La distorsione geopolitica e i corsi ed i ricorsi capitalistici [versione estesa, riveduta e corretta] di Eugenio Orso

Presento in versione estesa, riveduta e corretta lo scritto già pubblicato da Comunismo e Comunità

La distorsione geopolitica e i corsi ed i ricorsi capitalistici

 

Sembra che si stia arrivando alla frutta, ed anche oltre, al caffè e al conto, in certi ambienti teorici in cui si dichiara di analizzare le dinamiche capitalistiche in modo rigorosamente scientifico, senza nulla concedere a quisquilie quali la socialità, la complessità antropologica, l’etica e la giustizia distributiva, la difesa dell’ambiente naturale, e chi più ne ha più ne metta, fino ad arrivare all’umanesimo o ancora oltre, alla stessa ricerca di un senso da dare vita, che consentisse di uscire dalle “gabbie d’acciaio “ in cui il modo di produzione dominante tende a rinchiuderci.

L’uomo, in queste analisi, non conta assolutamente niente, è come se in queste vicende avesse una parte esclusivamente nella veste di “agente strategico capitalistico” o di “funzionario del capitale”, diventando un puro ruolo.

Ciò comporta, quindi, l’esclusione di gran parte dell’umanità dalle analisi stesse, analisi che pur dovrebbero riguardare le società umane e la storia universale, non trattandosi certo di osservazioni naturalistiche, come quelle dell’ornitologo che studia le abitudini dei volatili, o di studi scientifici relativi alle particelle di Planck in fisica subatomica.

Se negli studi scientifici propriamente detti si indaga la natura in sé, indipendentemente dall’essere umano e dalla sua complessità, altrettanto non si dovrebbe fare, quando l’oggetto dell’indagine è il capitalismo, il modo di produzione dell’epoca che influenza l’intero sviluppo dei rapporti sociali, poiché è pur sempre la risultante dello sviluppo storico determinato dall’agire umano.

Come si sa, la principale realizzazione dell’uomo è l’organizzazione sociale, di gran lunga più importante e decisiva dei reattori nucleari o dei motori a ioni, e l’organizzazione sociale non può essere indagata come si indagano la crosta, il mantello e il nucleo della terra, oppure la composizione chimica della miscela di gas che ne costituisce l’atmosfera.

Ciò che veramente sembra contare, in questa folle e fuorviante impostazione spacciata per scientifica – in cui si trascura l’uomo, è bene ripetere, pur trattandosi di un’analisi che riguarda le formazioni sociali e la produzione delle basi materiali della vita associata – sono i puri meccanismi riproduttivi capitalistici, da considerare intangibili, assieme allo scontro orizzontale fra i gruppi di potere dominanti.

L’attenzione massima, se non esclusiva, si riserva alle “sfere” in cui avviene il conflitto fra tali gruppi di comando, che sono nell’essenziale tre: la sfera politico- strategica-militare, quella economico-produttiva-finanziaria [l’aspetto finanziario è oggi in piena esaltazione] e quella culturale e ideologica.

La sfera politico-strategica, connessa storicamente all’uso dello strumento militare, è quella maggiormente monitorata da questi “analisti scientifici”, autonominatisi biologi del capitalismo, nella tragica illusione di poterne osservare la composizione al microscopio come si farebbe con un corpo o un suo tessuto, senza alcuna concessione al “romanticismo sociale”, alla riflessione filosofica ed alle questioni etiche.

Lo studio incessante di ciò che avviene nella “triade” delle sfere capitalistiche – strategie e politica, economia e finanza, ideologia e cultura – in cui si muovono ad alto livello coloro che veramente decidono alimentando il motore sistemico, assorbe tutte le energie dei “laboratori d’analisi” in questione.

Per sfuggire alle accuse di economicismo che molti ex-marxisti, marxisti pentiti o apostati del marxismo conoscono fin troppo bene [e questi signori sono in buona parte degli ex-marxisti, pentiti o apostati], si privilegia la dimensione politico-strategica-militare dello scontro, sottomettendo la cosiddetta razionalità economico-strumentale, che dovrebbe caratterizzare la sfera economico-produttiva, ad elementi che sono in buona misura irrazionali perché direttamente connessi alla natura umana, alle aspirazioni dell’uomo e ai suoi desideri – riassunti nella pomposa espressione di “razionalità strategica” – e che quindi non possono che rivelarci tutto il dirompente portato della complessità antropologica.

Quale “razionalità” di natura strategica vi può essere nella decisione di consumare rapidamente le risorse non rinnovabili del pianeta, mettendo a rischio la stessa sopravvivenza delle generazioni future [i propri figli e nipoti compresi], al solo scopo di “creare valore per l’azionista”, e cioè per sé stessi?

In una simile decisione ciò che pesa è il desiderio smodato di ricchezza, quale mezzo indispensabile per accrescere il proprio potere, che anima alcuni individui in posizione di assoluto privilegio, e la rincorsa fra il desiderio e la sua realizzazione, che caratterizza l’uomo anche negli eccessi ed è la vera sorgente di certe decisioni elitistiche, non si presta certo a studi newtoniani o copernicani.

Per quanto concerne le sfere di confronto elitistico, dalla finanza alle elaborazioni ideologiche, è necessario chiarire che queste ultime non fanno parte di altre dimensioni o di universi paralleli al nostro, perché non possono esitere separatamente dalla realtà sociale e da quella organizzazione sociale che le ha generate, oggi caratterizzata da grandi ineguaglianze e squilibri crescenti che non potranno non pregiudicarne la stabilità.

E’ evidente che queste sfere, surriscaldate non da reazioni nucleari al loro interno ma dal conflitto fra i dominanti per la supremazia, non sono sospese nel vuoto come degli astri lontanissimi, ma poggiano su un piano ben preciso, il piano sociale, in cui il problema umano emerge con tutta la sua forza dirompente, in tutta la sua inevitabile complessità, e se questo piano si incrina, in seguito a disuguaglianze inaccettabili, ad abusi dei dominanti nella ripartizione delle risorse, ad ingiustizie crescenti, le magnifiche sfere capitalistiche non possono che cadere, rischiando di frantumarsi e di finire in mille pezzi, con grande sorpresa e disappunto per questi folli “analisti” pseudoscientifici, che rischieranno di perdere il loro prezioso giocattolo e di veder smentite le loro teorie.

Gli studiosi della biologia e della microbiologia capitalistica ipotizzano scontri fra gruppi di dominanti, fino all’interno delle formazioni sociali particolari in cui è diviso il mondo, e persino fra sfera e sfera, fra l’industria e il mondo della cultura, e all’interno delle sfere stesse, fra i manager delle imprese produttive e quelli impegnati nella finanza.

L’interminabile serie di confronti e di lotte che ne consegue – come nei videogiochi spara-spara, fin tanto che non si giunge all’ultima schermata – ricorda il tutti contro tutti hobessiano nello “stato di natura”, a riprova che il mercato liberalcapitalistico è una jungla in cui tutti sono in perenne competizione, sottoposti sempre e comunque alla legge del più forte, e ci rivela, oltre al ricordato disprezzo per l’uomo, una particolare concezione dello stesso, frutto di un’antropologia decisamente pessimistica.

Un presupposto dal quale si parte, anche se non si ha l’onestà intellettuale di dichiararlo in modo esplicito, è la quasi eternità del capitalismo, contro la cui onnipotenza è del tutto inutile ribellarsi, o perdersi in “critiche moralistiche”, stigmatizzandone le profonde ingiustizie, la pericolosità per l’ambiente, i danni che produce nell’essere umano, manipolato a piacimento per adattarlo alle sue dinamiche e per renderlo inoffensivo.

Le quattro espressioni che definiscono l’alienazione umana nei rapporti sociali – e cioè la stessa espressione di alienazione, l’estraniazione, la reificazione e l’oggettivazione – non hanno cittadinanza in questi contesti teorici, pur essendo chiaramente alla base dello sfruttamento capitalistico dell’uomo sull’uomo.

Ma quanto precede è persino scontato, poiché non essendoci l’uomo, che si provvede ad occultare servendosi di meri ruoli sociali – quelli che contano nel processo decisionale, e soltanto quelli – non possono in alcun modo emergere le grandi e decisive questioni dell’alienazione e dello sfruttamento nei rapporti sociali.

Secondo i guru dell’analisi scientifica nello studio del capitalismo, nulla di buono può partire dal basso, dalle classi subalterne, dai dominati irrimediabilmente esclusi dalla decisione strategica, i quali farebbero meglio a non agitarsi, a subire in silenzio e ad accettare rassegnati il loro ingrato destino, poiché in queste teorie non hanno ruolo e scompaiono completamente, non essendogli riconosciuto alcuno status ed alcuna possibilità di influire sul corso storico [Warren Buffet, Bill Gates, Rupert Murdoch, la famiglia Rockefeller, i de Rothschild, gli Agnelli con il ramo cadetto degli Elkann ed i Marchionne di turno ringraziano, tirando un sospiro di sollievo].

I dominati, che si immaginano sempre totalmente sottomessi, non potranno mai diventare l’intelletto attivo della trasformazione storica, e non ci potrà mai essere una classe subalterna veramente rivoluzionaria ed intermodale, in grado di lottare per riaffermare la dignità umana consentendo il superamento del capitalismo.

La posizione di alcuni fra loro può essere, al più, interstiziale e meno esposta a de-emancipazione e sfruttamento, con la speranza di un possibile, futuro miglioramento, ma in stretta dipendenza degli andamenti del mercato e del possesso di qualche competenza specialistica in settori in ascesa.

Il messaggio che capziosamente si lancia, seguendo questa strada, è che il modo di produzione dominante non si può superare, ma si può soltanto studiare “scientificamente”, in modo asettico, senza alcuna intromissione umanistica o idealistica, prendendo atto definitivamente della sua onnipotenza, rinunciando a qualsivoglia critica articolata, e soprattutto rinunciando ad immaginare qualsiasi altro possibile legame sociale, meno iniquo e meno distruttivo, che potrebbe stabilirsi fra gli uomini.

Nell’empireo teorico dei santoni della scienza più rigorosa che osservano al microscopio il capitalismo, con apparente freddezza e distacco, fino a pretendere di svelarci la sua stessa composizione chimica, i dominati sono trattati esattamente come una qualsiasi altra merce, destinata a scorrere nello spazio liscio della globalizzazione, o un qualsivoglia materiale da manipolare ed impiegare nei processi produttivi.

Ma dove finisce quel prodotto sociale che nella realtà è pur sempre il frutto del lavoro delle classi dominate, senza il quale non esisterebbero né la finanza né gli eserciti e non avrebbe alcun senso indagare le tanto celebrate strategie capitalistiche?

A questo punto dovrebbe essere chiaro in quali “tasche” finisce la gran parte del prodotto: non può che costituire una risorsa della quale le élite si appropriano, in via del tutto naturale – e non potrebbe essere diversamente, in una simile visione – non tanto allo scopo di assicurarsi un’esistenza comoda e “consumi di prestigio” per migliorare la loro qualità della vita, ma quanto per alimentare lo scontro reciproco, onde ottenere la supremazia sugli altri gruppi di comando.

L’immagine proposta è quella di un mondo totalmente dominato dal Capitalismo senza alcuna possibilità di redenzione, da qui ad un futuro lontanissimo, e funestato dalla Guerra Infinita fra i suoi “signorotti”, i quali impiegano come arma ogni mezzo possibile, dalla finanza alla Nato, dalla cultura alla televisione, dall’energia alle nanotecnologie.

La soluzione del problema non esiste, poiché non si può far altro che sperare nella vittoria del meno carogna fra i “belligeranti” che ci tengono in pugno.

E’ meglio il fondo sovrano cinese dei vecchi petroldollari degli al-Saud o degli investimenti dei grandi fondi pensione americani?

JP Morgan è meglio di Goldman Sachs, oppure Syngenta è preferibile a Monsanto?

ENI e Fincantieri, qui in Italia, sono veramente molto migliori della Fiat che vorrebbe andarsene dalla penisola, e nel frattempo massacra i suoi dipendenti?

Difficile dirlo, poiché queste sono pur sempre creature squisitamente capitalistiche, nate dalla stessa matrice e sottoposte alle medesime logiche, ma chi osa affermare il contrario, sostenendo che le cose non stanno esattamente in questi termini e le classi subalterne potranno riconquistare un ruolo decisivo, alzando il livello dello scontro sociale fino a portarlo alle estreme conseguenze, spesso è insultato, tacciato di “moralismo”, di “antiscientificità”, addirittura di “invidia” [accusa sommamente idiota e tipicamente berlusconiana, questa ultima], oppure di essere un imbonitore che illude i dominati, od ancora un predicatore visionario alla Girolamo Savonarola, rivelando questi rigorosi analisti che si nutrono di “scienza” una malcelata preferenza, pur se inconfessata, per il rapporto sociale capitalistico.

La sola lente a centinaia di ingrandimenti che si utilizza, per indagare il capitalismo e spiegarlo con piglio scientifico, è quella puntata sull’incessante guerra elitistica che investe la finanza, le monete [dollaro o non dollaro quale valuta di riserva?], le forniture energetiche e di gas naturale [Nabucco americano contro South e Nord Stream della russa Gazprom], i contrastati accordi dell’industria automobilistica in un mercato ipermaturo [il caso Opel in Germania, il caso Chrysler-Fiat, eccetera], e su tantissimi altri settori in ogni parte del mondo.

Purtroppo per loro, mentre procedono ad un ossessivo monitoraggio del conflitto orizzontale inter-dominanti, fra le sole élite capitalistiche vendute come casta di sopraffini strateghi, questi mirabili “studiosi” non riescono a distaccarsi completamente dalle emozioni umane [dannate imperfezioni dell’uomo!], e quindi finiscono per prendere le parti dell’uno o dell’altro gruppo – come farebbero i tifosi di una squadra di calcio davanti al teleschermo, o sulla tribuna di uno stadio –, rivelando, in ciò, di essere imperfetti ed irrazionali come tutti gli altri.

Se lo scontro fra i ricchi e potenti “agenti strategici” è il vero motore di questo capitalismo, che si immagina senza classi per blandire la minaccia del conflitto verticale, nel momento in cui i subalterni osano rialzare la testa, sia pur con semplici rivendicazioni per una meno iniqua distribuzione del prodotto, immediatamente, in tutte le formazioni sociali e in tutte le sfere capitalistiche, da oriente ad occidente, gli “agenti strategici” sospendono le ostilità, ricompattandosi per far fronte alla minaccia, e si comportano come membri di un’unica classe sociale – quella globale – mostrando solidarietà reciproca e compattezza contro i subalterni.

Ma un effetto rilevante, da porre in evidenza per la sua assurdità, è che in questa visione tutto il resto scompare e miliardi di uomini, che soffrono lo sfruttamento o che non accettano i fondamenti di questo sistema, che scontano sulla propria pelle le ineguaglianze capitalistiche, che vivono la condizione dei minus habentes, che lottano e resistono o che sono ridotti all’impotenza dal ricatto e dalla repressione, è come se non esistessero.

Anzi, in questo modello i dominati non devono esistere fin da principio – in una dissennata semplificazione della “complessità del reale” volta a sfoltire le variabili, in tal caso eliminando proprio l’uomo – perché la loro presenza porterebbe una fastidiosa ed indesiderata “contaminazione umanistica”, e soprattutto imporrebbe la considerazione del problema etico-sociale, dell’alienazione e dello sfruttamento, persino quella della necessità della difesa dell’ambiente dalla dismisura e dall’illimitatezza capitalistiche, cose che ovviamente non sono osservabili attraverso le lenti di un microscopio in laboratorio.

Studiare “scientificamente” il rapporto sociale capitalistico senza considerare l’uomo, in quanto tale, è una mera assurdità, come studiare il mare dimenticandosi dei pesci, o l’universo senza tener conto della presenza delle galassie.

La verità è che occultando l’uomo, come avviene in tale caso, più che procedere con piglio scientifico allo scopo di produrre analisi oggettive, si cerca di nascondere l’iniquità profonda del capitalismo, che all’inizio del terzo millennio sembra destinata a raggiungere il suo culmine.

Si accetta l’iniquità sociale come se fosse soltanto un “effetto collaterale” del confronto fra membri della nuova classe dominante, e si ignora la distruzione progressiva delle risorse naturali [quella che altrove si tenta di celare abilmente dietro la cosiddetta green economy] in quanto necessaria per la creazione del valore, ed in quanto concepita come un “riflesso secondario” dello scontro fra potentati.

Riplebeizzazone di operai e ceti medi in occidente ed impronta antropica crescente in tutto il pianeta, suscitate dalle stesse dinamiche capitalistiche, non sono contemplate nelle “osservazioni scientifiche” di questi piccoli Limneo che si addentrano nelle paraterie, nelle selve e nei deserti del Capitale.

Eppure, ironia della sorte, qualcuno fra loro sostiene nei rari momenti di lucidità che il Capitale non è una cosa, ma bensì un rapporto sociale stabilitosi fra gli uomini!

Liberando il capitalismo dal fastidioso problema etico-sociale, cancellando in tal modo l’uomo e dando per scontato che i subalterni sono essi stessi delle merci qualsivoglia apparse sugli scaffali, o dei semplici fattori della produzione disponibili nel conflitto strategico fra dominanti – nella finzione di un’impossibile scientificità nello studio delle questioni umane –, diventa più facile accettare e far accettare le logiche e le dinamiche del capitalismo, avallandole nei fatti.

Con altre parole, chi fa queste operazioni spaccia un punto di vista squisitamente soggettivo, in tal caso procapitalistico, e quindi un’opinione pur sempre caratterizzata da instabilità e mutevolezza, per la conoscenza certa, per una teoria di matrice scientifica, un po’ come se un antico greco avesse cercato di far passare la doxa, ossia la mutevole ed instabile opinione, appartenente ad un grado più basso di conoscenza, per l’epistheme, cioè la conoscenza al suo grado più alto, che per evidenti motivi a quel tempo non poteva che essere di matrice filosofica.

Un’altra caratteristica sconcertante, che emerge in questi studi venduti come scientifici e rigorosi, è l’uso che talora si fa del pensiero di Marx – il quale dovrebbe essere opportunamente “ripensato” e non bassamente strumentalizzato – al solo scopo di giustificare, in ultima analisi, assieme alle proprie teorie le dinamiche intangibili del capitalismo, dalla classica estorsione del plusvalore, che oggi permane subendo però un’accelerazione per effetto dalla creazione del valore finanziario, alla completa distruzione dei legami comunitari fra gli uomini, d’ostacolo alla piena affermazione capitalistica.

Rigettando tutto ciò che vi è di idealistico, filosofico, umanistico e salutarmene utopico in tale pensiero [quello del grande Karl Marx, naturalmente], e selezionando in modo capzioso soltanto ciò che si ritiene che sia “scientifico”, per poi superarlo o demolirlo ad ogni costo, o peggio per distorcerlo ai propri inconfessati fini, non ci si comporta come dei veri scienziati, nelle loro asettiche indagini riguardanti il mondo naturale, dai microscopici virus senza l’elica del DNA alle colorate Vanesse che svolazzano sui prati, ma al più come dei qualsivoglia pubblicisti del capitalismo, in alcuni casi non richiesti, o come degli intellettuali subalterni che operano ai margini degli apparati ideologici del sistema, in alcuni casi neppure “stipendiati”.

Fare “due passi in Marx”, ad esempio, per uscirne infine, vuol dire in questi casi travisare il suo pensiero, non coglierne la totalità espressiva, ed asportare qualche parte del tutto per utilizzarla ai propri scopi, quelli più veri ed inconfessati, che con l’approccio rigorosamente scientifico c’entrano molto poco.

I “patologi-autopsisti” di Marx – gli stessi che oggi fanno due passi, irrispettosamente, sul suo cadavere, e ne analizzano le teorie, ufficialmente per scoprirne le cause della morte, ma nella realtà per utilizzarne inopportunamente le spoglie – altro non fanno che appropriare il pensiero del filosofo idealista tedesco, trasfigurandolo, per poter affermare, ad esempio, che la lotta di classe non ci potrà più essere, avanzando fino alle estreme conseguenze la frantumazione [e l’instabilità] sociale con l’inarrestabile automa del progresso tecnico-scientifico, sfuggito al controllo umano.

Ciò che è osservabile al presente, e per questi “medici forensi” lo sarà anche nel futuro remoto, è soltanto la lotta di alcune parti minoritarie della società, sempre e rigorosamente connotata in senso capitalistico [ci mancherebbe!], e quindi totalmente interna al sistema, che porta esclusivamente ed acquisire posizioni migliori a scapito degli altri competitori.

E’ un po’ come affermare, in un’ottica di strutturazione sociale individualistica, che la posizione occupata da ciascuno nella società è determinata dai meccanismi sovrani del Mercato.

Nell’esempio fatto, si può rilevare un’inquietante convergenza con ciò che pensa il multimiliardario appartenente alla classe globale Warren Buffet, il quale ha sostenuto che oggi non esiste il conflitto verticale, fra dominanti e dominati, ma che la lotta di classe la conducono vittoriosamente i pochi ricchi e potenti, quale loro esclusiva, contro le masse di poveri ed impoveriti.

Quello che Warren Buffet non ha detto esplicitamente, ad integrazione delle sue chiare parole lo suggeriscono questi mirabili studiosi, per i quali i pochi ricchi e potenti, una volta acquisito il definitivo monopolio della lotta di classe e neutralizzata la restante parte della specie umana, si mangeranno fra loro allegramente, come squali nell’oceano capitalistico, fino al totale prosciugamento dello stesso, che però richiederà [state pur tranquilli!] tempi a dir poco geologici.

Appare fin troppo evidente che seguendo questa via – oggettivamente filo-capitalista e totalmente subalterna dei Grandi Interessi Privati ai quali tutto si può sacrificare – che forse non porta diritti alle fiamme dell’inferno, ma che sicuramente può portare ad esiti grotteschi, in alcuni casi persino deliranti [i poveri non esistono, come se non avessero vita, le questioni sociali sono il frutto illusorio del “romanticismo”, l’ambiente non conta], ciò che rimane è quello che lo scrivente ironicamente definisce un [quasi] “eterno ritorno delle stesse cose”, ossia l’alternarsi di fasi capitalistiche monocentriche e policentriche, rispettivamente con un centro dominante che la fa da padrone e con più centri in competizione fra loro nel mondo, in una sorta di sublime ricapitolazione da “Il nome della rosa”, da qui fino ad un imprecisato e lontanissimo futuro che tende ad approssimare l’eternità.

Ed allora, se questo è quello che passa il convento, anzi, se questo è quello che ci passa il cosiddetto approccio scientifico allo studio del capitalismo, non si può che concentrare l’attenzione sul conflitto politico-strategico nelle alte sfere, con particolare attenzione per le fasi policentriche, in cui effettivamente il confronto fra le èlite – che non cessa di divampare, si badi bene, anche in situazioni di monocentrismo – diventa più appassionante ed incerto, poiché il “campionato” è più ricco di squadre partecipanti, che si affrontano senza risparmio per la coppa, e l’esito può non essere scontato.

In questi modelli di [mancata o scorretta] interpretazione della realtà, l’unica possibilità che rimane ai dominati, e cioè alla stragrande maggioranza degli uomini che popolano la terra, è quella di appoggiare la parte elitistica meno criminale, sperando che sia un po’ meno esosa delle altre nell’estorsione del plusvalore, che imponga meno sacrifici, che non distrugga troppi posti di lavoro e che di tanto in tanto getti un osso da spolpare sotto il tavolo, per il sostentamento delle masse innumerevoli ed inerti.

Se il conflitto in passato si concentrò soprattutto negli ambienti politico-militari ed in quelli ideologico-culturali, oggi invade pienamente la sfera economico produttiva, ed i contendenti possono disporre a piacimento di un’arma di rara potenza, quale è, in effetti, la finanza creativa e speculativa, che pesa ancor di più delle vecchie corazzate imperialiste armate con grossi calibri, o delle portaerei nucleari da centomila tonnellate, che issano sul pennone la bandiera a stelle e strisce.

In tali contesti, al di sopra di uno strato di lavoratori in parte rilevante spogliati di veri saperi e, al più, dotati di conoscenze ultraspecialitiche, vi sarebbero i manager che dirigono le attività produttive ed ancora più in alto, alla sommità della piramide capitalistica, quelli che lo scrivente chiama i “globalisti”, intendendo con tale espressione gli appartenenti allo strato più alto della nuova classe globale [coloro che effettivamente decidono], ma che altrove si preferisce chiamare imprenditori di alto livello o addirittura imprenditori-strateghi, in possesso di “saperi politici” e quindi adatti a guidare la società, un po’ come gli Alfa nel distopico e manipolatorio Mondo Nuovo di Aldous Huxley.

E’ qui evidente il riflesso della concezione schumpeteriana di imprenditore, che l’economista austriaco Joseph Alois Schumpeter concepiva non come semplice organizzatore dei fattori della produzione per l’ottenimento del massimo profitto [che è ancor oggi la definizione forse più nota e più diffusa], ma come individuo particolarmente “immaginativo” destinato a promuove l’innovazione.

Cavalcare le onde dell’innovazione, immaginare nuovi scenari produttivi, che diventano inevitabilmente nuovi scenari di confronto con i competitor, è niente altro che la visione schumpeteriana dell’imprenditore – la quale trova un’origine nel pensiero dell’economista classico Jean-Baptiste Say – portata alle estreme conseguenze dai teorici di cui ci si occupa, fino ad invadere pienamente la sfera della politica e delle strategie.

Gli imprenditori diventano la sola ed unica forza motrice del mutamento e del progresso concepito, in buona sostanza, come tecno-economico, trasformandosi nell’immaginario degli “scienziati capitalistici ricorsivi”, teorici del conflitto ai massimi livelli, in Imprenditori-Strateghi.

Sarebbero questi ultimi i veri, i soli e gli unici depositari delle strategie, dei “saperi politici” iniziatici e quindi costituirebbero – più che semplici imprenditori capitalistici i quali appropriano la ricchezza, sfruttano il lavoro altrui e l’ambiente naturale per scopi privati – una sorta di casta guerriera, degli autentici Signori della Guerra dotati di un’infinità di “sistemi d’arma” che combattono per prevalere gli uni sugli altri, influendo sugli equilibri geopolitici del pianeta.

Se l’immaginazione può essere più importante dello stesso sapere, poiché l’immaginazione supera i limiti della conoscenza abbracciando il mondo, come affermava Albert Einstein [finalmente qualcuno con una vera formazione scientifica!], gli strateghi del capitale contemporanei ne sono gli unici depositari, ed il capitalismo che li ha generati, trasformandoli nei suoi agenti, gli assegna il ruolo di dominatori che anticamente era assegnato alla nobiltà di spada alleata del dotto clero, nell’occidente feudale, ed ai baroni-samurai, in estremo oriente.

Ma Einstein affermava anche – in un’evidente concessione all’umanesimo ed al “romanticismo” che lo scrivente apprezza – che non vi può essere reale progresso finché sulla terra c’è un bambino infelice, smentendo, con queste semplici parole, la favoletta del Progresso assicurato dalle dinamiche capitalistiche e dall’azione dei suoi agenti.

Ben altra cosa era il riconoscimento alla vecchia borghesia proprietaria, ormai quasi estinta e sostituita dalla Global class capitalistica, del titolo di classe più rivoluzionaria della storia umana, come fece il grande Karl Marx.

Quello che è il Nemico Principale nella dimensione sociale e il Grande Parassita dello spazio globalizzato diventa, nell’immaginario degli scienziati maniacalmente attenti ai corsi e ricorsi ed alle lotte capitalistiche, la nobile figura di un condottiero contemporaneo, dotato di grande immaginazione, a differenza del resto della specie umana, e nel contempo depositario della conoscenza e delle strategie più raffinate.

Ciò giustificherebbe, fra l’altro, il sacrificio di decine di migliaia di operai che partecipano come anonimi eserciti, su fronti opposti, allo scontro fra i gruppi automobilistici per le quote di mercato, e che vivono quotidianamente sulla loro pelle, senza alcuna mediazione, le “ambizioni” dei Grandi Manager ed Imprenditori, in termini economici e soprattutto in termini di distruzione dei loro diritti.

La fucilazione alla schiena che in altra epoca si riservava ai disertori è sostituita, in tal caso, dal licenziamento individuale e di massa, dalla chiusura dello stabilimento-caserma [Termini-Imerese e forse Mirafiori, in Italia] o dal suo ridimensionamento in termini occupazionali, ed in buona sostanza dall’esclusione per moltissimi.

Quindi, nel globo terracqueo e nelle “formazioni sociali particolari” in cui la terra è divisa, non si muove foglia che il locale Imprenditore-Stratega o Signore del Conflitto Strategico Capitalistico non voglia, e così sarà [quasi] per sempre.

Se così va il mondo, secondo gli “analisti scientifici” più intransigenti, gli studiosi della strategia e del conflitto ai massimi livelli, i microbiologi in camice bianco di questo capitalismo che ci allietano con le loro facezie, quale influenza possono esercitare le masse innumerevoli di subordinati, le neoplebi di un mondo sottoposto alle pratiche della globalizzazione, i perennemente sfruttati ed espropriati, sugli assetti geopolitici planetari e sullo stesso destino futuro dell’umanità?

Ovviamente nessuna.

Sembra che si vogliano addirittura giustificare, alla luce delle intangibili dinamiche capitalistiche e delle inviolabili logiche del capitale, le azioni peggiori e socialmente più crudeli della suprema casta guerriera di Imprenditori-Strateghi, anzi, nasce il forte sospetto che legittimando per tale via il capitalismo e dandolo per scontato come “esito destinale” al quale la storia ci ha inevitabilmente condotto, si vuole a sua volta legittimare il potere di questa casta politico-strategico-guerriera nei secoli a venire, con il pretesto di un approccio scientifico “veritativo” che non lascerebbe scampo.

E a questo punto entra in gioco la geopolitica, disciplina ibrida e tributaria della politica e della geografia che ha circa un secolo di vita, o meglio, entra in scena una sua distorsione ideologizzante, se non addirittura misticheggiante.

Se tutto si riduce allo scontro planetario fra una ristretta cerchia di Signori del Conflitto Strategico Capitalistico, depositari della decisione politica e strateghi del capitale, i quali controllano gli stessi apparati statuali e gli organi sopranazionali, allora è chiara la dimensione geopolitica assunta dallo scontro, perché gli stessi stati, i governi e i popoli, gli eserciti e i corpi diplomatici, i bacini di risorse, i saperi scientifici e le tecnologie, non rappresenterebbero che altrettante armi in questo conflitto fra pochi “iniziati”.

Ma è inevitabile che il solerte studioso investito da un’evidente deriva teorica con farneticazioni “scientifiche” [o per meglio dire, di chiara natura scientista], il quale ha ridotto l’intera storia del mondo a questo conflitto e pensa a una semi-eternità del capitalismo, essendo pur sempre un uomo, non riesce ad astrarsi completamente, a mantenere un distacco olimpico ed una freddezza ultraterrena nelle sue indagini, in quanto non sta osservando gli astri o i microbi, ma i suoi stessi simili, e perciò finisce per partecipare, per schierarsi sulla base delle sue preferenze soggettive, delle appartenenze e della sua storia personale, sostenendo una delle parti in competizione, esattamente come un tifoso della domenica sostiene la squadra del cuore.

Se poi si sceglie di parteggiare per gli “emergenti” contro lo strapotere americano e l’euroatlantismo, esiste pur sempre una geopolitica ideologizzata, a sfondo mistico, che mostra di credere in una [improbabile e mai esistita] unità eurasiatica politica, strategica, culturale, economica, in contrapposto ai tentativi egemonici statunitensi, un’unità che abbraccerebbe più di mezzo mondo, da Lisbona a Port Arthur, dalla Danimarca alla Manciuria.

Questa geopolitica, detta euroasiatista, ha il suo perno nella Russia, estesa su tutti e due i continenti e quindi un vero e proprio ponte, per molti versi, non ultimo quello economico e commerciale, fra l’Asia e l’Europa.

La Federazione Russa potrebbe rappresentare una sorta di cerniera fra occidente ed oriente, favorendo scambi non soltanto mercantili ma anche culturali fra questi due mondi, in una situazione di reciproco rispetto, e addirittura di crescente collaborazione?

Posta in tal modo la questione, ed in astratto, potrebbe anche sembrare positiva [e nei termini descritti lo è senz’altro], ma è necessario andare un po’ più in profondità, per capire di cosa effettivamente si tratta.

Il pensiero ideologico-geopolitico con venature mistiche degli euroasiatisti, in Italia provenienti soprattutto da quella che un tempo si definiva “estrema destra”, si contrappone alla visione geopolitica atlantica frutto dell’egemonia americana in occidente, che in buona sostanza vede l’Europa eternamente sottomessa agli USA, ed anche alla più antica visione eurocentrica, da tempo declinante, che però conserva di buono almeno una cosa: l’indipendenza politica e culturale dell’Europa stessa.

Lo sfondo ideologico sul quale si staglia questa “visione geopolitica” del mondo è quello dell’antiamericanismo [in sé condivisibile] e dell’antisionismo [in sé giustificabile], ma nella realtà nasconde un forte preconcetto antiamericano, che investe lo stesso popolo nordamericano, per quanto riguarda l’antiamericanismo, e l’antisemitismo rivolto contro tutti gli ebrei [ma non certo contro gli arabi, che sono pur sempre semiti], per quanto riguarda l’antisionismo.

Constatato che l’Europa non ha da tempo una vera autonomia, essendo sottoposta ad un controllo esterno che le impedisce di risorgere e riaffermarsi come grande mondo culturale e di civiltà, l’antiamericanismo [che spesso nasconde un preconcetto antiamericano] e l’antisionismo [che spesso maschera un vero e proprio antisemitismo] impongono di cercare altrove, in altri mondi culturali ed in ben altri lidi, le “forze geopolitiche” che consentano di battere i disegni di dominio degli USA e dei sionisti.

La Federazione Russa nelle mani di Vladimir Putin, riaffermatasi come potenza regionale, affrancatasi almeno un po’ dagli USA ed oggi in ascesa, dopo l’oscuro periodo eltsiniano di decadenza e di acquiescenza nei confronti delle politiche di potenza americane, fa proprio al caso di questi euroasiatisti italiani e occidentali, orfani della Tradizione, del neofascismo, di una certa idea dell’Europa, ed anche, in alcuni casi, del bolscevismo e dell’antiamericanismo comunista.

Nei casi più estremi [chi scrive ha avuto modo di constatarlo personalmente] fede euroasiatista, spirito antiamericano e pregiudizio antisemita vanno a braccetto con il “puntinismo”, cioè con una sorta di culto della personalità che pone al centro proprio la controversa figura dello statista russo Vladimir Putin, al quale, in tutta onestà, oltre ai demeriti va riconosciuto anche qualche merito, come, ad esempio, l’oggettivo miglioramento delle condizioni di vita nella Federazione da lui guidata, rispetto agli oscuri e disastrosi anni novanta.

L’orfanello abbandonato a sé stesso, volendo essere un po’ ironici e nel contempo dickensiani, cercherà il conforto ed il riparo di una nuova famiglia, nuove figure di riferimento e l’affetto di nuovi genitori [sempre ammesso che questi vorranno adottarlo], ma non potrà mai dimenticare i suoi veri genitori, ormai defunti, il cui ricordo, e la conseguente nostalgia, lo accompagneranno nella nuova situazione.

Così, antisemitismo, neofascismo ed anche un certo bolscevismo riaffiorano nelle posizioni degli attuali euroasitisti [quelli italiani, ad esempio], che hanno simbolicamente abbandonato l’Europa, in certi casi un’idea millenaria dell’Europa, per approdare in ben altri lidi.

Premesso che lo scrivente è per l’autonomia culturale e politica del vecchio continente, per una sua possibile rinascita dopo secoli di pratiche colonialiste nei confronti del resto dell’umanità, di sfruttamento del lavoro a scopi di potenza elitistici, di lotte sociali, di guerre intestine, ed infine, come effetto della seconda guerra mondiale, di subordinazione alla superpotenza nordamericana che continua nel momento presente, è lo stesso buon senso a suggerire che vi è ben poco in comune, se non un ampio [e immaginario] spazio geopolitico dall’Atlantico al Pacifico, fra un nomade della steppa dei Calmucchi o un mongolo di Buriati, da una parte, e un danese di Copenaghen, dall’altra parte.

La difesa dell’autonomia dell’Europa è un tentativo di difesa, o meglio di riaffermazione, della nostra stessa libertà, sia contro quella egemonia nordamericana che sembra non avere fine sia contro la minaccia di future ed estese colonizzazioni, che potrebbe arrivare da oriente.

Se pensiamo alla storia del vecchio continente, ed in particolare a quella della sua antica culla di civiltà nell’area mediterranea, notiamo come fin dal tempo degli Elleni l’Europa ha cercato di resistere alle invasioni asiatiche, riuscendo anche a vincere e a mantenere la sua specificità culturale, come è effettivamente accaduto dalla battaglia di Maratona [490 a.C.] in poi.

La filosofia greca e il diritto romano, le forme specifiche di organizzazione della cosa pubblica e della vita sociale, i peculiari stili artistici ed architettonici che hanno segnato la storia d’Europa hanno potuto affermarsi proprio perché, fin dal tempo remoto degli Elleni, la resistenza contro le invasioni asiatiche ha avuto un certo successo, salvaguardando la specificità europea.

Se i persiani avessero vinto contro gli ateniesi, gli spartani e gli altri greci coalizzati nel 480 a.C., in quella che è nota come la seconda guerra persiana, avrebbero forse realizzato, con largo anticipo, quello che sembra essere il grande sogno euroasiatista, sottomettendo a sé l’Europa e spingendosi sempre più ad occidente, ed anche se ciò non è accaduto – o potrebbe accadere soltanto in un’interessante e godibile opera di storia alternativa – ci dimostra che i tentativi di “unificazione” eurasiatica, fin dal mondo antico, in realtà hanno rappresentato meri tentativi di conquista, di espansione, di sottomissione di altri paesi da parte di imperi e di potenze militari.

E’ persino divertente immaginare che Serse I l’achemenide, figlio di Dario, possa tenere il posto che oggi è riservato, nel bacato immaginario degli euroasitisti da operetta, ai grandi “eroi” eurasiatici Vladimir Putin, ed un po’ meno, il cinese capital-“comunista” Hú Jǐntāo.

Ma gli eurasiatisti fidano ciecamente nella Russia, o meglio, confidano nella forza di quella potenza “energetica”, moderatamente contrastiva dei disegni di dominio americani, che è la Federazione Russa nelle mani del gruppo di potere di Vladimir Putin, memori in questo della grande lezione del “padre della geopolitica”, l’inglese Halford John Mackinder, che all’inizio del Novecento individuò proprio nella Russia una sorta di perno geopolitico della storia, il cuore stesso della terra [Hearthland], il cui controllo avrebbe consentito il cruciale controllo dell’intera eurasia, con annessi e connessi.

Appare chiaro che “tifando scientificamente” per l’affermazione della Federazione Russa, per quella della Cina, oppure per qualsivoglia potenza regionale emergente in vista di un possibile, futuro mondo multipolare stabilitosi in barba ai tentativi unipolaristi americani si può aderire con entusiasmo all’ideologia geopolitica euroasiatista, che, ironia della sorte, è quanto di più antiscientifico e di mistico si possa immaginare.

Del resto, vi sono evidenti punti di contatto fra l’”immaginario teorico” dei cultori della ricorsività e la visione espressa dai “testimonial” euroasiatisti, poiché la multipolarità è l’equivalente geopolitico e l’anticamera del policentrismo vero e proprio, mentre l’unilateralismo geopolitico corrisponde grossomodo al monocentrismo.

La condivisione di questi nuovi esegeti riguarda anche la prospettiva che il mondo, interamente sussunto al Capitale fino alla morte del sole [o quasi], ha davanti a sé.

Così, il primo scorcio del terzo millennio mostra l’inizio di un cambiamento storico di qualche rilievo, non certo per la tenuta del capitalismo in quanto modo di produzione dominante e rapporto sociale stabilitosi fra gli uomini, che si dà per scontata, ma per il possibile passaggio del testimone da un unico centro che irradia politiche e strategie nel resto del mondo ad una pluralità di centri decisionali emergenti, saldamente in mano agli “agenti strategici” ed ai “samurai” del Capitale, che si affronteranno senza esclusione di colpi in futuro, con nostro sgomento e nocumento.

Ecco che lo scontro incessante fra il cozzare di corazze e le molte sofferenze cagionate ai popoli, ingaggiato fra imprenditori-strateghi, élite globaliste del capitale, o più precisamente, membri del livello di comando della nuova classe globale, nell’alternanza meccanicistica di fasi capitalistiche monocentriche e policentriche, troverebbe una conferma e una giustificazione sul versante di una certa geopolitica, con l’avvento conclamato del multilateralismo, la prospettiva della formazione di un’”isola eurasiatica” [a guida russa o cinese?] e la fine definitiva del sogno unipolare americano.

L’agognata fase policentrica in cui dovrebbero emergere i “buoni” russi e cinesi, dando vita nei sogni più arditi all’eurasia, quale potenza alternativa a quella americana e con essa competitiva, sarebbe inequivocabilmente annunciata dall’inizio di un salutare multilateralismo nelle relazioni internazionali [per la verità ancora molto incerto ed ambiguo], in contrapposto all’unilateralismo monocentrista americano.

Vi è una comune costumanza, che contraddistingue i teorici ricorsivi filocapitalistici ed i sostenitori dell’eurasia, per quanto di gran lunga più evidente in questi ultimi, e cioè l’abitudine opportunistica di sostenere [e di parteggiare per] qualsivoglia potenza regionale, qualsiasi gruppo religioso o gruppo politico che contrasta, per via diplomatica, economica ed anche con l’uso delle armi i disegni della superpotenza americana, e naturalmente quelli dell’”entità sionista” israeliana, cioè il moderno Israele, al quale gli euroasiatisti tendono a non riconoscere neppure la dignità di stato.

Perciò, si sostiene senza riserve il regime dei generali birmani unicamente perché osteggia la supremazia americana in quella regione, come se fosse ciò che non è, cioè un’eroica forza di liberazione o di resistenza sostenuta da un intero popolo, senza considerare le vera natura di questo regime e le sofferenze che da decenni infligge alle popolazioni della Birmania, indipendentemente dalla minaccia egemonica rappresentata dagli USA [che tuttavia è reale].

Oppure si parteggia per Hezbollah in Libano perché è riuscito a fermare militarmente l’ennesima invasione israeliana nel sud di quel paese, ma si assume questa posizione del tutto strumentalmente, ignorando il piccolo particolare che le prime vittime dello scontro fra l’aggressiva “entità sionista” e il movimento armato libanese sciita che la fronteggia sono proprio gli abitanti del sud del Libano, bombardati da Tseva Haganah le-Israel ed anche quelli, arabi o ebrei, del nord della Galilea, colpiti dalle periodiche risposte missilistiche del movimento libanese, e fra questi in particolare i più poveri ed esposti.

Premesso che la difesa del Libano del sud, da parte delle milizie sciite e dei loro alleati cristiani, è considerata del tutto legittima dallo scrivente, l’atteggiamento euroasiatista è invece censurabile, perché rappresenta soltanto una cinica ed opportunistica strumentalizzazione di una tragedia vissuta da altri, quale è, in effetti, la guerra.

I “ricorsivi scientifici”, a differenza degli euroasitici ideologizzati, sembrano preferire alle guerre, alle guerriglie ed ai tradizionali scontri armati, con annessi bombardamenti e Blitzkrieg, le contese fra i grandi gruppi industriali e finanziari, che coinvolgono le organizzazioni statuali ed interi paesi, relative ad esempio all’energia o al settore automobilistico, con annessi ridimensionamenti occupazionali e peggioramento delle condizioni dei lavoratori, alle quali i suddetti dedicano un monitoraggio quasi ossessivo, cercando di cogliere in questi scontri elitistici i segnali dell’avvento della fase policentrica.

La funzione svolta dai [pessimi] generali birmani, dagli Hezbollah libanesi, o dal movimento politico-militare di Hamas nella tormentata striscia di Gaza, dal punto di vista geopolitico euroasiatista, rappresenta, su ben altri piani di conflitto geostrategico, una funzione simile a quella svolta dall’italiana ENI, stabilendo accordi e joint venture energetiche con la Gazprom russa, in barba ai concreti interessi della finanza americano-sionista e dei grandi gruppi statunitensi, che informano le politiche delle amministrazioni federali USA.

Se gli euroasitisti non hanno alcuna considerazione per le sofferenze delle popolazioni coinvolte nei conflitti, o sottoposte alla repressione di regimi brutali – il popolo birmano deve subire l’utilissima casta dei generali in quanto si oppone gli americani e soltanto per questo –, così i “ricorsivi” se ne fregano bellamente della sorte dei lavoratori che subiscono sulla loro pelle la tirannide finanziaria e le contese fra i potentati economici.

I popoli, i lavoratori, i dominati, in queste pregevoli visioni, non compaiono neppure come semplici pedine, e il risultato è che sulla grande scacchiera del conflitto ci sono soltanto i membri della classe dominante dell’epoca, quella che lo scrivente chiama Global class, impegnati in uno scontro geopolitico inter-dominanti ed animati esclusivamente dai loro interessi particolari.

La sola cosa rilevante è che le potenze regionali, o i gruppi armati, e certi interessi economico-produttivi contrastino efficacemente gli Stati Uniti, quale potenza indubbiamente negativa con tendenze egemoniche, e ridimensionino nel contempo gli appetiti planetari della finanza anglo-americana, in vista dell’avvento di un mondo multipolare [eurasiatici geopolitici] ed infine policentrico [ricorsivi capitalistici].

Inutile precisare che se anche questo scenario sembrerà nei prossimi anni concretarsi, ciò non accadrà nei termini sperati dagli euroasiatisti e dai “ricorsivi”, ma l’Europa sarà costretta a passare da una dominazione ad un’altra, ben lungi dal riacquisire autonomia ed indipendenza, e il più serio pericolo, nel lungo periodo, potrà essere rappresentato dalla colonizzazione cinese, rivelando a tutti il vero significato della suggestiva espressione “eurasia”.

La prima cosa che si nota, in queste pompose teorizzazioni a sfondo messianico-ideologico [euroasiatismo geopolitico nipotino dell’inglese Mackinder e figlio legittimo del mistico-teorico russo Aleksandr Dugin] ed a base scientista filo-capitalistica [ricorsività delle fasi capitalistiche monocentriche e policentriche, quasi eternità del capitalismo, conflitto strategico fra dominanti a volontà], è che il capitalismo permane sullo sfondo come un dato ormai acquisito e quindi accettato pienamente, destinato nostro malgrado a funestare la vita umana “in secula seculorum”, mentre la questione sociale, che diventa sempre più rilevante con il crescere degli squilibri nella ripartizione della ricchezza, in questa folle ibridazione fra teoria scientista della ricorsività capitalistica e messianesimo geopolitico euroasiatista è totalmente derubricata.

L’altra osservazione è che i progetti geopolitici di fine Novecento, incentrati su una qualche idea di eurasia con una funzione contrastiva nei confronti del tentativo unilateralista americano, sono in buona sostanza falliti.

Nel 1998 Evgenij Primakov, ministro degli esteri di Boris Eltsin, sostenitore del multilateralismo contro l’egemonia USA, tentò di consolidare i rapporti fra Russia, Cina e India, nel quadro di quella che è stata chiamata la Dottrina Primakov. Questo progetto “euroasiatico” si può dire che in parte significativa non ha avuto un gran seguito, ma la Russia post-sovietica, pur essendo la seconda potenza militare-nucleare del mondo, pur avendo grandi bacini di materie prime e soprattutto l’”arma energetica” rappresentata dal gas naturale, avrebbe rischiato di finire letteralmente schiacciata, nel lungo periodo, fra i colossi economico-demografici cinese ed indiano in rapida ascesa.

Nel 2003 la Francia del gollista Jaques Chirac e del suo ministro degli esteri Dominique de Villepin ha tentato di fermare la seconda guerra americana in Iraq, guidando una coalizione di paesi [una vera e propria “fronda” anti-americana nata in Europa] che comprendeva la Russia e la Germania, con il Belgio ed altri pesi minori i quali appoggiavano l’iniziativa francese.

La Francia, in quel ormai lontano 2003, si proponeva quale difensore degli arabi, ma il suo vero scopo era di sfidare gli USA e di competere con loro per il “primato geopolitico” almeno in Europa.

La Russia seguiva la Francia e Dominique de Villepin, allora ministro degli esteri molto attivo e combattivo, ma anche questo tentativo “geopolitico” e in qualche modo “euroasiatico” [data la presenza della Federazione Russa] di opporsi all’egemonia USA è sostanzialmente fallito, spegnendosi in breve tempo.

L’invasione americana dell’Iraq, con l’invio di truppe britanniche, polacche e di altri paesi – a dimostrazione dell’inesistente unità europea – non è stata fermata e l’effetto concreto più rilevante dell’iniziativa Chirac-de Villepin è stato il precipitare dei rapporti fra le cancellerie francese e americana, nonché il boicottaggio dei prodotti francesi negli Stati Uniti.

Quello che oggi è chiamato il BRIC, ossia l’ipotetica unione di Brasile, Russia, India e Cina, non rappresenta certo una stretta e vincolante alleanza strategica fra questi stati, ma soltanto una sigla, un mero acronimo BRIC, appunto che identifica quattro paesi molto diversi l’uno dall’altro, che non sempre hanno gli stessi interessi e dei quali uno non fa parte dello spazio bicontinentale euroasiatico.

Il secondo summit dei paesi del BRIC si è tenuto a Brasilia all’inizio del 2010 ed è emersa la loro richiesta, che certo non tende a rivoluzionale il cosiddetto ordine mondiale, di una maggiore rappresentatività negli organismi internazionali, dato il crescente peso economico e demografico che questi paesi vantano.

Il summit di Brasilia è stato utile per la conclusione di accordi bilaterali fra questi paesi, i quali rappresentano all’interno delle logiche capitalistiche grandi e lucrosi mercati e degli “attrattori” di copiosi investimenti finanziari.

L’interesse prevalente a concludere qualche entente cordiale fra le predette potenze capitalistiche emergenti è di tipo economico e commerciale, ma, in subordine, gli accordi reciproci potrebbero avere qualche limitata funzione contrastiva nei confronti degli USA, senza però esagerare troppo, trattandosi pur sempre di paesi che appartengono alla “grande famiglia capitalistica globale”, ancor oggi a guida americana.

Al di là della Dottrina Primakov, che comunque aveva una propria dignità nonostante gli esiti modesti conseguiti, e della successiva iniziativa della cancelleria francese per contrastare gli USA, non coronata da successo, il cosiddetto continente eurasia ci appare per quello che è sempre stato: una mera espressione geografica, fisica e non politica.

 

In conclusione di questo capitolo, rileviamo che: 1) accettazione del capitalismo come destino inevitabile per il genere umano, nei corsi e ricorsi storici con l’alternanza di fasi monocentriche e policentriche per i secoli a venire, 2) pretesa di scientificità nelle analisi che nasconde una dissennata visione scientista, 3) attenzione monomaniacale per i conflitti e le strategie dei dominanti, 4) mistica geopolitica euroasiatista, 5) esclusione delle classi subalterne e disprezzo per le questioni sociali, 6) indifferenza nei confronti dell’ambiente e della sua preservazione, sono altrettanti ingredienti di una deriva teorica evidente e il frutto di una sostanziale incapacità di spiegare questo capitalismo, di analizzarlo compiutamente, e tanto più di indicare una via d’uscita da questo grande ed oscuro labirinto in cui tutti siamo confinati.

Facciamo riferimento al tradizionale gioco degli scacchi e immaginiamo una grande scacchiera sulla quale si giocano partite decisive per il futuro dell’umanità, il cui esito determinerà la direzione che potrà prendere la storia.

Su questa scacchiera, gran parte dell’umanità non trova posto neppure come semplice pedone – sia fra i bianchi sia fra i neri – perché certe posizioni teoriche, scientiste e di rinforzo a questo Capitalismo, ed altre misticheggianti incentrate sulla geopolitica, hanno reso invisibili tutti i subalterni, e quindi la partita non può che giocarsi da occidente ad oriente fra sparute minoranze di privilegiati, fra aristocrazie del denaro, grandi condottieri capitalistici e gruppi di potere emergenti, i quali sono gli unici a poter decidere del futuro di tutti, come è sempre stato e come sempre sarà, anzi, come si vuol far credere che deve essere!

Se la geopolitica si trasforma in misticismo, assume un ruolo che non le compete, diventa una nuova ideologia in sostituzione del nazionalismo, del fascismo ed anche del comunismo novecenteschi, fungendo da supporto a quella “sublime ricapitolazione capitalistica” espressa dalla teoria della ricorsività, cessa immediatamente di essere una normale e rispettabile disciplina che studia le vicende umane su scala planetaria, e diventa un generatore di errori di valutazione e di distorsioni della realtà.

Ma il modello abnorme che in queste pagine si è cercato di descrivere, pur con qualche semplificazione necessaria e con alcune concessioni al tanto deprecato “romanticismo sociale” [chiedendo perdono per questo allo stesso Marx], rappresenta nella realtà un supporto alle dinamiche del capitalismo contemporaneo, mai veramente messe in discussione, e se in futuro matureranno le condizioni per una vera Rivoluzione anticapitalistica, apparirà fin troppo chiaro che coloro che hanno elaborato simili visioni, capziose e depistanti, lo hanno fatto più o meno consapevolmente per occultare la vera sostanza del Capitalismo, nel suo Stadio Finale Speculativo di massima autocoscienza, di massima onnipotenza e di massima distruttività, e quindi saranno considerati per quel che in effetti sono: semplici ausiliari e tributari del Nemico Principale.

Perciò, la sindrome della ricorsività capitalistica, accoppiata alla sindrome geopolitico-euroasiatica quale patologia gemella, non può che generare “mostri”, esattamente come il sonno della ragione.

 

 

La distorsione geopolitica e i corsi ed i ricorsi capitalistici [versione estesa, riveduta e corretta] di Eugenio Orsoultima modifica: 2011-01-12T17:32:00+01:00da derosse
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