economica e libertà fra la seconda metà degli anni cinquanta [risultato di una serie di conferenze nel giugno 1956 allo Wabash College] e l’inizio dei sessanta, quando i “veri liberali” non erano forti e dominanti quanto lo sono oggi, sotto il segno della Global class capitalistica.

L’economista americano individua nel Mercato Libero la via da seguire per ridurre il numero delle questioni decise per via politica, per garantire il rispetto di un’ampia diversità di opinioni e quindi lo definisce come un efficiente sistema di rappresentanza proporzionale, che sostituisce le decisioni politiche sottomesse al voto e al consenso delle maggioranze.

Come al solito chiarissimo, il “solito” Milton Friedman della Scuola di Chicago sostiene che:

Sottraendo l’organizzazione dell’attività economica al controllo dell’autorità politica, il mercato elimina questa fonte di potere coercitivo. Esso consente alla forza economica di limitare il potere politico piuttosto che rafforzarlo.

[Ibidem]

Estendendo l’azione dei meccanismi impersonali del mercato, esattamente come sta accadendo oggi, non solo si riduce la decisione per via politica e si sottrae la stessa alle maggioranze elettorali, rimettendola, nella realtà, in mani elitistiche –sottraendola del tutto, è bene ribadire, all’approvazione dei subalterni che la subiscono –, ma si favorisce il deconcentramento verso il basso, con la frantumazione del quadro politico-amministrativo in una miriade piccoli [e quindi deboli] “governi indipendenti”.

Questa tendenza alla frantumazione del quadro politico-amministrativo, caldeggiata a suo tempo da un preveggente Friedman, emerge oggi nel pessimo federalismo fiscale leghista in Italia, nel separatismo che minaccia il Belgio ed in altre situazioni in cui la minaccia regionalista “preme alle porte”, portando acqua al mulino della nuova classe dominante globale, che per consolidare la propria presa sulle società, quantomeno in Europa, ha la necessità di indebolire e ridurre al lumicino le grandi organizzazioni statuali.

Un altro aspetto inquietante, che emerge in Capitalismo e Libertà ed in particolare nell’avvio del secondo capitolo, tutto dedicato al ruolo [minore] che dovrebbe essere riservato al governo in una società libera, è il nesso fra un capitalismo liberista portato alle estreme conseguenze e il cosiddetto anarchismo di mercato o anarcoliberismo, che costituisce un filone minoritario ma significativo del pensiero anarchico.

Chi scrive è profondamente convinto che esiste qualche importante elemento comune, fra la concezione dell’individuo espressa dal pensiero liberale e quella espressa dal pensiero anarchico [soprattutto nella variante anarco-individualistica], ma in tale caso la vicinanza è fra un “guru” liberalcapitalistico, un premio Nobel per l’economia molto considerato, in passato, negli ambienti politici e dell’amministrazione americana, e quella parte minoritaria dell’anarchismo, presente nel Nord America ed anche in Europa, che individua nell’organizzazione statale, nelle sue istituzioni e nella sua burocrazia politica e amministrativa il principale nemico da abbattere, e nell’iniziativa economica privata più selvaggia ed incontrollata, lasciata totalmente libera di agire sul mercato, un veicolo per la liberazione dell’uomo.

Per quanto ciò può sembrare frutto di un delirio, o l’effetto di un’autentica pazzia, visti i riflessi negativi dell’ultraliberismo realizzato sulla nostra stessa vita quotidiana – con gli anarco-mercatisti, rothbardiani o agoristi che siano da consegnare in blocco alle cure psichiatriche –, il discorso è serio e deve essere brevemente affrontato da un punto di vista diverso da quello clinico, poiché l’anarchismo di mercato non è che l’estremizzazione in forma caricaturale [e grottesca] di quel pensiero ultraliberista ed antistatalista di cui Milton Friedman è stato uno dei più illustri esponenti e pubblicisti, se non il maggiore in assoluto, durante il Novecento.

In Capitalismo e Libertà, lo stesso Friedman ci rivela di avere un debole per la suggestione anarchica, in quanto “uomo libero capitalistico” che si rimette interamente alla Legge del Mercato autoregolantesi, ma si ferma a tempo debito, ammettendo, non senza rammarico, che per quanto è desiderabile la “libertà assoluta” – ovviamente economica, riservata esclusivamente a chi ha i mezzi per potersela godere –, questa non rientra nell’ordine del possibile in un mondo di uomini imperfetti, e che quindi è necessario tollerare la presenza delle classiche istituzioni statuali.

Descrivendo i ruoli essenziali ai quali si deve ridurre il governo in una società capitalistica “libera”, il professor Friedman afferma quanto segue:

Questi sono, dunque, i ruoli essenziali del governo in una società libera: fornire i mezzi per ogni possibile modifica delle regole, mediare le divergenze di opinioni sul significato delle regole stesse e imporne il rispetto da parte di quei pochi che, senza tale imposizione, non starebbero al gioco.

L’esistenza di un governo, da questo punto di vista, è resa necessaria dal fatto che la libertà assoluta è impossibile. Per quanto seducente possa essere sotto il profilo dottrinale, l’anarchia, essa, tuttavia, non è attuabile in un mondo di uomini imperfetti.

[Milton Friedman, Efficienza economica e libertà, Capitolo secondo]

Lo stato, in quanto legislatore ed arbitro, deve fissare le “regole del gioco” e soprattutto favorire lo sviluppo del capitalismo concorrenziale, ma se lo stato è controllato direttamente o indirettamente dalle élite – come accade nel tempo presente, in cui i globalisti occidentali controllano indirettamente l’entità stato, e gli “emergenti” orientali della classe globale la controllano in alcuni casi direttamente –, a vantaggio di chi lo stato svolge la sua funzione di arbitro?

La risposta è scontata, ed è opposta a quella ci darebbe il chiarissimo professore di Chicago, se fosse ancora fra noi.

Nei capitoli di Capitalismo e Libertà che seguono il secondo, Milton Friedman affronta vari temi particolari a sostegno delle sue tesi, dal controllo della moneta [che non poteva mancare, trattandosi di un suo “cavallo di battaglia” storico] alla proposta di misure per il conseguimento del benessere sociale, dagli assetti finanziari e commerciali internazionali alla distribuzione del reddito, tutte interessanti ed importanti questioni che qui purtroppo non è possibile affrontare analiticamente per ragioni di spazio, ma è necessario concentrarsi su due specifiche questioni, sollevate da Friedman nell’economia dell’opera, la seconda delle quali è ancor più decisiva della prima.

Per quanto riguarda la distribuzione del reddito, il nostro cerca di giustificare la sua “naturale” avversione, in quanto liberista estremo, per quello che definisce il livellamento dei redditi nella società, imputandone la diffusione delle propensioni nei paesi occidentali al “cattivo esempio” rappresentato dal collettivismo.

La propensione egualitaria che informa il cosiddetto livellamento dei redditi, lungi dall’essere concepita per quello che effettivamente è, e cioè un’affermazione dell’etica e della socialità sulle impersonali, ingiuste e spietate dinamiche mercatiste, per Friedman è una negazione inaccettabile del “principio etico” capitalistico concorrenziale, come, del resto, per lui il benessere non deve essere preferito alla libertà individuale capitalistica, se la nega.

Scrive l’economista americano:

Il principio etico che giustifica la distribuzione del reddito in una società di libero mercato è questo: “a ciascuno secondo quanto egli stesso e gli strumenti che possiede producono”.

[Milton Friedman, Efficienza economica e libertà, Capitolo decimo]

La disuguaglianza fra gli uomini, in altre parole, è un dato ineliminabile, qualcosa che non può essere corretto, a meno di violare, con la coercizione – intendendo per coercizione l’intervento ridistibutivo dei redditi da parte dello stato, o le limitazioni imposte al Libero Mercato – le intangibili libertà economiche dell’individuo liberale, nonché il principio fondamentale dell’economia di mercato, che è la cooperazione realizzata mediante lo scambio volontario fra privati.

Non si può rimuovere o attenuare significativamente la disuguaglianza fra gli uomini, secondo Friedman, in quanto la maggior parte delle differenze sociali, di posizione o di ricchezza, possono essere considerate, se le si considera con sufficiente distacco, come il prodotto della sorte. [Ibidem]

In tale caso, il grande economista e monetarista non trova giustificazioni migliori alle sue affermazioni contro l’egualitarismo – che nascondono, con tutta evidenza, la difesa degli interessi proprietari e imprenditoriali dei dominanti capitalistici – della dea fortuna che è cieca come la dea giustizia e distribuisce i suoi doni a caso, oppure porgendo l’esempio della lotteria che è un tipo gioco di sorte, rivelando così una certa difficoltà nel sostenere le sue tesi con solide argomentazioni.

Un po’ come affermare: se siete poveri prendetevela con la sorte, con la “lotteria della vita”, e non con chi costruisce le sue fortune sulla vostra povertà!

La seconda questione posta da Friedman, che chiude la presente analisi, è ancora più importante di quella che riguarda la distribuzione dei redditi, ed è contenuta nel capitolo ottavo di Capitalismo e libertà, in cui si tratta del monopolio [inviso all’autore] e soprattutto della responsabilità sociale degli imprenditori e dei lavoratori.

Quante volte abbiamo sentito, in questi ultimi anni, gli “utili idioti” del Nuovo Capitalismo o individui in aperta malafede invocare, come palliativo alle crescenti disuguaglianze sociali, alla distruzione di posti di lavoro, alla compressione dei redditi e dei diritti dei lavoratori, la mitica “responsabilità sociale dell’impresa”?

Qualcuno ne vorrebbe fare addirittura un paradigma di questo capitalismo, convinto che l’assunzione – volontaria! – di responsabilità nei confronti delle comunità e degli stati nei quali operano da parte delle imprese capitalistiche, dei grandi gruppi industriali e finanziari, possa scongiurare, o almeno rallentare, il depauperamento di gran parte della popolazione.

A chi non è in malafede e pensa che ciò sia effettivamente possibile – rivelando così di poter credere oltre al capitalismo misericordioso anche ad un prossimo sbarco degli alieni sulla terra – si può tentare di far leggere le parole scritte, mezzo secolo fa, da Milton Friedman, profetiche al punto che tolgono ogni speranza a riguardo di un capitalismo più misericordioso ed escludono anche la mera possibilità della cosiddetta responsabilità sociale d’impresa:

Poche tendenze possono scardinare in maniera così totale i fondamenti della nostra società libera, come l’accettazione, da parte dei dirigenti delle imprese, di una responsabilità sociale diversa dalla pura e semplice responsabilità di guadagnare la maggior quantità possibile di denaro per i loro azionisti. Si tratta, infatti, di una dottrina fondamentalmente sovversiva.

[Milton Friedman, Efficienza economica e libertà, Capitolo ottavo]

L’unica e la sola responsabilità che deve assumersi colui che gestisce l’impresa è quella nei confronti della proprietà azionaria, realizzando il massimo profitto possibile per gli azionisti, ed è sovversivo anche soltanto permettersi di pensare che vi possa essere una responsabilità sociale diversa.

In termini un po’ più tecnici, esiste una responsabilità degli amministratori nei confronti di tutti gli stakeholders non azionisti, trattandosi di gruppi o individui che incidono sulle sorti dell’impresa dai dipendenti ai fornitori, dai clienti alle agenzie governative – e che sono interessati ai suoi risultati economici, ed anche nei confronti di entità ed individui che non sono essenziali per la sopravvivenza dell’impresa stessa, ma che possono influenzarla od esserne influenzati, come ad esempio le comunità locali, i gruppi d’interesse pubblico e le associazioni dei consumatori.

Ebbene, se si adotta l’ottica “liberale” estrema di Friedman, tutti coloro che non sono azionisti, che non ne costituiscono la proprietà, tendono a sfumare e l’impresa può permettersi nei loro confronti comportamenti “irresponsabili”, la qual cosa diventa particolarmente rilevante nei confronti dei dipendenti, che sono il gruppo più esposto di stakeolders e il più interessato alle politiche aziendali dopo la proprietà.

Ciò significa che soltanto l’interesse di chi è shareholder, ossia azionista, può avere un peso nelle decisioni di gestione e nei piani all’uopo approntati.

Il principio friedmaniano della responsabilità degli amministratori dell’impresa nei confronti della sola proprietà [gli Investitori], per il conseguimento del massimo profitto [il Valore Creato], sposandosi con l’autonomizzazione della dimensione finanziaria, la sua intangibilità e la moltiplicazione dei prodotti finanziari e delle loro dimensioni in termini di valore [i Mercati], senza precedenti storici così come si è verificata in questo ultimo ventennio, è alla base dell’affermazione del paradigma ultraliberista della Creazione del Valore.

Questo è il principio al quale si ispirano i grandi manager che gestiscono organismi produttivi per conto della proprietà globalista, ed infatti, questo è anche il principio osservato da Sergio Marchionne quando ha imposto, in Italia, gli accordi separati per gli stabilimenti Fiat di Pomigliano d’Arco e di Mirafiori, o quando ha decretato la chiusura di quello di Termini Imerese, minacciando di andarsene dal paese in caso di rifiuto delle sue condizioni da parte di sindacati e lavoratori.

A chi ha risposto fino ad ora Marchionne e che razza di “responsabilità” emerge dalle sue azioni, devastanti sul piano sociale, dell’occupazione, dei redditi e dei diritti dei lavoratori?

Nella più perfetta aderenza alle parole di Friedman prima riportate, Marchionne ha risposto esclusivamente ai Mercati ed agli Investitori, cioè alla proprietà azionaria che conta, rendendo “più dinamico” il titolo Fiat in borsa – il suo vero e principale scopo –, creando così valore finanziario, azionario e borsistico per la proprietà e per sé stesso in quanto percettore di stock options, ma fungendo contemporaneamente da “sponda” per gli interessi americani, in quanto nel suo dopo Cristo, come lui stesso ha definito questo presente, Cristo è morto [per questo motivo il capo mercenario globalista ha parlato di “dopo Cristo” davanti ad un’assemblea di cattolici!], il capitalismo si è trasformato rispetto a ciò che è stato nel secondo millennio, aprendo un Nuovo Evo della storia umana, e ciò che rimane è soltanto la Creazione del Valore, Finanziario, Azionario e Borsistico, che è il paradigma fondamentale del Nuovo Capitalismo del Terzo Millennio.

Esempi negativi come quello del canadese Marchionne [se lo prenda il Canada un simile individuo, pur se di origine italiana!] se ne potrebbero porgere molti altri, di uguale o di minore importanza e di pari od uguale dimensione economico-finanziaria, ma quello che più conta è che su tutti questi casi aleggia lo spirito ultraliberale e ultraliberista di Milton Friedman, “anima nera” indiscussa ed ideologo, ancor prima che economista, di questo capitalismo.

Perciò, il “testo sacro” del capitalismo contemporaneo, che annuncia la nascita di un nuovo modo di produzione sociale caratterizzato da cinque elementi strutturali – rapporti produttivi, sviluppo delle forze produttive, crisi come assetto strutturale, manipolazione antropologico-culturale dei subalterni e, appunto, creazione del valore ben oltre la classica estorsione del plusvalore – non può essere che il testo politico, ideologico ed economico intitolato Capitalism and Freedom e comparso la prima volta nell’ormai lontano 1962, del quale si è proposta una breve e forse insufficiente analisi critica in questa sede.

Nel libro di Friedman, che costituisce sia una sorta di Nuovo Testamento capitalistico sia un Manifesto Ideologico della Global class, e più ancora che nel buon, Vecchio Testamento smithiano della Ricchezza delle Nazioni, ci appare in tutta la sua evidenza l’insostenibile leggerezza del capitalismo.

 

L’insostenibile leggerezza del capitalismo. Testi sacri capitalistici. Secondo capitolo: Milton Friedman e il Nuovo Testamento di Eugenio Orsoultima modifica: 2011-02-15T10:43:00+01:00da derosse
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