L’insostenibile leggerezza del capitalismo. Testi sacri capitalistici. Secondo capitolo: Dalla Riforma Keynesiana alla Controriforma Liberalcapitalistica di Eugenio Orso

 

 

 

 

 

L’insostenibile leggerezza del capitalismo

Testi sacri capitalistici

 

 

 

 

 

 

 

Dalla Riforma Keynesiana alla Controriforma Liberalcapitalistica 

 

Nei nuovi contesti politici, sociali e culturali che si delineavano alla fine degli anni settanta e agli inizi degli ottanta, la grande proprietà tornava al comando dell’impresa, dopo l’affermazione del cosiddetto capitalismo manageriale e l’avvento della figura professionale del manger non proprietario, incaricato della gestione d’impresa, e la caduta del saggio di profitto verificatasi fra gli anni sessanta e gli anni ottanta,

Si è proceduto, con Reagan in America e Thatcher in Gran Bretagna, alla riduzione dei carichi fiscali per i ricchi, comprimendo salari e spesa pubblica, e si è affermata la cosiddetta teoria quantitativa della moneta dell’ultraliberale Milton Friedman, con gli interessi, i profitti e la moneta [l’offerta di moneta al sistema, in particolare] che riacquistavano centralità ponendo in ombra la questione dell’occupazione che tanto aveva assillato i keynesiani.

Il misconoscimento della centralità dell’occupazione e la nozione di tasso naturale di disoccupazione all’uopo costruita, la volontà di procedere agli sgravi fiscali, guarda caso a favore della parte più abbiente della società, e la lotta senza quartiere all’inflazione hanno caratterizzato, da un punto di vista delle politiche economiche e monetarie, la “controriforma” capitalistica in occidente.

Contro l’interventismo statale e la redistribuzione della ricchezza, Milton Friedman, consigliere prima di Goldwater, poi di Nixon e di Reagan, ultraliberale e sostenitore dell’intangibilità della libertà economica privata e di un capitalismo selvaggio, da lui definito concorrenziale, ha riportato in vita gli spettri della famigerata teoria quantitativa della moneta caduta in disgrazia dopo gli eventi del ’29, battendosi contro le politiche, socialmente più misericordiose, che incentivavano la domanda ma suscitavano il fenomeno inflazionistico, in ciò aiutato non poco dall’incapacità dei keynesiani di venire a capo, utilizzando il loro impianto teorico, del fenomeno della stagflazione [aumento dei prezzi e contestuale stagnazione economica] che minacciava di divorare i redditi e le possibilità di sviluppo.

La cosiddetta rincorsa prezzi/ salari, che rallenta il movimento dello “squalo capitalistico” alimentando stagnazione e inflazione, fu scongiurata accantonando le politiche espansive suggerite da John Maynard Keynes, bloccando la crescita dei salari e quindi, nel concreto, trasferendo quote crescenti di prodotto dal Lavoro al Capitale, con l’adozione del punto di vista dell’economia dal lato dell’offerta e delle tesi espresse dai pubblicisti del monetarismo, fra i quali spiccava Milton Friedman.

Il più illustre monetarista di seconda generazione della celebre Scuola di Chicago – il “solito” Milton Friedman, subentrato al fondatore della ditta Henry Simons – ha sostituito la centralità della moneta alla centralità dell’occupazione, concependo l’offerta di moneta come un dato esogeno, posto sotto il controllo delle autorità monetarie, il cui aumento non produce effetti reali [positivi] nel lungo periodo, ma soltanto aumenti nel livello dei prezzi del sistema economico, e quindi conviene spendere un paio parole in proposito, concentrando l’attenzione sui meccanismi di trasmissione della politica monetaria, poiché un po’ di “scienza” economica filocapitalitica [ma senza l’uso dell’algebra e dei grafici] a questo punto non guasta e non è del tutto inutile:

Si supponga che le autorità monetarie aumentino l’offerta di moneta. I soggetti economici si trovano nei loro portafogli quote di moneta maggiori di quanto desiderato e quindi aumentano la domanda di tutte le altre attività, reali e finanziarie (beni, servizi, titoli). La riduzione del tasso di interesse induce un aumento degli investimenti. I prezzi dei beni sono cresciuti più dei salari (constatazione empirica). Poiché il salario reale è diminuito, le imprese aumentano la domanda di lavoro. I lavoratori, non accorgendosi che anche il livello dei prezzi è aumentato, ma erroneamente aspettandosi il medesimo precedente livello (aspettative adattive), aumentano l’offerta di lavoro. Dunque crescono l’occupazione e la produzione. Ma solo nel breve periodo. Appena i lavoratori correggono l’errore di percezione sui prezzi, chiederanno aumenti dei salari nominali, in modo da riportare il salario reale al livello precedente. Questo riduce la domanda di lavoro, l’occupazione e la produzione, riportandole al loro livello “naturale”.

Al termine di tale sequenza, dunque, l’unico effetto finale è un aumento dei prezzi, mentre nessuna variazione si è verificata nelle quantità. Dunque, un aumento della quantità di moneta volto a espandere discrezionalmente l’economia non ha effetti reali nel lungo periodo; esso produce solo un aumento proporzionale del livello dei prezzi.

[Piero Vernaglione, Austriaci e monetaristi]

Se si proclama la neutralità della moneta, è chiaro che la piena occupazione deve essere intesa esclusivamente in senso economico e nel lungo periodo, in cui saremo tutti morti a detta di Keynes, e questa non potrà che essere influenzata dai movimenti dell’economia reale – non dalla quantità di moneta messa in circolazione – i quali movimenti, sulla base dello schema di equilibrio walrasiano [Léon Walras, francese, economista “scientifico-matematico” dell’Ottocento] non possono che dipendere da fattori reali di natura squisitamente economica e dall’avanzare del progresso tecnico.

Perciò, la piena occupazione posta al centro delle attenzioni keynesiane, in un ottica liberalcapitalistica profondamente diversa da quella del “riformatore” Keynes, non sarà mai concretamente tale, poiché contempla un tasso di disoccupazione naturale non eliminabile, e soprattutto non si raggiungerà aumentando l’offerta di moneta.

Essendo il capitalismo paragonabile agli esemplari di alcune specie di squali che non possono che “andare avanti”, perennemente in movimento anche durante il riposo, poiché fermarsi equivarrebbe per loro all’asfissia e alla morte, la caduta del tasso di profitto, la persistenza della stagflazione [prevista da Friedman e non risolta dai keynesiani] e la ridistribuzione del reddito a vantaggio dei subordinati hanno fatto scattare gli “anticorpi”, simboleggiati dall’avvento dell’economia dal lato dell’offerta e degli spettri monetaristi, ed hanno rimesso in movimento nelle correnti della storia lo squalo capitalistico, che sarebbe così riuscito ad avvistare le coste del terzo millennio.

Spostare l’attenzione – come ha fatto Milton Friedman, autentica “anima nera” della controriforma e vero padre del Nuovo Capitalismo del ventunesimo secolo – dalla lotta alla disoccupazione a quella all’inflazione non è socialmente neutrale, ma può provocare cambiamenti epocali, come purtroppo si è compreso con il senno di poi, e l’affermazione del monetarismo, secondo la quale la politica monetaria non ha lo scopo della piena occupazione, ha fatto il resto, contribuendo a bloccare quel processo emancipativo di massa iniziato, all’interno delle logiche capitalistiche e non contro il Capitale, dalla riforma keynesiana novecentesca.

Ecco come si è agito sul panorama economico, sociale e politico dell’occidente per modificarlo nella sostanza, e ciò è avvenuto mettendo in primo piano l’interesse e la moneta e all’ultimo l’occupazione, esattamente come nell’esempio di prima.

Non si è tenuto in alcun conto, nella controriforma capitalistica per il superamento delle politiche keynesiane, del welfare e della socialità, dello stesso sistema fordista-taylorista che regolava la fabbrica, di quel “investimento sul futuro”, che corrisponde ad un investimento sociale fecondo, derivante dall’impiegare risorse per emancipare ed istruire le masse di subordinati, un investimento che se fosse proseguito fino ai giorni nostri avrebbe potuto favorire, in un’ottica di lungo periodo ed entro gli stessi schemi capitalistici, gli avanzamenti scientifici e tecnologici, la crescita del prodotto e l’attenuazione [ma non la rimozione] delle conseguenze negative sull’ambiente che tale crescita inevitabilmente comporta.

Se una nazione non può considerarsi ricca, quando gran parte della popolazione è povera ed infelice – come scrisse il “padre” del primo capitalismo, Adam Smith – lo stesso vale per l’intero pianeta globalizzato economicamente, percorso da crescenti flussi commerciali, ma non certo emancipato da un punto di vista sociale.

La grande proprietà che tornava al comando dell’impresa agli inizi dell’ultima, grande trasformazione capitalistica – stanca di staccar cedole standosene comodamente seduta in poltrona e nel contempo di vedere i profitti decrescere – in molti casi non era più la vecchia borghesia proprietaria, ma un nuovo soggetto sociale “mutante” che era in procinto di divorare la storica borghesia e ne stava distruggendo il mondo culturale ed i costumi.

Già nell’epoca della controriforma reaganiana e thatcheriana, a partire dall’America del nord, si stava formando una nuova classe dominante, più spietata nei confronti dei subalterni e più determinata nell’imporre i propri modelli culturali di quanto non lo è stata la borghesia, orientata verso l’estremizzazione del “laissez faire” che l’estensione globalizzante del Mercato rendeva possibile, e questa classe non è altri che la Global class capitalistica, la quale domina il nostro presente e vorrebbe che il secolo appena iniziato fosse il suo secolo, come l’Ottocento fu il secolo della piena affermazione borghese.

Questa nuova razza padrona generata dalle trasformazioni, e dalle contraddizioni, del rapporto sociale capitalistico, concepisce il mondo come uno spazio aperto, uniforme, da assoggettare al nuovo comando capitalistico per soddisfare i suoi desideri, non può riconoscersi in una dimensione nazionale, regionale o locale, ma non è più animata dalla stessa curiosità culturale e “pionieristica” che caratterizzava il filosofo settecentesco Adam Smith, nel suo viaggio verso il primo capitalismo borghese.

Si potrebbe insistere sugli aspetti intellettuali e razionali presenti nella cultura dei nuovi dominanti, per i quali il possesso dei saperi e l’istruzione sono, o potrebbero sembrare che siano, più importanti della stessa proprietà, ma secondo il sociologo Christopher Lasch, che ha osservato la nascita di questa classe nel Nord America, le cose starebbero nel modo seguente:

Un elemento più rilevante è il fatto che il mercato in cui operano le nuove élite ha oggi una dimensione internazionale. Le loro fortune sono legate a imprese che operano senza badare ai confini nazionali e le loro preoccupazioni riguardano il buon funzionamento globale del sistema, non quello delle sue singole parti. La loro lealtà – se il termine non è anacronistico in questo contesto – è di tipo internazionale, più che regionale, nazionale o locale. I loro esponenti hanno molte più cose in comune con le loro controparti di Bruxelles o di Hong Kong che con le masse di americani non ancora allacciati alla rete della comunicazione globale.

[Christopher Lasch, La ribellione delle élite. Il tradimento della democrazia, 1995]

Le élite in rivolta di Lasch, connesse alla rete della comunicazione globale che annulla le distanze e virtualizza il mondo, sono figlie del fallimento della “riforma capitalistica” keynesiana, della rottura del Patto fra Stato e Mercato – con la successiva prevalenza del secondo sul primo – e della storica vittoria del liberalcapitalismo su tutte le alternative esistenti, a partire da quella collettivistica sovietica.

Le nuove élite parlano solo a se stesse [Lasch] e soltanto di se stesse, disinteressandosi della sorte del resto della società e di tutti coloro che sono destinati a “restare indietro”, dopo aver annullato le possibili opposizioni sociali e culturali ed aver neutralizzato l’antagonismo delle classi subalterne.

I globalisti sono liberali all’interno dei loro circoli ed enigmatici verso l’esterno, alternando la lusinga dei modelli e degli stili di vita dei quali sono portatori alla spietatezza del loro agire nella dimensione economica e sociale.

Diffondono il loro stile di vita, che vorrebbero universalizzare, ma concentrano nelle loro mani le risorse come nessuna classe dominante ha mai fatto prima, senza preoccuparsi se riducono i subordinati sotto la soglia della sussistenza o se causano la rovina della stessa parte del mondo in cui sono nati.

I meccanismi impersonali del Mercato ai quali i membri della Global class sono sincronizzati, liberi di agire e di riprodursi all’infinito regolano la loro esistenza e ne determinano il successo o il default individuale, attuando una selezione più spietata di quella darwiniana, o almeno così dovrebbe essere per tutti loro e per le entità che controllano, anche se a fronte di una Leheman Brothers, estintasi a causa degli sconquassi della crisi globale nel settembre del 2008 generando la più grande bancarotta di tutti i tempi nel Nord America, altre entità hanno beneficiato del denaro pubblico, riuscendo a “mitigare” non poco le asprezze che la selezione operata dal Mercato comporta ed a socializzare in buona misura le perdite.

La famigerata Legge di Mercato, in altri termini, non è uguale per tutti e non sempre è applicata fino alle sue estreme conseguenze, in particolare se si controllano indirettamente anche le entità statuali e quindi si può disporre delle risorse pubbliche alla bisogna.

Lo stato funge da “prestatore di ultima istanza”, nel caso in cui gli ingranaggi del Mercato si inceppano temporaneamente, e le “vacche da mungere”, che alimentano attraverso l’imposizione fiscale gli aiuti a fondo perduto concessi, sono proprio i subalterni – classi medie in arretramento, operai e resti del vecchio proletariato – nei confronti dei quali lo stesso Mercato, inteso questa volta come Sistema di Razionamento ed Esclusione, non cessa mai di funzionare, riducendo la quota di prodotto a loro destinata, comprimendo la socialità pubblica nel trasferimento di risorse al privato, imponendo le “liberalizzazioni” e la riduzione progressiva dell’area di intervento statuale, e facendo evaporare i posti di lavoro nel pubblico [privatizzazioni dei servizi, riduzioni progressive della spesa] e nel privato [ristrutturazioni aziendali, “spin-off”, chiusure per delocalizzazione, eccetera].

Il Libero Mercato Globale sembra funzionare, perciò, “a senso unico”, colpendo senza misericordia i subordinati, nel nome dei feticci della “competitività” e della “produttività”, ma consentendo ai globalisti, opportunamente mascherati in occidente da Mercati e Investitori [poiché loro stessi sono il Libero Mercato e ne incarnano gli scopi], di farla franca utilizzando le risorse degli stati che controllano indirettamente, attraverso i trattati internazionali, gli organi della mondializzazione e la subordinazione di una politica liberaldemocratica minore e mercenaria.

In ciò, la subordinazione degli stati nazionali e della politica nel mondo occidentale “sviluppato” – dagli Stati Uniti all’Unione Europea – alla Global class, e l’accettazione incondizionata delle ragioni e delle dinamiche di un Nuovo Capitalismo, che sotto l’apparenza di una certa continuità di fondo con quello che fu il capitalismo della fine del secondo millennio [ordine sociale, strutture di potere, assetti produttivi], rivela la progressiva e storica affermazione, proprio in questi anni, di un nuovo modo di produzione sociale, profondamente diverso da quello che abbiamo conosciuto nel Novecento.

Il punto cruciale non è soltanto l’allargamento dei mercati e la concorrenza degli emergenti alle economie cosiddette sviluppate, che è sempre più serrata anche nei settori ad alta intensità di capitale e tecnologicamente “evoluti”, come non è rappresentato esclusivamente dai nuovi trattati e dalle nuove strutture per favorire il commercio internazionale, quale, ad esempio, il WTO o OMC [World Trade Organisation], poiché la trasformazione è complessiva, e come tale deve essere analizzata, comprendendo nelle osservazioni anche le trasformazioni in corso nella struttura sociale [Costanzo Preve e Eugenio Orso, Nuovi signori e nuovi sudditi. Ipotesi sulla struttura di classe del capitalismo contemporaneo], gli aspetti antropologici e culturali, nonché gli “esperimenti” manipolatori di massa dell’essere umano [Eugenio Orso, Alienazioni e uomo precario], e persino le possibili alternative future a questo modello realizzato di società, alternative con un chiaro contenuto rivoluzionario che oggi sono in una fase embrionale [Costanzo Preve, Elogio del comunitarismo].

Questo è quanto è accaduto, dagli Stati Uniti all’Europa, dopo l’”ufficializzazione” della prima crisi globale, mostrandoci in piena luce la funzione di scardinamento dell’ordine economico e sociale precedente che caratterizza la crisi stessa, da considerarsi perciò quale elemento strutturale del Capitalismo del Terzo Millennio.

Le conseguenze della controriforma capitalistica a partire dal suo avvio, in termini di politiche economiche e sociali, dalla seconda metà degli anni settanta del Novecento, sono state perciò epocali, devastanti sul piano sociale ed anche su quello culturale, con un riflesso su tutti gli aspetti della socialità, della vita economica e della politica, e questo si è capito, o si sarebbe dovuto comprenderlo con maggiore chiarezza, fin dai primi anni novanta.

Si può simbolicamente affermare che a John Maynard Keynes è subentrato Milton Friedman, così come all’emancipazione, pur in un’ottica sostanzialmente interna al capitalismo e quindi “riformista”, è subentrata la de-emancipazione di massa, con tutti i suoi rigori, le iniquità sociali che amplifica e i problemi etici che pone.

In estrema sintesi, dallo scadere dei trenta gloriosi anni, descritti dallo storico Eric Hobsbawm come se fossero un’età dell’oro alla quale ha fatto seguito una frana, fino all’inizio degli anni novanta, tre elementi, dei quali il primo è di natura economica, il secondo sociologico e culturale ed il terzo geopolitico, hanno favorito l’ultima mutazione capitalistica, che non si è ancora conclusa e che si sta rivelando più profonda e sostanziale delle precedenti, dando origine ad un nuovo modo storico di produzione.

Questi elementi sono: 1) la caduta del saggio di profitto fra il 1960 e il 1980 nei paesi “sviluppati” che ha riavvicinato, per forza di cose, la grande proprietà alla gestione dell’intrapresa, 2) la nascita della classe globale e l’inizio della trasformazione dell’ordine sociale in occidente, con un mutamento culturale ancora in atto, 3) il collasso dell’Unione Sovietica, il suo smembramento, il saccheggio delle sue ricchezze da parte dei “nuovi ricchi” locali e degli stessi globalisti occidentali, la conseguente archiviazione [definitiva o temporanea?] del modello collettivistico d’ispirazione marxista.

 

 

 

L’insostenibile leggerezza del capitalismo. Testi sacri capitalistici. Secondo capitolo: Dalla Riforma Keynesiana alla Controriforma Liberalcapitalistica di Eugenio Orsoultima modifica: 2011-02-11T10:16:00+01:00da derosse
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