L’insostenibile leggerezza del capitalismo. Testi sacri capitalistici. Primo capitolo: Adam Smith e il Vecchio Testamento di Eugenio Orso

Presento di seguito il primo capitoletto del saggio L’insostenibile leggerezza del capitalismo, in cui tento un’analisi dei principali “testi sacri capitalistici”, partendo dalla Ricchezza delle Nazioni di Adam Smith, che simbolicamente rappresenta l’origine esterna ed è a tutti gli effetti il Vecchio Testamento capitalistico.

Questo saggio è stato scritto per il futuro libro Insurrezione e Rivoluzione, del quale costituirà una sezione articolata su quattro brevi capitoli.

Pubblicherò nei prossimi giorni su questo blog i successivi capitoli del saggio, il secondo dei quali è dedicato alla Teoria generale del 1936 e quindi alla Riforma Capitalistica keynesiana, paragonata per l’impatto politico, economico e sociale che ha avuto alle 95 tesi del Lutero della Riforma religiosa Protestante, affisse sulla porta della chiesa di Wittemberg nel 1517.

Il capitolo terzo è dedicato al passaggio dalla riforma di Keynes ai rigori della controriforma liberalcapitalistica, con la sconfitta della cosiddetta economia dal lato dell’offerta e la rottura del patto fra Stato e Mercato, mentre l’ultimo capitolo, che è forse il più importante del saggio, è dedicato alla critica di quello che a mio parere è il Nuovo Testamento del capitalismo contemporaneo e il vero “Manifesto politico della Global class”, cioè Capitalism and Freedom di Milton Friedman.

 

Buona lettura ai pochissimi interessati, se ce ne sono.

 

 

Eugenio Orso

 

 

 

 

 

L’insostenibile leggerezza del capitalismo

Testi sacri capitalistici

 

 

 

 

Adam Smith e il Vecchio Testamento

 

Fra le bibbie e i testi sacri che hanno in qualche modo caratterizzato ed orientato la storia dell’umanità, quello che è forse il più confuso, il più variegato e il più dispersivo è il “testo sacro” capitalistico, ancor oggi riconosciuto da moltissimi come tale, citato a proposito e a sproposito per giustificare le dinamiche capitalistiche, o utilizzato ideologicamente a difesa delle iniquità sociali crescenti e del dominio assolutistico del mercato.

La bibbia in questione non è altro che La ricchezza delle nazioni di Adam Smith, un’opera apparsa nel lontanissimo 1776, ma conclusa già nel 1773 dall’autore, che rappresenta nello stesso tempo il diario di un viaggio attraverso l’Europa, una serie disordinata di osservazioni economiche non sistematizzate da Smith [la cosiddetta teoria economica liberista ai suoi tempi non esisteva ancora], un gustoso alternarsi di scorci e di vedute di una società che conservava spiccati lineamenti protocapitalistici ed una continuazione, nell’intenzione esplicita dell’erudito precettore di giovani lord, della sua teoria dei “sentimenti morali” pubblicata nel 1759.

La bibbia capitalistica smithiana che ha ispirato l’elaborazione dei successivi economisti classici, da David Ricardo a Jean-Baptiste Say a John Stuart Mill, ed ha fornito celebri slogans a supporto del dominio liberal-capitalistico, contiene un po’ di tutto, ma non proprio il contrario di tutto, poiché l’ispirazione di Smith va cercata nel pensiero utilitarista e nello scetticismo filosofico, in un liberismo economico e degli scambi contrapposto alle pratiche e delle politiche mercantilisto-protezionistiche ancora dominanti, e nell’esaltazione di un individualismo tutto centrato sull’egoismo del singolo, che trova il suo fondamento in quella rete dei rapporti economici e commerciali costitutiva di una nuova società umana e di un nuovo rapporto sociale: il rapporto sociale capitalistico.

In veste di dotto precettore del giovane duca di Buccleugh, Smith ebbe occasione di viaggiare e di conoscere tanti VIP dell’epoca, oltre al suo celebre corrispondente, conterraneo ed “esecutore letterario” David Hume.

Smith ebbe così l’opportunità di conoscere personaggi del calibro di Voltaire, padre dell’illuminismo, o meglio, di un certo illuminismo borghese che si sarebbe rivelato compatibile con il capitalismo, intellettuali come il Quesnay che fu l’esponente più celebre della fisiocrazia francese, od ancora personalità come quella dell’influente Turgot, ministro delle finanze del monarca assoluto Luigi XVI.

Dallo zibaldone smithiano, variegato e dispersivo, che è noto come Wealth of nations, i pubblicisti del nascente capitalismo e dell’affermazione della classe borghese proprietaria hanno ricavato utili elementi per la costruzione di quella ideologia di legittimazione che si cela abilmente dietro l’espressione di teoria economica liberista, ed estrapolato dal testo cruciali citazioni non prive di valore ideologico-politico, destinate ad informare e a modificare gli immaginari delle generazioni future, fra le quali una è universalmente nota, e conviene perciò citarla in questa sede:

Non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci aspettiamo il nostro desinare, ma dalla considerazione del loro interesse personale. Non ci rivolgiamo alla loro umanità ma al loro egoismo, e parliamo dei loro vantaggi e mai delle nostre necessità. [Adam Smith, La ricchezza delle nazioni, Libro I, Capitolo II]

Questa citazione di Smith, la più celebre in assoluto assieme al riferimento a quella Mano Invisibile del Libero Mercato che dovrebbe regolare i rapporti economico-sociali fra gli uomini, è inserita in un capitolo della Ricchezza in cui si tratta specificamente della divisione del lavoro [in epoca storica non ancora propriamente e compiutamente capitalistica] quale conseguenza necessaria della “naturale” propensione umana a trafficare, barattare e scambiare una cosa con l’altra. [Ibidem]

Perciò, fondamenti importanti della successiva ideologia di legittimazione capitalistica, che prenderà le mosse dal pensiero e dalla concezione smithiane quale origine “esterna”, non possono che essere rappresentati dall’individualismo, dall’utilitarismo e dall’egoismo, nonché dalla propensione naturale dell’uomo, da considerarsi innata, allo scambio mercantile e all’arricchimento personale.

Etica, Politica e Comunità, Pensiero Filosofico Veritativo e la stessa divinità che anticamente svolgeva una funzione normativa, influendo dall’alto su tutti i rapporti fra gli uomini, come appare fin troppo chiaro dalle semplici parole di Adam Smith e delle elaborazioni successive, si possono così cancellare con un solo colpo di spugna.

Proprietà privata ed iniziativa economica individuale, suscitate da un egoismo innato e dalla “naturale” competizione fra i singoli, diventano le dominanti nel ridefinire il quadro dei rapporti sociali e di tutti i rapporti umani e interpersonali.

La solidarietà umana, di matrice comunitaria e comunistica, non informata dall’egoismo individualistico atomizzante e dalla priorità assegnata allo scambio mercantile, è messa totalmente in discussione nel pensiero di Smith, se si pensa all’esempio dei due levrieri che inseguono la lepre e che danno l’impressione di agire di mutuo accordo nella caccia, ma che, al contrario, secondo il fertilissimo pensatore precapitalistico, esprimono con il loro comportamento un’accidentale convergenza sulla stessa preda, che nessuno dei due vuole dividere con l’altro.

E’ vero, sostiene Adam Smith porgendo questo esempio ed altri simili riferiti all’”egoismo” degli animali, che l’uomo si comporta diversamente da loro, poiché ha sempre la necessità dell’aiuto dei suoi simili – dovendo riconoscergli, sia pur a denti stretti, la qualità di animale sociale e politico che vive in una società e che non può essere del tutto autonomo dagli altri, perseguendo i suoi scopi egoistici – ma, per poter ottenere questo aiuto, deve mostrarsi così abile da indirizzare costantemente l’altrui interesse in suo favore, non dovendosi aspettare nulla dalla disinteressata benevolenza del prossimo.

La vera “benevolenza” alla quale fa riferimento il pensatore scozzese, non è certo una semplice attitudine erroneamente attribuita all’essere umano, ma lo schermo dietro il quale si nascondono, con tutta evidenza, la socialità, i vincoli comunitari, il solidarismo, una concezione dell’esistenza non imbrigliata nei rapporti economici, e l’Etica stessa, ed è proprio questa “benevolenza”, nella realtà, che Smith ha cercato con tutte le sue forze e la sua abilità letteraria di negare, come se fosse una qualità inesistente, il prodotto di pura fantasia, non potendo in alcun modo informare le azioni umane nei confronti del prossimo.

Chi può riuscire ad avere maggior successo se i rapporti sociali si basano unicamente sull’interesse personale e sull’egoismo individuale nello scambio, regolati dalla fantasmatica ed onninvasiva Mano Invisibile del Mercato?

E’ ovvio che il successo arriderà soltanto a chi riuscirà a far prevalere la considerazione del suo interesse personale su quello di tutti gli altri individui con i quali si trova in relazione, e perciò inevitabilmente in competizione.

La misura del successo individuale, la stessa posizione del singolo nella scala sociale, in quest’ottica, non potrà che essere data dall’acquisizione di maggiore ricchezza e potere, a scapito di tutti gli altri.

La “considerazione dell’interesse personale” in una società da ridurre completamente ad una semplice rete di scambi commerciali, nella formalizzazione e nella sacralizzazione della primitiva “legge del più forte”, abilmente mascherata nel riconoscimento dei diritti individuali alla proprietà ed all’iniziativa economica privata, acquista un contenuto ideologico e addirittura messianico, operando così una frattura insanabile con il mondo culturale precedente e preconizzandone il superamento.

Nel trapasso fra la prima società della crescita caratterizzata dalle politiche cameralistico-mercantiliste e dalla presenza di una classe dominante non ancora compiutamente borghese [in termini ottocenteschi] e non più aristocratica [in termini medioevali] – che s’incamminava rapidamente verso il crepuscolo proprio nell’epoca in cui Smith scriveva Wealth of nations – e la seconda società della crescita capitalistico-borghese che avrebbe visto la luce di lì a pochi anni, una nuova forma di crematistica, ben simboleggiata dalla Forma-Capitale, attendeva la sua affermazione definitiva, la sua successiva universalizzazione e la costruzione di un rapporto sociale “su misura”.

Se un nuovo modo di concepire la ricchezza, non più strettamente legata agli attivi delle bilance commerciali degli stati, si sarebbe imposto nell’ultimo quarto del diciottesimo secolo, come ci testimonia l’Invisible Hand evocata da Smith quale metafora dell’accumulazione-realizzazione-riproduzione capitalistica e dell’allargamento materiale ed ideale dei mercati, tutto ciò non sarebbe potuto accadere se non vi fosse stato, alla base di questo processo storico, un diverso modo di concepire l’uomo, e quindi, di intendere la realtà.

Concezione della ricchezza e del potere e concezione dell’uomo e del suo ruolo nel mondo, sono perciò intimamente interrelati, e ciò risulta sia nell’opera di Smith, simbolicamente alle origini del capitalismo, sia nell’opera degli economisti classici che in seguito hanno elaborato il “canone” capitalistico.

E’ fuori discussione che nella visione smithiana, non soltanto degli scambi commerciali in sé, della ricchezza di stati e nazioni, del lavoro e del valore, ma dell’uomo stesso, ci sono alcuni elementi decisivi che caratterizzeranno nei due secoli successivi il rapporto sociale capitalistico, e delineeranno compiutamente una nuova antropologia, funzionale alle ragioni del Capitale e della sua accumulazione. Un’antropologia in cui l’uomo sarà sempre più solo ed isolato, in balia delle correnti dello scambio commerciale, trasformandosi in un semplice [ed auspicabilmente non problematico] fattore della produzione illimitata di merci, a fronte di una pretesa ed astratta libertà di scelta nel lavoro, un “uomo nuovo” capitalistico-liberale al quale si negheranno gli stessi strumenti culturali essenziali, per poter valutare correttamente la realtà sociale in cui è immerso, i sistemi disciplinari che deve subire e la forma di dominio al quale è assoggettato.

E’ bene sviluppare, partendo dall’opera fondamentale di Smith, alcune brevi considerazioni sul lavoro e sull’accumulazione capitalistica, e quindi sul Lavoro e sul Capitale come li concepiva il filosofo scozzese.

Adam Smith accetta la distinzione fra lavoro produttivo e lavoro improduttivo, ma a differenza della fisiocrazia di Quesnay, che legava il lavoro produttivo esclusivamente alle attività agricole considerando lavoro improduttivo tutto il resto [lavoro in manifattura compreso], il protoeconomista Smith lo lega all’”industria”, così come contrappone l’industria all’ozio e la parsimonia alla prodigalità.

La linea “parsimonia-industria-lavoro produttivo-ricchezza” contiene in sé gli embrioni dell’affermazione e dello sviluppo del capitalismo del secondo millennio, e soprattutto del primo capitalismo a guida borghese che fece seguito alle elaborazioni smithiane contenute nei cinque libri de La ricchezza delle nazioni.

Questa linea si sarebbe trasformata, in seguito, con il progressivo prevalere del rapporto sociale capitalistico, in “accumulazione-fabbrica-lavoro astratto -realizzazione e profitto”.

E’ utile perciò riportare alcuni passaggi dal Libro II di Wealth of nations, dedicato alla Natura, accumulazione e impiego del capitale, in cui si discute, fra le altre cose, del lavoro produttivo in contrapposto a quello improduttivo.

Nel primo passaggio riportato, Smith contrappone in modo chiaro, ma certo strumentale ai suoi scopi, l’industria all’ozio [prefigurando la cosiddetta funzione imprenditoriale ed il futuro lavoro astratto capitalistico] e la parsimonia alla prodigalità [parsimonia da intendersi come metafora di quella che diventerà in seguito l’accumulazione capitalistica vera e propria]:

Sembra dunque che la proporzione fra il capitale e il reddito regoli ovunque la proporzione tra l’industria e l’ozio. Ovunque predomina il capitale, prevale l’industria; ovunque prevale il reddito prevale l’ozio. Ogni aumento o diminuzione del capitale tende quindi naturalmente ad aumentare o a ridurre la quantità reale d’industria, il numero di lavoratori produttivi e conseguentemente il valore di scambio del prodotto annuale della terra e del lavoro del paese, la ricchezza reale e il reddito di tutti i suoi abitanti.

I capitali aumentano con la parsimonia e diminuiscono con la prodigalità e la cattiva condotta.

[Adam Smith, La ricchezza delle nazioni, Libro II, Capitolo III]

Ed ancora, sullo stesso tema:

Con ciò che risparmia annualmente, un uomo frugale non solo può permettersi di mantenere un numero maggiore di lavoratori produttivi per lo stesso anno o per il seguente ma, come il fondatore di un’opera pia, egli istituisce in un certo modo un fondo perpetuo per il mantenimento di un ugual numero di persone per tutti gli anni a venire.

[Ibidem]

Leggendo queste righe, si potrebbe ironizzare che il protocapitalismo smithiamo, o meglio, il capitalismo come avrebbe dovuto essere nella visione di Smith, è fondato sulla parsimonia, su comportamenti “morali” ed austeri a livello individuale, ed assomiglia in astratto ad un’iniziativa caritatevole che si riproduce, ad un’opera pia che elargisce a piene mani lavoro dignitoso, produttivo e ricchezza alla generalità degli uomini.

Il “prodigo” animato da scopi profani che distrae una parte del fondo dell’opera pia dalla sua destinazione, ad esempio per mantenere il lavoro improduttivo che non garantisce alcun ritorno – servitori, camerieri, attori teatrali, valletti, e più modernamente le escort o i sondaggisti –, riduce il prezioso capitale e fa il male di tutti, danneggiando la società nel suo complesso.

Dopo aver esaltato la “considerazione dell’interesse personale” [mascheramento della proprietà privata e dell’accumulazione del capitale], e quindi l’egoismo individuale che muove l’uomo escludendone a priori la benevolenza, Smith corregge un po’ il tiro – allo scopo di legittimare il capitalismo così come lui riusciva ad immaginarlo e per farlo digerire nei contesti culturali che caratterizzavano la sua epoca – e quindi non può che condannare l’ozio [il lavoro improduttivo, la mancata intrapresa] e la prodigalità [che limita l’accumulazione-realizzazione], esaltando in contrapposizione ad ozio e prodigalità i comportamenti frugali e virtuosi assunti dal singolo [mascheramenti dell’accumulazione e della conseguente realizzazione capitalistiche] e l’impresa [la proprietà privata dei mezzi di produzione, l’iniziativa economica individuale a scopi produttivi].

Il “prodigo”, con le parole di Adam Smith, Non limitando le sue spese al suo reddito, […] intacca il suo capitale. Come colui che distrae i redditi di qualche opera pia destinandoli a scopi profani, egli paga il salario dell’ozio coi fondi che la frugalità dei suoi avi avevano in certo modo destinati al mantenimento dell’industria. […] Se la prodigalità di alcuni non fosse compensata dalla frugalità di altri, la condotta di un prodigo, nutrendo gli indolenti col pane degli industriosi, tenderebbe non solo a impoverire lui stesso, ma anche il suo paese. [Adam Smith, La ricchezza delle nazioni, Libro II, Capitolo III]

Evidente in queste parole l’impronta di un certo protestantesimo, l’imposizione della morigeratezza dei costumi e dell’”operosità”, che hanno avuto certamente una parte di rilievo nell’affermazione del primo capitalismo borghese e proprietario a partire dalle isole britanniche e dal nord dell’Europa, ma è curioso notare che vi è già in embrione, nel passaggio riportato, la condanna preventiva delle vittime capitalistiche predestinate, di cui si fa largo uso nel tempo presente, come ad esempio la condanna dei “nullafacenti” della pubblica amministrazione italiana, che percepirebbero per definizione “il salario dell’ozio”, o dei sottopagati operai dello stabilimento Fiat di Pomigliano d’Arco, definiti assenteisti, improduttivi, e perciò meritevoli di essere punti con l’applicazione di un regime disciplinare e contrattuale particolare.

Gli economisti classici, i teorici del pensiero liberista e i loro successori, prendendo le mosse talora concretamente, talaltra simbolicamente, dalla Ricchezza delle Nazioni di Adam Smith, hanno contribuito a delineare, nei suoi contorni essenziali e più qualificanti, l’ideologia di legittimazione capitalistica che va sotto il nome di “teoria economica liberista” e che si fonde inestricabilmente con il pensiero politico liberale.

La pretesa di “scientificità” delle analisi economiche, l’ineluttabilità del dominio del capitale e il culto del progresso di matrice borghese, dopo Smith, non hanno rappresentato che altrettante, grandi mistificazioni necessarie per assicurare la riproduzione sistemica.

 

 

L’insostenibile leggerezza del capitalismo. Testi sacri capitalistici. Primo capitolo: Adam Smith e il Vecchio Testamento di Eugenio Orsoultima modifica: 2011-02-07T11:32:00+01:00da derosse
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato ma sarà visibile all'autore del blog.