L’insostenibile leggerezza del capitalismo. Testi sacri capitalistici. Secondo capitolo: John Maynard Keynes e la Riforma Capitalistica di Eugenio Orso

 

 

L’insostenibile leggerezza del capitalismo

Testi sacri capitalistici

 

 

 

 John Maynard Keynes e la Riforma Capitalistica

 

Nel corso dei due secoli successivi, all’estrazione brutale del plusvalore dalle masse lavoratrici che ha caratterizzato tutta la fase del primo capitalismo a guida borghese, è subentrata una parziale emancipazione di parte dei subordinati e dei proletari, e ciò è avvenuto, non a caso, quando la sussunzione reale del Lavoro al Capitale era ormai cosa fatta e metabolizzata, ed il capitalismo era da tempo il modo di produzione dominante in tutto l’occidente.

Questa temporanea affermazione di un capitalismo che è sembrato assumere un volto più umano è durata circa un trentennio, ed ha avuto come capisaldi l’estensione del welfare state, l’interventismo degli stati in economia e le politiche economiche keynesiane, una ridistribuzione del prodotto meno sbilanciata a favore del Capitale, ed infine, un processo volto a rendere le masse di subordinati del tutto interne al rapporto sociale capitalistico, per sottrarle alla tentazione della lotta di classe e dell’appoggio generalizzato al modello capital-collettivista sovietico, a loro più favorevole, perché in grado di imbrigliare la rapacità insita nel privato e di escludere la grande proprietà privata dei mezzi di produzione.

Si fa una certa confusione, oggi, fra il keynesismo ed il marxismo, fra l’economia dal lato della domanda di John Maynard Keynes e dei suoi successori, da un lato, e il collettivismo di matrice sovietica ispirato dal marxismo, dall’altro.

Questa confusione non è il frutto di fraintendimenti, ma è in buona misura voluta dai pubblicisti del capitalismo ultraliberista, che cercano di mettere sullo stesso piano i “nemici teorici” di questo capitalismo, ed è perciò comodo confondere a tale scopo l’economia pianificata sovietica con le politiche keynesiane, coinvolgendo nel fallimento della prima sia l’incolpevole Karl Marx e il suo pensiero filosofico, la cui influenza non è mai stata diretta, ma bensì mediata dalle successive elaborazioni di Engels e Kautsky, sia Keynes e le sue teorie non certo antagoniste, poiché nate e sviluppatesi nell’alveo del pensiero economico liberale, del quale il baronetto inglese è diventato un critico.

La cruciale funzione riequilibratice e di stimolo dell’economia assegnata da Keynes alla spesa pubblica, è certo il frutto della considerazione che il sistema economico lasciato a sé stesso non sempre può funzionare bene, come ha provato la crisi del ’29, e ciò non può che contrastare con la visione liberalcapitalista che vuole sottrarre il mercato a qualsiasi influenza esterna, statuale, religiosa od etica che sia.

Le politiche keynesiane e neokeynesiane non hanno mai avuto lo scopo della sostituzione integrale della proprietà privata con quella pubblica, e la loro applicazione ha semmai realizzato un patto, rivelatosi fragile e temporaneo, fra Stato e Mercato [fra lo Stato e il Capitale], che però ha consentito una relativa emancipazione dei subordinati ed il miglioramento delle loro condizioni di vita [Eugenio Orso, Alienazioni e uomo precario, nel capitolo Le tre società della crescita].

Il passaggio storico successivo, che ha aperto la strada al Libero Mercato Planetario e ad un predominio assolutistico del Capitale a partire dagli anni ottanta, è stato favorito sia dalla rottura del patto fra Stato e Mercato sia dal posteriore collasso dell’Unione Sovietica e del suo sistema economico [Ibidem].

Il modello keynesiano, pur appartenendo per intero alla famiglia capitalistica, è un modello originalmente connotato ed alternativo al capitalismo di matrice liberale, ed è ben riassunto nell’opera più nota del baronetto inglese, la Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, pubblicata a Londra nel 1936.

Questo modello ha rappresentato un tentativo di “riforma” capitalistica che ha avuto per alcuni decenni successi significativi, ma che oggi è ostracizzato quasi quanto lo è il collettivismo sovietico novecentesco di ispirazione marxista.

Si può affermare che la Teoria generale di Keynes ha rappresentato il “testo sacro” più rilevante e più noto della riforma capitalistica novecentesca – un po’ come le 95 tesi di Lutero nei confronti di Santa Romana Chiesa, affisse sulla porta della chiesa di Wittemberg nel 1517 –, mentre Il Capitale di Karl Marx ha rappresentato la bibbia anticapitalista per eccellenza nell’Ottocento e durante il secolo successivo [soprattutto il primo libro, pubblicato dallo stesso Marx nel 1867].

In apertura del primo capitolo della sua opera, intitolato La teoria generale, Keynes con ammirevole chiarezza scopre subito le sue carte e annuncia la riforma:

Ho intitolato questo libro Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, insistendo sull’aggettivo generale. Lo scopo di tale titolo è di contrapporre il carattere dei miei ragionamenti e delle mie conclusioni a quelli formulati nella stessa materia dalla teoria classica, la quale ha costituito la base della mia formazione scientifica e domina il pensiero economico, sia pratico che teorico, delle sfere dirigenti e degli ambienti accademici della generazione presente e delle precedenti, da cento anni a questa parte [J. M. Keynes, Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, Libro I, Capitolo 1]

Lo spostamento dell’angolo visuale operato da Sir John Mynard Keynes – il Lutero del Capitale – è stato rilevante per molti motivi, fra i quali si possono porre in evidenza i seguenti: la centralità assegnata all’occupazione da garantire alle masse lavoratrici e la tensione verso il pieno impiego capitalistico, l’enfatizzazione del ruolo della spesa pubblica nel sostegno a consumi ed investimenti [e quindi alla produzione], l’ammissione che il Libero Mercato è un insieme di meccanismi delicati, contradditori e imperfetti, che non può essere lasciato libero di agire in ogni circostanza ma che deve essere costantemente controllato e regolamentato, come sembrava richiedere, per la sua gravità, la crisi del ‘29.

Se si accettano gli squilibri prodotti dal mercato, fidando ipocritamente nella sua capacità di autoregolamentazione, si fa questo essenzialmente per tutelare interessi particolari e privatissimi che su questi squilibri crescenti – in primo luogo nella distribuzione della ricchezza, con il conseguente razionamento dei beni e l’esclusione di moltissimi dal godimento del prodotto sociale – costruiscono le loro fortune ed estendono il loro potere.

Chi scrive concepisce il Mercato, all’atto pratico, come un potente Sistema di Razionamento ed Esclusione che favorisce l’accumulazione, la realizzazione e la riproduzione capitalistiche, ma che non può garantire un reale progresso delle società umane, se lasciato libero di esplicare i suoi effetti sottraendolo alla decisione e al controllo politico del Demos.

L’applicazione di questo sistema, quale supremo regolatore dei rapporti economici e sociali fra gli uomini sottratto ad una vera regolamentazione, è il frutto di precise scelte strategiche dei dominanti – come lo furono nel seicento le politiche mercantilistite, cameraliste e il cosiddetto colbertismo, costitutivi della prima società della crescita – e non di un ineluttabile destino al quale l’umanità va incontro, senza alcuna possibilità di cambiare strada.

Così, la globalizzazione neoliberista che impazza da un paio di decenni a questa parte rappresenta, in buona sostanza, il tentativo di estendere questo sistema di regolamentazione – espressione di un nuovo Capitalismo Anarchico senza ridistribuzione della ricchezza, che non è quello di Keynes e non è quello immaginato da Smith – all’intero pianeta e a tutte le formazioni sociali.

Nell’ultimo capitolo della sua opera, Keynes presenta delle considerazioni sulla filosofia sociale alla quale la sua Teoria generale riformatrice del capitalismo [riformatrice quanto lo furono le tavole di Lutero per il cristianesimo in Europa] poteva condurre se applicata:

I difetti più evidenti della Società economica nella quale viviamo sono l’incapacità a provvedere la piena occupazione e la distribuzione arbitraria e iniqua delle ricchezze e dei redditi. Quanto alla prima, la portata della teoria sopra esposta è ovvia. Ma vi sono anche due aspetti importanti sotto i quali essa ha rilievo anche nei riguardi della seconda. [J. M. Keynes, Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, Libro VI, Capitolo 24]

Per combattere la distribuzione arbitraria ed iniqua delle ricchezze e dei redditi, Keynes propone le sue tesi, secondo le quali una bassa propensione al consumo è d’ostacolo alla crescita del capitale, e quindi le misure redistributive del reddito, per una sua meno iniqua ripartizione, elevando la propensione al consumo possono garantire la crescita, agendo positivamente sulla domanda aggregata.

Ma la parte migliore, a parere di chi scrive, è l’eutanasia del redditiero capitalistico che sfrutta a suo vantaggio il valore della scarsità del capitale proposta dell’economista inglese, secondo il quale, quando non si è nella situazione della piena occupazione, un tasso d’interesse pur moderatamente alto è d’ostacolo alla crescita e all’occupazione, poiché l’effettivo livello del risparmio è determinato dalla scala dell’investimento, e questo è favorito da un tasso d’interesse basso.

Sul piano della filosofia sociale, la teoria keynesiana, se applicata attraverso una serie di politiche economiche adeguate, avrebbe dovuto garantire lavoro ai subordinati e mitigare le disuguaglianze sociali, ammesse ed anzi subdolamente promosse dalla cosiddetta teoria degli economisti classici.

Le politiche economiche di ispirazione keynesiana, applicate per qualche decennio da molti governi in occidente, hanno garantito risultati economici e sociali rilevanti, ma temporanei, e la stessa crisi del ’29 è stata superata non tanto e non soltanto in seguito all’applicazione delle misure suggerite da Keynes, ma soprattutto “grazie” al secondo conflitto mondiale.

E’ importante rilevare, a questo punto, che l’economia politica ha certo un contenuto ideologico, ma non ha contenuti scientifici propriamente detti e funziona in modo molto diverso dalle scienze “esatte”, come la matematica o la fisica.

Oggetto della disciplina economica, come è preferibile chiamarla a detta di chi scrive, sono i rapporti economici fra gli uomini e la produzione delle basi materiali della vita associata, indissolubilmente legati alla complessità antropologica e ad un’imprescindibile dimensione storica.

La disciplina economica non sarà mai in grado di fissare leggi universali, valide in ogni tempo e in ogni luogo, e a differenza di ciò che accade in matematica, in economia invertendo l’ordine dei fattori il risultato della somma è destinato a cambiare.

Infatti, se pensiamo al significato economico, sociale e politico della Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, non è casuale che l’autore, a partire dallo stesso titolo dell’opera, abbia messo al primo posto l’occupazione, seguita dall’interesse di natura finanziaria e dall’aspetto monetario, poiché se si inverte l’ordine dei fattori, mettendo ai primi posti interesse e moneta e all’ultimo posto l’occupazione, il risultato della somma cambia completamente e si realizza lo spostamento dal capitalismo moderatamente emancipativo della seconda metà del Novecento – caratterizzato dal patto fra Stato e Mercato, dalla spesa pubblica in espansione, dal welfare, dalla tensione verso il pieno impiego e da una minor ingiustizia distributiva – al capitalismo anarco-liberista che subordina lo Stato al Mercato, appropriando risorse pubbliche, amplificando le differenze sociali e calpestando i diritti dei lavoratori.

Così, l’economia dal lato della domanda, il relativo equilibrio fra Stato e Mercato e la “riforma capitalistica” ispirata da Keynes, negli anni ottanta del Novecento hanno ceduto il passo alla Supply-side economics, cioè all’economia dal lato dell’offerta, da intendersi quale controriforma liberalcapitalistica propedeutica alla nascita di un nuovo modo di produzione sociale, con un cambiamento epocale che va ben al di là di un semplice cambio di fase e che ci pone problemi culturali ed etici non secondari.

 

L’insostenibile leggerezza del capitalismo. Testi sacri capitalistici. Secondo capitolo: John Maynard Keynes e la Riforma Capitalistica di Eugenio Orsoultima modifica: 2011-02-09T09:35:00+01:00da derosse
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